Monday 28 may 2012 1 28 /05 /Mag /2012 15:20

“Hai preso tutto?”.

“Sì, mi sembra proprio di sì”.

“Che significa, mi sembra? Guarda che non possiamo permetterci di arrivare magari a casa e poi accorgerci che abbiamo dimenticato qui qualcosa. Questo posto non é dietro la strada dell’orto, dove tornare quando ci fa comodo”.

“Stai tranquillo, ho preso tutto, possiamo andare”.

Questo rapido scambio di battute tra mio marito e me  era avvenuto a distanza di appena qualche ora, al momento di salire in macchina e dirigerci verso casa, ripartendo da  uno dei tanti gioiellini che compongono quel ricamo di isole e isolotti, di baie e di insenature cosparse di rigogliosa vegetazione, di  candide spiagge, di rocce a strapiombo che precipitano in un mare cristallino: l’Arcipelago dei Lussini, una meraviglia della natura incastonata nel Golfo del Quarnero, in Croazia. Nella splendida cornice di quei panorami fatati  avevamo trascorso dieci giorni, i primi di agosto, godendoci una vacanza di sogno tra un cielo e un mare che sembravano fare a gara a chi sciorinasse l’abito più blu. Era da tempo che desideravo soggiornare con Alessio in quell’angolo di ex-Jugoslavia, di cui alcuni amici mi avevano tessuto lodi entusiastiche, e finalmente ne avevamo avuto l’opportunità.

Eravamo arrivati nella nostra isoletta a metà pomeriggio di dieci giorni indietro, il primo di agosto. Un impiegato dell’agenzia, la stessa che circa un mese avanti avevamo contattato per trovare una casa, ci aveva accompagnati a destinazione. L’impressione immediata, destinata a migliorare col tempo, era stata assolutamente positiva. La casa, situata appena fuori del paese e praticamente a ridosso  del mare, era ricoperta di assicelle di legno. Il cielo senza nuvole rendeva più nitido il bordo del tetto spiovente. Dipinta di bianco e con le imposte blu oltremare, l’edificio appariva in buone condizioni, soprattutto considerando che era esposta ai venti marini. La tinta non era scrostata, i vetri delle finestre brillavano al sole, il giardino circostante era curato con meticolosità, tanto che sul sentierino di mattoni che lo tagliava in diagonale non c’era una sola erbaccia. Nei giorni successivi avremmo imparato ad apprezzare le passeggiate sulla spiaggia, lo scricchiolio sotto le calzature di frammenti di conchiglie sbiancate dal sole, il profumo dell’aria umida e salata che inalavamo con voluttà, il rumore dei flutti e il ritmo delle onde… tutte cose che giovavano alla nostra salute ed al nostro morale più di qualsiasi altra attività.

L’impiegato ci aveva lasciati, dopo averci fornito tutte le informazioni di cui avevamo bisogno. Disfatti parzialmente i bagagli, giusto per tirare fuori le cose di uso  immediato, eravamo pronti per fare una capatina in paese. Ci attendeva, però, una sorpresa che ci aveva colti davvero alla sprovvista. Noi non c’eravamo accorti di niente, ma mentre eravamo impegnati in casa le condizioni atmosferiche si erano guastate in modo repentino ed imprevisto. Eravamo arrivati con il sole: adesso si stava alzando il vento e nel cielo, verso occidente, si accavallavano rapidamente cumuli di nuvole plumbee, trafitte ed illuminate di quando in quando da lampi serpeggianti. Lontano, rimbombava il tuono. Non avevamo nessuna intenzione di sfidare la sorte e beccarci magari un acquazzone, perciò non avevamo altra scelta che restare in casa, finendo di mettere a posto le nostre cose e riflettendo sulla maligna  tendenza a perseguitarci dimostrata dal maltempo, che aveva imperversato per tutta la sera. Non aveva mai cessato di cadere, infatti, un’acquerugiola fine ed insistente che vedevamo rigare i vetri delle finestre attraverso il lattiginoso chiarore sprigionato dai due faretti accesi all’esterno.

“Bell’affare, se il tempo dovesse durare a lungo così!” era sbottato ad un certo punto Alessio, la voce scoppiettante come un fuoco di fascine bagnate.

“Dài  -avevo tentato di consolarlo io- vedrai che domani sarà bello”.

Lui mi aveva lanciato un’occhiata di divertita condiscendenza, poi aveva nuovamente riportato lo sguardo su quell’infame mondo umido e deprimente che si stendeva all’esterno: nei suoi occhi si leggeva un disgusto infinito.

Non molto dopo eravamo distesi in un letto davvero comodo e il sonno era misericordiosamente arrivato a calare un rapido sipario su quell’uggiosa serata.

Non sapevamo ancora che quella sarebbe stata, in tutta la nostra vacanza, l’unica manifestazione di cattivo tempo.

L’indomani eravamo stati svegliati da un sole caldo e luminoso che faceva brillare le reti poste ad asciugare sulla piccola diga e giocava con i riflessi delle barche che dondolavano dolcemente nelle limpide acque del porticciolo. Presto, vestirsi e partire immediatamente alla scoperta dell’isola. Aspirando avidamente l’aria balsamica impregnata dei profumi delle erbe campestri, eravamo arrivati alla baia, nei pressi della quale sorge il centro l’abitato, stretto tra il mare e una fertile e vasta campagna. Preso posto al tavolino esterno di un bar, avevamo consumato una ricca colazione, ingurgitando senza vergogna non so più quante fette di uno strudel particolare (fatto di pasta sfoglia con un cuore di formaggio fresco, mele e noci) accompagnato da una tazzona di caffelatte. La scoperta di parte dell’isola ci aveva preso tutta la mattinata, smuovendo un appetito “lupesco”, cosicché ci eravamo infilati in uno dei due ristoranti presenti in zona e ci eravamo beatamente nutriti di una porzione di Strukli (ravioli ripieni), seguiti da un secondo di Buzara (scampi cotti in un sugo di pomodoro, cipolla ed erbe), e completati da un assaggio di Paski (formaggio di pecora), il tutto innaffiato da un gradevole vinello di produzione locale. Il pomeriggio, invece, era stato dedicato a bagni di mare e di sole, che rosseggiava possente in un cielo limpido al limite dell’incredibile.

