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La fabbrica dei miracoli

I rintocchi della campana, che chiamava i fedeli alla messa di metà mattinata, si diffusero nell’aria gelida che aveva trasformato il villaggio di Tarrascona in un deserto. I loro echi metallici si perdevano giù per i dirupi scavati sulle pendici dell’imponente catena montuosa che chiudeva da tre lati la fertile Valle d’Aran attraversata da un tumultuoso fiume, gonfio delle acque scese dalle cime innevate. Sotto il timido sole invernale, gruppi di uomini, donne e bambini si diressero verso la chiesa e ristettero davanti all’alta porta chiusa, in attesa che il sacrestano la spalancasse. Il massiccio edificio, di pietra grezza e senza ornamenti, era costituito da un unico complesso rettangolare, le cui scarne linee erano interrotte dalla grossolana torre campanaria che si innalzava su uno dei lati della costruzione. La piazza lì davanti si affacciava sulle intricate gole che scendevano a valle dal Picco d’Estats, la grandiosa cima dei Pirenei catalani. In direzione  dei monti, invece, salivano sinuosamente vicoli e stradelle fiancheggiati da grappoli di case sulle cui facciate, imbiancate a calce, occhieggiavano piccole finestre. Tutte le abitazioni di Tarrascona  erano coperte da tetti a terrazzo, invasi da comignoli tondi e, nella bella stagione, da distese di peperoni, fichi ed uva messi ad essiccare al sole.

Beandosi al calore delle scoppiettanti fiamme che  si contorcevano nel caminetto del bar che si trovava in un angolo della piazza, a poca distanza dalla chiesa, il señor Arthur Coimbra stava mescolando lo zucchero nella tazzina di caffè, che il cameriere gli aveva appena consegnato, e la puntigliosa meticolosità  con cui compiva l’operazione era segno palese di angustia profonda. Un pensiero, in particolare, agitava i pensieri di quell’austero burocrate:  l’indomani avrebbe dovuto inviare alla Sede Centrale delle Poste di Barcellona la sua istanza di congedo dalla carica di funzionario delle Poste Reali. La pratica avrebbe concluso il suo iter  burocratico dopo circa un mese e da quel momento un altro impiegato si sarebbe seduto ogni mattina, dalle otto alle sedici, alla scrivania del minuscolo ufficio, posto che Coimbra aveva occupato per ben quarantasette anni del suo stato di dipendente statale.  Ma gli anni di servizio, condotto sempre in maniera seria e scrupolosa, si erano accumulati uno sull’altro in punta di piedi ed infine era arrivato il tanto temuto momento di dover affrontare la triste realtà. Come recitava un paragrafo dell’ampollosa lettera  pervenuta all’indirizzo di Coimbra una quindicina di giorni addietro:

“… Il Direttore di prima classe dell’ufficio postale di Tarrascona, signor Arthur Coimbra, viene posto in congedo illimitato per raggiunti limiti d’età. La data di cessazione delle prestazioni di lavoro alle dipendenze delle Poste decorre a far luogo dal primo giorno del mese di dicembre. Entro la seconda metà del mese di novembre, il Direttore signor Coimbra è pregato di inoltrare alla Sede Centrale del capoluogo distrettuale la sua istanza  di congedo, come da prassi statutaria interna …”

Quella asettica e protocollare missiva riposava adesso nella tasca interna della sua finanziera e Coimbra poteva seguire i contorni della spessa busta passandovi sopra i polpastrelli. Poi lo stesso gesto veniva dedicato ai bottoni di quella giubba nera a doppio petto, lunga fino a metà coscia, che il regolamento delle Poste e Telegrafi imponeva ai suoi impiegati e che Coimbra considerava da tempo come la sua divisa ufficiale. Esibirla in pubblico gli procurava un intimo appagamento, secondo soltanto al  piacere che gli derivava dall’essere chiamato “señor telegrafo”,come usava fare, ormai da lunghi anni, la maggior parte degli abitanti del villaggio, esprimendo con quel curioso appellativo non già  un irriguardoso dileggio, bensì un rispetto totale e sincero nei confronti dell’autorità. Perché tale era considerato, dai suoi compaesani, il direttore della posta di Tarrascona: un’autorità, cui rivolgersi per chiedere consigli e pareri anche non concernenti la sua attività specifica.

Mentre questi pensieri frullavano nella sua mente come passeri evoluenti in voli disordinati, Coimbra sospirò al pensiero che presto avrebbe dovuto riconsegnare ad un ignoto sostituto venuto da Barcellona la sua divisa, le chiavi dell’ufficio,  i registri…in definitiva,  tutto il materiale in mezzo al quale egli era vissuto per quasi metà secolo e che aveva finito per considerare il suo mondo. Tra meno di un mese, il “señor telegrafo” sarebbe un giorno apparso al Bar Fuentes vestito dei semplici panni indossati da quasi tutti gli altri paesani e, come gli altri, avrebbe dovuto far  la fila presso l’unico sportello dell’ufficio postale nel giorno di ritiro della pensione. Nessuno, inoltre,  l’avrebbe più salutato con un deferente e scherzoso…

“Buona giornata, señor telegrafo!”.

