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Giustizia privata

Sto aspettando la signora Adelina Scattoni. Fissando un appuntamento telefonico con la mia segretaria, aveva ripetuto due volte che si trattava di una cosa urgente, quasi urgentissima, e adesso è in ritardo. Fra mezz’ora dovrò incontrare un altro cliente, un tipo danaroso a cui tengo moltissimo, e non ho alcuna intenzione di sottrarre tempo a lui per compensare i ritardi di una donna che forse in questo momento sta incollata ad una vetrina, fissando estasiata un costoso straccetto che farebbe morire d’invidia qualche sua amica. .

“Le concedo ancora dieci minuti”, mi dico indispettito. “Poi avviserò la mia segretaria di avvertirla che son dovuto uscire e che ci incontreremo in uno dei prossimi giorni, se vorrà ancora consultarmi.”

Mi sistemo più comodamente sulla mia poltrona girevole, che avrebbe bisogno di una controllatina all’imbottitura, stacco e riattacco la cornetta del telefono, raddrizzo di un quarto di centimetro la targhetta che porta scritto in alto “Michele Tucci” e più sotto, in lettere dorate, “Investigatore privato”, mi infilo in bocca una mentina pescata in un cassetto  ed ecco che la porta dell’ufficio si apre e la mia segretaria annuncia l’arrivo della signora Scattoni. La donna che si avvicina alla mia scrivania è piacente, giovanile, con una figura decisamente attraente. Si muove in modo molto femminile, con gesti morbidi, coscientemente calcolati, che suggeriscono disponibilità ma che non hanno niente di sfacciato.  Mi alzo per stringerle la mano e la invito ad occupare una delle tre poltroncine poste a disposizione dei clienti, poi mi siedo a mia volta e, inalberando un’espressione in cui cerco di condensare simpatia, interesse e profonda attenzione, le chiedo:

“Come posso aiutarla?”.

La signora non risponde. Sta esaminando la stanza guardandosi intorno con lievi scatti del capo, curiosamente simile ad un uccellino, ed intanto continua a spiegazzare un foglietto di carta bianca che ha tirato fuori dalla borsetta. Seguo affascinato gli agili movimenti delle dita che piegano e ripiegano il foglietto, poi all’improvviso capisco: sta realizzando un origami, una di quelle figure che in Giappone vengono ottenute piegando la carta secondo criteri artistici estremamente impegnativi.  La probabile cliente è chiaramente nervosa, forse è meglio concederle il tempo di mettersi a proprio agio. I suoi occhi attenti e mobilissimi stanno passando in rassegna il mio studio. Vi scorgono il grande tappeto multicolore, un’allegra macchia di tinte bene assortite, che ricopre gran parte del pavimento; la fila di bassi scaffali allineati lungo un’intera parete, i cui cassetti ospitano ordinatamente fascicoli e schede di clienti; l’alto armadietto sistemato in un angolo, sul cui ripiano è adagiato un modellino di veliero  riprodotto con splendida cura; le due finestre esposte una a sud, l’altra a sud-ovest, sotto la quale troneggia un radiogrammofono risalente alla prima metà del secolo scorso; un tavolinetto occupato da una piccola scultura in legno e da una lampada dal paralume chiaro; una libreria di piccole dimensioni, stipata di libri, appoggiata alla parete più lontana; le tre poltroncine accuratamente disposte sul davanti della mia scrivania ricavata dal legno di  mogano, lucente ed ordinata con il suo bravo computer posizionato sul lato corto, a poca distanza da una finestra, la stampante e l’apparecchio fax, una cartella in cuoio collocata a portata di mano, una grossa agenda, un vasetto portapenne di passabile imitazione egiziana, il telefono, un vassoietto in metallo in cui ripongo all’occasione qualche pratica urgente…   

Trascorriamo almeno due minuti nel silenzio più assoluto. Io fisso lei che adesso fissa una vecchia stampa di ambientazione marinara alle mie spalle. Sto per parlare, ma lei mi precede ponendomi  una domanda con una voce bassa e rauca che stride parecchio con il suo aspetto dolce e curato:

“È certo di potermi aiutare?”

“Dipende dal problema, signora. E dalla soluzione che riusciremo a trovare”, rispondo ostentando una sicurezza che non provo affatto.

“Credo di aver ucciso mio marito”   è la replica strabiliante, buttata lì con l’aria leggermente distratta di uno che risponda ad un’imbeccata senza seguire troppo la conversazione. Ora nel mio studio si respira palpabilmente uno strano senso di disagio e di trepidazione.  Deglutisco a vuoto, avverto un curioso blocco alle corde vocali, poi riprendo il controllo di me stesso e nessuno indovinerebbe il tumulto che mi ha appena assalito ascoltando la voce perfettamente controllata con la quale mi informo:

“Crede?”

“Dopo tanto tempo, non sono più sicura di niente, signor Tucci. Io non ho mai parlato prima con anima viva di tutto quello che mi accingo a rivelarle e a lei chiedo appunto di aiutarmi a stabilire se sono colpevole o meno della morte di mio marito. È devastante, mi creda, aspettare che possa succedere qualcosa da un momento all’altro, vivendo a contatto con una paura spessa come nebbia d’ottobre.”

Il disagio avvertito poco prima non si è ancora dissolto del tutto. Questo dialogo mi spiazza ad ogni battuta. La Scattoni lascia cadere con incredibile naturalezza rivelazioni straordinarie con l’aria di conversare della mutevolezza del tempo durante il mese di marzo. Che cosa ha inteso dire, ad esempio, con l’espressione “dopo tanto tempo…”? Apro la bocca per chiederglielo e lei mi anticipa nuovamente:

“Tucci, forse è meglio che le racconti ordinatamente le cose dal principio perché mi accorgo di un certo suo disorientamento. L’episodio che mi ha portato a consultarla è avvenuto otto anni fa e...”

“Otto anni fa? Ha detto otto anni fa?”  - non sono riuscito a trattenermi, la domanda è venuta fuori mio malgrado - “E perché è venuta da me solo adesso?”.

“Perché è arrivato il momento di parlarne con qualcuno e un mio amico mi ha detto che lei nel suo campo è molto bravo. Lei non è quel tipo di investigatore privato che si incontra in un libro giallo, almeno a detta del mio amico, nel cui giudizio ripongo comunque molta fiducia. Ho deciso perciò di mettere la cosa nelle sue mani. Mi aiuterà?”

Mi accingo a rispondere, ma è destino che con quella donna io venga spesso bloccato con la bocca aperta nell’atto di parlare, come un pesce agganciato all’amo. Questa volta ad impedirmi di proferire parola è il cellulare della Scattoni che reclama attenzione presentandosi con le note arrembanti di un’aria della “Carmen”. La signora mormora una parola di scusa, pesca nella borsa l’aggeggio tumultuante, pronuncia una serie di “sì”, poi chiude la comunicazione, si alza e mi fa:

“Tucci, possiamo vederci domani? Adesso devo andare, per me si è fatto proprio tardi. Grazie, mi metterò d’accordo con la sua segretaria.” Senza aspettare risposta, mi tende la mano con un lievissimo accenno di sorriso, si volta e a passo svelto raggiunge la porta. Un attimo dopo nell’ufficio sono rimasto solo io. E neanche stavolta ho avuto il modo di parlare!

Gloria, la mia segretaria, si materializza sulla porta che collega il mio ufficio al suo e mi annuncia che il cliente pieno di soldi ha telefonato per disdire l’appuntamento. E adesso cosa faccio? Guardo fuori l’incipiente oscurità che sta lentamente avvolgendo la città. Sono appena le sette di sera, ma  su tutto incombe un cielo livido e ingombro di nuvole basse che rotolano con lenta indifferenza verso l’orizzonte, sospinte da un venticello tenace. Mi fermerò in ufficio ancora una mezz’ora, poi me ne andrò a casa. Allungo la mano per spegnere il computer e la porta del mio ufficio si riapre:

“Michele, ho in linea la tua cliente che vuole parlarti personalmente. Te la passo o le dico che sei già uscito?”

Gloria ha sulle labbra un leggerissimo sorriso divertito, ma io faccio finta di niente, non ho voglia di mettermi a discutere con lei che,oltretutto, non ha certo intenzione di offendermi. Ci diamo del “tu” per semplificare i rapporti,  ma i punti di contatto si fermano qui: lei è innamoratissima del suo personal-trainer ed io a casa sono atteso dalla mia vulcanica, imprevedibile, altrettanto innamoratissima Veronica, insegnante di musica.

“Va bene, passamela”.

Un attimo dopo, la graffiante voce della Scattoni raschia il mio timpano:

“Signor Tucci, volevo scusarmi per il modo in cui mi sono congedata e chiederle se le va bene ricevermi domani alle cinque. Speriamo solo che non piova…” e si interrompe con un sospiro che smuove la mia curiosità:

“Perché, signora Scattoni, che cosa succede se piove?”