Non voglio dilungarmi nella descrizione particolareggiata di tutte le escursioni che ci eravamo concesse in quei dieci fantastici giorni, perciò fornirò solo  brevi accenni dei nostri....vagabondaggi, tutti eseguiti spostandoci con i vaporetti, mezzi di locomozione molto usati. E allora eccoci aggirarci nel centro storico di Cres, ricco di palazzi e chiese in stile gotico-rinascimentale,  inoltrarci sul suo altopiano e ammirare il bel lago di Vrana oppure fermarci a guardare con meraviglia venata di qualche timore lo straordinario abitato di Lubenizze, appollaiato su uno strapiombo che precipita per quasi quattrocento metri prima di incontrare il mare. E che dire del parco naturale di Punta Croce,  che offre un paesaggio multicolore, vario, disseminato di ombrose pinete, un tranquillo rifugio per la fauna locale? E’ assolutamente consigliabile, poi, inerpicarsi fin sulla cima del monte Ossero perché da lassù, dalla sommità del Televrin, si gode un panorama grandioso e bellissimo, che si fatica a descrivere, tanto é incantevole: a occidente si profila il contorno della costa istriana; a nord e a oriente si  scorge una lunga distesa irregolare di cime alpine, schierate in ranghi serrati, che sbiadiscono in lontananza, mutando progressivamente colorazione a mano a mano che si avviano a fondersi con l’azzurro del cielo. Il centro forse più importante dell’arcipelago é senza dubbio Lussin Piccolo, sorto sul fondo di uno stretto vallone che lo ripara dalla fredda ed impetuosa bora. La bellezza naturale dell’ambiente, la dolcezza del clima, le numerose macchie di vegetazione che offrono refrigerio e riparo dalle calure estive, tutto concorre a convogliare in questa vivace cittadina comitive sempre più interessate di turisti, che possono scegliere anche tra numerose offerte culturali, quali spettacoli teatrali, mostre d’arte, concerti musicali di vario genere.

Una sera ci eravamo fermati anche noi. La serata era umida e calda e la strada brulicava di gente. I ristoranti avevano spalancato porte e finestre e i tavoli avevano invaso i marciapiedi, talvolta in modo del tutto caotico, come fossero ancora in attesa di una sistemazione definitiva. Al riparo degli ombrelloni multicolori che ombreggiavano i tavoli, uomini in maniche di camicia e donne con le spalle nude chiacchieravano allegramente, mentre altre persone facevano la fila in attesa di un posto. Mentre demolivamo con cosciente determinazione una pantagruelica coppa di gelato a testa, eravamo arrivati alla conclusione che ci avrebbe arrecato molto piacere assistere all’esecuzione di un concerto di musica folkloristica offerto da un complesso che, nel genere,  andava per la maggiore. Fattaci indicare la località teatro dell’evento, l’avevamo ben presto raggiunta, sistemandoci quindi in un punto dal quale la vista poteva spaziare sull’intera area. Ci trovavamo in una deliziosa piazza incastonata fra una stupenda chiesa barocca (ci dissero che risaliva al XV secolo) e un lussuoso albergo. Il piccolo parco era circondato da un anello di villette a schiera dalle forme fantasiose e ornate da elaborate decorazioni in legno. Le villette, dipinte con policroma eccentricità dai vari proprietari e rallegrate da giardinetti ravvivati da fiori estivi, nell’insieme creavano uno scenario straordinario, incredibile. La stessa frivola atmosfera percorreva anche il giardino centrale: dalla fontana che si innalzava sul laghetto simile a un tulipano gigante, al recinto in ferro battuto, alto fino al ginocchio, che separava con le sue estrose volute gli spazi verdi dalle originali villette che formavano il perimetro della piazza. La serata era trascorsa in modo piacevolissimo e alla fine avevamo acchiappato, si può dire al volo, l’ultimo vaporetto utile per tornare a casa.

La mattina dopo, ingrugniti e pieni di nostalgia avevamo preparato i bagagli per il ritorno.

“Hai preso tutto?”

“Sì, mi sembra proprio di sì?”

E il dialogo era continuato nel modo descritto all’inizio di questo racconto, ma si era ben presto concluso perché nessuno dei due aveva voglia di parlare. Dieci giorni volati via in un baleno, ma si può! Un ultimo bagno di mare, un ultimo pranzetto a base di pesce ed eccoci sulla strada del ritorno, guardando fisso davanti a noi e con scarsissima voglia di scambiare qualche parola.

Appena arrivati in territorio italiano, una telefonata ci tira un po’ su di morale. È Gianna Micheletti, una nostra cara amica, che ci invita ad una festicciola organizzata per il giorno dopo nel loro chalet in montagna. Non possiamo rifiutare, non vuole sentire ragioni. E chi si permette di rifiutare! Trascorrere qualche ora con Gianna, suo marito Ottavio, un simpaticissimo  padrone di casa che ha sempre la battuta giusta per ogni situazione, e un gruppo di amici tra i migliori che si possa desiderare, è l’antidoto giusto alla crisi di malinconia che ci tiene in pugno. Il giorno dopo, domenica, ci svegliamo già più tranquilli. Il ricordo di quegli incantevoli dieci giorni è ancora vivo e il sole che entra a fiotti dalle finestre aperte contribuisce ad aumentare l’illusione di trovarci ancora sull’isoletta in Croazia. Basta, pensiamo al pomeriggio e smettiamola con i rimpianti, altrimenti somiglieremo sempre di più a quei ridicoli personaggi che continuano a piangere di nostalgia per settimane, dopo aver fatto una crociera per mare…

Trascorre mezza giornata e noi siamo pronti per la nuova, piacevole avventura. Abbiamo caricato in macchina tutto l’occorrente e possiamo partire. Il viaggio sarà relativamente breve, una decina di chilometri e arriveremo dai Micheletti. Il sole del tardo pomeriggio é ancora alto sull’orizzonte, ma già i suoi raggi cominciano a diventare obliqui. Poche nubi soffici si librano sulle cime delle montagne e la temperatura é dolce. Siamo davvero contenti, Alessio e io, di goderci questa inattesa occasione di serenità e di allegria.

