“Hai preso tutto?”.
“Sì, mi sembra proprio di sì”.
“Che significa, mi sembra? Guarda che non possiamo permetterci di arrivare magari a casa e poi accorgerci che abbiamo dimenticato qui qualcosa. Questo posto non é dietro la strada dell’orto, dove tornare quando ci fa comodo”.
“Stai tranquillo, ho preso tutto, possiamo andare”.
Questo rapido scambio di battute tra mio marito e me era avvenuto a distanza di appena qualche ora, al momento di salire in macchina e dirigerci verso casa, ripartendo da uno dei tanti gioiellini che compongono quel ricamo di isole e isolotti, di baie e di insenature cosparse di rigogliosa vegetazione, di candide spiagge, di rocce a strapiombo che precipitano in un mare cristallino: l’Arcipelago dei Lussini, una meraviglia della natura incastonata nel Golfo del Quarnero, in Croazia. Nella splendida cornice di quei panorami fatati avevamo trascorso dieci giorni, i primi di agosto, godendoci una vacanza di sogno tra un cielo e un mare che sembravano fare a gara a chi sciorinasse l’abito più blu. Era da tempo che desideravo soggiornare con Alessio in quell’angolo di ex-Jugoslavia, di cui alcuni amici mi avevano tessuto lodi entusiastiche, e finalmente ne avevamo avuto l’opportunità.
Eravamo arrivati nella nostra isoletta a metà pomeriggio di dieci giorni indietro, il primo di agosto. Un impiegato dell’agenzia, la stessa che circa un mese avanti avevamo contattato per trovare una casa, ci aveva accompagnati a destinazione. L’impressione immediata, destinata a migliorare col tempo, era stata assolutamente positiva. La casa, situata appena fuori del paese e praticamente a ridosso del mare, era ricoperta di assicelle di legno. Il cielo senza nuvole rendeva più nitido il bordo del tetto spiovente. Dipinta di bianco e con le imposte blu oltremare, l’edificio appariva in buone condizioni, soprattutto considerando che era esposta ai venti marini. La tinta non era scrostata, i vetri delle finestre brillavano al sole, il giardino circostante era curato con meticolosità, tanto che sul sentierino di mattoni che lo tagliava in diagonale non c’era una sola erbaccia. Nei giorni successivi avremmo imparato ad apprezzare le passeggiate sulla spiaggia, lo scricchiolio sotto le calzature di frammenti di conchiglie sbiancate dal sole, il profumo dell’aria umida e salata che inalavamo con voluttà, il rumore dei flutti e il ritmo delle onde… tutte cose che giovavano alla nostra salute ed al nostro morale più di qualsiasi altra attività.
L’impiegato ci aveva lasciati, dopo averci fornito tutte le informazioni di cui avevamo bisogno. Disfatti parzialmente i bagagli, giusto per tirare fuori le cose di uso immediato, eravamo pronti per fare una capatina in paese. Ci attendeva, però, una sorpresa che ci aveva colti davvero alla sprovvista. Noi non c’eravamo accorti di niente, ma mentre eravamo impegnati in casa le condizioni atmosferiche si erano guastate in modo repentino ed imprevisto. Eravamo arrivati con il sole: adesso si stava alzando il vento e nel cielo, verso occidente, si accavallavano rapidamente cumuli di nuvole plumbee, trafitte ed illuminate di quando in quando da lampi serpeggianti. Lontano, rimbombava il tuono. Non avevamo nessuna intenzione di sfidare la sorte e beccarci magari un acquazzone, perciò non avevamo altra scelta che restare in casa, finendo di mettere a posto le nostre cose e riflettendo sulla maligna tendenza a perseguitarci dimostrata dal maltempo, che aveva imperversato per tutta la sera. Non aveva mai cessato di cadere, infatti, un’acquerugiola fine ed insistente che vedevamo rigare i vetri delle finestre attraverso il lattiginoso chiarore sprigionato dai due faretti accesi all’esterno.
“Bell’affare, se il tempo dovesse durare a lungo così!” era sbottato ad un certo punto Alessio, la voce scoppiettante come un fuoco di fascine bagnate.
“Dài -avevo tentato di consolarlo io- vedrai che domani sarà bello”.
