Una spaziosa porta a vetri rinforzata da eleganti aste di alluminio, distanziata dalla strada da tre bassi gradini, introduce all’ampio locale attrezzato a bar: un massiccio bancone -dietro il quale si allineano bicchieri e bottiglie, disposti ordinatamente sulle caratteristiche mensole, con l’immancabile macchina per il caffè- fronteggia un’ordinata successione di tavoli, corredati da lunghe panche, che coprono gran parte della parete opposta e costituiscono una provvidenziale sistemazione per avventori capitati in un momento di particolare affollamento della sala superiore, la pizzeria propriamente detta, alla quale si accede salendo una pregiata scala di lucido rovere.
Ci troviamo nella pizzeria “Al Bunker”, il regno di Innocente, il valente “pizzaiolo” che a memoria d’uomo non ha mai rimandato deluso un cliente. Lo sguardo si allarga su un salone accogliente, sobrio e dai colori caldi, peculiari del legno che qui è stato impiegato in quantità considerevole, come si conviene ad un ambiente di montagna. Le ondate di calore espirate a tratti dal largo forno a legna che troneggia nell’angolo di fondo, un po’ defilato alla vista, avvolgono piacevolmente i clienti che occupano i tavoli disseminati nella sala con calcolata simmetria. Il soffitto è perlinato alla moda alpina, un’intera parete è traforata nella parte superiore da quattro finestroni affacciati sulla strada, esattamente disposti come i loro gemelli che, al di sotto, permettono alla luce naturale di illuminare il bar. Quadri, stampe, oggetti eterogenei in uso fino a non molto tempo addietro nei lavori agricoli o edili della comunità timavese, vecchie paia di sci, foto….c’è di tutto, appeso alle pareti o sistemato sopra il basamento di un bellissimo “fogolar” perennemente spento.
Abbiamo accennato agli sci, alle foto, ed ecco farsi più vivido, più luminoso il ricordo di Daniele Mentil, il papà di Innocente, e della sua adorata consorte Marisa.
Daniele è stato per Timau un regalo della sorte, un uomo che ha saputo coagulare attorno alla sua figura stima ed affetto, apprezzamento e rispetto. Non si creda di leggere le solite frasi fatte che la pietà umana dedica a coloro che hanno abbandonato questa vita e dei quali “nihil nisi bonum”, come dicevano i latini. Daniele è stato davvero un personaggio che si è legittimamente guadagnato l’ammirazione e la considerazione di tutte le persone che hanno avuto il privilegio di conoscerlo. Sin dalla più giovane età, egli era entrato come lavorante nel panificio gestito da Graziano Silverio, rimanendovi per anni ed imparando tutti i segreti che trasformano un pezzo di pane qualsiasi in una quasi opera d’arte. Nel frattempo, egli coltivava anche le sue spiccate doti atletiche, impegnandosi con lusinghieri risultati in più d’una disciplina sportiva. Insegnante ed allenatore di sci di fondo, dedicava ai suoi allievi (segnatamente bambini) cure tanto premurose da spingere il suo impegno ad accompagnarli in lunghe ed onerose trasferte di gare da disputare nelle più svariate, e distanti, località alpine dell’Italia settentrionale: Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige e via viaggiando (detto per inciso, nel 1972 Daniele assaporerà una doppia gioia nelle vesti di allenatore-papà: sua figlia Lorena vincerà il titolo di campionessa italiana, cat. “Allievi”).
Al calcio, poi, aveva regalato quasi quindici anni di militanza, trascorsi con la gloriosa maglia di terzino sinistro del Timau sulle spalle. Sempre corretto, sempre generoso, un costante punto di riferimento umano e agonistico.
Nel 1958 Daniele sposa Marisa Puntel, una dolce ragazza di Cleulis, bella e fidata. La loro unione è allietata dalla nascita prima di Lorena, poi di Innocente ed infine di Michele. Passano gli anni, i due ragazzi più grandi si avviano ad imboccare le strade della vita, sotto la guida attenta di mamma e papà: Lorena studia da maestra, Innocente è alle medie (poi il lungimirante papà lo manderà a frequentare un corso di pizzaiolo a Udine), mentre Michele, il cucciolo della compagnia, è ancora troppo impegnato con i lavoretti dell’asilo e i giochi con i piccoli amichetti per preoccuparsi seriamente del suo avvenire. Chi si preoccupa, invece, e giustamente, dell’avvenire dei figli sono i genitori. Va bene che il profitto scolastico dei loro ragazzi è garanzia di confortevole riuscita nella ricerca di un impiego futuro, però è sempre meglio cautelarsi ed esplorare anche altre strade che possano assicurare una degna fonte di sostentamento. Ragionando in questa ottica, Daniele e Marisa decidono di lanciarsi in un’avventura che, se portata a buon fine, garantirà davvero un discreto futuro a chiunque di loro ne abbia bisogno.