Eccoci a destinazione. Lo chalet dei Micheletti, ricavato da una vecchissima casa colonica risalente all’inizio dell’800, domina la cresta di una collina ed é circondato da un prato curatissimo che sembra la pubblicità di un catalogo di fiori che stipano le zolle con tanta e tale varietà da sembrare finti. E’ situato all’uscita del paese, vicino all’incrocio tra la strada principale e un viottolo in salita che attraversa il bosco e sbuca direttamente sull’entrata della casa. Di media grandezza, la villetta  ha proporzioni armoniche  e i colori allegri e vivaci di cui sono dipinte porte e finestre le conferiscono un’aria civettuola. Una veranda bianca, e piuttosto bassa, corre sul davanti della casa. Una vasta porzione di terreno circostante appare disboscata, a tutto  vantaggio del  sole che non fa dunque fatica ad avvolgere  la costruzione nel suo caldo abbraccio. Dietro la casa c’é anche un orto che produce verdure per la famiglia, quando Gianna o Ottavio si ricordano di coltivarlo. Un fienile di pietra, testimone di ormai introvabili presenze animali, sorge un pò discosto dal corpo principale del villino. Superato il fienile, attraversiamo un cancello e ci troviamo a calpestare un  sentierino serpeggiante che si inoltra in  un frutteto. I nostri amici ci accolgono in piedi sui gradini della veranda, incorniciati da un traliccio sovraccarico di fiori di glicine. In attesa degli altri ospiti - e prima di prendere posto sulle panche allineate dietro i lunghi tavoli che i nostri anfitrioni hanno già provveduto a sistemare sul prato antistante la casa - entriamo nella sala per bere qualcosa di rinfrescante. E’ una stanza spaziosa, ben illuminata dalle ampie finestre intagliate sulla parete di fronte alla porta, al di sopra dei pannelli di quercia che rivestono le pareti scoperte fino ad un’altezza di circa un metro e mezzo da terra. A destra dell’uscio, sono raggruppati un divanetto di velluto damascato, dallo schienale di legno lavorato, e tre comode poltrone moderne che fronteggiano un camino di mattoni rossi. Da un fianco del camino si diparte un’alta libreria, a prima vista molto ben fornita, che ricopre tutta la parete. Un grande tavolo di quercia sul quale troneggia un elegante abat-jour ricoperto di stoffa rosa, un basso tavolino in noce dalle gambe arcuate e una elaborata cassapanca rinascimentale completano l’arredamento, scarno, sì, ma di indubbio gusto. Un quadro ad olio, che rappresenta un panorama alpino, e due copie di celebri dipinti dell’arte italiana, riempiono gli spazi vuoti dei muri.  Il tappeto, che ricopre quasi  interamente il pavimento, é rosso cupo, come le tende che incorniciano le finestre. 

Nel frattempo, gli amici attesi sono giunti: siamo tutti presenti, la festa può cominciare. Prendiamo posto sulle panche e diamo l’assalto ai cibi e alle bevande, appetitose tentazioni  che affollano i tavoli. Le ore trascorrono in un clima psicologico lieto e disteso, si ride e si sorride di continuo, né potrebbe essere diversamente in una compagnia perfettamente affiatata come la nostra. Il sole, intanto, sta rapidamente declinando dietro le lontane montagne, gettando lunghe ombre scure nei canaloni e nei crepacci. La luna, comparsa quasi alla chetichella, comincia ad arrampicarsi nel cielo. La notte si annuncia tranquilla e senza traccia di vento.

Molto più tardi, fatta  praticamente piazza pulita di qualsiasi elemento commestibile,  il buio ci trova raccolti intorno ad un fuoco romanticamente scoppiettante sugli ultimi brindisi un pò sonnacchiosi. I riflessi delle fiamme dipingono mobili effetti di chiaroscuri sui nostri volti e grandi ombre sulla realtà circostante. Sotto la carezza di un vento leggero, saturo di effluvi, le chiome degli alberi  stormiscono dolcemente, cosa viva nella notte estiva.  Ci attardiamo a commentare la giornata appena trascorsa, tra bonari sfottò e risate che non vogliono saperne di spegnersi, e nessuno vorrebbe abbandonare per primo quell’angolo incantato. Ma una vocina molesta ed insistente si ostina a ricordarci gli obblighi di lavoro che ci attendono l’indomani, lunedì.

Non possiamo ignorarla ancora a lungo. Tutti a nanna, via.

 

Rocco Tedino

 

 

 

 

Di notiziedatimau
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Thursday 17 may 2012 4 17 /05 /Mag /2012 10:19

In quell’angusto spiazzo tra gli alberi, popolato da una manciata di possenti larici,  il silenzio grava profondo, innaturale, rotto soltanto dal gorgoglio della benzina che cola in un sottile rivolo dal serbatoio sfondato della lucente Opel nera schiantatasi contro un tronco. Le tracce di frenata sull’asfalto e la profonda aratura del terreno della radura raccontano una storia drammatica e troppo spesso ricorrente. Quella della macchina lanciata a velocità folle lungo l’invitante rettilineo, il profilarsi improvviso della curva, l’impossibilità di tenere la strada e la sbandata incontrollabile, fino a piombare dove capita oltre la carreggiata. Può essere un prato, può essere un muro. Oggi si è materializzato un albero sulla traiettoria del proiettile impazzito, con le conseguenze prevedibili: l’impatto violentissimo, la parte anteriore dell’autovettura completamente distrutta, schiacciata fino all’altezza delle portiere, il motore espulso dal suo alloggiamento e scagliato  a metri di distanza. A bordo dell’Opel, sul sedile del guidatore, una figura giace riversa, prigioniera di un’immobilità tragica. Il viso è una maschera di sangue che fluisce da un largo squarcio sulla fronte, il capo  reclina su una spalla, piegato in un angolo impossibile, una pioggia di schegge di vetro del parabrezza frantumato ha ricoperto sedili e pavimento. Un filo di sangue esce dalla bocca aperta dell’uomo e cola lungo il mento, l’occipite è appiattito. Le gambe sono imprigionate nella morsa delle lamiere contorte, un braccio riposa mollemente in grembo, l’altro sembra inchiodato al  torace dell’uomo dal palloncino dell’air-bag.