“Mi chiami Adelina. Succede che io sarò uno straccio, una povera nevrastenica incapace di concentrarmi sul nostro problema. Ha mai avuto a che fare con un meteoropatico?”

“No, ma conosco i sintomi che accompagnano quello stato umorale. Speriamo proprio che non piova”.

“E speriamo. A domani, Tucci”

“Mi chiami Michele. Prima di chiudere, mi permetta di farle i miei complimenti. Lei sa intrecciare origami veramente pregevoli, come, ad esempio, un fiore dall’eleganza straordinaria.”

“Ah, ecco dove l’ho lasciato, lì da lei. Mi scusi, ma nei momenti di maggiore tensione mi ritrovo del tutto inconsciamente a modellare un origami.”

“Non se ne faccia un cruccio, Adelina. A me prende la voglia irrefrenabile di raccontare fiabe nei frangenti meno adatti, pensi un po’. Bene, la saluto. A domani.””

Che donna complicata, questa Scattoni!  Mi ritorna in mente una sua frase: “lei non è il tipo di investigatore privato dei gialli…” Se sapesse come è andata vicina al vero!

Il lavoro della polizia, e molto più quello di un investigatore privato, è ben diverso da un libro giallo. Nella realtà, la progressione di fatti non si incastra in uno schema prestabilito. Nel mio lavoro, quasi mai il punto culminante di ogni caso è la scoperta di un cadavere che dà, appunto, l’avvio delle indagini. Ma non da parte mia, perché il mio dovere consiste nell’avvisare immediatamente la polizia. Io non potrei permettermi, come accade spesso nei gialli, di tenere per me la notizia, di lavorarci sopra, di alterare il quadro d’insieme della scena l delitto per i miei scopi lavorativi: io posso solo affrettarmi a chiamare la sala operativa di polizia o carabinieri, segnalare la scoperta, fornire la mia brava testimonianza e poi farmi da parte. Io mi occupo, in genere, di casi normali, talvolta noiosi e banali, dove  non c’è nessun crescendo programmato: la suspense esiste solo nei film. Ci sono soltanto persone e moventi contorti, piccoli dettagli senza un preciso perché, coincidenze e imprevisti. Poi tutto si combina a formare una sequenza di eventi, ma non c’è mai una vera trama gialla. C’è solo la vita, qualche volta la morte, e nessuna delle due segue regole precise. E quando riesco ad arrivare in fondo, quando  risolvo un caso, la soddisfazione che mi invade è doppia perché nella vita reale bisogna faticare per ottenere un risultato positivo: è molto bello e comodo avere tutte le tessere di un mosaico che combaciano perfettamente, come succede nei gialli in cui l’autore gode di un completo controllo sui fatti. Basta, mi sto perdendo in vane elucubrazioni.

“Michele, io vado. Buona serata!”  - sorride Gloria, riaffacciandosi nella mia stanza.

“Ciao, buona serata a te.” - rispondo io, restituendo il sorriso.

Ho deciso, mi fermo altri dieci minuti poi me ne vado. Ma non a casa: mi è venuta una gran voglia di un pezzo di pizza e da Angelo hanno appena iniziato a sfornarla.

Dieci minuti dopo, puntualmente, chiudo tutto ed esco.

Roma comincia a vestirsi di luci. Cammino per circa duecento metri tra i mille rumori di una città perennemente sveglia e mi infilo nella mia pizzeria preferita. Circa tre quarti d’ora più tardi, ben zavorrato da tre sontuosi pezzi di pizza annaffiati da due birre alla giusta temperatura, mi trovo di nuovo in strada, incamminato verso casa. Arrivo che è ormai buio.

“Michele, è pronto! Ti ho chiamato in ufficio, ma non mi hai risposto. Dove sei stato? È tardissimo!” - prorompe Veronica, sbucando dalla cucina con un balzo.

“Ma che ore sono?”

“Le nove, stella. Sono le nove passate.”

La adoro quando mi chiama “stella”. Mi dà un bacio e mi spinge verso il tavolo apparecchiato. Non c’è nulla da fare, dovrò mangiare nuovamente, nonostante i tre pezzi di pizza. Mi siedo, le sorrido e tuffo coraggiosamente la posata nel piatto.  

Pomeriggio del giorno successivo. Adelina Scattoni è stata di una puntualità cronometrica e adesso è seduta di fronte a me. È tranquilla e rilassata, lo capisco dai movimenti lenti che compie, dal modo noncurante con cui poggia la borsa sulla sedia accanto a sé. Che sia anche merito del bel sole che illumina la città? Ma non c’è tempo per disquisizioni meteorologiche. Dopo i rapidi convenevoli di rito, entro immediatamente in argomento:

“Adelina, che cosa successe di preciso otto anni fa? Come si chiamava suo marito? Ieri non mi ha detto neanche questo.”

“Si chiamava Giovanni Masseroni, era un medico e lavorava presso l’ospedale «S. Filippo Neri», quello che sta dalle parti dell’Eur. Negli ultimi tempi litigavamo sempre più spesso, ma quel giorno fu peggio del solito e sempre per la solita ragione: era geloso e non voleva che lavorassi in un posto con così tanti uomini.”

“Quale posto?”

“Da oltre quindici anni sono l’assistente del direttore di un importante studio televisivo e devo ammettere che, tra colleghi di lavoro e frequentatori dello studio a vario titolo, di uomini  ne incontro effettivamente molti. Ma non ho mai avuto una storia con nessuno, glielo posso giurare. Io amavo mio marito e non sarei mai arrivata a lasciarlo se non mi avesse costretto praticamente lui, con la sua gelosia asfissiante e immotivata. Quella mattina l’avevo contattato sul cellulare  perché volevo che firmasse un documento relativo alla vendita della casa, di proprietà di entrambi, che avevamo al mare. Mi aveva dato appuntamento a casa sua, dove era appena arrivato dopo essere smontato dal turno di notte in ospedale. L’avevo trovato calmo e rilassato, anche se un pò stanco: oltre al lavoro notturno, infatti, si era dovuto fermare per ottemperare alle disposizioni della Direzione Sanitaria che aveva deciso, come faceva periodicamente, di obbligare i propri dipndenti a sottoporsi proprio quel giorno ad una serie precisa di controlli (prelievo di sangue, Rx, ECG ecc.). Avevamo chiacchierato del più e del meno per qualche minuto, poi io avevo spostato il discorso sulla firma da apporre  sul documento: Sembrava che tutto filasse normalmente e invece, all’improvviso, gli si  accese negli occhi la luce malevola che conoscevo così bene e cominciò ad insultarmi, insinuando che con i soldi ricavati dalla vendita della casa avrei avuto la possibilità di tenermi stretto qualche giovanotto, che chi sa con quanti uomini ero già uscita nel periodo in cui non stavamo più insieme…insomma il solito campionario di accuse squallide e false che mi gettava addosso ogni volta che ci incontravamo. Quella mattina, però, esagerò, tanto che a un certo punto mi afferrò per un braccio tentando di trascinarmi verso la camera da letto. Io reagii disgustata e l’allontanai con uno spintone. Lui  perse l’equilibrio, si afferrò ad un mobile per reggersi in piedi, ma cadde a terra, picchiando violentemente la testa sul pavimento e rimanendo immobile. Io ero talmente sconvolta e spaventata che, invece di soccorrerlo, scappai senza neanche guardarmi attorno. Dopo un paio d’ore trascorse a girovagare con la mente piena di supposizioni, ritornai in quella  casa: Giovanni era ancora lì, a terra, morto. Però non si trovava proprio nello stesso punto in cui lo avevo lasciato, come se, dopo essere riuscito a  rialzarsi, si fosse allontanato dalla soglia della camera,  per poi cadere di nuovo, vittima presumibilmente dell’infarto.”

 Adelina si interrompe. La voce trema e si spezza, gli occhi sono gonfi, tossisce. Sembra rivivere attimo per attimo quella tremenda esperienza. Le porgo in silenzio un bicchiere d’acqua, lei ne beve metà, poi me lo restituisce ringraziandomi con un cenno della testa. Io non apro bocca, aspetto che trovi la forza di andare avanti. Ieri mi ha detto di non averlo mai raccontato a nessuno e non faccio troppa fatica a crederlo.

“Chiamai il 118, poi la polizia. Arrivarono e Giovanni fu portato in ospedale, ma ormai era morto. Un dottore, un amico di famiglia, mi spiegò che mio marito aveva avuto un infarto e che, cadendo a terra, aveva picchiato violentemente la testa. Il colpo aveva provocato uno svenimento e per questo Giovanni non era stato in grado di chiedere aiuto. Per loro la ricostruzione dei fatti era plausibile, ma a me tutto ciò non bastava: io volevo sapere se lui era morto per la caduta o per l’infarto, se io ero responsabile della sua morte. Mi sono portata dentro questo peso per otto lunghi anni e adesso credo giunto il momento di provare a scoprire la verità. Michele, crede di potermi aiutare?”