Coimbra si voltò di scatto, confuso e turbato: che la sua immaginazione gli avesse fatto uno scherzo da gag cinematografica,  rivestendo di effetti sonori un pensiero che sarebbe dovuto rimanere inespresso nella sua mente? Niente di tutto ciò. Nel bar erano entrati Jorge Marquez e Ramon Barreto, due giovani che Coimbra conosceva molto bene e che  gli erano sempre sembrati particolarmente affiatati, in cerca di continue opportunità per raggranellare qualche soldino e accomunati dallo stesso anelito di andarsene  da Tarrascona, senza esservi mai riuscirvi, almeno fino a quel giorno..

L’impiegato postale ricambiò svogliatamente il saluto dei nuovi entrati e tornò alle sue tristezze, mentre i due giovani si sedevano ad un tavolino. Al cameriere, subito accorso, ordinarono due bicchieri di ratafìa, liquore tipico del territorio della Catalogna, elaborato con noci fresche e piante aromatiche. Quando furono serviti, ingollarono un robusto sorso della fragrante bevanda, poi si adagiarono contro lo schienale della sedia e appuntarono lo sguardo sulla piazza, oltre l’ampia vetrata che sostituiva un bel tratto di parete, osservando alquanto distrattamente lo sciamare di tutte quelle persone dirette verso la chiesa.

“Guarda quanta gente va ad ascoltare la messa”.

L’osservazione era venuta da Jorge e svelava una buona dose di sarcasmo. Il giovanotto, infatti, amava assumere sovente artefatte pose di mangiapreti, specialmente da quando si era abbonato ad una rivista di Barcellona che sventolava protervamente la bandiera dell’anticlericalismo, facendo sufficienti proseliti per proclamare con orgoglio che il dominio della Chiesa si avviava al termine. Jorge era un bel ragazzo, disinvolto e spigliato. Il suo modo di fare affascinava le donne, non meno del suo modo di vestire, controllato fin nei minimi particolari con una cura addirittura maniacale. Un tempo, la sua famiglia, di discendenze aristocratiche, era stata ricca ed influente, grazie quasi esclusivamente alla lungimiranza ed al buon governo della mamma. Alla morte di costei, Jorge, ancora adolescente, era entrato nell’orbita affettiva del padre, piuttosto tiepido fino a quel momento.  Questi aveva saputo  insegnare al figlio un’unica cosa: un soldo in mano è un soldo da spendere. Jorge aveva iniziato a vivere nel completo rispetto di tale edificante insegnamento, imitando il genitore nello spendere senza misura né criterio, ma il destino si era incaricato di dimostrare al ragazzo che l’arte dello scialacquare può portare da un momento all’altro alla rovina. Una mattina, il gaudente signor  Marquez era caduto rovinosamente da cavallo e a Jorge erano rimasti un salato conto da pagare all’impresario delle pompe funebri che si era occupato del funerale, il castello di famiglia, che cominciava a mostrare preoccupanti testimonianze delle ingiurie del tempo e una montagna di debiti più alta della torre più alta del suddetto castello. Nel giro di una dozzina di giorni, tuttavia, i creditori lo liberarono dall’assillo di rimettere in sesto il maniero avito, portandoglielo via per ordine del tribunale, e successivamente si offrirono generosamente di occuparsi anche del governo dei sette cavalli, tra cui tre purosangue, ancora presenti nelle stalle.  In compenso, concessero al giovane la facoltà di ritirarsi a vivere nella dependance del castello, uno scolorito edificio comprendente tre camere e servizi, seppellito nel folto di un bosco a mezzo chilometro dal complesso principale. Jorge, ormai maggiorenne, mise insieme un po’ di soldi, vendendo alcuni oggetti personali di un certo valore, e saltò su un treno diretto nella  capitale con l’intenzione di arruolarsi nella Policia Nacional . Nei suoi ranghi prestò onorato servizio per dieci anni, congedandosi al termine di una carriera alquanto avara di soddisfazioni altisonanti. Tornato al villaggio a bordo di una vistosa automobile,  vinta ad un collega nel corso di una memorabile partita a poker, Jorge trascorse qualche mese ad esibire il suo elegante guardaroba e le sue squisite maniere di raffinato viveur, assolutamente irresistibili in un  villaggio all’antica come Tarrascona. Una sera, mezzo ubriaco, rischiò di attaccare briga con un gendarme nell’osteria di mamma Consuelo e fu Ramon a trascinarlo fuori prima che l’imbufalito difensore della legge lo sbattesse in una buia e sudicia cella delle locali prigioni. Da quella volta, Jorge trascorse sempre più tempo con il suo nuovo amico, raggiungendolo spesso nella sua fattoria, che sopravviveva soprattutto grazie all’allevamento dei maiali. Non che Ramon fosse ricco oppure che l’attribuzione di “fattoria” applicata alla sua cascina piccola e trascurata la trasformasse d’incanto in una azienda agricola composta da più poderi e da un complesso di fabbricati all’avanguardia. Ramon, oltretutto, non si sarebbe mai aggiudicato il primo posto in una classifica ideale stilata per premiare il più contadino più laborioso del reame: non era affatto tagliato per fare l’agricoltore e avrebbe venduto tutto senza stare lì a pensarci sopra, se avesse trovato uno straccio di acquirente.

