Il mercato editoriale si è arricchito di una nuova perla. È infatti appena uscito in libreria, è giusto precisare nei principali Paesi del mondo, il terzo volume, intitolato “L’infanzia di Gesù”,con il quale papa Ratzinger ha completato la trilogia dedicata a Gesù di Nazaret. L’intera opera, che sfiora le mille pagine complessive, ha lo scopo di consentire alla narrazione evangelica e alla storia reale di riappropriarsi, presso i cattolici, del loro ruolo congiunto di propugnatrici di verità inoppugnabili, come accadeva più o meno fino alla metà degli anni ’80 del secolo scorso, prima che lo squassante vento della moderna esegesi storico-critica soffiasse con intenti dissacratori su tante interpretazioni di testi biblici fino a quel momento considerati inattaccabili. Per scrivere il suo terzo volume, il Pontefice ha preso a modelli i primi due capitoli del Vangelo di Matteo e del Vangelo di Luca, i cosiddetti vangeli dell’infanzia, con l’evidente fine di rafforzare nel lettore l’amore per il Natale e di aiutarlo a viverne la spiritualità in un’atmosfera di gioia e di pace. Ha conseguito, Benedetto XVI, l’obiettivo che si era prefisso? Non oso neppure pensare alla solenne dose di sfacciataggine che mi occorrerebbe per esprimere un giudizio in merito, perciò viro decisamente verso un altro aspetto del libro che mi ha sinceramente colpito. Pochi giorni fa, mi è capitato di leggere su un quotidiano un lungo stralcio dalla monumentale opera, avente anch’essa come tema lo studio dell’infanzia di Gesù, scritta dal sacerdote cattolico Raymond Brown, a lungo membro della Pontificia Commissione Biblica. Ebbene, Brown, al pari di altri suoi colleghi studiosi, conclude la sua fatica letteraria con un giudizio netto, risoluto, che suona come una completa bocciatura dei metodi seguiti da Sua Santità nella stesura del libro:
“Qualsiasi tentativo di armonizzare le narrazioni fino a farne una storia coerente è destinato al fallimento”
Che cosa, in definitiva, spinge il grande biblista americano ad emettere questa opinione che sa di sentenza passata in giudicato? A voler pensare male, si potrebbe tentare di spiegare quella sottilissima traccia di dispetto personale che sembra serpeggiare nell’imponente lavoro di Brown con la scoperta che il papa non ha mai menzionato, nel suo libro, l’opera dell’esegeta statunitense. Ma la spiegazione è decisamente riduttiva, oltre che offensiva nei confronti dell’onestà intellettuale di Joseph Ratzinger. No, la verità è che questi non ama il metodo storico-critico, tanto caro al suo antagonista, perché lo ritiene dannoso per la fede e questa, con tutta certezza, è la spiegazione del suo procedere diritto per la sua strada, ignorando più che può le conclusioni raggiunte dall’esegesi biblica che oggi nega la fondatezza storica dei vangeli dell’infanzia, dopo secoli in cui essi erano stati letti come resoconti appartenenti ad una realtà effettivamente accertata: esattamente ciò che il papa vuole inculcare nella mente dei fedeli cattolici. Brown e i suoi colleghi esegeti, invece, vogliono che sia chiara, una volta per tutte, l’inattendibilità storica di molte narrazioni evangeliche. E, rifacendosi alla scelta di Benedetto XVI, fanno notare che nei capitoli dei due evangelisti sono evidenti alcune contraddizioni che porterebbero a concludere che il Gesù dei Vangeli non coincide con il Gesù della storia, assestando un grosso colpo all’intento programmatico dichiarato dal Pontefice nel suo primo volume della serie:
“Presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il Gesù storico in senso vero e proprio”.
Le contraddizioni richiamate da Brown esistono davvero ed è giunto il momento di accennarvi, non senza aver prima sottolineato che papa Benedetto, uno dei più grandi teologi del nostro tempo, si sia certamente accorto delle anomalie, ma che abbia preferito sorvolare su quelle incoerenze perche soltanto preoccupato di raggiungere il suo obiettivo essenziale: fondere in un’unica figura, reale e convincente, il Cristo che emerge dai resoconti della storia e quello rappresentato nei Vangeli.
Cominciamo con l’accennare agli elementi comuni che troviamo in Matteo e Luca: l’identità dei genitori, l’arrivo dell’angelo Gabriele che annuncia a Maria il concepimento di un figlio (e lei, pudicamente, ribatte: “Come potrà avvenire questo se io non conosco uomo?”. Parole di grazia ed innocenza infinite), la nascita a Betlemme sotto il regno di Erode, il trasferimento a Nazaret. Ma nel racconto dei due evangelisti sono riscontrabili, come dicevo, alcune discordanze. Comparando i testi dei due capitoli, si nota che Luca dice chiaramente che Maria e Giuseppe, prima della nascita di Gesù, risiedevano a Nazaret, mentre Matteo non fa cenno della circostanza; il loro viaggio da Nazaret a Betlemme avvenne (Luca) o non avvenne (Matteo); Gesù nacque in casa dei genitori (Matteo) o in una mangiatoia (Luca); la strage dei bambini di Betlemme accadde (Matteo) o non accadde (Luca); Giuseppe e Maria fuggirono in Egitto per salvare il bambino dai soldati di Erode (Matteo) oppure andarono al Tempio di Gerusalemme per la circoncisione, senza che i soldati si curassero di Gesù (Luca); la famiglia partì da Betlemme e tornò subito a casa, a Nazaret (Luca) oppure fuggì prima in Egitto e solo in un secondo tempo raggiunsero nuovamente Nazaret. Sembrano, in fondo, rilievi di poca importanza che i fedeli sono propensi a scusare, o addirittura a sorvolare sulla loro esistenza per indifferenza o distrazione, ma quei rilievi acquistano grande importanza quando si scontrano menti affilate di agguerriti e preparati esegeti delle Scritture. Così succede che il Pontefice promuova una tradizionale mescolanza acritica per armonizzare i due Gesù scaturiti dalle fonti storiche ed evangeliche in cui la sua storia viene raccontata, mentre i severi custodi delle esigenze storiografiche non lo consentono, battendo su un tasto monocorde, eppure obiettivamente inoppugnabile: i dati stanno o come li presenta Matteo o come li presenta Luca (oppure né in un modo, né nell’altro), ma in ogni caso no sono armonizzabili. Quindi se fosse vero, come scrive papa Ratzinger, che “Matteo e Luca volevano scrivere una storia, storia reale, avvenuta”, il lettore più disincantato si troverebbe di fronte al grave dilemma di dover scegliere chi tra i due evangelisti racconta la verità e chi invece è caduto in errore.