Lui mi aveva lanciato un’occhiata di divertita condiscendenza, poi aveva nuovamente riportato lo sguardo su quell’infame mondo umido e deprimente che si stendeva all’esterno: nei suoi occhi si leggeva un disgusto infinito.
Non molto dopo eravamo distesi in un letto davvero comodo e il sonno era misericordiosamente arrivato a calare un rapido sipario su quell’uggiosa serata.
Non sapevamo ancora che quella sarebbe stata, in tutta la nostra vacanza, l’unica manifestazione di cattivo tempo.
L’indomani eravamo stati svegliati da un sole caldo e luminoso che faceva brillare le reti poste ad asciugare sulla piccola diga e giocava con i riflessi delle barche che dondolavano dolcemente nelle limpide acque del porticciolo. Presto, vestirsi e partire immediatamente alla scoperta dell’isola. Aspirando avidamente l’aria balsamica impregnata dei profumi delle erbe campestri, eravamo arrivati alla baia, nei pressi della quale sorge il centro l’abitato, stretto tra il mare e una fertile e vasta campagna. Preso posto al tavolino esterno di un bar, avevamo consumato una ricca colazione, ingurgitando senza vergogna non so più quante fette di uno strudel particolare (fatto di pasta sfoglia con un cuore di formaggio fresco, mele e noci) accompagnato da una tazzona di caffelatte. La scoperta di parte dell’isola ci aveva preso tutta la mattinata, smuovendo un appetito “lupesco”, cosicché ci eravamo infilati in uno dei due ristoranti presenti in zona e ci eravamo beatamente nutriti di una porzione di Strukli (ravioli ripieni), seguiti da un secondo di Buzara (scampi cotti in un sugo di pomodoro, cipolla ed erbe), e completati da un assaggio di Paski (formaggio di pecora), il tutto innaffiato da un gradevole vinello di produzione locale. Il pomeriggio, invece, era stato dedicato a bagni di mare e di sole, che rosseggiava possente in un cielo limpido al limite dell’incredibile.
Non voglio dilungarmi nella descrizione particolareggiata di tutte le escursioni che ci eravamo concesse in quei dieci fantastici giorni, perciò fornirò solo brevi accenni dei nostri....vagabondaggi, tutti eseguiti spostandoci con i vaporetti, mezzi di locomozione molto usati. E allora eccoci aggirarci nel centro storico di Cres, ricco di palazzi e chiese in stile gotico-rinascimentale, inoltrarci sul suo altopiano e ammirare il bel lago di Vrana oppure fermarci a guardare con meraviglia venata di qualche timore lo straordinario abitato di Lubenizze, appollaiato su uno strapiombo che precipita per quasi quattrocento metri prima di incontrare il mare. E che dire del parco naturale di Punta Croce, che offre un paesaggio multicolore, vario, disseminato di ombrose pinete, un tranquillo rifugio per la fauna locale? E’ assolutamente consigliabile, poi, inerpicarsi fin sulla cima del monte Ossero perché da lassù, dalla sommità del Televrin, si gode un panorama grandioso e bellissimo, che si fatica a descrivere, tanto é incantevole: a occidente si profila il contorno della costa istriana; a nord e a oriente si scorge una lunga distesa irregolare di cime alpine, schierate in ranghi serrati, che sbiadiscono in lontananza, mutando progressivamente colorazione a mano a mano che si avviano a fondersi con l’azzurro del cielo. Il centro forse più importante dell’arcipelago é senza dubbio Lussin Piccolo, sorto sul fondo di uno stretto vallone che lo ripara dalla fredda ed impetuosa bora. La bellezza naturale dell’ambiente, la dolcezza del clima, le numerose macchie di vegetazione che offrono refrigerio e riparo dalle calure estive, tutto concorre a convogliare in questa vivace cittadina comitive sempre più interessate di turisti, che possono scegliere anche tra numerose offerte culturali, quali spettacoli teatrali, mostre d’arte, concerti musicali di vario genere.