No, a Jorge la fattoria interessava perché egli aveva maturato un certo progettino già nella prima occasione in cui aveva messo piede a “Las Palmas”, il pretenzioso nome imposto non si sa da chi alla casa colonica, per via di due sparuti alberi di palma piazzati ai due lati del portone d’ingresso, come due monumenti alla macilenza. Quel giorno Jorge decise di mettere a parte il suo amico del proposito che gli frullava in mente da qualche tempo. Distolse lo sguardo dalla piazza ormai deserta, dopo che i rintocchi imperiosi dell’ultima campana avevano spinto i ritardatari  ad accelerare il passo per raggiungere il sacro edificio, e lo piantò negli occhi di Ramon, che intanto stava osservando con malcelato interesse una bella ragazza del paese entrata a concertare con il padrone del bar l’orario migliore in cui iniziare le pulizie nel locale dopo la chiusura serale.

“Nella tua fattoria c’è uno stagno, Ramon” – esordì il giovanotto, con il tono risolutivo di chi divulga informazioni della massima segretezza.

Il suo amico lo guardò con l’aria perplessa di chi si sente improvvisamente dire che dopo il giorno arriva la notte e rispose con divertita condiscendenza:

“Jorge, fin qui non sei riuscito certo a sbalordirmi. Io sono cresciuto in quella fattoria e so benissimo che sul margine della spianata prospiciente le stalle c’è uno stagno, sebbene io creda che chiamarlo stagno voglia dire fare dello spirito. L’asfittico ruscello che scorre all’interno dei confini, lungo la strada ferrata,  forma una specie di pozza, più una palude che uno stagno vero e proprio. Per di più, tutt’intorno grava un tremendo puzzo di zolfo.”

“Forse in origine era una sorgente minerale…” – sussurrò Jorge, di colpo perso dietro ad un altro affascinante sviluppo della situazione. Ramon scosse la testa come per scacciare un pensiero assurdo e dichiarò:

“Può darsi, ma mi sembra improbabile. Tutto quello che so è che non ho mai visto un uccello posarsi sulle sue rive per bere e che perfino i porci preferiscono mantenersene alla larga.”

“I porci non hanno il senso degli affari e nemmeno la percezione dell’importanza di un miracolo. Noi dobbiamo fare in modo che la gente spenda i suoi soldi intorno al tuo stagno…” Jorge non fece in tempo a completare l’esposizione della sua idea perché Ramon si sporse in avanti e si fermò a dieci centimetri dal suo viso; quindi sillabò con  calma esagerata:

“Di quale accidenti di miracolo stai parlando, si può sapere?”

Jorge non rispose subito. Si rendeva conto che il suo piano correva il rischio di franare in qualsiasi momento, a meno che  egli non riuscisse a fare breccia rapidamente  nella diffidenza dell’amico. Così, tirò un lungo sospiro e si accinse a spiegare con calma e  dettagliatamente il suo progetto.  Ingollò un altro sorso di liquore e cominciò:

“Ascolta, Ramon, a me è venuta un’idea che può aiutarci a fare un mucchio di soldi. Nei dieci anni trascorsi a Barcellona con la divisa della Policia Nacional addosso,  ho visto uomini che campavano facendo schizzare le loro ossa in tutte le direzioni, in dentro e in fuori, come se fossero polli da preparare per mettere in pentola. Alcuni mettevano a frutto le loro deprecabili capacità piazzandosi all’angolo di qualche chiesa e  chiedendo l’elemosina; altri, più avveduti, si offrivano come contorsionisti nei circhi, diventando autentiche attrazioni. Supponiamo, a questo punto, che io mi metta d’accordo con qualcuno di questi fenomeni da baraccone e lo inviti qui a “Las Palmas”. Il finto storpio arriva tutto contorto come un ulivo,  si avvicina allo stagno, respira un po’ di quest’aria mefitica, che egli si affretta a definire  ricca di  inspiegabili effluvi arcani, e si ritrova immerso in una mistica visione che gli ordina di bere un bicchiere d’acqua prelevata dalla pozza. Qualche minuto dopo, simula un leggero mancamento di coscienza dal quale comunque si riprende subito, si guarda intorno con aria smarrita e sconcertata, poi realizza che può mettersi dritto e camminare normalmente e allora scoppia la festa. Salti di gioia, manifestazioni di irrefrenabile incredulità e soprattutto urla entusiastiche che martellano su un concetto unico: c’è stato un miracolo, io sono un miracolato, l’acqua dello stagno ha fatto il miracolo! La voce si sparge, la gente arriva, si convince che qui si è veramente verificato un fatto prodigioso e comincia a lasciare soldi per avere le cose più disparate. Che ne dici?”

Jorge si interruppe, leggermente ansante. La visione di folle disposte a pagare per godere degli influssi di un miracolo, lo aveva trasportato in una dimensione onirica, da sogno colorato del rosa simbolo dell’ottimismo. Ma gli bastò rivolgere un’occhiata alla faccia di Ramon, sulla quale si era allargata un’espressione fortemente dubbiosa…un’espressione che non accordava un atomo  di fiducia al progetto appena esposto…per  gettarlo nello scoramento. Nondimeno, non volle arrendersi e tentò ancora di indagare:

“Che cos’è che non ti convince nel mio piano, Ramon? Parla chiaramente, forse riusciamo a trovare una soluzione insieme.”