“Adelina, probabilmente si è trattato di un brutto incidente, avrebbe dovuto subito raccontare alla polizia quello che era successo.”

“Al momento ebbi paura di chi sa quali conseguenze, poi il tempo passava ed io ero la giovane vedova da consolare. Nessuno mi ha mai chiesto niente e così, giorno dopo giorno, sono trascorsi otto anni da quella mattina. Ma adesso voglio togliermi dalla mente questo dubbio che mi è diventato insopportabile.”

“Adelina, c’è qualcuno che conosce questa storia?”

“Nessuno, io non l’ho mai raccontata a nessuno, glielo giuro.”
 Mi viene istintivamente da chiederle e  capisco che questa strada non porterà da nessuna parte, perciò passo oltre:.

“Adelina, mi dice  perché lei e Giovanni non vivevate più insieme? Sempre per colpa della  gelosia di suo marito? E le ripeto la domanda: è sicura che nessun altro sappia quello che è successo?”

Lei mi scocca una rapida occhiata indagatrice, distoglie lo sguardo, poi lo riporta sul mio viso, sospira come chi si senta ferito da sospetti immotivati e sbotta:

“Ma non ci sono persone che possano essere venute a conoscenza di quella storia! Io non ne ho mai parlato con nessuno, come devo dirglielo? Io non volevo certo che Giovanni morisse, anche se troppo spesso era carino e gentile con tutti, mentre con me si comportava in modo abominevole. Mi spiava, non potevo sorridere, non potevo truccarmi, non potevo parlare con nessuno. Un giorno mi fece una scenata tremenda perchè mi ero messa un paio di stivali neri che, secondo lui, erano osceni. Era sempre pronto a rovinarmi ogni divertimento, con uscite e commenti sgradevoli, se solo mi azzardavo a mostrare un minimo di interesse puramente amichevole verso un qualsiasi uomo. I nostri amici avevano capito la mia difficile situazione, ne sono sicura, ma nessuno di loro aveva osato intromettersi per paura di peggiorare le cose. Poi commisi il grande errore di confidarmi con una che consideravo un’amica. Le raccontai tutto, lei si mostrava molto dispiaciuta, mi ascoltava e mi rassicurava…e alla fine scoprii che si portava a letto mio marito! Inviperita e ferita nel profondo del mio animo, affrontai Giovanni e gli chiesi conto del suo vergognoso comportamento. Lui minimizzò, tentò di farmi credere che fosse una cosa senza importanza, assicurandomi che aveva rotto la relazione già da qualche mese perché quella si era messa in testa strane idee. Cercai allora lei, ma non riuscii a trovarla. Mi dissero che si era trasferita da Roma e da allora non l’ho più vista, nemmeno dopo la  morte di Giovanni.”

Il racconto di Adelina finisce qui. La donna si lascia andare contro lo schienale della poltrona e la sua posa denota una grande stanchezza. Sono convinto che mi abbia detto tutta la verità, adesso potrò cominciare davvero a muovermi. Mi manca solo un ultimo, fondamentale tassello:

“Chi era questa brava amica?” domando con voce tranquilla. Non voglio che la  mia cliente ceda alla sensazione di subire un pesante interrogatorio e perciò si rifugi nella difesa di un atteggiamento vago e reticente. Ma a me interessa che risponda perché sento che dalla sua risposta dipende la spiegazione di molte cose. Un’ombra passa negli occhi di Adelina, dura appena un attimo:

“Si chiamava, si chiama, cioè,  Emma Magnoni. È un’infermiera che lavorava nello stesso reparto di mio marito. Io l’avevo conosciuta alla festicciola che aveva dato il primario, lì nell’ospedale, per festeggiare la sua promozione a dirigente. Ricordo che  era stato proprio mio marito a presentarmela, insieme con altri suoi colleghi e colleghe. Mi era riuscita subito simpatica ed eravamo diventate amiche. Ci trovavamo ogni tanto fuori, per un caffè e quattro chiacchiere. Col tempo, io cominciai a raccontarle delle mie difficoltà coniugali, dei miei problemi con Giovanni, ma non avrei mai creduto che avesse il coraggio di pugnalarmi alle spalle tanto vigliaccamente. Mah, sembra che allora come oggi avessi ancora tanto da imparare.”

E su questa nota autocommiserativa, Adelina mi fa capire che ha davvero dato fondo ai suoi ricordi. Tira fuori lo specchietto dalla borsa, si scruta attentamente, poi si tocca il viso. Sembra lo faccia per accertarsi che siano davvero passati otto anni da quella tragedia. Mi rendo conto che devo distoglierla da quei pensieri negativi.

“Adelina, adesso ho qualche elemento in più su cui lavorare, ma non credo onestamente di poter raggiungere quella certezza che a lei sta tanto a cuore. Ci posso provare, però non le prometto niente, va bene?”

“Michele, io non mi aspetto miracoli, ma impegno sì. Ecco, le chiedo solo questo: si impegni seriamente per tentare di arrivare alla verità ed io mi riterrò soddisfatta.”

Intanto mi guarda con aria  fiduciosa e supplichevole, come una bambina che scriva una lettera a Babbo Natale, e quello sguardo la riporta indietro di tanti anni, regalandole un’illusione di ritrovata giovinezza. Di scatto si alza, ripone lo specchietto nella borsa, mi sorride, mi porge una mano morbida e fresca e stringe la mia forse un battito di ciglia più del necessario:

“Adesso vado, credo che per il momento non ci sia altro da dire. Abbiamo già sistemato l’aspetto economico, perciò anche da quel lato siamo a posto. Aspetto che mi chiami lei, ogni qualvolta si presenti qualche novità. Ed anche se non ci sono novità, se le fa piacere…”

Nei suoi occhi si accende un invito inequivocabile che dura un fugace attimo, poi l’ordinarietà della situazione riprende il sopravvento. Senza parlare, si volta, raggiunge la porta ed esce dall’ufficio.

Exit Adelina in tutto il fulgore della sua conturbante femminilità.   

Perché mi prende una voglia irresistibile di correrle dietro? Calma, mi conviene padroneggiare i miei insani impulsi. Non complichiamo una situazione già arruffata di per sé. Adelina è una bomba che ci mette niente ad esplodere, questo mi sembra di averlo capito con sufficiente chiarezza: quindi, caro Michele Tucci, coltiva il tuo orticello, nella fattispecie Veronica, e non invadere le proprietà altrui. A proposito, non ho mai avuto l’opportunità di scoprire se Adelina è libera o ha qualcuno. Anelli al dito non ne ho visti, ma ciò non vuol dire molto. Mi piacerebbe tanto accertarlo, però… Via, ecco che ricominci con le fantasie proibite! Concentrati sul lavoro, piuttosto.

Sulla porta si materializza Gloria:

“Michele, è arrivato il commendator Falcetti. Faccio passare?”

“Certo, fallo entrare”

Mi alzo in piedi e assumo un atteggiamento deferente. Falcetti è il cliente danaroso cui ho accennato e non voglio perderlo, tanto più che il caso prospettatomi è piuttosto semplice e comune: il vecchio commendatore ha perso la testa per una donna che ha almeno una quarantina d’anni meno di lui e vuole sapere se lei si comporta correttamente. Non bada assolutamente a spese e mi ha già versato un acconto consistente. Ecco perché la stretta di mano che gli elargisco è particolarmente calorosa, come l’intera l’accoglienza che gli riservo. Parliamo per circa mezz’ora, mi spiega ancora una volta, con pignoleria quasi maniacale, che cosa si aspetta da me, poi si accomiata con un’espressione malinconica e una frase che mi colpisce:

“Bene, si faccia sentire presto e speriamo che mi porti buone notizie…”

Poverino, ha davvero tanta paura che il mio intervento possa confermare i suoi peggiori timori e mi fa un po’ pena. Poi penso che per me è solo lavoro, che nella mia professione i coinvolgimenti emotivi sono deleteri, che lui poteva evitare di cacciarsi in una situazione del genere eccetera eccetera.

È giunto il momento di andarmene anch’io. Sento che nella stanza vicina Gloria sta rimettendo in ordine le ultime cose ed infatti ecco che la sua testa compare in uno spiraglio della porta:

“Michele, anche per oggi abbiamo finito. Io vado, trascorri una buona serata.”

“Ciao, Gloria, divertiti anche tu. A domani” - le rivolgo  un gesto con la mano, accompagnato da un bel sorriso.