Una sera ci eravamo fermati anche noi. La serata era umida e calda e la strada brulicava di gente. I ristoranti avevano spalancato porte e finestre e i tavoli avevano invaso i marciapiedi, talvolta in modo del tutto caotico, come fossero ancora in attesa di una sistemazione definitiva. Al riparo degli ombrelloni multicolori che ombreggiavano i tavoli, uomini in maniche di camicia e donne con le spalle nude chiacchieravano allegramente, mentre altre persone facevano la fila in attesa di un posto. Mentre demolivamo con cosciente determinazione una pantagruelica coppa di gelato a testa, eravamo arrivati alla conclusione che ci avrebbe arrecato molto piacere assistere all’esecuzione di un concerto di musica folkloristica offerto da un complesso che, nel genere, andava per la maggiore. Fattaci indicare la località teatro dell’evento, l’avevamo ben presto raggiunta, sistemandoci quindi in un punto dal quale la vista poteva spaziare sull’intera area. Ci trovavamo in una deliziosa piazza incastonata fra una stupenda chiesa barocca (ci dissero che risaliva al XV secolo) e un lussuoso albergo. Il piccolo parco era circondato da un anello di villette a schiera dalle forme fantasiose e ornate da elaborate decorazioni in legno. Le villette, dipinte con policroma eccentricità dai vari proprietari e rallegrate da giardinetti ravvivati da fiori estivi, nell’insieme creavano uno scenario straordinario, incredibile. La stessa frivola atmosfera percorreva anche il giardino centrale: dalla fontana che si innalzava sul laghetto simile a un tulipano gigante, al recinto in ferro battuto, alto fino al ginocchio, che separava con le sue estrose volute gli spazi verdi dalle originali villette che formavano il perimetro della piazza. La serata era trascorsa in modo piacevolissimo e alla fine avevamo acchiappato, si può dire al volo, l’ultimo vaporetto utile per tornare a casa.
La mattina dopo, ingrugniti e pieni di nostalgia avevamo preparato i bagagli per il ritorno.
“Hai preso tutto?”
“Sì, mi sembra proprio di sì?”
E il dialogo era continuato nel modo descritto all’inizio di questo racconto, ma si era ben presto concluso perché nessuno dei due aveva voglia di parlare. Dieci giorni volati via in un baleno, ma si può! Un ultimo bagno di mare, un ultimo pranzetto a base di pesce ed eccoci sulla strada del ritorno, guardando fisso davanti a noi e con scarsissima voglia di scambiare qualche parola.
Appena arrivati in territorio italiano, una telefonata ci tira un po’ su di morale. È Gianna Micheletti, una nostra cara amica, che ci invita ad una festicciola organizzata per il giorno dopo nel loro chalet in montagna. Non possiamo rifiutare, non vuole sentire ragioni. E chi si permette di rifiutare! Trascorrere qualche ora con Gianna, suo marito Ottavio, un simpaticissimo padrone di casa che ha sempre la battuta giusta per ogni situazione, e un gruppo di amici tra i migliori che si possa desiderare, è l’antidoto giusto alla crisi di malinconia che ci tiene in pugno. Il giorno dopo, domenica, ci svegliamo già più tranquilli. Il ricordo di quegli incantevoli dieci giorni è ancora vivo e il sole che entra a fiotti dalle finestre aperte contribuisce ad aumentare l’illusione di trovarci ancora sull’isoletta in Croazia. Basta, pensiamo al pomeriggio e smettiamola con i rimpianti, altrimenti somiglieremo sempre di più a quei ridicoli personaggi che continuano a piangere di nostalgia per settimane, dopo aver fatto una crociera per mare…
Trascorre mezza giornata e noi siamo pronti per la nuova, piacevole avventura. Abbiamo caricato in macchina tutto l’occorrente e possiamo partire. Il viaggio sarà relativamente breve, una decina di chilometri e arriveremo dai Micheletti. Il sole del tardo pomeriggio é ancora alto sull’orizzonte, ma già i suoi raggi cominciano a diventare obliqui. Poche nubi soffici si librano sulle cime delle montagne e la temperatura é dolce. Siamo davvero contenti, Alessio e io, di goderci questa inattesa occasione di serenità e di allegria.