Il silenzio adesso è assoluto, anche la benzina ha smesso di gocciolare. Ed ecco materializzarsi il più imprevisto dei prodigi. All’improvviso, l’aria è graffiata dai rumori stridenti del metallo che si tende e si dilata per tornare a saldarsi. I pezzi rotti e contorti nel terribile urto si ricompongono, il motore rientra nel suo abitacolo, il volante si riassesta nel suo alveo. I vetri sono nuovamente integri, la carrozzeria si è allungata permettendo alla metà anteriore della macchina di riacquistare le sue linee aerodinamiche, l’interno è di nuovo ordinato e pulito. L’uomo è sempre abbandonato sul sedile, ma adesso il sangue inverte il suo flusso e comincia a rientrare nel suo corpo attraverso ogni squarcio, ogni taglio, ogni escoriazione. Ossa fratturate si rinsaldano, muscoli lacerati  riprendono la loro integra elasticità. Le ferite si chiudono, il cranio riprende la sua forma originale. Ora l’uomo apre lentamente gli occhi e solleva con cautela la testa. Il suo sguardo leggermente vacuo spazia all’intorno, poi si cela nuovamente dietro le palpebre tornate a richiudersi. Un minuto dopo, gli occhi si riaprono e questa volta sono vivi e consapevoli di quanto è successo, pur se lo stupore che li ricolma fanno capire quanto l’individuo, a mano a mano che prende cognizione dell’accaduto, si meravigli di scoprirsi tutto intero. Una mano si allunga timidamente verso la chiave di accensione, il motore romba e l’attimo successivo l’automobile scatta all’indietro, alla velocità impressionante che aveva al momento dell’incidente. La sua corsa è irrefrenabile. Eccola uscire sbandando dal boschetto, sempre in retromarcia, saltare la bassa cunetta che delimita la carreggiata, immettersi sulla strada che continua a mantenersi deserta, mentre il guidatore serra spasmodicamente il volante e tenta disperatamente di rallentare la marcia impazzita dell’auto schiacciando disperatamente sul freno, che tuttavia non risponde alle sollecitazioni. Poi, senza alcun preavviso, il bolide si produce in una specie di testa-coda, appiattendo l’uomo terrorizzato contro lo schienale del sedile, e rallenta progressivamente lo slancio, fino ad una velocità assai contenuta. Adesso lui è in grado di controllare quel mostro tornato docile e abbordabile. Guida con attenzione ed intanto si deterge il sudore che ha iniziato a colargli sulla nuca e dalla fronte. Che razza di brutto sogno avrà mai fatto? Lo specchietto retrovisivo mostra che il boschetto è ormai un piccolo punto che rimpicciolisce in lontananza, ma una stranissima sensazione permane e lo assilla: gli sembra di rimanere perfettamente immobile ed invece la strada sta scorrendo sotto le ruote della sua auto, avvicinandolo alla rassicurante presenza di altri esseri umani, ad un posto qualsiasi dove poter riposare senza timore. Finalmente sul lato destro della strada si presenta una stazione di servizio. Con un lungo sospiro di sollievo, l’uomo imbocca lo stretto vialetto d’accesso e si ferma dietro un’altra macchina che sta facendo rifornimento. Il proprietario, un giovanottone dall’aria aperta e gioviale, ha un gomito appoggiato sul tettuccio della sua auto ed attacca discorso col benzinaio, che intanto sta dando una ripassata al parabrezza con straccio e prodotto per pulire:

“Ha sentito dell’incidente capitato sulla statale, all’altezza del “Boschetto”? Una Opel, uscita probabilmente a tutta velocità dalla curva, ha saltato il fosso che fiancheggia la strada e si è infilata tra gli alberi, andando a schiantarsi contro un larice. Sembra che al momento non vi fossero testimoni sul posto, ma le tracce lasciate a terra dall’auto parlano chiaro. Io sono passato di là quando già la zona era piena di carabinieri e vigili del fuoco che tentavano di liberare il guidatore rimasto incastrato tra l lamiere. Poveraccio, che brutta fine! Speriamo solo che sia morto sul colpo e che non si sia reso conto di quello che stava succedendo.”

Il benzinaio borbotta qualcosa che potrebbe anche significare “sì, ho sentito”, poi dà un ultimo tocco al vetro che ora brilla, si gira e rientra nel chiosco per riporre straccio e flacone e prendere un po’ di spiccioli per dare il resto.

Però, invece di passare davanti alla vettura che ha appena finito di rifornire, gira di dietro e taglia proprio attraverso il cofano dell’Opel ferma subito dopo.

 

Rocco Tedino       

Di notiziedatimau
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Thursday 10 may 2012 4 10 /05 /Mag /2012 15:18

Due donne, visibilmente stanche, stanno appoggiate ad un masso, in atteggiamento di riposo. Ai loro piedi giacciono due larghe ceste munite di spallacci che ne permettono il trasporto sulle spalle. Sono le famose gerle, o per meglio dire i “gerli”, come le chiamano a Timau, il paese d’origine di una delle due signore, Maria Plozner maritata Mentil. La sua compagna si chiama Rosalia e proviene da Cleulis, una località ad un tiro di schioppo da Timau. Maria e Rosalia fanno parte del folto gruppo di donne che si faranno tanto onore nel prestigioso “esercito” delle Portatrici carniche, un contingente paramilitare che dal settembre 1915 all’ottobre del 1917, notte e giorno, a qualsiasi ora, si carica sulle spalle il “gerlo” pieno di ogni genere di conforto ( tra i trenta e i quaranta chili di viveri, munizioni, indumenti, medicinali, addirittura sassi per costruire le mulattiere di collegamento con il fronte) e raggiunge le postazioni dei nostri militari che combattono contro gli austriaci sui monti che fanno da corona a Timau. I viaggi, già duri ed impegnativi per le difficoltà intrinseche, sono resi ancora più pericolosi dai tiri di fucileria che ogni tanto i nostri nemici dirigono verso quelle coraggiose, tanto è vero che fino a quel momento le Portatrici hanno già lamentato il ferimento di tre loro colleghe. Ma quel giorno, 15 febbraio 1916, a Casera Malpasso di Pramosio, la crudele sorte pretenderà un tragico salto di qualità. All’improvviso echeggia una sparo. Maria Plozner Mentil, che con l’amica stava riprendendo le forze dopo aver effettuato un trasporto in prima linea, scivola lentamente lungo la roccia e si accascia a terra. Sul suo fianco sinistro è comparso il  fiore purpureo di una ferita. Un “cecchino” austriaco, verosimilmente appostato  circa trecento metri più in alto, ha sparato addosso alla donna inerme, ferendola gravemente. Le grida di aiuto di Rosalia fanno accorrere dei soldati e la sventurata viene trasportata presso l’ospedaletto da campo di Paluzza. Vi trascorrerà alcune ore di dolorosa agonia, poi chiuderà gli occhi per sempre a questo mondo. Lascia il marito, combattente sul Carso, e quattro figli: la maggiore di essi, Dorina, ha undici anni.

Maria Plozner Mentil è morta per la Patria, come un soldato in trincea, e il suo sacrificio supererà gli angusti confini del paesino in cui era nata. Ben presto ella diviene il simbolo luminoso di tutte le Portatrici carniche e il suo nome risuonerà con reverenza ogni qualvolta si accennerà all’opera di quelle donne valorose che, per pochi soldi e tanto amore verso i nostri combattenti, scelsero di correre rischi inauditi pur di aiutare concretamente il nostro sforzo bellico. A Maria Plozner Mentil viene dedicata, unico caso di donna in Italia, una caserma degli alpini. Nel 1980 tutte le Portatrici carniche  vengono insignite dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto. Il 1º ottobre 1997, l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro concede la “medaglia d’oro al valor militare alla memoria” a Maria Plozner Mentil, ritirata dalla figlia Dorina. Ma le attestazioni di stima e di affettuoso ricordo non si erano mai fermate. Ne fa fede la decisione assunta il 12 aprile 1973 dal Consiglio comunale di Sabaudia (Latina), il quale intitola all’Eroina Maria Plozner Mentil il parco comunale, sito nel centro abitato.

