Il basso arco d’ingresso, che connota elegantemente le caratteristiche architettoniche dell’intero palazzo, sembra far da cornice al piccolo atrio sul quale si affacciano le tre vetrine che espongono alcuni degli articoli più belli ed interessanti tra i tanti di cui è fornito il negozio. La vetrina di sinistra è interamente dedicata alla mostra di alcuni tipi di morbide e delicate calzature, dalla fattura originale e diversificata, Sul ripiano in alto, accanto ai vivaci e colorati “scarpets” in lana cotta (tipo di lana infeltrita artificialmente) si pavoneggiano gli ”scarpets” di pura razza carnica, inconfondibili nella semplicità del loro guscio di carezzevole velluto impreziosito dal candido ricamo di una stella alpina. Due dei ripiani sottostanti ospitano un tenero assortimento di magnifiche scarpine per la prima infanzia, rosse, rosa e bianche. Calzature da casa e da riposo, dall’aspetto caldo e comodo, occupano un’altra sezione della vetrina, la cui parete di fondo è costituita da uno specchio che rimanda, raddoppiata, l’immagine di ciascuno di quegli oggetti e quando, d’estate, cattura un raggio di sole che rimbalza dalla strada li bagna di una luce dorata. Le altre due vetrine, allestite ai lati dell’ingresso del negozio, ammiccano al passante con la loro distesa di bellissimi maglioni norvegesi, intessuti nella lana finemente ricamata, e di altrettanto stupendi maglioni di ispirazione tirolese, il cui stile di confezione predilige i ricami fatti a mano. Per conferire un ulteriore tocco estetico a tutto l’insieme, si è adottato l’accorgimento di accompagnare gli articoli esposti nelle tre vetrine con pregevoli manufatti raffiguranti befane in costume carnico , rugosi e simpatici gnomi scolpiti in una resina speciale dai colori sobri e brillanti, bambole in porcellana agghindate nei deliziosi costumi tirolesi. Ci accingiamo a gettare un’occhiata all’interno del negozio, allorché la nostra l’attenzione è attirata da una sottilissima targhetta recante una scritta in lettere dorate: c’è scritto “ La Cruna di Silva”. Fulmineo, un interrogativo si presenta alla mente curiosa: perché quel nome, “La Cruna”? Che attinenza può avere il foro dell’ago attraverso cui passa il filo con i capi di abbigliamento, l’oggettistica da regalo, le calzature, gli articoli da pelletteria che riempiono gli scaffali della rivendita? È la stessa Silva a spiegarcelo e noi lo raccontiamo a voi. Ma per farlo, dobbiamo volare a ritroso nel tempo fino a riportarci negli anni ‘30 ed allora, a quel punto, tanto vale ripercorrere nei tratti essenziali le vicende che, nell’arco di una cinquantina d’anni, hanno portato quel locale ad essere in origine una merceria, poi una merceria-sartoria, in seguito un negozio di parrucchiera, indi un magazzino, fino a trovare definitiva destinazione nell’impiego attuale.
Siamo alla vigilia della seconda guerra mondiale. Valentino Muser, il papà di Lino, decide che è arrivato il momento di ingrandire giro d’affari e dimensioni volumetriche della merceria sorta un paio di decenni addietro nella vecchia cabina della teleferica (quest’ultima sorgeva dove attualmente è sita la merceria di Lino, anzi è stata inglobata nel suo perimetro) e così trasloca in uno dei locali a pianterreno della casa di cui egli detiene la proprietà insieme con il fratello, Donato Muser. Per arrotondare il magro bilancio familiare, Valentino intraprende, parallelamente alla gestione della merceria, anche l’attività di sarto… ed ecco spiegato l’arcano della scelta di Silva di chiamare il suo negozio “La Cruna”! Però non fermiamoci a considerare conclusa qui l’escursione nel passato e continuiamo a scoprire le vicende legate a quello stanzone.
La merceria-sartoria di Valentino va avanti per più di vent’anni, grazie anche all’impulso ad essa fornito da Lino che dal 1954 aveva affiancato suo padre nel mestiere di sarto. Ben presto, tuttavia, sorgono le prime difficoltà legate al bizzarro “trend” che hanno preso gli affari dei due: il problema non è la mancanza di lavoro, anzi di quello a volte ce n’è anche troppo!, quanto piuttosto l’abitudine, invalsa nella maggioranza dei clienti, di richiedere a credito merci e lavori di sartoria. Quando la lista dei soldi da incassare supera ogni tollerabile decenza, e le difficoltà economiche crescono di pari passo, Lino se ne va a lavorare all’estero, sposa la sua Nandina e torna a Timau alla morte del padre, nel 1964. Qui però scopre che la merceria ha nuovamente cambiato posto: è tornata praticamente dov’era nata, anche se adesso è stata allestita in un ampio salone che funge da pianterreno della casa che Valentino e sua moglie Giovanna avevano da poco iniziato a costruire.