Ma stasera ho tutto il tempo che voglio, posso tornare  casa all’ora che più mi aggrada. Veronica è andata a trovare sua madre a Frascati e si fermerà nella sua vecchia casa un paio di giorni.  Sento che mi manca e la chiamo sul cellulare. Parliamo a lungo, mi fa un sacco di raccomandazioni, ci scambiamo un po’ di quelle tenerezze che vengono naturali a qualsiasi età, poi la saluto e le prometto che non esagererò col cibo (lei, scherzando, la chiama “la sindrome dell’orfanello”: effettivamente, quando resto da solo mi fiondo su tutti i prodotti gastronomici che riesco a reperire in casa, neanche fossi un lontano discendente del conte Ugolino).

Spengo tutto ed esco. Ho deciso di andare a mangiare qualcosa in un ristorantino poco lontano dalla bella chiesa di Piazza di Spagna. Ma prima voglio godermi un po’ della dolce serata romana dall’alto della gradinata, imbevendomi del superbo panorama che si stende davanti agli occhi del visitatore. Appoggiato alla ringhiera, spazio con lo sguardo sulla monumentale scalinata che collega la piazza con la chiesa di Trinità dei Monti. La vista delle terrazze-giardino che decorano la grande scalinata, addobbate in primavera e in estate con numerosi fiori, è spettacolo da mozzare il respiro. Intanto ascolto il mormorio crescente del traffico serale e guardo le luci salire nel crepuscolo dorato di Roma. Scintillanti automobili passano accanto alla celebre fontana detta “la Barcaccia” che troneggia al centro di Piazza di Spagna, e svoltano tutte, insistentemente,  verso la luminosa via Condotti. Insegne rosse al neon, invitanti, martellano le ombre della sera che si addensano furtivamente; i finestrini gialli degli autobus sono gremiti di facce dirette in qualche luogo; sciami di motorini e qualche stanca carrozzella si infilano coraggiosamente nel fitto traffico, rifiutandosi di cedere un metro alle arroganti autovetture che reclamano a furia di clacson spazio riservato solo a loro. Ad un tratto mi sento l’unica persona sola tra la folla cittadina. È una sensazione strana, che mi coglie impreparato. Meglio che me ne vada a mangiare, a confondermi tra gli altri avventori nell’allegro brusio del ristorante.

Il giorno dopo mi metto a studiare il magro fascicolo delle notizie che ho raccolto sul “caso Giovanni Masseroni”. È obiettivamente poca roba, lo scarno racconto di quello che ha tutta l’aria di un incidente risoltosi in una tragedia. Tutto lascia presupporre che il marito di Adelina, sia davvero morto per un infarto e che la botta in testa non c’entri proprio nulla. Del resto, anche le indagini della polizia sono giunte alla stessa conclusione, come risulta dal referto stilato dal patologo. Io, allora, come entro nel quadro? Che cosa dovrei fare, trovare una verità diversa? No, domani contatto Adelina, le spiego che alla luce delle risultanze scaturite dalle indagini i fatti sono andati, senza il minimo dubbio, come riportato dai verbali ufficiali  e mi lavo le mani di tutta questa faccenda, di cui non avrei mai dovuto interessarmi.

Però l’ho fatto, maledizione!, e adesso non posso sperare di tirarmene fuori come se niente fosse,  anche perché il mio celebrato istinto, di cui ho imparato a non diffidare mai, mi sussurra che in tutto l’impianto conclusivo del fatto qualche nota stonata c’è.  Ho quindi il dovere, se non altro verso me stesso, di chiedere un po’ in giro, informarmi presso le persone giuste, bussare alla porta di chi, volendo, può mettermi in condizione di dare un’occhiata alla pratica che giace ormai nei meandri di qualche polveroso archivio. E la porta a cui bussare ce l’ho. Afferro il telefono e chiamo la Questura centrale, chiedendo del commissario Ciccone, un salace napoletano che nasconde un cervello di prim’ordine dietro un’aria perennemente ed ingannevolmente  sonnolenta. Scandisco il mio nome a beneficio di un centralinista dal tono inquisitorio,  attendo il collegamento per una manciata di secondi, odo dei rumori di fondo che non riesco a decifrare, poi mi raggiunge la voce placida del mio amico:

“Ciao, Sherlock, figuriamoci se non ti precipitavi a disturbarmi nell’unico momento di riposo che sono riuscito a procurarmi in tutta la mattinata! Comunque, non voglio che tu vada in giro a raccontare che ti ho trattato male: chiedimi quello che ti serve e poi sparisci, tanto la mia risposta è no in ogni caso.”

Faccio una risatina divertita che provoca un commento incomprensibile da parte del mio interlocutore, poi proseguo anch’io sulla linea dello scherzo:

“Dài, commissario, non venirmi a raccontare che hai difficoltà nel trovare il modo di rilassarti beatamente ogni volta che te ne prende la voglia. Scommetto che in questo momento sei spaparanzato nella tua poltrona, con i piedi allungati sulla scrivania, e stai sfogliando una rivista porno.”

La replica arriva velocissima e tagliente:

“Ragazzo, le riviste pornografiche servono a te che ormai hai la fantasia, e non solo quella, del tutto atrofizzata. Se proprio vuoi saperlo, mi hai interrotto proprio sul punto di risolvere un problema difficilissimo. Mi mancava solo il quattro verticale, poi avrei finito…Scherzo, per carità, tu sei così cerebroleso da credere davvero che io risolva le parole incrociate, invece di lavorare. Allora, perché  sei venuto a bussare alla mia porta col cappello in mano ancora una volta? Ti serve aiuto, non è vero, e allora a chi si va a rompere le  scatole? Al commissario Ciccone, naturalmente! Senti, facciamola corta. So che non mi lascerai in pace fino a quando non ti avrò ascoltato, perciò dimmi come posso aiutarti e cercherò di farlo. Ma ricorda bene: questa è l’ultima volta, giuro!”

“Caro Ciccone, tu sei la perla dei commissari, la vetta irraggiungibile della tua professione, praticamente il Vesuvio della polizia…dài, stavo scherzando, perdonami. Adesso ti dico perché ti ho disturbato. Il caso di Giovanni Masseroni, quel medico trovato morto circa otto anni fa nella sua casa sulla Nomentana, ti dice ancora qualcosa?”

Quando mi giunge di nuovo, la voce del funzionario è cambiata. Adesso è vigile, attenta.  Mi sembra di sentire il lavorio delle sue cellule cerebrali, mentre valuta la mia richiesta. Poi l’innata cautela professionale prevale e mi risponde con un’altra domanda, nel più perfetto stile poliziesco:

“Che cosa hai a che fare tu con il caso Masseroni?”

Svelto, Michele, rispondi. Ciccone è uno sbirro nato e se nota qualche titubanza o si mette in testa che tenti di nascondergli qualcosa, non ti mollerà più fino a quando non gli avrai confidato tutto, fino all’ultima parola. Per questo la mia voce è un capolavoro di noncuranza:

“Calma, Ciccone, non scaldarti subito, non esiste alcun mistero. Il fatto è che la moglie, dopo ben otto anni, non è ancora riuscita ad ottenere completa soddisfazione  dall’assicurazione e ha incaricato me di dare un’occhiata al fascicolo, nella speranza di accelerare i tempi del risarcimento che le tocca come vedova di Masseroni il quale, come forse ricorderai, era assicurato sulla vita.”

Questa è una solenne bugia e prego tutti i santi che Ciccone non scopra il bluff, altrimenti sono servito di barba e capelli. Ma il commissario non commenta e ciò mi dà il coraggio di continuare:

“Tutto qui. Ed è appunto questo il favore che vorrei chiederti: mi permetti di spulciare tra le quelle carte ormai in archivio, alla ricerca di qualche elemento utile per intraprendere qualche azione che smuova l’assicurazione?”

Intanto che parlo, tengo le dita annodate, non solo incrociate. Se Ciccone mi rifiuta il suo aiuto…Ma gli dei, oggi, marciano tutti al mio fianco. Con una breve frase, il mio amico mi fa comprendere che non intende opporsi alle mie  ricerche, a patto che per almeno tre anni non mi faccia più vedere dalle sue parti, nemmeno dipinto. Sono così sollevato per il buon esito della mia richiesta che mi sbilancio fino a dichiararmi debitore di una cena nei suoi  confronti. La domanda successiva, tra il sorpreso ed il sospettoso, che mi arriva dall’altra parte mi fa capire che ho commesso un errore:

“Ehi, addirittura una cena! Come mai mi sono meritato un ringraziamento così importante, visto che rischi una crisi isterica ogni volta che ti trovi a dovermi offrire un misero caffè?”

Maledizione, quest’accidenti di Ciccone ha le antenne sempre tese! Mi accingo a cancellare i suoi eventuali sospetti,  ma stamattina, evidentemente, il commissario non ha voglia di perdere  tempo con me. Liquida con un “vedremo” l’idea della cena, mi ammonisce ancora a rispettare le regole di procedura per la consultazione degli atti in archivio ed…archivia anche la mia presenza semplicemente sbattendomi il telefono sul muso. Senza neanche una parola di saluto.

