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Delitto a due facce (4ª parte)

Delitto a due facce   (4ª parte)

 

Pitt dormì male, quella notte. Ogni tanto si svegliava di colpo ed il pensiero tornava invariabilmente all’assassinio di Ryerson. Tra le altre cose, si accorse di rimuginare con frequenza  sulle confidenze di Anders. Perché, si interrogava Pitt, l’avvocato aveva  ritenuto utile mettere a parte il sovrintendente dei segreti non certi edificanti degli ospiti di Ryerson? Ci teneva a presentare quest’ultimo sotto una luce estremamente sfavorevole per la parte avuta nelle varie vicende legate al passato di quegli uomini, oppure voleva anticipare in qualche modo le scoperte di Pitt, se questi si fosse messo ad investigare sul loro conto? Pitt, onestamente, non credeva che l’assassino fosse qualcuno di loro, però non poteva neanche scartare quella evenienza sull’unica base di una sua sensazione personale. D’altra parte, gli ripugnava dare il via ad un’indagine che avrebbe fatalmente riportato a galla fatti e misfatti ormai sepolti negli archivi della polizia, schizzando fango tardivo su tante persone e trascinando nell’ignominia un nome che l’opinione pubblica considerava onorato, quello di Saville Ryerson. No, per il momento l’investigatore avrebbe tenuto per sé gli sfoghi dell’avvocato e non ne avrebbe parlato neppure con Tellman. Per avviare un’inchiesta a carico di quei sei c’era sempre tempo.  L’insonne poliziotto sentì battere più volte le ore notturne, poi finalmente un flebile chiarore proveniente dalla strada gli annunciò l’arrivo del nuovo giorno. Quando ritenne che fosse maturata un’ora decente per alzarsi, Pitt respinse le coperte e andò a prepararsi, badando a non svegliare sua moglie che dormiva ancora saporitamente. Si ritrovarono mezz’ora dopo in sala da pranzo, di fronte ad una succulenta colazione. Parlarono del più e del meno, il discorso scivolò fatalmente sul caso e Pitt aggiornò la sua curiosa consorte per quello che gli era consentito. Terminato di mangiare, il sovrintendente accennò vagamente a certi impegni urgenti che lo attendevano a Scotland Yard e se la svignò. Non aveva, comunque, del tutto mentito, perché mentre si sbarbava un’idea improvvisa gli aveva folgorato la mente. Era un’idea pazzesca, ne conveniva, ma a quel punto qualsiasi tassello, per quanto piccolo ed incredibile, poteva contribuire a svelare più chiaramente le linee dell’intero mosaico. Per prima cosa, si diresse verso la stazione di polizia dove sapeva che avrebbe trovato Talbot. Non si sbagliava. L’ispettore ascoltò con un certo stupore la richiesta del suo superiore e dieci minuti più tardi un affaccendato sovrintendente navigava a bordo di una vetusta auto pubblica verso la sede centrale di Scotland Yard, fastidiosamente sballottato sul fondo stradale sconnesso. Ci vollero tanta pazienza ed un centinaio di spiegazioni ad un tetragono poliziotto di guardia, prima che Pitt riuscisse a farsi accompagnare in una disadorna stanzetta adibita ad ufficio, in cui incontrò Burton che lo guardò sorpreso di trovarlo lì.

“Buongiorno, Reginald, sapevo che stamattina avevi un appuntamento qui allo Yard con l’Alto Commissario e ne ho approfittato per chiederti un’informazione. Dimmi, hai mai visto un aggeggino dl genere?” E così dicendo il sovrintendente tirò fuori di tasca il medaglione rinvenuto da Tellman nel bosco della villa di Ryerson e lo porse all’amico. Questi lo guardò attentamente, lo rigirò un paio di volte tra le mani, corrugò la fronte nell’evidente sforzo di ricordare, quindi alzò lo sguardo su Pitt con espressione confusa:

“Sai, Thomas, questo medaglione mi sembra di averlo già visto, ma non riesco a ricordare dove, così al momento. Non me lo puoi lasciare, vero?” – e al cenno di diniego dell’altro, sospirò: “Lo immaginavo. Senti, io ti prometto di rifletterci sopra e se mi torna qualcosa in mente te lo faccio sapere. Adesso vattene, perché mi possono convocare da un istante all’altro.”