A questo punto della storia entrano in scena Silvio Mentil e sua moglie Alda, i genitori di Flavio e di Assunta, che acquistano la porzione di casa in cui si trova il locale in argomento e lo adibiscono a magazzino della mercanzia di generi diversi che la loro giovane figlia spostava giù a Timau dal negozietto da lei avviato a Monte Croce all’incirca nel 1960: all’approssimarsi della stagione invernale, infatti, Assunta chiudeva il negozio di Monte Croce e ritornava a vivere in paese. In primavera sarebbe nuovamente risalita al Passo per riprendervi l’attività commerciale (da notare che così facevano, ed ancora fanno, tutti i timavesi impegnati nel terziario a Monte Croce). Nel 1970, il locale diventa un negozio di parrucchiera per signora, gestito da Mirella Casali, la quale vi svolge il suo lavoro fino al 1975, poi trasloca altrove.
Torniamo definitivamente a Silva, per seguirla fino all’apertura del negozio “La Cruna”. Nel 1971, Silva sposa Flavio Mentil. L’anno dopo nasce Massimo e la giovane donna si divide tra la cura della famiglia e la collaborazione saltuariamente fornita a sua suocera Alda nella conduzione di un piccolo negozio, aperto qualche passo più in là del “nostro” locale, che la signora gestisce insieme con il marito Silvio, il quale vi svolge anche attività di calzolaio. Ma Alda, nel periodo estivo, sale quasi ogni giorno a Monte Croce per accudire al locale avviato da sua figlia Assunta nei primi anni ’60, come detto un po’ più sopra. Ed è proprio Alda ad offrire, involontariamente, a Silva l’occasione per entrare nel mondo degli affari dalla porta principale. Una mattina la donna si sente male, non ha la forza di raggiungere il negozio sui monti e Flavio prega Silva, sua moglie, di sostituire mamma Alda a Monte Croce. Siamo nel 1974. Silva affida il piccolo Massimo alle cure di sua madre Maria e sale al Passo. Il primo impatto di Silva con i compiti di venditrice è a dir poco paralizzante: abituata a parlare quasi esclusivamente in friulano ( e, ovviamente, in italiano) la giovane si trova improvvisamente immersa in un mondo in cui predomina il tedesco, considerato che il traffico turistico di maggior spessore è fornito da Austria e Germania. Silva, però, non ha intenzione di gettare la spugna senza neanche combattere, a costo di annotare su piccole montagne di bigliettini le frasi in lingua alemanna più ricorrenti nelle contrattazioni di compravendita e ricorrervi ogni qual volta se ne presenti il bisogno! La cosa buffa è che Silva fa proprio così: scrive, prende appunti, memorizza, si allena nel perfezionare la dizione e in pochissimo tempo mostra di aver fatto dei progressi strabilianti nei contatti con la clientela di idioma germanico. Se la lingua le aveva procurato problemi non indifferenti, non è la stessa cosa per l’organizzazione e la gestione mercantile del negozio perché in quel campo Silva può vantare una robusta esperienza iniziata quando lei era addirittura una bambina. Il papà Renato e lo zio Beppino, infatti, gestivano il grande emporio Primus che a Timau era frequentatissimo, perché offriva una gamma di prodotti molto vasta nei campi più svariati del commercio. Silva, compatibilmente con i suoi impegni scolastici, trascorreva moltissimo tempo nel negozio (ricorda, ad esempio, che all’età di circa otto anni veniva chiamata a riordinare i cassetti in certi settori del supermarket) e quindi aveva sviluppato sin da giovanissima l’abitudine a trattare con i clienti. A diciotto anni, poi, era anche andata a Tolmezzo ad aiutare il mai dimenticato fratello Danilo nella gestione del suo negozio di abbigliamento. È logico, perciò, che nel giro di un paio d’anni il negozio di Monte Croce, sotto l’impulso organizzativo di Silva, si trasformi radicalmente. Viene notevolmente incrementato il numero degli articoli in vendita; se ne seleziona più attentamente la qualità ed il rinnovo del parco-merci viene di volta in volta eseguito subordinandolo alle preferenze dei clienti, evitando così di affastellare nel locale oggetti di difficile smercio che otterrebbero soltanto lo scopo di intasare gli spazi a scapito dell’ordine.