Un’ora più tardi, dopo aver seguito tutta la trafila, sono seduto davanti ad una pesante scrivania nei sotterranei della Questura. Un tracagnotto e placido agente dallo spiccatissimo accento pugliese (mi aspetto che da un momento all’altro si metta a parlare come Lino Banfi),  mi ha consegnato la pratica richiesta e si è allontanato verso il fondo del locale, raccomandandomi di chiamarlo se avessi avuto bisogno di qualcos’altro. Nel corso delle successive due ore leggo, consulto, confronto, prendo appunti e finalmente posso considerarmi in possesso di tutti gli elementi riportati nel fascicolo. Adesso si tratterà di riordinarli ed esaminarli con calma, ma questa è cosa che potrò fare pacificamente nel mio ufficio. Piuttosto, c’è un ultimo aspetto della questione da portare alla luce e non posso assolutamente trascurarlo, visto che si tratta di un elemento di importanza vitale.

Trascorrono alcuni giorni che io impegno in accurate indagini. A mano a mano che sollevo veli su quel lontano episodio, i dubbi si moltiplicano, si accavallano, scompaginano certezze che credevo inoppugnabili e creano ipotesi nuove a getto continuo. Seguendo il labile filo  di una teoria alla quale mi sono sempre più affezionato, studio tutti i sintomi dell’infarto, le cause, le conseguenze e come sia possibile procurarne uno. Faccio ricerche su Internet, contatto un amico medico che mi aiuta a capire meglio.  Una o due volte sento Adelina, la metto al corrente dello sviluppo delle ricerche e la invito a pazientare in attesa di poterle presentare il quadro completo della situazione. Nessuno dei due accenna ad incursioni nel personale ed a me va bene così. Veronica è tornata, meglio non cacciarsi in tunnel pericolosi. Una sera, al ritorno da un viaggio dalle parti di Rieti, chiamo la Scattoni. Fuori c’è un’aria calda e pesante, gonfia di smog, che fatica a scendere nei polmoni. Quanto mi piacerebbe trovarmi sotto un albero nella pineta di Ostia, accarezzato dai refoli di aria proveniente dal mare. Il “pronto” roco di Adelina cancella qualsiasi illusione di paesaggi idilliaci.

“ Pronto, Adelina? Sono io, Michele, spero di non disturbarla. Senta, dovrei parlarle. Le va bene domani pomeriggio, diciamo alle cinque, qui nel mio ufficio?...Sì, si tratta del nostro caso…Sì, credo di esserne giunto a capo…Su, su, abbia un po’ di pazienza, domani ci vedremo e risponderò a tutte le sue domande…Va bene, a domani allora, alle cinque. Le auguro una buona serata.” E riattacco.

A casa, Veronica mi sta aspettando con una teglia di melanzane alla parmigiana e la sola idea di demolire una sostanziosa porzione di quel cibo degli dei mi strappa silenziosi ululati di puro piacere.

Il giorno dopo lavoro senza pause per tutta la mattinata, ricevo un paio di nuovi clienti, intasco un più che gradito assegno a chiusura di un caso, all’una mangiucchio qualcosa scegliendo con diffidenza nel contenuto non identificato di un vassoio che Gloria ha voluto a tutti costi correre a comprare  in un ristorante cinese a poca distanza dall’ufficio (come al solito, sono stato troppo debole per oppormi), schiaccio un pisolino allungato sulla mia poltrona e finalmente, dopo quello che mi è parso un pomeriggio interminabile, alle cinque e due o tre minuti mi lustro gli occhi alla vista di Adelina seduta di fronte a me, un’Adelina che mi sembra ancora più desiderabile dell’ultima volta, agghindata con gusto e personalità. Ma le sue concessioni alla mondanità finiscono qui. L’Adelina entrata oggi nel mio ufficio con aria freddamente efficiente è lontanissima parente della donna facile preda delle emozioni che ho conosciuto in precedenti occasioni. Stavolta è andato tutto diversamente. Introdotta da Gloria, mi ha gratificato di un saluto appena pronunciato e si è  diretta risolutamente alla poltroncina dei clienti, prendendone possesso quasi con spavalderia, senza nemmeno porgermi la mano. Si  è lisciata la gonna sulle ginocchia, ha stretto le mani intorno all’impugnatura della borsetta poggiata in grembo e mi  ha piantato in viso uno sguardo duro e guardingo,  sottolineato dalla caparbia determinazione assunta dalla sua deliziosa bocca. L’intero suo atteggiamento sembra spedirmi un messaggio inequivocabile: sono qui, parla. Ed io parlo:

“Signora Scattoni”, solo un involontario dilatarsi delle pupille ha tradito la sua sorpresa, sentendo che ero ritornato ai tempi in cui usavamo i cognomi per chiamarci. “Le ho chiesto di venire perché sono certo di essere arrivato a stabilire che cosa avvenne con precisione otto anni fa e non ritengo utile rimandare ancora le spiegazioni. Ormai i fatti principali sono stati ampiamente accertati, il quadro generale è delineato ed il mio dovere di professionista mi impone di presentarle un resoconto esauriente. È pronta ad ascoltarmi?”

“Signor…signor…Tucci, mi sbaglio?” che carognetta! Ha voluto ripagarmi con gli interessi del mio scherzetto di poco prima. “Signor Tucci, sono dieci minuti che aspetto di sentirla parlare. Sì, sono pronta ad ascoltarla.”

E così dicendo si appoggia con delicatezza  allo schienale della poltrona, mentre nei suoi occhi danza una piccola fiammella di malizioso divertimento.

“Bene, allora cominciamo.” dico io. E attacco con tutta la storia, partendo dalla visita negli archivi della Questura. Le racconto per filo e per segno i passi intrapresi onde arrivare ad un risultato concreto. Le spiego la necessità di certe ricerche e l’utilità investigativa di altre.

La guido nel mondo dell’anatomopatologia, sorvolando su particolari troppo scabrosi per una donna. Le illustro le tecniche impiegate per verificare alcuni aspetti della questione che promettevano sviluppi interessanti. Insomma, compongo a suo beneficio un quadro completo ed affascinante del lavoro svolto per presentarle un rapporto finale di suo assoluto gradimento. Lei mi ascolta con una concentrazione totale, senza mai interrompermi. Rapidamente termino:

“…E così, Adelina, posso assicurarle che lei non ebbe nessunissima responsabilità nella morte di suo marito, quella mattina di otto anni fa. Oltre al resto, parla il referto stilato dal medico che eseguì l’autopsia: tra l’infarto, sopravvenuto all’improvviso per cause naturali, e il colpo alla testa preso da Giovanni picchiando sul pavimento  non ci fu assolutamente nessuna corrispondenza.  Sono pienamente sicuro di quello che le sto dicendo e sono felice di farlo perché lei, da oggi, potrà  finalmente riappropriarsi della sua vita e viverla serenamente, senza paure e senza timori”.

Mi accorgo che non mi ascolta. Ha chiuso gli occhi e si dondola impercettibilmente avanti e indietro. Mi aspetto che da un istante all’altro dalle sue labbra erompa il sottile filo melodico  di una nenia tribale. La osservo immobile e trattengo persino il respiro, per paura di spezzare l’arcano. Poi è lei stessa a riportare entrambi alla realtà. Apre gli occhi, li lascia vagare brevemente sul soffitto, poi li abbassa con estrema lentezza e li fissa nei miei. Un sorriso aleggia sul suo viso quando mi chiede con un filo di provocazione:

“Facciamo la pace?”

“Certo, Adelina, ma le faccio notare che è stata lei a presentarsi a questo colloquio chiaramente condizionata da immotivato malanimo nei miei confronti. Perché l’ha fatto? Non mi viene niente in mente, per quanto mi sforzi, che giustifichi tanta ostilità. Vuole togliermi questa curiosità?”

“Ma niente, Michele, non ci badi: le ho già detto, credo, che io subisco molto l’influenza del tempo. Lasci perdere. Le chiedo scusa per il mio riprovevole comportamento, profondamente scusa. Piuttosto, è soddisfatto dal lato economico, oppure ci sono ancora delle pendenze da saldare?”

“No, no, quello che mi ha versato sin qui è più che sufficiente. Tornando al suo caso, spero che la  mia relazione l’abbia soddisfatta completamente. In caso contrario, se c’è qualcosa che non le è parso chiaro, basta che me lo dica e cercherò di eliminare ogni suo dubbio”

“Michele, non potevo sperare in un resoconto più chiaro ed esauriente, mi creda. Lei ha sistemato con maestria tutte le tesserine nella sequenza giusta, per usare un paragone legato al gioco del domino, fino a formare la figura prevista. Bravo, ha fatto davvero un ottimo lavoro e di ciò le sono sinceramente grata. E adesso, se permette, avrei un paio di faccende urgenti da sbrigare. È stato un piacere conoscerla, Michele. Se dovesse capitarmi, la raccomanderò più che volentieri ai miei amici.”