L’altro si alzò, fece qualche passo in silenzio, lo sguardo fisso sulle giogaie che svettavano sopra la linea dell’orizzonte.  Poi si voltò di scatto e proruppe tutto d’un fiato:

“Effettivamente c’è una cosa che non mi convince affatto ed è un aspetto della storia che ritengo fondamentale. Hai per caso scordato che dove si grida al miracolo compare senza fallo un prete che blocca immediatamente la faccenda, mettendo in campo una marea di obiezioni? Ti sei chiesto, ad esempio, come la prenderà il vescovo? Non possiamo sfidare la Chiesa e tutto ciò che è sacro!”

“Tutto qui, caro amico?” – la voce di Jorge trasudava sollievo e allegria – “Mi parli del Vescovo ed è il mio turno di porgere una domanda a te: hai forse dimenticato che ho indossato per dieci anni una divisa militare a Barcellona e che ho avuto a che fare con tutte le autorità civili e religiose della capitale? Non puoi neppure lontanamente immaginare quanti occhi ho dovuto chiudere, per disposizione dei superiori, di fronte a intrighi, maneggi, inciuci, accomodamenti e compromessi in cui si erano trovati invischiati personaggi assolutamente insospettabili, colonne del viver retto, maestri della giusta morale, persone unanimemente considerate modelli di rettitudine e di adamantina onestà! E fra loro c’era anche il tuo intangibile Vescovo, egregio Ramon! Stai tranquillo, l’esimio principe della Chiesa non ci romperà le uova nel paniere, dopo che gli avrò parlato e ,lo avrò convinto che certi scheletri sarà meglio farli continuare a riposare negli armadi in cui giacciono coperti dalla polvere dell’oblio.”

“Vuoi ricattarlo?”. L’enormità della cosa colpì talmente Ramon da farlo parlare con voce diventata improvvisamente roca.

Jorge rise di gusto:

“Amico mio, ma chi credi che siamo diventati, noi due, malfattori da galera a vita? No, niente ricatti. Farò semplicemente cadere qualche acconcia parolina nell’orecchio del nostro sant’uomo e vedrai che potremo fare tranquillamente assegnamento su di lui.”

“Certo, se riuscissimo davvero a tirare il vescovo dalla nostra parte…”

Il tono di Ramon era ancora titubante, ma già qualche crepa affiorava nel compatto muro di inaccettabilità  che aveva accolto inizialmente la proposta di Jorge. Questi se ne accorse e decise di allargarla:

“Ramon, amico mio, rifletti su come vanno le cose a questo mondo. Per le strade di Barcellona i ciechi non sono ciechi, gli storpi non sono storpi e tutti i mendicanti sono ricchi. Perciò, anche se i miracoli di “Las Palmas” non sono proprio miracoli, non renderemo forse il nostro villaggio più simile alla grande e bella capitale? Non senti stuzzicarti dall’orgoglio civico?”

“Per  niente.”

“Considera allora quanto denaro  si può ricavare da un’impresa del genere.” - Jorge sentiva che stava cominciando a sudare,  nello sforzo di mantenersi calmo e non trasformare Ramon in un vero disabile – “Denaro sufficiente per farci lasciare Tarrascona e andarcene ovunque ci piaccia…”

“Questo è un argomento che mi interessa. Continua.” - concesse Ramon , magnanimo. Quindi riprese: “Ammettiamo che il vescovo stia davvero dalla nostra parte: se fosse lui a proclamare che i miracoli si verificano per volere del cielo, chi oserebbe avanzare dei dubbi? Potremmo costruire una fontana per incanalare l’acqua, una cappella, tanto per iniziare, dove i fedeli si raccoglierebbero in preghiera. Ah, e poi potremmo far pagare il biglietto d’ingresso…”

Jorge lo guardava, mentre un sorrisino ironico affiorava sulle sue labbra. “Eccolo lì - si disse – quello che all’inizio si era scandalizzato come una verginella trascinata in una casa equivoca. Adesso vorrebbe addirittura far pagare il biglietto, neanche fossimo al cinema!”. Ma tenne per sé quella considerazione e rispose:

“No, Ramon,  mi sembra grossolano richiedere ai devoti di sborsare una certa somma per ammirare l’opera dell’Onnipotente. Incasseremo lo stesso tanti soldi vendendo articoli religiosi.”

“Hai ragione, socio, il campionario offre una vasta scelta: coroncine del Rosario immerse in quell’acqua benedetta, bibbie, vangeli, medagliette dei santi, vasellame fabbricato con l’argilla della riva…Quello stagno sta per diventare la Banca di Catalogna!”

“Siamo ricchi, Ramon!”

Se non si fossero trovati in un bar serio e decoroso, i due si sarebbero scatenati in una danza indiavolata. Ma dovettero frenare il loro entusiasmo. Così ordinarono un’altra ratafìa, accostarono ancora di più le sedie e passarono ad esaminare i dettagli del piano:

“Ci occorrerà più di una dimostrazione” – disse Ramon, che ormai aveva adottato in toto l’idea del suo fantasioso amico. – “Un miracolo solo farà accorrere gente al massimo da Aranquez, quel pugno di case messe in piedi a tre chilometri da qui, mentre una serie di eventi prodigiosi ci porterà turisti e pellegrini da tutta la Spagna.”