Seguiamo passo passo l’iter burocratico ed organizzativo legato all’importante delibera.    

” Il Consiglio Comunale, vista la richiesta motivata avanzata dal Gruppo Alpini di Sabaudia (…) con voto unanime delibera:

1° Intitolazione dell’Eroina Maria Plozner Mentil , nata nel Comune di Paluzza, frazione

    Timau, (prov. Udine), il 17 novembre 1884, caduta addì 15 febbraio 1916 nella guerra       1915-1918,  di un parco descritto nella premessa narrativa  di cui ad annessa planimetria;

 

2° Assolvere dopo il visto di legittimità dell’Organo Regionale di Controllo, ogni

     adempimento prescritto per l’efficacia della presente deliberazione.

    (omissis) ”

 

Questa è la delibera consiliare, ridotta all’essenziale, con la quale il 12 aprile 1973 il Comune di Sabaudia, in accoglimento della richiesta avanzata dal locale Gruppo Alpini, disponeva che venisse intitolato “”…all’Eroina carnica Maria Plozner Mentil da Timau il Parco comunale sito nel centro abitato, avente superficie di mq. 8.040, di forma rettangolare, pianeggiante, alberato con pini domestici…””.

Il 2 luglio 1973 si svolge nella cittadina laziale una solenne cerimonia che ufficializza l’intitolazione del Parco a Maria Plozner Mentil. Alla S.Messa celebrativa partecipano autorità civili e militari in numero cospicuo, di gran lunga superato, tuttavia, dagli alpini accorsi da più luoghi d’Italia, con la Carnia a far logicamente la parte del leone: Friuli-Venezia Giulia, Trentino, Veneto, Piemonte, Abruzzo, per citare le regioni d’origine dei gruppi più numerosi. Al termine del rito religioso, il sindaco di Sabaudia, dr. Nello Ialongo, conclude così il suo discorso:

“”…L’Amministrazione comunale desidera ringraziare tutte le Autorità militari e civili intervenute per il lustro che hanno voluto dare a questa nostra manifestazione ed esprime il più vivo apprezzamento per la partecipazione completa e calorosa della Sezione Alpini della nostra provincia, che più delle altre si dichiara disponibile, com’è avvenuto per il passato, per manifestazioni di così vitale respiro spirituale.””

La cerimonia di dedica del Parco a Maria getta le basi per la concretizzazione di un nuovo, importante riconoscimento alla martire carnica. Tra gli invitati d’onore alla festa, infatti, era presente anche Allerino Delli Zotti, sindaco di Paluzza, il quale aveva fatto in modo che a Sabaudia giungesse un masso estratto dalla parete di roccia in località “Malpasso” e trasportato a valle da Amato Matiz “Pacai”. Il macigno avrebbe costituito la prima pietra del basamento di sostegno del monumento commemorativo, da collocare al centro del Parco, che gli inesauribili Alpini del posto avevano deciso di far scolpire in ricordo della valorosa Portatrice.

Il 18 settembre 1975, Sabaudia vive un altro momento di rara intensità. Il celebre scultore Sergio Sventurato ha curato la realizzazione del monumento a Maria Plozner Mentil ed è giunto il momento di inaugurarlo con tutti gli onori dovuti alla memoria di una donna coraggiosa che seppe vincere l’umana paura che tutti coglie davanti al pericolo di vita per contribuire validamente, alla testa di tantissime altre sue indomabili colleghe, a portare il conforto di un aiuto ai nostri soldati inchiodati dalla guerra nelle trincee sui monti. Il Parco cittadino è davvero stracolmo di persone pervase da sentimenti di stima altissima che esse intendono testimoniare con la loro presenza. Nella folla spiccano circa duemila alpini, alcuni recanti ben in alto la bandiera di Reggimento fregiata di tante medaglie d’oro, d’argento e di bronzo. Sono presenti Franco Bertagnolli, Presidente Nazionale dell’Associazione Alpini d’Italia, i generali Franco Andeis, Lorenzo Valditara, Bruno Gallarotti, Gariboldi, Leonida Falco in rappresentanza del Ministro della Difesa on. Forlani, Ugo Schiapparelli, Presidente della Sez. Alpini di Latina, Valentino Dapit, Capo Sezione degli Alpini di Sabaudia, il quale, avvalendosi della preziosa collaborazione di Gino Canciani e di tutte le Sezioni Alpini della provincia, ha organizzato in maniera impeccabile la riuscitissima manifestazione.

Parole di vivo apprezzamento per la figura e l’opera di Maria Plozner Mentil vengono pronunciate anche da Aldo Di Centa, Sindaco di Paluzza, che lascia quindi la scena ad alcune delle vecchie compagne di Maria, le quali, in un silenzio carico di commozione, si raccolgono ai piedi del monumento per deporvi una corona di fiori ed una fervente preghiera: un Alpino invisibile la innalzerà fino al Paradiso degli Eroi dove Maria vive tra coloro che fecero dell’amor patrio l’estremo sacrificio.

Circa quindici anni dopo il monumento mostra segni di decadimento ed allora viene consultato il valente restauratore Francesco Tovo che già ha operato brillantemente su altri monumenti della città bisognosi di raccomodamenti. L’artista non smentisce la sua meritata fame ed in breve ridona freschezza  e nobiltà di linee al prezioso manufatto. La ripristinata bellezza dell’opera viene entusiasticamente applaudita l’8 aprile 1990 nel corso di una cerimonia curata egregiamente dagli alpini di Sabaudia e di Latina guidati da Nicola Corradetti e coadiuvati dai militari della S.A.C.A. agli ordini del generale Plozner. Alla presenza del generale Pierluigi Federici, vicecapo di Stato Maggiore  della Difesa e di altre insigni, il restaurato monumento viene nuovamente “scoperto” e stavolta il lungo viale di accesso presenta una toccante novità: sui due suoi lati sono allineate ruvide pietre provenienti anch’esse dal Malpasso di Pramosio e su ciascuna di esse é inciso il nome delle care amiche e colleghe di “ corvèe” dell’Eroina, decedute prima che le Portatrici carniche fossero insignite del Cavalierato di Vittorio Veneto.

 

Anater Pasqua                classe 1889

Bidoli Margherita             classe 1892

De Franceschi Maria      classe 1900

Del Bon Margherita         classe 1892

Di Bello Maria                  classe 1885

Ebner Pasqua                  classe 1887

Matiz Maria                      classe 1898

Mentil Maria                     classe 1889

Mentil Marianna               classe 1894

Muser Ida                         classe 1895

Primus Anna                    classe 1897

Primus Oliva                    classe 1899

Primus Rosaria               classe 1892

Puntel Margherita           classe 1888

Silverio Maria                  classe 1884.