Così dicendo, si alza, stringe la mano che le sto tendendo, mi dedica un bel sorriso soddisfatto e si dirige alla porta. Aspetto che poggi la mano sulla maniglia, poi con voce bassa e piena d’intenzione sparo:

“Ho trovato Emma Magnoni.”

Come quattro semplici parole possono, a volte,  ricreare gli effetti dell’esplosione di una bomba!

Adelina si è irrigidita nell’atto di aprire la porta. Vedo le sue spalle abbassarsi per un attimo, poi il momento di cedimento è superato. Quando è nuovamente rivolta verso di me, la sua espressione è vagamente interrogativa e nei suoi occhi leggo soltanto una blanda curiosità:

“Emma Magnoni? E allora?”

Grande attrice! Che io abbia sbagliato l’intera ricostruzione dell’accaduto? No, non è possibile: l’ho ripassata mentalmente almeno un mezza dozzina di volte,  tutto filava liscio e ogni elemento era perfettamente incastrato al suo posto. Coraggio, Michele, dài il via all’ultimo atto di questa intricata storia. È tempo che cali il sipario su una vicenda vecchia ormai di otto anni.

“Venga, Adelina, venga a sedersi ancora per qualche minuto e ascolti la favola che voglio raccontarle. Se lo ricorda, vero, che a me piace narrare storie, come lei predilige costruire origami? Brava, si metta comoda, cercherò di non trattenerla a lungo. Posso offrirle qualcosa da bere?  No?! E allora non perdiamo tempo.

C’era una volta una bella signora, estremamente affascinante, che aveva avuto la sfortuna di innamorarsi di un uomo schiavo di uno di peggiori difetti che possano minare l’integrità di una coppia: la gelosia. Era una forma di gelosia eccessiva, ingiustificata, addirittura patologica, che spingeva l’uomo a dubitare continuamente della fedeltà della moglie. Questa gelosia morbosa era la causa scatenante di innumerevoli scenate in cui i toni di discussione si esasperavano e i sospetti di inesistenti tradimenti da parte della consorte spingevano il marito esacerbato a rovesciare sulla donna insulti ed offese vergognose. Questa penosa situazione va avanti per alcuni mesi, poi la moglie, ormai al limite della sopportazione, chiede ed ottiene la separazione. Lui va a vivere in un’altra casa, ma i rapporti tra i due continuano ad essere burrascosi, nonostante essi abbiano ormai poche occasioni di frequentarsi.

Ed arriviamo a quella mattina del sei giugno duemilaquattro, otto anni fa. La donna ha bisogno di vedere il marito per farsi firmare un importante documento e perciò si reca nella casa in cui egli abita dal giorno della separazione. All’inizio parlano normalmente, poi l’ennesima crisi di gelosia attanaglia l’uomo che accusa la moglie (dalla quale, si badi bene, non ha divorziato) della solita condotta scandalosa, anche in questo caso senza possedere la benché minima prova a sostegno delle sue farneticanti affermazioni. Stavolta egli sembra ancora più pericoloso, poiché ad un certo punto afferra la donna e tenta di usarle violenza. Lei reagisce vigorosamente, si divincola e, per liberarsi, dà un urtone all’aggressore che perde l’equilibrio, cade e picchia violentemente la testa sul pavimento, rimanendo esanime. Lei, spaventata, fugge. Dopo aver girovagato per un paio d’ore, decide di ritornare in quella casa. Va e trova il marito morto. Allora chiama il 118 e da quel momento prendono in mano la situazione sanitari e poliziotti. Seguono le doverosi indagini a trecentosessanta gradi, al termine delle quali la conclusione non lascia adito a dubbi: Giovanni Masseroni è morto a causa di un infarto.  Il colpo in testa è conseguenza della caduta sul pavimento e non ha influito minimamente sul decesso della vittima. Fine della storia e fine di ogni eventuale tentativo di costruire un mistero su un incidente. Che ne dice, Adelina, come sto andando?”

Lei non ha mai distolto gli occhi dai miei, durante questa lunga tirata. Appare calma, tranquilla e non la scuote neanche la mia domanda. Anzi, trova il modo di fare un po’ di ironia:

“Direi che sta andando molto bene. Purché non provi lei a costruire un mistero su un incidente…”

“Stia tranquilla, mi sembra tutto assolutamente trasparente. Le cose sono andate come hanno concluso gli investigatori e io non ho certo le capacità per ribaltare il verdetto emesso da professionisti competenti ed esperti. Per la verità, un paio di particolari da chiarire ci sarebbero. Ad esempio, perché non mi ha detto che la mattina dell’incidente lei è andata in ospedale?”

La guardo. Il suo viso è sbiancato sotto il trucco, assumendo infine una colorazione grigiastra. I suoi occhi sono diventati improvvisamente due pozze scure indecifrabili. Tenta di riacquistare in tutta fretta un minimo di disinvoltura, ma il colpo è stato duro e per qualche secondo non riesce a parlare. Adelina, tuttavia, è una combattente vera e non sarà facile metterla con le spalle al muro.  A prezzo di uno sforzo notevole recupera gran parte della sua presenza di spirito. Confeziona un sorriso passabile e rilancia:
“Ah, quella capatina in ospedale? Per essere sinceri, me ne ero dimenticata. Figuriamoci se, con tutto quello che è successo quella mattina, io potevo ricordarmi di essere passata in ospedale! Cosa vuole che le dica, sarò andata a cercare qualche collega di mio marito per chiedergli aiuto…Non dimentichi che avevo lasciato Giovanni disteso su un pavimento, privo di sensi.”

“No, Adelina, lei non aveva nessuna intenzione di chiedere aiuto, anzi nessuno doveva sapere che a suo marito era capitato un incidente, tanto è vero che nessuno, successivamente, si fece avanti per testimoniare di averne sentito parlare. No, il suo scopo era quello di farsi vedere da qualche suo conoscente che in seguito, presentandosene la necessità, avrebbe potuto ricordare che lei aveva chiesto se fosse possibile trovare suo  marito in ospedale. Stava già lavorando al suo alibi, tanto per intenderci.”

La donna salta su come se fosse stata punta da un intero alveare di api inferocite. L’ira  le contorce i lineamenti del viso,  che adesso è veramente brutto da vedersi, e l’impeto della rabbia è tale che non riesce quasi ad articolare le parole. Con un’espressione tra lo smarrito e l’infuriato, sibila :

“Lei ha investigato su di me! E per di più si permette di fare delle supposizioni inaccettabili!Ma si rende conto?  Mi viene a parlare addirittura di alibi, come se avessi qualcosa di innominabile da nascondere Lei è andato oltre i compiti che le avevo assegnato. A me premeva soltanto appurare se l’infarto di mio marito era sopravvenuto in seguito al colpo in testa: in tal caso, almeno moralmente, io sarei stata responsabile della sua morte. Il resto non mi riguardava e non mi riguarda tuttora. Ma forse è meglio che vada via, non ho intenzione di stare qui ad ascoltare i suoi vaneggiamenti”.

Si alza, infatti, ma io la blocco senza tanti riguardi:

“Stia seduta, per favore, a meno che non preferisca continuare questa nostra chiacchierata davanti al mio amico Ciccone. Non sa chi è? È un commissario di polizia, quello che mi ha permesso di consultare il fascicolo del caso di suo marito. Vuole che gli comunichi le conclusioni alle quali sono giunto, così dovrà vedersela con lui? Dia retta, mi conceda ancora un po’ di attenzione, io sono più comprensivo e tollerante di Ciccone.”

Se le occhiate velenose potessero uccidere, quella che Adelina lancia a me, prima di sedersi nuovamente, mi avrebbe tolto da questo mondo in meno di cinque secondi. Mi appoggio allo schienale della poltrona. Tento di mantenere un’espressione indifferente, ma dentro di me gongolo per la soddisfazione. Adelina ha accettato di fermarsi e di ascoltarmi: questo vuol dire che le interessa sapere quello che ho scoperto, ma soprattutto vuol dire che la mia ricostruzione dei fatti è corretta. Riattacco:

“Vede, Adelina, io ho cominciato a pormi delle domande nel momento stesso in cui lei è uscita dal mio ufficio, dopo avermi affidato un incarico che non si basava su alcuna considerazione logica. Lei mi aveva assunto perché voleva essere sicura di non avere alcuna responsabilità nella morte di suo marito: questa è la ragione che ha addotto. Ma una scusa del genere non regge, non regge affatto. Sono passati otto anni dal decesso del suo coniuge, nessuno l’ha mai disturbata con domande relative al caso e lei va a stuzzicare la sorte chiedendomi di investigare su un episodio che gli inquirenti hanno archiviato definitivamente otto anni fa? No, mi sono detto, la ragione che ha spinto la signora Scattoni ad assumermi dev’essere un’altra. E all’improvviso mi sono ricordato di una frase che lei ha pronunciato nel mio ufficio la prima volta che ci siamo incontrati.  Lei ha detto, parola più parola meno: “è devastante vivere aspettando che possa succedere qualcosa da un momento all’altro”. Là per là non ho dato peso a questa specie di amaro sfogo, poi la frase mi è tornata in mente e si è conficcata nel cervello. Che cosa temeva che potesse succedere da un momento all’altro? Che cosa mi aveva nascosto? Forse il fatto non era andato come me lo aveva descritto? In preda alla curiosità, ho cominciato a pormi delle domande, la più importante delle quali era: che fine aveva fatto Emma Magnoni, la donna che era stata per qualche tempo l’amante di suo marito? Sapevo che era infermiera, sapevo -me l’aveva detto lei- che lavorava nello stesso reparto di Giovanni ed allora mi sono recato in ospedale per chiedere informazioni. All’inizio, le mie domande hanno collezionato solo risposte evasive, nessuno sembrava volersi sbottonare; in genere, si trinceravano tutti dietro il classico “non ricordo”. Finché non ho avuto un colpo di fortuna. Un vecchio portantino, al quale avevo raccontato che ero l’impiegato di un notaio e che cercavo la Magnoni per comunicarle di avere ricevuto in eredità una rispettabile somma di denaro, mi ha detto che Emma si era da diversi anni licenziata dall’ospedale ed era ritornata a vivere nel suo luogo  d’origine, in provincia di Rieti. A quel punto, rintracciare la Magnoni è stato un gioco. In paese ho saputo che viveva con sua madre e che lavorava presso una Casa di riposo per anziani del luogo. L’ho incontrata, mi sono presentato e, dopo aver superato qualche comprensibile resistenza, sono riuscito a convincerla a concedermi un po’ del suo tempo per rievocare i vecchi tempi trascorsi nella Capitale. Sono venuto così a sapere che Emma aveva lasciato il suo lavoro a Roma perché le ricordava troppe esperienze spiacevoli ed era tornata a vivere nel suo paese natale. Aveva saputo della morte di Masseroni, ma neanche in quella occasione era ritornata a Roma. Come per caso, avevo allora portato il discorso su di lei, Adelina, ed immagini la mia sorpresa quando Emma, tra una chiacchiera e l’altra, mi aveva confidato che in passato l’aveva conosciuta abbastanza bene perché per un certo periodo aveva frequentato la casa in cui abitavate lei e suo marito, prima della separazione. Ricorda quale ne era il motivo, Adelina?”

Interrompo la mia rievocazione, attendendo una risposta dalla mia ospite, ma onestamente capisco di presumere troppo. Lei neanche mi guarda, ha assunto un atteggiamento rigido e scostante e così proseguo:

“Emma Magnoni veniva a casa sua per praticare un’iniezione giornaliera a sua madre, sofferente di dolori ad una spalla. A lungo andare, la sua curiosità l’aveva portata ad impadronirsi della tecnica  necessaria per effettuare le  iniezioni e ben presto lei era stata in grado di azionare con buona padronanza una siringa, tanto che prima della fine della cura  lei aveva sostituito la Magnoni nel fare le iniezioni a sua madre. Ecco dove aveva conosciuto Emma Magnoni: a casa sua, altro che in ospedale durante una festicciola, come lei mi aveva raccontato! A quel punto, tutta la faccenda si presentava decisamente sotto una luce nuova e i particolari che andavo raccogliendo puntavano infallibilmente nella sua direzione.”

La Scattoni ha lo sguardo fisso sulla finestra più lontana e non muove un muscolo. La sua immobilità è impressionante. Il suo viso, che mi si presenta di profilo, esprime un misto di amarezza e di profonda stanchezza, come se stesso rivivendo che cosa accadde quel giorno e quel che vede non le piacesse affatto. Capisco che è inutile insistere con le domande, in questo momento Adelina non mi risponderebbe.  Decido di mettere tutte le carte in tavola:

“Il dottor Giovanni Masseroni è morto otto anni fa, nella sua casa, a causa di un infarto. Questa fu la conclusione alla quale pervennero, all’epoca, i medici chiamati ad esprimersi sul caso. Per loro era tutto plausibile, non c’era motivo di pensare il contrario. Il segno di un colpo alla testa, conseguenza di una caduta accidentale sul pavimento, fu considerato privo di rilevanza penale da parte degli inquirenti. Ma perché un uomo giovane e sano muore d’infarto? Quale fu la vera causa che provocò l’infarto a Giovanni? Forse uno spavento? Forse un’arrabbiatura solenne? Non è mica così facile morire d’infarto, sa? Ma sono sicuro che lei lo sa, così come sa che è possibile provocare un infarto iniettando nelle vene del malcapitato qualche micidiale veleno. Vogliamo dire, che so, un paio di fiale di digitale, inoculate velocemente e in dose adeguata?”

La signora ha sussultato vistosamente,  come chi è richiamato alla realtà da un forte rumore improvviso. Ma non mi guarda neanche in questa occasione. Sospiro e riattacco:  

“ Vede, Adelina, ho imparato un mucchio di cose sugli attacchi di cuore, negli ultimi tempi, grazie soprattutto alle informazioni che mi ha fornito un gentile e preparato  dottore mio amico, un vanto indiscusso della sua professione. Il valente medico mi ha spiegato che la digitale è una pianta erbacea che contiene alcune sostanze, come la digossina o la digitossina, molto adatte a combattere forme di insufficienza cardiaca;  le stesse sostanze, tuttavia, possono causare seri problemi, addirittura l’arresto cardiaco, se assunte in dosi eccessive e ravvicinate. Vediamo allora se riesco a ricostruire correttamente che cosa accadde realmente quella mattina. Suo marito è a terra, svenuto. Lei è sconvolta, furiosa e ad un tratto nella sua mente si fa strada un’idea pazzesca: e se me ne liberassi una volta per sempre? Io credo che non fosse la prima volta che immaginava di eliminare suo marito. Penso che all’inizio le sia apparsa piuttosto una fantasia;  poi, lentamente, ci si è baloccata, l’ha sviluppata, ci ha rimuginato finché non ne è stata posseduta.  E quella mattina ha ritenuto che il momento giusto fosse arrivato. Si ricorda che suo marito le ha raccontato che qualche ora prima ha subito un prelievo di sangue da donare ad un ragazzino gravemente ferito per una caduta dal motorino. Si accosta allora al dottore inanimato, gli scopre il braccio e si accorge che il forellino prodotto dall’ago è ancora perfettamente visibile. Che fortuna, avrà pensato, non devo neanche lasciare le pericolose tracce di un secondo foro. Lei ha imparato a praticare le iniezioni e durante i tanti anni trascorsi al fianco di un dottore ha certamente avuto l’occasione di sentir parlare di sostanze innocue in condizioni normali, ma estremamente pericolose se impiegate in situazioni a rischio. E una robusta dose di digitale può diventare letale se iniettata in vena in circostanze particolari.  A questo punto il destino di suo marito è segnato. Lei fruga nella borsa di Giovanni, che è sempre svenuto, trova le due fiale di farmaco che le servono per attuare il suo piano e le inietta nella vena del dottore, avendo la massima cura di far passare l’ago attraverso il forellino del prelievo di sangue al quale la vittima si era sottoposta qualche ora prima. Io credo che sia davvero difficile fare un’iniezione nello stesso identico punto nel quale ne è stata fatta un’altra, ma non per lei…scommetto che era bravissima nell’usare aghi! Con un sangue freddo straordinario,  attende che la digitale faccia effetto e prepara la scena per l’ultimo atto della recita. Esce non vista da casa (nel palazzo non c’è portiere), perde un po’ di tempo bighellonando in giro, fa un salto in ospedale per imprimere nella mente di qualche futuro, prezioso testimone che lei era andata a cercarvi suo marito, poi torna a casa di Giovanni. Suona ripetutamente il campanello, si agita quanto basta per attirare l’attenzione di qualche condomino, racconta che comincia ad essere preoccupata perché la macchina di Giovanni è parcheggiata regolarmente lungo il marciapiede, ma lui non dà segni di vita…finché qualcuno dei presenti, suggestionato a sua volta, non dice che forse è opportuno avvertire i carabinieri. A quel punto è fatta. Arrivano i carabinieri che entrano e trovano suo marito a terra, morto. Arriva il medico legale, arriva la scientifica e qui la palla passa agli investigatori. Indagini, accertamenti, i doverosi interrogatori condotti quasi per dovere d’ufficio  e alla fine arriva la conclusione dei periti: Giovanni Masseroni è stato stroncato da un infarto. La commedia è finita, cala il sipario.”

Adelina sta fissando le mani raccolte in grembo. Dopo una lunga pausa di silenzio,  parla e mi spiazza ancora perché non cerca di difendersi, non mi dà del visionario o del racconta-frottole. Chiede soltanto, con la massima semplicità, senza sollevare lo sguardo:

“Che cosa ha intenzione di fare?”