“Nessun problema, per questo. Conosco molti infelici, a Barcellona, che guariranno con gioia dalle loro deformità, bevendo alla nostra fontana, se faremo scivolare qualche peseta nelle loro tasche. Ho un amico, nella capitale, sul quale si può fare pieno assegnamento. Domani gli telegraferò tutti i particolari e provvederà lui a tutto.”

“Perfetto!”, approvò soddisfatto Ramon. Poi i due speranzosi, futuri benestanti diedero fondo ai loro bicchieri e si salutarono.

Trascorse qualche giorno, poi nel villaggio si sparse la voce che Jorge volesse vendere qualcuna delle poche cose che gli erano rimaste dalla proprietà di suo padre. La gente immaginò che quei soldi gli occorressero per pagare un nuovo corredo da ordinare al sarto di città, oppure per cambiare autovettura, ma la verità era più semplice: lui e Ramon avevano bisogno di capitali per finanziare la loro impresa. Sul piccolo allevatore di maiali non c’era da fare conto (il mercato di suini era saturo e l’idea di accendere un’ipoteca sulla fattoria era risibile), perciò toccava a Jorge trovare i fondi necessari. Del resto, il suo amico di Barcellona era stato chiaro fino alla brutalità: io mi occupo di prendere tutti gli accordi del caso, ma non ho la minima intenzione di rischiare soldi nell’affare. La palla passò, di conseguenza, a Jorge che avrebbe fatto bene a racimolare con una certa urgenza una congrua somma, visto che il primo contorsionista era già in viaggio alla volta di Tarrascona e voleva essere pagato all’arrivo, come si era premurato di precisare dopo neanche tre minuti dall’inizio dell’incontro di presentazione. Ma il giovane non si preoccupava eccessivamente. La sua immaginazione si beava di visioni rosee, su cui fluttuavano sogni dorati di successo. Si figurava una strada asfaltata che conduceva alla fontana, come veniva ormai indicato nella sua fantasia sovreccitata quello stagno puzzolente; un sontuoso padiglione offriva riposo e refrigerio ai visitatori agiati; un chiosco ben fornito  garantiva inesauribili forniture di dolciumi e panini imbottiti ai pellegrini che lo affollavano…fantasticherie che riscaldavano il cuore, ma che erano lontanissime dal realizzarsi senza il sostegno di quel dannato denaro, che sarà pure “sterco del diavolo”, a dar retta alle Sacre Scritture, ma che in determinati frangenti fa terribilmente comodo!

Il pezzo forte degli oggetti posti in vendita da Jorge consisteva in un antico fucile da caccia, un pezzo di eccellente artigianato realizzato da un armaiolo che aveva lavorato addirittura per la casa reale. Aveva il calcio di lucido ebano, riccamente intarsiato d’argento. Ebbene, quell’arma stupenda interessava moltissimo al señor  Coimbra, che una sera andò a casa di Jorge per chiedergli di vendergliela. Saputo che il giovane si trovava alla fattoria di Ramon, Arthur Coimbra allungò la sua strada e poco dopo imboccava lo stretto viottolo sterrato che sbucava nell’aia de “Las Palmas”. Quando vi arrivò, il telegrafista notò che la fattoria era deserta. Un suono di voci, diffusosi  nella serata calda e senza vento, permise al visitatore di capire che due…anzi no, tre uomini stavano parlando accanto allo stagno. Coimbra vi si avviò e lo raggiunse cautamente, per non farsi sentire ed evitare così di fare la figura dell’impiccione. Intorno a quella maleodorante pozza d’acqua, la vegetazione era folta: l’uomo si accoccolò dietro un cespuglio di more rossastre ed ascoltò.

Jorge e Ramon stavano animatamente discutendo con uno sconosciuto, che ogni tanto veniva chiamato Silva o Esteban. I due compari stavano impartendo al loro amico quelle che sembravano istruzioni dettagliate su un certo modo di comportarsi. Il señor  Coimbra apprese così, con una meraviglia non scevra di incredulità, che i tre stavano concertando uno sconcio imbroglio.

“Tu, Esteban, devi arrivare a Tarrascona nel giorno di martedì della prossima settimana, quando qui si festeggerà Santa Ines de Ferravilla, la Patrona del villaggio.” – Jorge parlava con calma, quasi scandendo le parole, come se volesse che nessun malinteso complicasse l’intesa – “Tu devi cercare di dare il più possibile nell’occhio,  contorcendoti in maniera sconvolgente e spaventosa. Attirerai  certamente una grande folla: tu non smettere di proclamare a voce alta di aver viaggiato per molti chilometri perché una santa visione vi ha svelato che soltanto le acque dello stagno di “Las Palmas” potevano farti tornare un uomo normale. Sarà presente anche il vescovo che ad un certo momento si avvicinerà a te, ti fisserà nel profondo degli occhi ed annuncerà alla folla che hai effettivamente avuto un’ ispirazione celeste. Sarà lui stesso ad incoraggiare la folla a seguirti fin qui per assistere al miracolo.”