 

Quindici nomi, quindici vite, quindici testimonianze d’onore. Per tutte, una sola parola: grazie.

 

 

Rocco Tedino                                                                                                                                                           

 

Di notiziedatimau
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Friday 4 may 2012 5 04 /05 /Mag /2012 14:57

Il 18 marzo del 2012, l’Associazione culturale “Latteria sociale di Timau” dà nuovamente notizie di sé  con l’attesa Assemblea dei soci, finalizzata all’elezione del nuovo Consiglio di Amministrazione.  Alle ore 10.00, presso la sala comunale di Timau, 21 soci su 119 (oltre a 15 deleghe) si riuniscono per esaminare l’ordine del giorno predisposto dalla presidenza.

Su proposta del presidente dell’Associazione, Lauro MENTIL, viene nominato presidente dell’Assemblea il sig. Dino MATIZ, che accetta l’incarico ed apre i lavori.

Il vicepresidente Unfer legge la relazione redatta dal geometra Mentil sulle varie attività edilizie e burocratiche espletate nel corso degli esercizi finanziari compresi nel triennio 2009-2011. La relazione viene approvata all’unanimità.

Al termine della lettura della relazione finanziaria relativa agli anni 2008/2011, alcuni presenti pongono quesiti chiarificatori circa alcune situazioni interne all’Associazione. Luciano PLOZNER, ad esempio, propone di aumentare l’affitto dell’appartamento di proprietà della latteria ed occupato da anni dal sig. Ezio CASALI. La relazione viene approvata all’unanimità, rimandando alla prossima riunione i chiarimenti dei quesiti sollevati da alcuni soci. Viene toccato anche l’argomento riguardante le domande di contributi, che al momento hanno riscosso parere negativo.

A questo punto il presidente Mentil informa i convenuti che durante la sistemazione dei locali sottostanti la latteria sono state rinvenute delle ramine: si è dunque pensato di metterle in vendita al prezzo di euro 50 cadauna. I soci, con esclusione del sig. Silvio PUNTEL, sono favorevoli all’iniziativa, a patto che i recipienti siano offerti in vendita esclusivamente agli iscritti all’Associazione.

È giunto il momento più significativo della riunione, la votazione per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione e del collegio dei Sindaci Revisori. Vengono nominate le scrutatrici nelle persone delle signore Eliana LAIKAUF e Diana SOTTOCORONA, il presidente dell’Assemblea ritira le deleghe e dispone la distribuzione delle schede elettorali.

Si procede alle votazioni. Al termine delle stesse, le due signore scelte dall’Assemblea effettuano le operazioni di scrutinio delle schede (21 votanti più 15 deleghe, per un totale di 36 voti). Risultano eletti Consiglieri i sottonotati soci, tutti con 36 voti:

. MATIZ                      Erminio;

. MATIZ                      Pierantonio;

. MENTIL                   Doriana;

. MENTIL                   Ermelinda;

. MENTIL                   Lauro;

. PRIMUS                  Massimo;

. PUNTEL                 Nicolino;

. SILVERIO               Thomas;

: SOTTOCORONA  Diana;

. UNFER                   Albano;

. UNFER                   Velio.

 

Il sig. Lauro MENTIL  viene riconfermato presidente dell’Associazione. Vengono altresì riconfermati nei loro precedenti incarichi il sig. Velio UNFER (Vicepresidente) e la signora  Ermelinda MENTIL (Segretaria).

 

Il Collegio dei Sindaci Revisori risulta così composto:

-        MENTIL Pio                           voti 36;

-        LAIKAUF Eliana                    voti 36;

-         MENTIL Giancarlo                voti 34.

I rimanenti due voti  sono andati a PRIMUS Alessandra.

 

Il Presidente dell’Associazione culturale, per semplicità chiamata “Latteria sociale di Timau”, ha poi letto una lunga relazione in cui erano contenuti tutti gli interventi, di carattere prevalentemente edile (ma non mancavano riscontri di attività burocratiche), operati nel corso degli esercizi finanziari a partire dall’anno 2008. Esaminiamoli in dettaglio.

 

ANNO 2008:

 

manutenzione straordinaria urgente effettuata sulla canna fumaria funzionante nell’impianto termosanitario di pertinenza dell’Ufficio postale (ditta esecutrice Duzzi Marcello);

prestazioni notarili fornite dallo studio del notaio Eligio Garelli di Tolmezzo al momento di redigere il nuovo statuto societario e di assicurare l’assistenza durante lo svolgimento dell’Assemblea straordinaria.

 

ANNO 2009:

 

fornitura e posa in opera di un boiler per il vano “raccolta latte” della latteria (ditta esecutrice in proprio);

esecuzione delle sottonotate opere di edilizia e di impiantistica finalizzate alla creazione di un accesso, a livello del piano seminterrato, ai vari scantinati di pertinenza dell’appartamento del quale è proprietaria la latteria:

  1. demolizione della vecchia scala divenuta inutilizzabile dopo la costruzione della porta d’ingresso all’Ufficio postale;
  2. scavo effettuato per ricavare un andito di accesso all’appartamento (ditta esecutrice De Franceschi Alfeo);
  3. taglio del nuovo foro con circolare, realizzazione di finiture varie inerenti la posa del portoncino d’ingresso (ditta esecutrice Duzzi Marcello);
  4. demolizioni interne (ditta esecutrice Duzzi Marcello);
  5. prestazioni riguardanti modifiche ed adattamenti delle condutture idriche e termosanitarie (ditta esecutrice Galassi Term).

 

ANNO 2010:

 

fornitura e posa in opera di n. 2 portoncini in alluminio, a taglio termico e vetri doppi isolanti (ditta esecutrice Metallica di Rivo);

prestazioni contabili fornite dallo studio  Fiorenza Magnani di Sutrio;

prestazioni tecniche per frazionamento mappale 499 di proprietà dei signori Unfer Velio e Mentil Marilena (studio tecnico Mauro Florit di Tolmezzo);

prestazioni legali assicurate dallo studio dell’avvocato Gabriele Bano di Tolmezzo.