Eccoci a destinazione. Lo chalet dei Micheletti, ricavato da una vecchissima casa colonica risalente all’inizio dell’800, domina la cresta di una collina ed é circondato da un prato curatissimo che sembra la pubblicità di un catalogo di fiori che stipano le zolle con tanta e tale varietà da sembrare finti. E’ situato all’uscita del paese, vicino all’incrocio tra la strada principale e un viottolo in salita che attraversa il bosco e sbuca direttamente sull’entrata della casa. Di media grandezza, la villetta ha proporzioni armoniche e i colori allegri e vivaci di cui sono dipinte porte e finestre le conferiscono un’aria civettuola. Una veranda bianca, e piuttosto bassa, corre sul davanti della casa. Una vasta porzione di terreno circostante appare disboscata, a tutto vantaggio del sole che non fa dunque fatica ad avvolgere la costruzione nel suo caldo abbraccio. Dietro la casa c’é anche un orto che produce verdure per la famiglia, quando Gianna o Ottavio si ricordano di coltivarlo. Un fienile di pietra, testimone di ormai introvabili presenze animali, sorge un pò discosto dal corpo principale del villino. Superato il fienile, attraversiamo un cancello e ci troviamo a calpestare un sentierino serpeggiante che si inoltra in un frutteto. I nostri amici ci accolgono in piedi sui gradini della veranda, incorniciati da un traliccio sovraccarico di fiori di glicine. In attesa degli altri ospiti - e prima di prendere posto sulle panche allineate dietro i lunghi tavoli che i nostri anfitrioni hanno già provveduto a sistemare sul prato antistante la casa - entriamo nella sala per bere qualcosa di rinfrescante. E’ una stanza spaziosa, ben illuminata dalle ampie finestre intagliate sulla parete di fronte alla porta, al di sopra dei pannelli di quercia che rivestono le pareti scoperte fino ad un’altezza di circa un metro e mezzo da terra. A destra dell’uscio, sono raggruppati un divanetto di velluto damascato, dallo schienale di legno lavorato, e tre comode poltrone moderne che fronteggiano un camino di mattoni rossi. Da un fianco del camino si diparte un’alta libreria, a prima vista molto ben fornita, che ricopre tutta la parete. Un grande tavolo di quercia sul quale troneggia un elegante abat-jour ricoperto di stoffa rosa, un basso tavolino in noce dalle gambe arcuate e una elaborata cassapanca rinascimentale completano l’arredamento, scarno, sì, ma di indubbio gusto. Un quadro ad olio, che rappresenta un panorama alpino, e due copie di celebri dipinti dell’arte italiana, riempiono gli spazi vuoti dei muri. Il tappeto, che ricopre quasi interamente il pavimento, é rosso cupo, come le tende che incorniciano le finestre.
Nel frattempo, gli amici attesi sono giunti: siamo tutti presenti, la festa può cominciare. Prendiamo posto sulle panche e diamo l’assalto ai cibi e alle bevande, appetitose tentazioni che affollano i tavoli. Le ore trascorrono in un clima psicologico lieto e disteso, si ride e si sorride di continuo, né potrebbe essere diversamente in una compagnia perfettamente affiatata come la nostra. Il sole, intanto, sta rapidamente declinando dietro le lontane montagne, gettando lunghe ombre scure nei canaloni e nei crepacci. La luna, comparsa quasi alla chetichella, comincia ad arrampicarsi nel cielo. La notte si annuncia tranquilla e senza traccia di vento.
Molto più tardi, fatta praticamente piazza pulita di qualsiasi elemento commestibile, il buio ci trova raccolti intorno ad un fuoco romanticamente scoppiettante sugli ultimi brindisi un pò sonnacchiosi. I riflessi delle fiamme dipingono mobili effetti di chiaroscuri sui nostri volti e grandi ombre sulla realtà circostante. Sotto la carezza di un vento leggero, saturo di effluvi, le chiome degli alberi stormiscono dolcemente, cosa viva nella notte estiva. Ci attardiamo a commentare la giornata appena trascorsa, tra bonari sfottò e risate che non vogliono saperne di spegnersi, e nessuno vorrebbe abbandonare per primo quell’angolo incantato. Ma una vocina molesta ed insistente si ostina a ricordarci gli obblighi di lavoro che ci attendono l’indomani, lunedì.
Non possiamo ignorarla ancora a lungo. Tutti a nanna, via.
Rocco Tedino