“D’accordo, señor, è tutto chiaro. Verrò qui, seguito dalla gente, mi bagnerò nell’acqua e verrò fuori risanato, dritto come un giovane pino.”

“No, Villa,” – si intromise Ramon, che appariva stranamente nervoso – “Non devi bagnarti nell’acqua, devi berla e poi fingere di essere guarito”.

Esteban Villa sembrava difficile da convincere. Il suo sguardo esitante passava dai due amici a quella fossa ricolma di acqua puzzolente e ogni volta la sua espressione si arricchiva di una sfumatura di ribrezzo che faceva temere il fallimento di quello  spettacolo

“Non basterebbe che mi limitassi a spalmare il fango dello stagno sulle mie membra contorte?”

“No!” Il monosillabo crepitò nel silenzio della sera con un sincronismo che sembrava  premeditato: i due giovani avevano risposto simultaneamente. Fu Jorge a spiegare:

“Esteban, devi bere l’acqua perché siamo convinti che possiamo ricavare il massimo guadagno dall’impresa soltanto puntando sull’acqua. Intendiamo imbottigliarla e venderla in tutta la Spagna, se non in tutta Europa, come elisir sacro e come purgativo. Se tu non accetti di cacciar ben bene nella testa della gente che questa roba possiede virtù stupefacenti, il nostro progetto fallisce miseramente e anche tu resti a bocca asciutta.”

Villa chinò la testa, sconfitto e rassegnato. Si era arreso. Raccolse nel cavo della mano una sorsata di quel liquido abominevole e la mandò giù, sforzandosi di non fare troppe smorfie. Tacque per qualche momento ad occhi chiusi, poi lentamente recuperò una soddisfacente padronanza del sue funzioni vitali e ricominciò a discutere le ultime modalità della sua “esibizione” prevista per la settimana successiva. All’improvviso, i suoi interlocutori furono traumatizzati  da un grido da agghiacciare il sangue di un rettile in letargo e si avvidero con orrore che. Villa era piombato a terra, in preda alle convulsioni. Il primo a reagire di fronte alla nuova, drammatica situazione fu Arthur Coimbra. Uscì dal suo nascondiglio e corse verso il duo inebetito. Scostò Ramon e si inginocchiò accanto al rantolante Villa, che non smetteva di contorcersi sul terreno. Mentre cercava di tenere fermo il sofferente individuo, il señor telegrafo spiegava a Jorge che era capitato da quelle parti unicamente perché interessato ad acquistare il suo fucile da caccia. Ma dell’affare avrebbero discusso più tardi, dopo aver recato soccorso a Villa. Costui, nel frattempo, aveva smesso di agitarsi e adesso giaceva al suolo perfettamente immobile. Coimbra si interruppe a mezzo del suo intervento , fissò attentamente il tizio disteso accanto ai suoi piedi, poi sollevò gli occhi colmi di indicibile raccapriccio:

“Quest’uomo è morto e sospetto fortemente che sia stato avvelenato.”

Se lì in mezzo fosse esplosa una bomba, non avrebbe provocato lo stesso sconcerto. Jorge e Ramon  tenevano gli occhi incollati su Coimbra, l’espressione vacua e la mandibola allentata, come i beoti dei cartoni animati. Videro il funzionario distendere, con gesto solenne, il suo mantello sulla forma immobile di Villa, poi se lo trovarono davanti che li interrogava con sguardo inquisitore:

“Allora, giovanotti, di che cosa stavate parlando?”

Ai due meschini non balenò in mente neppure per un attimo  che, in fondo, non erano affari del señor telegrafo. Ramon, in particolare, si lanciò in un immediato resoconto del tiro che avevano organizzato ed in capo ad una manciata di minuti il telegrafista aveva appreso quello che, in fondo, già sapeva. I due giovani erano disperati e non sapevano come uscire da quel complicatissimo ginepraio. Poteva, Coimbra, dare loro qualche buon consiglio?

“Ragazzi, da come la vedo io non avete troppe scelte. Intanto, Villa non era il solo a far parte del complotto; dopo di lui sarebbero arrivati  gli altri e avrebbero preteso il compenso pattuito, altrimenti si sarebbero sicuramente arrabbiati e allora chi avrebbe potuto prevedere la reazione? Il tuo amico di Barcellona, Jorge, sa tutto e basta che si faccia scappare una sola parola per avviare domande imbarazzanti e indagini pericolose da parte delle autorità. Se anche riusciste a dimostrare che la morte di Villa è stata accidentale, come potreste giustificare il vostro tentativo di truffa nei confronti di tanti fedeli e, addirittura, del vescovo? Avreste serie probabilità di finire in prigione, c’è poco da sperare. Ascoltatemi bene, signori Jorge Marquez e Ramon Barreto, e datemi retta. Non potete rimanere qui, dovete lasciare il villaggio stasera stessa“ - Coimbra parlava con ponderatezza, era suadente e rassicurante. – “Penserò io a far sparire il cadavere e a dare qualche spiegazione plausibile. Godo di un certo prestigio, perciò penso di poter impedire che la gendarmeria spinga le indagini troppo a fondo. Non potrò, però, evitare che vengano poste domande scomode e pregiudizievoli per la vostra libertà personale, quindi è fondamentale che voi vi allontaniate da Tarrascona con la massima celerità.”