 

ANNO 2011:

 

realizzazione del muretto di delimitazione del fondo di proprietà della latteria, con relativa soprastante rete (ditta esecutrice Duzzi Marcello);

realizzazione di un pavimento che copre l’andito di accesso al seminterrato di pertinenza dell’appartamento e raccordo dello stesso con l’esistente marciapiede (ditta esecutrice Duzzi Marcello);

demolizione dell’intonaco e messa a nudo della muratura della stanza adiacente l’ex-locale detto di “produzione formaggio”. Susseguente rimboccatura e doppia spruzzatura con malta di cemento (ditta esecutrice Duzzi Marcello);

trattamento di alcun ramine ad opera del sig. Tullio Pertoldi di Udine;

interventi di una ditta idrospurghi della zona;

rimozione palorcio (filo a sbalzo) Braida-Faas (ditta esecutrice Agriforest di Paluzza);

prestazioni notarili concernenti la donazione fatta alla latteria dalla signora Mentil Marilena e dal signor Unfer Velio della superficie di entrata dell’Ufficio postale (rubricata in mappale n.1601). L’atto consente alla latteria di regolarizzare la situazione catastale dell’intero immobile, in quanto, prima di allora, il corpo rappresentante l’entrata si trovava su terreno altrui.

Terminato l’elenco delle varie attività edilizie e burocratiche espletate nel corso dell’ultimo quadriennio, il Presidente Mentil Lauro rende edotta l’Assemblea della situazione finanziaria in cui versa l’Associazione culturale denominata “Latteria sociale di Timau”. Attraverso l’esame dei bilanci consuntivi sintetici relativi agli esercizi finanziari compilati dal 2008 al 2011, è facile constatare che il saldo attivo si è via via contratto: alla data del 31 dicembre del 2008 ammontava ad euro 22.433, nell’ultima chiusura del 31 dicembre del 2011 era di appena 2.192 euro. La causa principale di questa diminuzione  di fondi a disposizione si può verosimilmente addebitare al calo delle entrate di cui l’Associazione gode. Un esempio? Sia nel 2010 che nel 2011, la latteria ha presentato due domande di contributi. La prima, indirizzata alla Regione FVG, conteneva una richiesta di contributo in “Conto capitale” comprendente l’intervento globale, area museale compresa. La seconda istanza è stata inviata alla Provincia e alla Comunità montana: si richiedeva un contributo di euro 10.000 a fondo perso, comprendente solo un intervento di risanamento dei vani da adibire ad Area museale. Ebbene, entrambe le domande non hanno ricevuto riposta alcuna, talché il Consiglio della latteria ha giustamente concluso che non erano state accolte. Anche un’altra richiesta di contributi, avanzata ai sensi di una specifica legge regionale riguardante le ex-latterie sociali, è stata rigettata per motivi burocratici “…comuni a tanti altri centri carnici, anche importanti, e non ancora risolti…” come specificato dall’ufficio che si è incaricato di comunicare la mancata accettazione della domanda.

Questa penuria di fondi a disposizione dell’Ente  pregiudica pesantemente la possibilità di effettuare lavori che pure sarebbero necessari, ma che è giocoforza rimandare a tempi migliori, visto che gli introiti ricavati dagli affitti dell’appartamento e dell’ufficio postale (dei quali, oltretutto, circa la metà viene spesa in tasse) non permettono certo di avventurarsi in interventi edilizi. Prima di passare ad altro argomento, si rende noto che chiunque fosse interessato può prendere visione, presso la sede dell’Associazione, dei Bilanci consuntivi dettagliati, diligentemente redatti dalla Segretaria, signora Marilena MENTIL.

Riportiamo, infine, qui di seguito l’elenco nominativo dei soci della Latteria, che sono ben 119, riproducendone fedelmente la composizione fornita dalla Presidenza dell’Associazione:

 

Mentil Giancarlo – Unfer Pietro – Mentil Flavio – Matiz Evelina – Silverio Fiorenza – Unfer Ermengildo – Bianchet Gabriella – Muser Cesarino – Plozner Luciano – Ebner Giovanni Ado – Mentil Olivieri – Primus Loredano – Silverio Elvina c/o Muser Nello – Mentil Marino – Unfer Claudio – Unfer Pia – Mentil Rosamaria – Plozner Bruno – Mentil Ines – Muser Francesco – Balletti Beppina – Matiz Carmelio – Mentil Gina – Primus Alessandra -  Primus Giannina – Primus Massimo – Matiz Ennio – Mentil Milvia – Matiz Dino – Unfer Albano – Plozner Enzo – Casali Bruno – Duzzi Alvaro – Mentil Renato – Laikauf Carlo – Casali Ezio – Primus Edoardo – Matiz Elvio – Silverio Thomas – Puntel Paolina – Matiz Iole – Primus Esterina – Muser Mauro – Plozner Maria – Mentil Carmen – Muser Villi – Muser Maria (Onelio) – Primus Ilia – Muser Renato – Duzzi Ennia – Laikauf Eliana – Matiz Irma – Mentil Elena – Unfer Ercole – Muser Lino – Matiz Arno – Primus Beppina – Mentil Doriana – Mentil Valerio – Matiz Beppino – Mentil Emidio – Mentil Niveo – Plozner Giorgia – Silverio Simonetta – Matiz Erminio – Matiz Erasmo – Mentil Beppino – Mentil Rita – Mentil Ermelinda – Mentil Dino – Ebner Loretta – Mentil Lauro – Matiz Lida – Unfer Danilo – Unfer Gilberto – Matiz Egidio – Mentil Graziella – Plozner Guerino – Mentil Egidia – Muser Sandra – Mentil Innocente – Plozner Nicolina -  Olivotto Stefania – Muser Antonina – Puntel Nicolino – Primus Ivana – Unfer Rita – Muser Fulvio – Muser Ennia – Matiz Bruna – Unfer Fiorino – Mentil Pio – Mentil Eugenio – Plozner Giacomina – Matiz Anita – Duzzi Beppino – Deotto Ilario – Mentil Beppina – Puntel Silvio – Muser Ezio – Unfer Giuseppa – Mentil Felice – Tassotti Antonietta – Plozner Alda – Laikauf Loretta – Mentil Marilena – Unfer Velio – Mentil Bruno – Muser Pietro – Puntel Paolina – Matiz Pierantonio – Plozner Claudio – Matiz Anna – Matiz Mario – Mentil Gemma – Sottocorona Diana – Muser Renata – Plozner Dimitri – Mentil Fiorino.

 

 

Rocco Tedino   

Di notiziedatimau
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Tuesday 1 may 2012 2 01 /05 /Mag /2012 15:25

….la Tradizione, quella somma di riti ed usanze che caratterizzavano alcune importanti  ricorrenze, fossero religiose o civili, rivestendo anche il non trascurabile ruolo di spinta all’aggregazione tra individui, se non tra famiglie, del borgo oppure del paese intero. Certi cerimoniali così peculiari di Timau assumevano spesso significati che travalicavano la semplice voglia di trascorrere qualche ora in allegria per esprimere forte attaccamento a valori  profondamente radicati nel sentimento religioso, sociale ed economico della comunità timavese. Oggi, purtroppo, alcune consuetudini, che da tempi immemorabili avevano accompagnato la celebrazione di avvenimenti festivi, non vengono più riproposte e la storia del paese si riscopre obiettivamente un po’ più povera.