Pitt lo ringraziò e si allontanò sollecitamente. Mentre camminava, avvertiva un senso di euforia che egli cercava giudiziosamente di tenere a bada.

“Stai calmo” – si ripeteva – “ la mezza ammissione di Burton non ti ha avvicinato nemmeno di mezzo pollice alla soluzione. Ne hai di strada da fare, prima di goderti il successo.”

Sbucò in una piazzetta dalle parti di Chelsea e si fermò di botto. Il lato più corto dell’area si era trasformato in un alto cumulo di macerie, da cui si levava ancora qualche nero pennacchio di fumo. Le case che vi sorgevano si erano disintegrate sotto la micidiale opera dei bombardieri tedeschi, giunti presumibilmente su Londra alle prime luci dell’alba, come ormai facevano da circa due mesi. Pitt fece scorrere ancora una volta lo sguardo su quel cumulo di rovine, augurandosi fervidamente che non nascondessero qualche morto, e proseguì con il cuore pieno di tristezza. Salì nel suo ufficio e lo trovò deserto. Talbot e Tellman erano certamente impegnati nel controllo fiscale su Ryerson che lui stesso aveva ordinato. Che cosa poteva fare, in attesa che qualcuno si facesse vivo? Era inutile, senza i carteggi di Ryerson da esaminare aveva le mani legate. Decise di andare alla sede del Reparto Speciale e parlare con il suo capo, se c’era. Mezz’ora dopo, il sovrintendente si trovava seduto nell’ufficio del colonnello, un bicchiere di whisky in mano e un’espressione imbronciata sul volto. Woodside gli stava spiegando che aveva già provveduto a smuovere le sue pedine per ottenere in visione i sospirati fascicoli segreti di Ryerson, ma che ci voleva tempo e pazienza prima di riuscire nell’intento. Pitt annuì, ma si vedeva che era insoddisfatto. Frugando distrattamente nella tasca della giacca, tirò fuori la strisciolina di carta, su cui aveva scritto la frase oscura da mostrare al suo amico Burton, la lisciò e la stese sul tavolo, cominciando a fissarla con un cipiglio da nemico.

Il colonnello Woodside, intanto, misurava la stanza a lunghi passi irosi. Soffriva per la forzata inazione cui lui e Pitt erano condannati, dal momento che le indagini sembravano essersi arenate, e sfogava la sua delusione emettendo incomprensibili borbottii e lanciando frequenti occhiate incuriosite al suo sottoposto che sembrava profondamente immerso nell’esame dell’ultima esternazione di Ryerson:

 attenzione…uomo…non…cercate…nessun… colpevole.

Woodside si fermò dietro le spalle di Pitt, lesse la frase a sua volta e poi commentò, con una scrollata di spalle e un sorrisetto agro: “Mi ricorda la risposta, in verità perfida, che la sibilla della mitologia greca dette ad un soldato che era andato a consultare l’oracolo per sapere se sarebbe tornato sano e salvo dalla guerra. Lei gli disse: Andrai tornerai non morirai in guerra. Il responso cambia di significato secondo la collocazione della virgola. Se la mettiamo dopo tornerai la frase significa: andrai tornerai, non morirai in guerra. Se invece la mettiamo dopo non, il significato si capovolge: andrai non tornerai, morirai in guerra. Guarda, guarda, anche in questa frase c’è un non. Pitt, può significare qualcosa? Pitt, si sente bene?” – Così dicendo, Woodside aveva afferrato l’ispettore capo per una spalla e lo scrollava delicatamente. Pitt, infatti, era rimasto come fulminato: gli occhi sbarrati, la bocca mezza aperta e un’espressione di indicibile sbalordimento negli occhi. Possibile che fosse quella la soluzione giusta, quella che gli era praticamente scoppiata nel cervello ascoltando l’aneddoto del suo capo? Doveva sapere, ma in luogo tranquillo, dove nessuno potesse disturbarlo: il suo ufficio, ecco dove andare a rintanarsi per esaminare in santa pace l’intera faccenda. Si alzò di scatto e a  passi veloci raggiunse la porta. L’aprì, ma prima di uscire ritrovò il controllo necessario per volgersi al suo capo: 

“Mi scusi, colonnello, c’è un’incombenza urgentissima che mi aspetta, le farò rapporto più tardi”. Ciò detto, si lanciò fuori dall’ufficio, lasciandosi alle spalle Woodside che sembrava essersi trasformato in una statua di sale.