Anche Silva, dunque, è entrata a tempo pieno nell’attività di gestione di un negozio. D’estate lavora a Monte Croce, in autunno trasporta gran parte della mercanzia a Timau, stivandola nel famoso locale adibito a deposito e d’inverno, parallelamente ai sui impegni di madre e di moglie, aiuta sua suocera Alda nel negozio in paese.
Siamo arrivati all’inizio degli anni tra il 1980 e il 1990. Nel corso di quel decennio, Flavio e Silva iniziano la ristrutturazione della loro casa, quella comperata da Silvio e Alda (ricordate?) più di vent’anni prima. Viene costruito l’arco che incornicia l’ingresso all’abitazione dei due sposi e nello stesso tempo si pone mano alla sistemazione dello stanzone che fino a quel momento è servito come deposito-merci. Rapidamente vi si operano le acconce riparazioni e le trasformazioni mirate a ricavarne una bottega, finché nel 2000 i lavori esterni ed interni sono conclusi.
È nato il negozio “La Cruna di Silva”. Non ci resta che accedervi e visitarlo.
La prima occhiata circolare comunica immediatamente la sensazione di essere entrati in un locale di attività commerciale in cui garbo ed eleganza di esposizione della merce si sposano perfettamente con l’alto livello qualitativo degli articoli mostrati. Le pareti sono rivestite di scaffali alti e stretti, con ripiani piccoli e sapientemente occupati da pochissima roba, spesso anche da un solo articolo: l’accorgimento, lungi dal trasmettere l’idea di scarsa consistenza del lotto di mercanzie offerte dal negozio, esalta la visibilità dei pezzi esposti, a tutto vantaggio dell’acquirente il quale può subito valutare le opzioni proposte e decidere di conseguenza. Il grosso dei capi in vendita si trova naturalmente a portata di mano di Silva, che lo ha ordinatamente riposto nei profondi cassetti sistemati alla base degli scaffali. Riuscire a citare tutti gli articoli di cui il negozio dispone è impresa francamente ardua e così ci limiteremo ad elencare soltanto in parte il campionario sciorinato all’attenzione dei clienti, augurandoci di non trascurare qualcuno dei tanti manufatti di pregio che fanno bella mostra di sè sotto la morbida luce di un pannello rettangolare al neon piazzato al centro del soffitto e munito, sui due lati lunghi, di una serie di originali faretti.
Un’intera parete del locale è ricoperta da palchetti dedicati all’esposizione di oggetti di pelletteria: borse, cinture, portafogli di squisita fattura che non mancano mai di colpire l’attenzione delle persone entrate a comperare o anche a dare semplicemente un’occhiata in giro. E di articoli che catturano l’occhio ce ne sono tantissimi, esposti con maestria sugli scaffali, in un cestone, sul tavolo centrale del negozio. Alcuni costumini della tradizione carnica sono deliziosi, specialmente quelli delle femminucce (vestitino senza maniche, camicetta con manica a sbuffo, colletto con i pizzi e grembiule ricamato), e si confrontano orgogliosamente con altri costumini, questa volta del folklore tirolese: sostanzialmente i modelli si somigliano molto, ad eccezione della quantità, molto più numerosa, di pizzi che adornano il bordo inferiore del vestito tirolese. Dei pregi estetici e di tessuto di cui possono vantarsi i capi di maglieria norvegese e tirolese abbiamo già diffusamente parlato all’inizio di questo racconto; resta solo da aggiungere che l’effetto visivo della loro bellezza è secondo soltanto alla loro straordinaria capacità di emanare e mantenere un tepore più che piacevole. Qui si ammira una policroma distesa di vestitini e magliette che i bambini e bambine indosseranno con la grazia semplice ed irresistibile dell’ingenua vanità; più in là, un cestone accoglie l’allegra confusione di fogge e di colori, per lo più di derivazione tirolese, creata da mucchi di presine, grembiuli e canovacci. Un’altra serie di scaffali espone calzature varie, belle ed interessanti: scarpe femminili di scuola tirolese in camoscio, con suola di gomma e stella alpina sulla tomaia come motivo decoratore, scarpe da donna snelle ed eleganti, scarpe da uomo solide e pratiche, stivali, doposcì per adulti e bambini, scarpine minuscole per i primi anni di vita che strappano un sorriso di tenerezza al pensiero dei tanti piccoli e piccolissimi che le calzeranno partendo per l’esplorazione della realtà che li circonda….
“La Cruna di Silva” sta chiudendo i battenti. Le luci si spengono, di tanto in tanto sulle vetrine passa veloce un riflesso del lampione che tinge di giallo la strada. Domani il negozio riaprirà i battenti e le tante bellissime cose che lo popolano calamiteranno come ogni giorno gli occhi e i desideri dei passanti, simili a sirene che intonano silenziosamente un alto canto ammaliante.
Rocco Tedino