“” Miar bincnenck a Hailigis, glickligis nojs joar ( Vi auguriamo un nuovo anno fortunato e santo”” e “”Miar aa enck, geats in Gotsnnoom (Anche noi a voi, andate nel nome del Signore)””: queste erano le due frasi che più spesso riecheggiavano nella mattinata del primo giorno di ogni nuovo anno. A Capodanno, infatti, gruppi di bambini iniziavano a bussare di buon mattino alle porte delle case, augurando un felice anno nuovo e i residenti, che li accoglievano tra le loro mura con sollecitudine e simpatia, ricambiavano di buon cuore i fausti auspici, accompagnando il congedo col dono di frutta secca, mandarini, caramelle, tavolette di cioccolato portato degli emigranti e più tardi anche soldini. Al termine del lungo giro, i piccoli messaggeri di pace e di serenità inventariavano il loro…bottino e se lo spartivano in sana allegria. Se l’erano più che meritato, riconosciamolo! A partire dalla metà degli anni ’80 questa usanza è stata abbandonata e si tende ad addebitarne la scomparsa al numero sempre più ridotto di bambini che abitano a Timau. Ciò è vero solo in parte, perché il paese non è completamente privo di piccini e quindi esisterebbe ancora la possibilità di vedersi comparire alla porta di casa teneri visetti, magari arrossati dal freddo, che augurano buon anno.

Ogni cinque di gennaio, poi, vigeva l’uso della benedizione dell’acqua, rito che si ripete anche ai giorni nostri, ma con modalità sostanzialmente diverse dall’originale.

In chiesa si andava recando ciascuno un recipiente colmo d’acqua (pochissimi attingevano alla vaschetta già pronta nei pressi dell’altare); si portavano, inoltre, a benedire ago e filo da cucire, sale, una cipolla. Di ritorno a casa, l’acqua assolveva a precise funzioni: innanzitutto, ciascun membro della famiglia ne beveva un sorso come atto di purificazione dell’anima, poi si riempiva del prezioso liquido una bottiglietta da appendere nella stalla perché proteggesse gli animali ed infine si riforniva del rimanente le piccole acquasantiere dislocate nella camere. Quest’acqua serviva alla lieta incombenza di benedire la sposa il giorno del matrimonio, prima che uscisse di casa, oppure al triste compito di porgere l’ultimo saluto al defunto da parte dei dolenti. Il destino dell’acqua eventualmente risultata d’avanzo dall’anno precedente era piuttosto curioso, ancorché motivato dalla volontà di impetrare la benedizione divina, perché con parte di essa si lavavano i davanzali e i pavimenti, mentre il rimanente finiva nell’abbeveratoio degli animali. Il sale, infine, veniva prevalentemente usato in casa, ma non di rado era versato nel pastone degli animali.

Da un po’ di anni la celebrazione della festività di San Giuseppe, come di tante altre ….consorelle, viene spostata alla domenica successiva. Dicono che questo accorgimento sia stato adottato per evitare che il ritmo lavorativo nazionale subisse deleterie interruzioni infrasettimanali. Andando a memoria, soltanto il Natale si è salvato da questa specie di trasloco coatto. Forse l’hanno deciso per regalare agli italiani l’illusione che nulla sia cambiato, in fatto di cerimonie religiose .  Resta il fatto che tante ricorrenze ecclesiastiche, un tempo importanti punti fermi nel calendario della devozione, oggi abbiano perduto gran parte del loro semplice e profondo incanto di appuntamenti con la tradizione cattolica più cara ed antica, decretando, loro malgrado, anche il declino di usanze nate e coltivate in stretta simbiosi con l’avvenimento celebrato . A Timau, per dire, lo spostamento della festa dedicata da decenni al papà putativo di Gesù ha comportato  l’abbandono di una consuetudine che era indissolubilmente legata alla vigilia di quel giorno particolare: il lancio delle “schaibn”, quelle rotelle infuocate che rappresentavano la ghiotta occasione per scoprire alcuni simpatici altarini nell’ambito della sfera affettiva di tanti giovani del paese. 

Sin dal primo pomeriggio del 18 marzo, i ragazzi sceglievano la posizione più adatta sulle pendici delle alture sovrastanti il Bût (nel corso degli anni si è passati dalle “Cupindies” al “Satali”, quindi alle “Schain Pichali”), vi ammucchiavano legna e sterpaglia in gran quantità e preparavano le rotelle di faggio secco necessarie alla riuscita dell’evento. All’imbrunire ciascuna rotella, accesa al fuoco di un falò che ardeva nei pressi, veniva scagliata verso il basso. La prima rotella era dedicata tradizionalmente alla coppia più famosa della cristianità, Maria e Giuseppe, mentre la seconda citazione spettava a Santa Gertrude quale patrona di Timau; a seguire, le segnalazioni riguardanti giovani del paese.  Mentre il dischetto fiammeggiante disegnava nel cielo un arco di faville, il suo volo  era accompagnato dai nomi urlati dei due giovani che costituivano la coppia indicata dalla “vox populi”

E pazienza se talvolta gli accoppiamenti erano del tutto cervellotici…

Se la “schaiba” esauriva la sua corsa nelle acque del fiume,  per la coppia ad essa abbinata si spalancava un avvenire roseo e duraturo; se invece la rotella incandescente si frantumava in volo o atterrava sul greto sassoso, allora i due giovani citati erano a forte rischio di rottura del loro rapporto amoroso. Tutto questo avveniva alla presenza di allegri spettatori che, radunatisi sulla strada, commentavano ogni lancio con risate e divertiti commenti, specialmente se gli “operatori” svelavano l’esistenza di una coppia che avrebbe preferito mantenere un discreto anonimato….

Da una quindicina di anni anche questa usanza si è interrotta e non è mai più ripresa. Le ragioni della decisione non sono mai state del tutto chiarite. Forse gli organizzatori storici della cerimonia non hanno accettato che il lancio delle “schaibe” avvenisse in un giorno diverso dallo…onomastico ufficiale di San Giuseppe e si sono rifiutati di mantenere in vita la simpatica tradizione delle care, vecchie rotelle infuocate scagliate a disegnare nel cielo archi di faville che parlavano di cuori innamorati.

 

Rocco Tedino  

 

 

 

 

 

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