Nel febbraio del 1978 viene inaugurata a Timau la pizzeria “Al Bunker”, così chiamata perché costruita sopra delle rocce gigantesche e nel puntiglioso rispetto di tutti i criteri antisismici, giusto quanto disposto dal perito Bruno Fumi di Cleulis, progettista e direttore dei lavori.
L’impresa nella quale si sono cacciati i due intrepidi coniugi è di quelle che fanno tremare vene e polsi. Già aprire una pizzeria a Timau, piccolo paese che comincia a mostrare i primi segni di una contrazione demografica che avrà una drammatica conferma negli anni a venire, sembra azzardo grosso; se a ciò si aggiunge la circostanza che, per reperire i soldi necessari ad avviare la loro attività, Daniele e Marisa avevano dovuto dar fondo a tutto il credito che riscuotevano presso banche e privati, divenendo debitori di somme davvero ragguardevoli, beh, se qualcuno allora avesse pensato che l’iniziativa dei due temerari era stata suggerita da un raptus di follia allo stato puro, non avrebbe avuto tutti i torti!
E invece, guarda come vanno a volte le cose del mondo!, la pizzeria incontra sin da subito il favore della clientela che cresce a vista d’occhio, ingrossata com’è da buongustai austriaci che si sobbarcano di buon grado la fatica di affrontare i due versanti di passo Monte Croce pur di gustare una pizza che sembra ammannita da un pizzaiolo di Napoli, notoriamente la capitale morale di quel saporito alimento. Un vento favorevole, dunque, gonfia le vele della navicella appena varata e sembra sospingerla in acque sempre più azzurre, allorchè il destino vibra un colpo di inaudita violenza sulle speranze presenti e future dell’operosa famigliola.
In un maledetto pomeriggio di lunedì 25 giugno del 1979, Daniele e Marisa incappano in uno spaventoso incidente stradale. Lei decede quasi subito, lui sopravvive tre giorni, poi la morte lo ricongiunge alla sua sventurata moglie. Avevano solo quarant’anni.
Timau è letteralmente “choccata” dall’avvenimento. Al sincero, profondo cordoglio per la tragica dipartita di due persone così buone e laboriose, si aggiunge lo sgomento per la terribile situazione in cui di colpo sono venuti a trovarsi i tre giovanissimi orfani, improvvisamente catapultati in una dimensione da incubo. Come si presenterà il loro avvenire? Che cosa sarà della pizzeria, un’attività che i loro previdenti genitori avevano immaginato come una sorta di polizza stipulata a salvaguardia del futuro economico di ciascuno dei figli? In quei giorni di stordita incredulità, i timavesi, ma proprio tutti i timavesi presenti in paese o sparpagliati per il mondo a lavorare, scrivono la pagina forse più bella del loro già ricco curriculum di persone generose ed altruiste. Si assiste ad una gara di solidarietà cui sembra persino impossibile credere. Aiuti in denaro confluiscono su un conto aperto in paese a favore dei tre ragazzi, le banche confermano il credito, un gruppo di amici dall’animo nobile si occupa di mettere ordine nei conti della pizzeria, garantendo personalmente una eventuale esposizione economica…insomma accade qualcosa di eccezionale, di toccante che alla fine sfocia nell’epilogo da tutti auspicato: la pizzeria è salva, adesso tocca ai tre fratelli uscire alla ribalta e continuare nell’opera avviata dal loro papà e dalla loro mamma.
E così é. Lorena, Innocente e Michele ricacciano indietro le lacrime e stringono i denti: i timavesi si accorgeranno ben presto che le loro amorevoli cure non sono state sprecate per dei pulcini bagnati. La pizzeria andrà avanti.
Si vede allora Lorena, diciannovenne, alternare i suoi impegni di insegnante scolastica (si era brillantemente diplomata maestra l’anno prima) al lavoro nel locale, affrontando mansioni che vanno dalla ragazza “tuttofare” in sala all’esperta in faccende di amministrazione (a proposito, è da sottolineare il prezioso apporto fornito in tal senso da Adriano Mentil); Innocente, diciotto anni, pizzaiolo dalla prima ora, si supera nell’applicazione degli insostituibili ammaestramenti di papà Daniele in fatto di preparazione e cottura delle pizze; Michele, appena dieci anni!, suscita profonda tenerezza mentre si ingegna a fare da barman e cassiere (quante volte sono gli stessi clienti ad aiutarlo a mescere le bevande richieste, oppure a contare i soldi del resto…).
Sant’Agostino afferma che il Signore non manda mai una croce più pesante di quella che si riesca a sopportare: sarà per questo, sarà per chissà cosa, ma lentamente i tre sventurati si riprendono e, sempre discretamente seguiti dal buon cuore di tante persone, portano la pizzeria ad imboccare nuovamente la strada della speranza, grazie a immani sacrifici affrontati con un coraggio incredibile in ragazzi agli albori dell’esistenza.