“Ma signor Coimbra, che fine farà la mia fattoria?” chiese un Ramon con le lacrime agli occhi.

“La comprerò io, se sei d’accordo”. La proposta dell’impiegato postale irradiò sul viso di Ramon un’espressione di gratitudine che faceva tenerezza. Coimbra proseguì:

“Ero venuto con del denaro in tasca per comprare il fucile di Jorge. È una somma forse modesta, ma spero tu possa accettarla come caparra sulla fattoria, permettendomi di mandarti il saldo dove più ti fa comodo.”

“Va benissimo, signor Coimbra, il resto può spedircelo a Barcellona fermo posta.” L’aspetto generale dei due giovani visionari aveva subito una metamorfosi strabiliante: abbandonato l’usuale atteggiamento tronfio di sicurezza, dissoltosi il miraggio della realizzazione di uno scriteriato piano di arricchimento facile, Marquez e Barreto avevano l’aria di due gattini bagnati e le bovine espressioni di riconoscenza che permanevano sui loro visi rischiavano di far scoppiare il señor  telegrafo in una sonora risata. Ma Coimbra doveva continuare a mantenere un certo tono di solenne compostezza. Rispose:

“Allora siamo d’accordo. Eccovi intanto il denaro che potrà farvi comodo per le spese di viaggio. Vi consiglierei di raccogliere quel poco che vi è indispensabile e di partire immediatamente. Penserò io a spedirvi il resto.”

Ci furono altri commossi ringraziamenti, si intrecciarono saluti, si presero gli ultimi accordi, poi Jorge e Ramon si avviarono senza ulteriori indugi. Un meditabondo signor Coimbra rimase solo accanto allo stagno, gli occhi fissi sul corpo immobile di  Esteban Villa ricoperto dal mantello.   

 

Seduto su un balconcino dell’albergo che si affacciava sul mare di Mondello, Arthur   Coimbra era incantato dai colori che sfavillavano nei piccoli giardini, sulle pareti e sui davanzali delle case che si rincorrevano lungo la stradina sottostante. Incendiati dai raggi radenti del sole avviato al declino, sfolgoravano oleandri, palme, ibischi, gelsomini e  rosai che sembravano la réclame di un cromatismo arrembante e gioioso. Arrivato a Palermo due giorni prima per trascorrervi un breve soggiorno, l’ex impiegato postale aveva in programma una puntata a Napoli, una visita più prolungata a Roma e, per terminare, tre giorni di vacanza tra le meraviglie di Venezia. Adesso che era libero da impegni lavorativi, grazie ad una improvvisa disponibilità economica che gli aveva fatto balenare allettanti visioni di viaggi ed istruttive esperienze, poteva permettersi di soddisfare certi innocui passatempi. La vita gli prometteva molte giornate liete e serene. Avvertì il desiderio di arrivare fino alla pasticceria più vicina per godere i paradisiaci sapori di qualche dolce locale (quei cannoli, che poesia!  E le formelle alle mandorle…),  ma poi rifletté che fra non molto la sala da pranzo del ristorante avrebbe spalancato i battenti per permettere l’accesso di clienti particolarmente affamati e lui, di certo, non sarebbe stato tra gli ultimi ad entrarvi. Se solo pensava al pranzo di mezzogiorno, una successione di pietanze che meritavano gli onori militari, non vedeva l’ora di mettere al più presto i piedi sotto il tavolo per la cena. Occorreva, comunque, attendere ancora un po’ di tempo prima di poter scendere nel salone. Coimbra si sistemò più comodamente sulla poltroncina e  ripensò alle sbalorditive circostanze che si erano concatenate fino a comporre una serie incredibile di coincidenze.

