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La spietata legge di guerra

L’alba grigia accompagna un triste corteo in marcia su una strada sterrata in mezzo ai campi. Il silenzio profondo, denso di attesa, quasi presago della tragedia che sta per consumarsi, è rotto soltanto dal risuonare sordo dei passi pesanti di un ufficiale e di un plotone di soldati che scortano quattro alpini dallo sguardo smarrito, incredulo. Li segue un sacerdote assorto nel suo sommesso salmodiare. Poi, le azioni si sveltiscono. I quattro si allineano davanti ad un muro. Di fronte, a breve distanza, i loro colleghi si dispongono su due file, di cui la prima in ginocchio. L’aria è frustata da un ordine cui risponde l’eco metallico di dodici otturatori che scattano ad inserire una pallottola nel fucile. Un pausa breve quanto il soffio di un sospiro doloroso  e un secondo ordine risuona rauco, immediatamente seguito dal fragore di una scarica. Quando il fracasso si spegne nella campagna immobile, quattro corpi giacciono a terra, irrigiditi nella morte.  

Gaetano Silvio Ortis, Basilio Matiz, Giovanni Battista Coradazzi, Angelo Massaro: il 1° luglio del 1916 furono falciati da un plotone di esecuzione in un prato adiacente il cimitero  di Cercivento.. La loro colpa? Essersi rifiutati, insieme con altri settantasei loro commilitoni della 109° Compagnia -Battaglione “Monte Arvenis”- di andare all’assalto, il precedente 23 giugno,  di una munitissima postazione austriaca dello Zellonkofel (ovvero: Monte Cellon, Creta di Collinetta, Frischnkofel) perché, a loro parere, l’attacco, così come concepito dall’ufficiale comandante, era destinato al completo insuccesso, con conseguente, inevitabile massacro degli incursori. I quattro, e lo stesso dicasi la maggior parte dei loro colleghi, conoscevano a menadito la zona di operazioni. Avevano fatto presente al comandante che il piano di combattimento elaborato a tavolino equivaleva a sicuro suicidio e loro non se la sentivano di buttarsi allo sbaraglio, senza praticamente alcuna possibilità di riportare a casa la pelle intatta. Che si studiasse un’altra strategia e nessuno si sarebbe tirato indietro, al momento di uscire dalle proprie trincee per catapultarsi contro il nemico.

Tutto quello che ottennero gli ottanta “ammutinati”, invece, fu l’immediata traduzione di fronte al Tribunale straordinario di guerra il quale, in capo a circa due giorni di dibattito, condannò gli imputati a pene di vario genere: ventinove di loro avrebbero dovuto scontare periodi differenti di detenzione in  un carcere militare; i quattro alpini citati in apertura, eletti a capri espiatori, furono passati per le armi a sentenza ancora “calda”. I rimanenti quarantasette, degli ottanta perseguiti, furono assolti per non aver commesso il fatto.

Negli anni ’70, ad opera di un congiunto di Ortis, fu posto in atto un primo tentativo mirato ad ottenere la revisione del processo. L’intento, però, fu frustrato dall’esistenza di un articolo nel Codice penale militare. Esso stabiliva che il ricorso contro una sentenza emessa dai giudici in divisa poteva essere discusso soltanto se detto ricorso fosse stato presentato dal condannato. Uniformandosi al dispositivo di questa norma, la richiesta di revisione del processo fu respinta, con la motivazione che non era stata avanzata personalmente dal caporale Ortis Silvio  (ma ci fu  qualcuno, tra i giudici dell’epoca, in grado di percepire la tragica comicità di una situazione che definire paradossale era altamente riduttivo?). I quattro fucilati di Cercivento, dunque, continuarono a sopportare il macigno di un’accusa infamante.

E’ vero, essi avevano rifiutato di eseguire l’ordine impartito da un superiore (e poco contava, agli effetti del Codice Penale militare, che quell’ordine fosse folle e criminale nel suo disprezzo per la vita umana, poiché in nessun esercito, massimamente in tempo di guerra, i subordinati  possono permettersi eseguire soltanto gli ordini che essi ritengono sensati), ma non era questo l’aspetto che si voleva prevalente nella richiesta di revisione del processo. Il promotore dell’iniziativa sperava che il nuovo dibattimento dimostrasse oltre ogni dubbio che i quattro sventurati erano stati mossi, nella loro ribellione, da un sincero desiderio di limitare le perdite tra gli attaccanti e ciò sarebbe stato possibile solo modificando il piano d’assalto. Non viltà, quindi, né vituperevole atto di bieca insubordinazione avevano indotto i rivoltosi a rifiutarsi di andare quasi sicuramente a morire per assecondare i vaneggiamenti strategici di un ufficiale incompetente: Ortis, Matiz, Coradazzi e Massaro avevano tentato di convincere il comandante a seguire i loro suggerimenti perché la conoscenza che avevano di quelle montagne avrebbe permesso loro di poter indicare un percorso diverso da quello prescelto. Questa  variazione apportata al piano originario  avrebbe contribuito a salvare un numero rilevante di militari: non valeva dunque la pena di ascoltare i suggerimenti avanzati? Ed invece la generosa iniziativa dei quattro alpini fu considerata, nell’ottica miope del rispetto a tutti i costi del codice militare, un tentativo di scansare le conseguenze di un assalto che si prevedeva altamente cruento. Non dimentichiamo, del resto, in quanto poco conto gli alti Comandi, a cominciare dal generale comandante in capo, tenessero la vita degli uomini loro affidati, considerato che decimazioni e le fucilazioni, anche per futili motivi, si susseguivano con sconvolgente frequenza. Gli sventurati alpini non riuscirono a far valere i veri motivi del loro “ammutinamento”  e pagarono con la vita quel nobile sforzo inteso a porre al servizio del buonsenso e del cameratismo le loro profonde conoscenze dei luoghi teatro dell’imminente azione bellica.

Dall’intenzione  di riabilitare il nome di quei militari era sicuramente animato l’on. Ignazio La Russa, il ministro della Difesa dell’epoca, allorché  aveva presentato, alla Corte militare d’appello, istanza di revisione del vecchio processo, secondo una notizia contenuta in un articolo apparso sul “Corriere della Sera” a firma di Alberto Melloni. Ma il “pezzo” giornalistico aveva anche rivelato che la richiesta di revisione era stata rigettata dai giudici della Corte d’appello, in quanto, a loro dire,

 “...non erano state proposte nuove prove, sopravvenute alla condanna che sole, o unite a quelle già valutate, dimostrassero che i condannati dovevano essere prosciolti...”.

Gaetano Silvio Ortis, Basilio Matiz, Giovanni Battista Coradazzi, Angelo Massaro: quattro uomini responsabili, quattro soldati uccisi dall’insensatezza di certe regole e dalla nefasta presunzione di comandanti inadeguati alle tremende responsabilità loro affidate.   All’indomani della loro esecuzione, giunse la grazia concessa dalla Regina. Ma loro erano già morti: i giudici, cui interessava soltanto di “dare l’esempio”, non avevano ritenuto opportuno attendere l’esito di un’iniziativa che avrebbe potuto salvare i condannati, come difatti avvenne. E così si consumò l’ennesimo atto di giustizia iniqua ed ingiusta di cui son piene le cronache di quell’orrendo carnaio che fu la prima guerra mondiale.

Addio, ragazzi. I testimoni oculari del vostro martirio raccontarono poi che non tremaste di fronte alla morte.. Sapeste morire da uomini forti, così come da uomini forti eravate vissuti.

Riposate in pace.

 

Rocco Tedino

 

      

 

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