Lorena si è nel frattempo sposata e parte da Timau per seguire il marito. Innocente, nel 1981, si sposa a sua volta con Bettina, una donna seria ed assennata che gli regala Mirko e si prende anche cura di Michele, undicenne costretto a diventare adulto nel soffio di un amen. Finalmente anche per la nostra devastata famiglia torna una parvenza di sereno. I giorni dell’acerbo dolore sono gelosamente custoditi in quell’angolo di cuore che serba, incancellabile, il dolce sorriso di chi ci ha lasciati per crudele capriccio del destino. Lorena, Innocente e Michele sono ormai in grado di decidere da soli delle loro scelte.
Di Lorena, insegnante, e di Innocente, re del “Bunker”, abbiamo detto: cosa ne è stato di Michele, la figura più commovente di tutti? Ebbene, anche il cucciolo si è fatto adulto. Nel 1993, Michele sposa Michela (maggiore identità di gusti una coppia non potrebbe mostrare…) e con lei apre sul lago di Cavazzo la pizzeria “Bunker 2”, esplicito omaggio all’indimenticato papà, e la bruschetteria “Bunker 3”. Dopo qualche anno, la “Bunker 2” viene eliminata, mentre la “Bunker 3”, spostata in nuovi e più ampi locali a Trasaghis, é trasformata in pizzeria-ristorante, rinomata e ben frequentata, e resta l’unico locale gestito dalla coppia, alla quale si è aggiunto, in qualità di valido aiutante, il baldo figliolo Alessio.
E siamo ai giorni nostri, reduci da un veloce viaggio che ha preso le mosse oltre trent’anni fa. Dedichiamo ancora qualche minuto al “Bunker” di Timau.
Innocente continua a deliziare gli avventori che ne scoprono ogni tanto gli umori creativi attraverso la degustazione di pizze nuove e dai gusti innovativi. Qualche esempio? Partiamo dalla pizza “Guido”, già presente in menù dagli anni ’80: su un soffice cuscino di pasta sapientemente lavorata riposa, circondato da un croccante bordo rialzato, uno stuzzicante impasto di prosciutto, funghi, gorgonzola, salamino, würstel e cipolla. Assaggiamo la “Valentina”? Ecco in tavola un raffinato connubio di gusti per palati scelti: gorgonzola, mais, salamino, cipolla e rucola. Reclamando a sua volta un minimo di attenzione, ci tira per la giacca “Simona”, con i suoi sapori forti e robusti, ingentiliti da un velo di formaggio di vaglia: prosciutto, funghi, gorgonzola, salamino, cipolla e capperi. Non si può, poi, ignorare un prodotto dell’estro di Innocente che, non a caso, ha voluto intitolare “Chef” una delle sue composizioni più riuscite a base di salamino, larghe e sottili fette di prosciutto S. Daniele, una rugiada di rucola, pomodorini e mozzarelline.
Basta, l’esercizio della descrizione senza degustazione comincia a diventare una sofferenza. Però, non è permesso abbandonare l’argomento senza rendere i dovuti onori alla pizza regina, quella battezzata addirittura con il nome del locale, la “Bunker”: prosciutto, funghi, carciofi, peperoni, würstel e salamino. Quelle citate sono solo alcune delle specialità che Innocente “sforna” (è letteralmente il termine giusto) a delizia delle papille gustative dei suoi clienti e comunque la loro particolareggiata presentazione dovrebbe bastare a spiegare il grande successo che riscuote al di qua e al di là delle Alpi la pizzeria “Al Bunker”. Per i più golosi aggiungiamo che Dania e Francesca, le brave e belle collaboratrici dello chef, possono all’occorrenza servire raffinati dolci (tiramisù, panna cotta, tartufi e affogati al caffè o al whisky). Va da sé che sono inoltre a disposizione vini comuni e di marca, bibite, birre, amari e grappe.
Credo di aver detto abbastanza; se non altro, ho tentato di raccontare la parte più significativa della travagliata storia della pizzeria di Timau. Io ci vado più che volentieri, sapendo che ne uscirò invariabilmente soddisfatto. Beh, quasi soddisfatto, se devo essere del tutto sincero, perché ogni volta che varco la soglia del bar provo un istintivo moto di fastidio dovuto al fatto che in cima al banco sono esposti trofei e sciarpe la cui vista, almeno ai miei occhi di milanista, è paragonabile alla comparsa improvvisa di un mal di denti: si tratta di cimeli interisti!
Vi assicuro, comunque, che Innocente prepara delle pizze così buone che non smetterò mai di andare a mangiarle, neanche se me ne presentasse qualcuna con la farcitura
nerazzurra…
Rocco Tedino