Può capitare, ad esempio, che il telegrafista di un villaggio incassato sulle pendici dei Pirenei, un uomo giunto alle soglie della pensione dopo quarant’anni di onesto e modesto servizio, una mattina si segga alla sua scrivania  e si accorga che le linee intasatissime hanno, per errore, dirottato  sul suo apparecchio telegrafico alcuni scambi di messaggi molto interessanti tra l’ufficio centrale delle ferrovie di Barcellona e l’agente delle ferrovie di Lleida, un grosso borgo situato a quindici chilometri da Tarrascona. Dalla capitale insistevano molto perché egli trovasse una proprietà in cui impiantare il nuovo scalo ferroviario di Tarrascona. E con quanta ricchezza di particolari! Il nuovo scalo doveva sorgere accanto alla linea ferroviaria già esistente, garantire facile accesso ad una sorgente o un deposito d’acqua (particolarmente appetibili uno stagno o un pozzo) per assicurare il rifornimento continuo di acqua alle caldaie dei treni e trovarsi un po’ fuori del paese, così da poter ospitare la costruzione di un parco di smistamento. Leggendo quei dispacci, il telegrafista di cui sopra era stato accecato da una luce abbagliante: lui, accidenti al mondo, un posto del genere lo conosceva! Ma come metterci le mani sopra, in modo da potersi inserire nelle trattative con la Casa madre e guadagnare magari un buon gruzzoletto? Per incredibile combinazione, qualche giorno dopo, neanche il destino avesse deciso di farsi quattro grasse risate, un giovanotto del paese si presenta in ufficio con un lungo telegramma in mano e prega il nostro telegrafista di spedirlo con urgenza a Barcellona. Rimasto solo, il telegrafista – sì, è chiaro che stiamo parlando di Coimbra – legge il documento e stramazza su una sedia. Eccola lì, scritta in bella grafia, la soluzione a tutti i suoi problemi! E allora, via al piano dettagliatamente illustrato nel telegramma. Con qualche piccolo correttivo, va da sé. Il telegramma non viene spedito per fatale dimenticanza (troppo traffico sulle linee, un accumulo improvviso di lavoro inatteso, il modulo finito nel cestino sbagliato: esisteva una vasta gamma di giustificazioni, nel caso fosse scattata un’inchiesta…) e le rotelline del cervello di Coimbra si mettono vorticosamente in moto. Il funzionario conosceva molto bene un uomo di Barcellona che poteva fare al caso e lo convoca immediatamente a Tarrascona, promettendo di ricompensare adeguatamente il suo disturbo. La sera dopo, il señor  Esteban Villa, che in effetti si chiamava Leon Gonzales e aveva scelto uno pseudonimo per ovvie ragioni, era arrivato inosservato nel villaggio e si era subito rifugiato nella casa di Arthur Coimbra, che lo attendeva con ansia. I due uomini avevano parlato fino a notte inoltrata del progetto ideato da Jorge e Ramon, approvandolo nelle linee essenziali e modificandolo, in maniera decisamente significativa, soltanto nella parte conclusiva. La sera dopo era, quindi, andata in scena la superba rappresentazione di un finto storpio convintosi contro la sua volontà a bere un sorso d’acqua dal sapore ripugnante; della sua morte improvvisa per supposto avvelenamento; della comparsa provvidenziale di un personaggio stimato nella comunità e della sua offerta di aiutare due poveri giovani ad uscire senza troppi danni da una situazione spaventosa…in cambio poi di che cosa? Di acquistare la fattoria “Las Palmas” che deteneva miracolosamente tutti i requisiti richiesti dall’ufficio centrale delle ferrovie di Barcellona! Ma quest’ultimo particolare, naturalmente, era del tutto sconosciuto a Ramon, il quale si era affrettato a cedere la sua proprietà al señor telegrafo, firmando una dichiarazione in cui attestava che l’acquirente aveva versato regolare caparra, impegnandosi a spedire ad un indirizzo “fermo posta” di Barcellona il resto della somma pattuita. Cosa che il furbo impiegato postale si era affrettato a fare l’indomani stesso, entrando automaticamente in possesso dell’agognata casa colonica. E pensare che Ramon non sapeva come riuscire a dimostrare interamente la sua commossa gratitudine nei confronti di un uomo tanto buono e generoso, che si era comportato come un fratello, se vogliamo dirla tutta! Prima di andarsene con comprensibile sollecitudine da Tarrascona, anche Jorge aveva voluto testimoniare  la sua tangibile riconoscenza al caro señor Coimbra, insistendo per regalargli il bellissimo e prezioso fucile da caccia, al quale il… disinteressato funzionario tanto teneva.

I fili di un così sottile raggiro erano stati tirati due settimane dopo, quando un raggiante Arthur Coimbra aveva apposto la sua firma sotto il contratto di vendita della fattoria appena ceduta alla Direzione delle ferrovie catalane. Il signor Gonzales, ex -signor Villa, che aveva assistito alla transazione,  era subito ripartito per Barcellona alla fine della piccola cerimonia, con le tasche appesantite da un consistente premio alla doppiezza, consegnatogli ben volentieri da un Coimbra al settimo cielo.  L’impiegato postale di Tarrascona, ormai in pensione, non aveva saputo più nulla dei signori Ramon Barreto e Jorge Marquez: aveva spedito  all’indirizzo convenuto gli effetti personali di entrambi, oltre al residuo della somma pattuita per l’acquisto di “Las Palmas” e aveva prudentemente interrotto ogni rapporto con loro. Libero da altri impegni e sistemata la sua posizione economica,  Coimbra era quindi partito per un breve giro turistico che lo avrebbe portato a visitare alcune delle località italiane che maggiormente promettevano di deliziarlo con le loro attrattive artistiche. Il viaggiatore si guardò ancora una volta intorno e sospirò di soddisfazione:

“La vita è bella” – pensò con scarso slancio lirico, ma con assoluta convinzione.

Rivolse ancora una volta il pensiero al suo sonnacchioso villaggio in Spagna e gli tornò in mente Paco Fuentes, il proprietario del bar di Tarrascona da lui regolarmente frequentato. Paco era l’eterno scontento della situazione e terminava quasi sempre le sue geremiadi con tono lugubre e un’immutabile predizione:

“Caro Arthur, noi non diventeremo mai ricchi!”

“Caro Paco, parla per te!” sogghignò colui che sarebbe sempre rimasto, nella memoria dei suoi compaesani, el señor telegrafo.

 

 

Rocco Tedino     

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