Le decisioni istintive sono uno specchio del carattere, creano eroi o macchiette. L’istinto si esprime in uno di quei momenti in cui il pensiero è un riflesso, un distillato di esperienza e di personalità: fai quello che sei, quando la crosta delle finzioni si infrange e i sentimenti veri e reali vengono fuori come lava. Ci sono certe linee di condotta, comportamenti istintivi che, come riflessi condizionati, ubbidiscono ad un impulso al di fuori di ogni  ragionamento.  Metti istintivamente, un piede nell’uscio che si sta chiudendo e non pensi che la porta potrebbe stritolartelo. Ti affanni a proclamare la tua innocenza, dopo che un’approfondita disamina dei fatti ha sparso una marea di prove sulla tua colpevolezza, e non ascolti la ragione che ti sussurra: hai torto, smettila. Niente da fare, segui il tuo istinto e aspetti di vedere dove ti porta. Così faccio io, mentre soppeso mentalmente la domanda di Adelina. Poi rispondo e so già che sto imboccando la via sbagliata…ma ignoro la voce della ragione e mi abbandono, con piena soddisfazione, al mio istinto del momento:

“Io? Proprio nulla, stia tranquilla. Che cosa dovrei fare, andare alla polizia, chiedere di riaprire il caso? E sulla base di quali elementi? La sua abilità nel fare le iniezioni, le mie fantasie? Otto anni fa furono svolte delle indagini da parte di uno stuolo di esperti che si conclusero con un verdetto di morte accidentale. Perché dovrei smuovere le tranquille acque che ricoprono persino il ricordo di Giovanni Masseroni? Lei è vissuta per otto anni nel terrore che qualcuno giungesse alle mie stesse conclusioni e alla fine, quasi volesse sfidare il destino, si è rivolta ad un investigatore per sentirsi tranquillizzare definitivamente. Lei mi ha pagato perché le confermassi, dopo aver esaminato le risultanze investigative, che suo marito era morto d’infarto e non a seguito del colpo alla testa ed io l’ho fatto. Che poi le sue vere intenzioni andassero in una direzione del tutto diversa, è fatto che riguarda esclusivamente la sua capacità di resistenza al rimorso. Il caso è chiuso, nessuno ha intenzione di riaprirlo. Lei può vivere tranquilla…per quanto la coscienza possa concederglielo. Addio, Adelina, non credo che ci vedremo ancora”.

La signora Scattoni si è pesantemente alzata dalla poltroncina. Il suo volto, così sapientemente truccato, si è trasformato, appare contratto, distorto, ha mutato espressione. La maschera di Adelina si è sfaldata, come quando una frana cancella lentamente il profilo di una parete montagnosa. Si avvia alla porta, la apre e un attimo dopo è scomparsa dalla mia vista e dalla mia vita. Esalo un lungo respiro, cambio posizione sulla sedia, sbircio nell’agenda…ma è tutto inutile: la vocina che mi sta parlando da una manciata di secondi non ha alcuna intenzione di smettere. Anzi, si fa sempre più decisa ed aggressiva:

“Bravo, complimenti, hai fatto davvero un buon lavoro! Ti tuffi nelle ragnatele di un caso risalente a otto anni fa, chiedi, scavi, cacci il naso a destra e a sinistra, appuri finalmente come è morto davvero il dottor Masseroni e che fai? Ti guardi bene dal cercare il tuo amico Ciccone per metterlo al corrente di ciò che hai scoperto perché ti sei messo in testa di atteggiarti a giustiziere solitario, di applicare anche tu, per la prima volta nel tuo mestiere, un tipo di giustizia che hai sempre dichiarato di detestare: la giustizia fai da te. Hai deciso di comportarti come certi investigatori della letteratura poliziesca americana, che ogni tanto si travestono da giudice e da giuria ed emettono la sentenza che più gli aggrada, infischiandosene dei sacrosanti diritti della giustizia? Allora Adelina aveva torto, quando ha detto che non ti credeva il tipo dell’investigatore americano di carta stampata. A proposito, se Adelina fosse stata una donnetta scialba, bruttina,  con il sex-appeal di un ramarro, avresti fatto lo stesso il bel gesto? Ti saresti…”

“Basta così, mi hai davvero stancato!” – sbotto con tanta veemenza  e sono talmente irato che la vocina tace di colpo – “Se la cosa può farti piacere, ti dirò che hai indovinato. Mi è venuta improvvisamente voglia di sostituirmi alla legge. Io ho svolto il mio lavoro a fondo, io ho scoperto la verità, io ho deciso che non dovevo assolutamente nulla a tanta gente che aveva affrontato il caso con supponenza e superficialità, trascurando le più elementari regole dell’investigazione. Risultato: ho voluto pronunciare anche la sentenza e mi sono assicurato che venisse eseguita. E con questo, sul caso scende definitivamente il silenzio.”

Faccio un po’ di spazio sul ripiano della scrivania e vi appoggio i piedi, pesco da un  cassetto una bottiglia di bourbon ancora intatta e un bicchiere di carta, inclino la poltrona all’indietro, cerco (invano) di assumere la mitica espressione virile e disincantata di Humphrey Bogart nella parte dell’investigatore che ogni tanto adatta le regole alle sue convinzioni personali e butto giù tutto d’un colpo un robusto sorso di liquore, proprio come un bravo americano di celluloide. Ma io sono un romano delicato, accidenti!, e la prodezza mi strozza in fiato in gola, col bel risultato di ridurre ad una specie di orrendo gracidio il brindisi elevato in onore della  mia giustizia privata.

 

Rocco Tedino 

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Prendetevi il tempo di leggere la mia breve testimonianza potrebbe essere utile per te.<br /> Ciao<br /> Il mio nome è fede. Voglio condividere questa breve testimonianza con i buoni popoli di questo mondo. Potrebbe essere utile a voi in un modo o nell'altro. Questa è la mia storia.<br /> Mio marito pensa che la poligamia non sia sbagliata, era occupato da un'altra ragazza per l'ultimo anno, e gli ho detto che deve fermarsi, ma mio marito ha detto di essere innamorato di lei e ha anche parlato di essere insieme con lei per sempre. Mio marito ama me e i ragazzi tanto fino a quando non venga in acero con questa signora, mio ​​marito ha pentito di entrare in questo rapporto con la signora in primo luogo, ma non è disposto a rompere con lei e se rompe - con lei, non ci sarà nessun altro rapporto tra me e sua moglie ei suoi figli. Un giorno mentre stavo attraversando internet in cerca di lavoro, ho visto diversi esempi di come questo padre spirituale abbia aiutato le persone con il loro problema di relazione.<br /> Uno di loro ha detto che lo ha aiutato a guarire la sua malattia, l'altra ha detto che l'ha aiutata a rimanere incinta dopo 11 anni di essere senza figli, e ho visto un'altra donna che ha detto di aiutarla a salvare il suo matrimonio e ottenere un buon lavoro. La caduta di questo grande padre di posta elettronica.<br /> Ho deciso di provarlo e lo ho contattato nella sua email: dregbosolutioncenter@gmail.com questo grande padre mi ha detto che mio marito era sotto l'incantesimo della signora. Ma sarà in grado di rompere l'incantesimo.<br /> Che era come abbiamo stabilito la preghiera e il lavoro, alla mia soppressione, mio ​​marito ha concluso il rapporto con la ragazza entro 48 ore e lui è tornato da me e si è scusato per ogni cosa che ha fatto e ha chiesto il mio perdono.<br /> Gli amici rimangono in silenzio, perché dicono che "un problema condiviso è un problema metà risolto". Ma dico un problema condiviso con questo grande padre, perché è un problema di risolvere definitivamente "perché qualcuno come questo padre ha una soluzione a tutti i tuoi problemi, Non importa il problema, contattarlo nella sua posta elettronica privata: dregbosolutioncenter@gmail.com<br /> Ora vivo felicemente con mio marito e con i miei due bambini meravigliosi, e anche il padre mi ha detto che potrei anche contattarlo per trovare soluzioni in uno dei seguenti problemi:<br /> (1) vuoi che il tuo ex indietro.<br /> (2) Avete sempre degli incubi.<br /> (3) Da promuovere nel tuo ufficio<br /> (4) Volete un bambino.<br /> (5) Vuoi essere ricco?<br /> (6) vogliono mantenere tuo marito / moglie solo per te.<br /> (7) hai bisogno di assistenza finanziaria.<br /> 8) Vuoi dominare il matrimonio?<br /> 9) Sarai attratto dalle persone<br /> 10) L'assenza di bambini<br /> 11) avere un marito / WIFE<br /> 12) cura per qualsiasi malattia.<br /> Contattare oggi il baba e sarai felice di averlo fatto. E-mail: dregbosolutioncenter@gmail.com<br /> GRAZIE PER IL TUO TEMPO...
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