Dal basso della mia ignoranza io scelgo una terza via: credo che tutto sommato accapigliarsi, sia pure molto civilmente, intorno ad un pugno di contraddizioni che non alterano in modo irreparabile alcuna verità di fede, rappresenti, solamente per chi lo pratica, uno stimolante esercizio mentale e poco più. I Vangeli non perdono certo di credibilità se Matteo dice una cosa e Luca un’altra su certi aspetti di contorno di una vicenda umana e divina regale e tragica, semplice e bucolica. I Vangeli sono degni di fiducia, a patto di distinguervi diversi livelli di storicità, cioè dati storicamente sicuri, dati probabili e dati improbabili.
In chiusura, desidero esprimere la mia dolorosa meraviglia nell’apprendere, sempre dal libro sull’infanzia di Gesù, che “il bue e l’asinello non erano nella stalla e i pastori, a differenza degli angeli, non cantarono.” Così Benedetto XVI rivede l’iconografia del presepe e rivela che nei sacri testi non si accenna alla presenza di animali nella grotta di Betlemme. Santità, vi confesso che la rivelazione suscita in me una buona dose di mestizia. Io amo il presepe in maniera viscerale, sono un fedelissimo aficionado di Luca Cupiello, il teorico del presepe creato da Eduardo De Filippo, e ogni tentativo di smitizzarne caratteristiche consolidate dai secoli e dalla tradizione mi appare come un colpo letale inferto ad un mito della mia fanciullezza, quando con infantile ingenuità mi illudevo che quella magica rappresentazione di un evento straordinario, accaduto centinaia di anni prima in una terra lontana e misteriosa, rivivesse puntualmente al tornar d’ogni Natale per riconciliare tutti i cuori nella pace e nell’amore.
Altri sentimenti, questa volta di perplessità, hanno riempito la mia mente nell’apprendere che in una certa scuola italiana si è deciso di non organizzare i festeggiamenti tipici del Natale “per non offendere i sentimenti religiosi di altre persone”. Dove per “altre persone” si intendono chiaramente i cittadini di religione islamica. Fatte salvo il rispetto che si deve agli immigrati, mi chiedo perché ogni tanto, qui da noi, ci sia qualcuno che si scopre più realista del re, cioè che vada oltre i limiti del buon senso e butti alle ortiche il rispetto che si deve anche alle nostre tradizioni, alla nostra storia e, perché no?, a secoli e secoli di religione cattolica apostolica romana. Perché assumere ridicole iniziative che probabilmente neanche i musulmani condividono? Perché snaturare il complesso delle memorie e delle informazioni, degli usi e delle abitudini trasmesse da una generazione all’altra? C’è davvero chi crede che rinunciare a cantare “Tu scendi dalle stelle” o “Stille nacht” oppure appiccicare un po’ di angioletti sui vetri equivalga a dimostrare con certezza quanto bene vogliamo a tanta povera gente che arriva da noi trascinata dalla speranza, troppo spesso delusa, di trovarvi vita nuova e più dignitosa? No, posso sbagliarmi, ma credo fermamente che le vie della solidarietà, quella vera e concreta, seguano altri itinerari e che per ottenere veramente una collaborazione sociale e culturale più salda e fruttuosa tra ospitanti ed ospiti, occorra rafforzare considerevolmente quel principio che proprio Benedetto XVI ha tempo fa definito “della reciprocità”, invocandone accoratamente l’applicazione. Reciprocità di tolleranza religiosa, in particolare. Vale a dire, rispetto del credo religioso professato dalle persone, dovunque esse vivano o si siano trasferite. Ecco, questo, a mio parere, potrebbe essere la pietra su cui costruire una casa comune di riguardo e stima reciproci tra le diverse etnie. Ma la mia utopica visione di un mondo un po’ più vivibile registra ogni tanto clamorose, e dolorose, ferite. Prendiamo la reciprocità del rispetto della fede: mi sembra proprio che non esista. Nella propria terra ciascuno agisce come gli pare nei confronti del “diverso”, e ben poche persone si adoperano fattivamente per evitare che il pazzoide di turno si imbottisca di tritolo, entri in una chiesa cristiana e faccia orrendo strame dei fedeli ivi raccolti per la loro preghiera. Inutile citare date e località. Resta solo il fatto che mentre qualcuno si sforza di mettere in atto geniali iniziative per evitare di offendere, a Natale, il fratello di religione diversa, qualcun altro, in altre parti del mondo, si sforza di mettere in atto attentati sanguinosi ai danni di nullità umane di religione diversa, come le considera lui. Buon Natale a tutti, con o senza segni distintivi di contorno.
Rocco Tedino