Quando Talbot e Tellman rientrarono in sede che già le ombre della sera scendevano ad avvolgere la città, trovarono il loro superiore comodamente allungato sulla sua poltroncina dietro la scrivania. Aveva un’espressione beata sul viso e salutò i suoi collaboratori con espansività:

“Venite, venite, ragazzi, riposatevi per qualche minuto. Giornata dura, oggi?” Talbot sollevò significativamente gli occhi al cielo, per testimoniare la sua muta approvazione, mentre il sergente si lanciò in un dettagliato rapporto che, sfrondato dai ricami del linguaggio burocratico militare, giungeva più o meno una conclusione del genere: nessun elemento degno di nota è emerso dall’esame della documentazione bancaria sin qui vagliata. Domani riprenderò il lavoro. Appreso da Talbot che anche sul suo fronte la situazione non aveva evidenziato anomalie di sorta, Pitt mandò un agente a procurarsi delle birre e la richiesta aveva in sé tanto di straordinario che Tellman osò chiedere:
“Mi scusi, sovrintendente, abbiamo qualcosa da festeggiare?”

“Sì e no, sergente” – chiarì Pitt con un sorriso – “Voglio personalmente festeggiare un’idea che si sta radicando sempre più nel mio cervello e che spiegherebbe perfettamente lo svolgimento dei fatti. Ma non è ancora venuto il momento di parlarne. Ho bisogno di maggiori riscontri, soprattutto ho bisogno di mettere le mani su certi documenti che solo il Controspionaggio mi può procurare. Devo, perciò, aspettare con santa pazienza, sperando che le mie richieste siano esaudite. Voi, intanto, continuate ad interessarvi delle condizioni economiche di Ryerson e non lasciate nulla di intentato.”

In quel momento, il trillo del telefono riempì la stanza. Pitt sollevò il ricevitore, disse “pronto”, poi rimase ad ascoltare. Dall’apparecchio filtrava il ronzio delle parole che giungevano dall’altra parte, mentre Pitt dava il suo contributo alla conversazione con laconici monosillabi. Ad un tratto, Talbot e Tellman lo videro protendersi in avanti nell’atteggiamento di un cane da punta che ha inquadrato la sua preda. Ascoltò ancora brevemente la cascata di suoni gracchianti che scaturivano dalla cornetta, poi sibilò con tono che non ammetteva repliche:

“Eh, no, caro mio, adesso me lo dici. È troppo importante e non puoi tirarti indietro a questo punto!”

Fu accontentato, evidentemente, perché i due presenti nel locale videro la sua espressione cambiare lentamente, impietrirsi, fissarsi in una maschera di gelida determinazione. L’interlocutore stava ancora parlando e Pitt si riscosse. Ascoltò per una manciata di secondi, quindi rispose:

“Sì, hai ragione, domani stesso passerò da te. Voglio comunque che tu sappia che ti sono veramente grato. A domani. Buonanotte.” E agganciò lentamente la cornetta. Talbot intuì che nella sua mente si rincorreva un groviglio di pensieri pressanti e non volle disturbarlo. Anche Tellman si rese conto che non era il momento di fare domande e tacque. Il sovrintendente ristette silenzioso, e pressoché immobile, per circa cinque minuti, mentre la complessità  delle sue riflessioni scavava una ruga sempre più profonda sulla fronte. Sollevò infine lo sguardo sui suoi due collaboratori, che attendevano disposizioni in rispettoso silenzio, riuscì a cavare dal peso delle sue preoccupazioni la parvenza di uno stentato sorriso e spiegò:

“Qualche minuto fa mi ha telefonato Burton, l’attuale capo della Sezione di Controspionaggio, colui che ha preso il posto di Ryerson. Mi ha fornito un’informazione davvero importante, di cui non vi metto ancora a parte non certo per sfiducia nei vostri confronti, sia ben chiaro, ma perché aspetto di mettere le mani su ulteriori elementi che possano permettermi di darvi un quadro più completo della situazione. Intanto vi chiedo di lasciar perdere l’indagine patrimoniale avviata sul conto di Ryerson, adesso non credo che possa diventare determinante per portarci alla soluzione del caso. Talbot, lei domani fa un giretto nella sua zona e cerca di scoprire se Ryerson è stato mai visto in compagnia di una donna. Lei del suo distretto conosce ogni piega e potrà sicuramente contare sull’apporto di chissà quanti informatori. Frughi, interroghi, scavi, scopra se Ryerson era socio di qualche circolo e vi faccia una capatina, chieda nei migliori negozi di abbigliamento, parli con camerieri e gestori di ristoranti, rifaccia il giro delle oreficerie…insomma, impieghi tutta la sua abilità nella risoluzione di questo incarico e porti alla luce qualsiasi retroscena, se esiste. Lei, invece, Tellman agisca, per così dire, all’interno della fortezza. Vada a Lodge Manor e sprema ben bene la servitù, con particolare riguardo per quella cameriera che lei conosce. Lasci stare la figlia di Ryerson e i suoi ospiti, non abbiamo ancora niente in mano che possa servire ad abbattere eventuali resistenze. Domani sarò qui verso mezzogiorno e speriamo di scambiarci buone notizie. Adesso finiamo la birra rimasta e andiamocene a casa.”

Alle nove del mattino successivo, sotto un vento freddo e tagliente che gli fece rimpiangere di non essersi cautelato indossando indumenti più pesanti, Pitt raggiunse il covo ultra sorvegliato di Burton e fu ammesso alla sua presenza.

“Buongiorno, Thomas, sono proprio contento di vederti” –  il padrone di casa era gioviale – “Adesso puoi raccontarmi tutto?”

“Sono venuto appunto per questo” – dichiarò Pitt, altrettanto affabile – “Ma perché non andiamo a bere qualcosa di caldo nel pub qui vicino?”

Uscirono e poco dopo erano seduti davanti a due punch fumanti, in un angolo discreto del locale praticamente vuoto a quell’ora del mattino. Il sovrintendente parlò ininterrottamente per circa venti minuti e il capo dell’organizzazione antispionistica di Londra rimase ad ascoltarlo senza mai intromettersi. Quando Pitt ebbe terminato, Burton lo fissò ancora per qualche secondo con aria inebetita, poi esclamò soltanto:

“Che Dio mi fulmini!”

La radicale invocazione era chiaramente un modo di dire, priva di qualsiasi anelito autodistruttivo; nondimeno l’icastica locuzione commentava appropriatamente la sconvolgente ricostruzione dei fatti minuziosamente elaborata da Pitt.

“Thomas, ti giuro che se hai indovinato non avrò mai più fiducia nella gente!”

“Aspetta ad essere tanto catastrofico, Reginald: può anche darsi che io abbia costruito un bellissimo castello con tante iridescenti bolle di sapone. Mancano le prove, mancano i raffronti intesi ad accertare una corrispondenza tra ipotesi e testimonianze, manca il meglio, insomma. Aspettiamo ed incrociamo le dita. Qualcosa succederà.”

I due amici uscirono e si separarono, ciascuno diretto verso il cumulo di responsabilità che li attendevano.

Trascorsero due malinconici giorni contrassegnati da calma piatta sul fronte delle indagini. Pitt, Talbot e Tellman si trovavano regolarmente nel loro ufficio. L’ispettore ed il sergente ragguagliavano un depresso sovrintendente circa i progressi fatti nel corso delle ricerche intese a dare un volto alla fantomatica donna di Ryerson e alla fine la conclusione era sempre la solita: nessuna novità da segnalare. Il colonnello Woodside tempestava di telefonate il Dipartimento di Sicurezza interna, perché si decidessero a consegnare a Pitt i fascicoli degli ultimi casi trattati dal generale prima di essere ucciso, e minacciava di rivolgersi all’Ammiragliato, al Ministero della Difesa, a Winston Churchill in persona, se era il caso, pur di ottenere quanto chiedeva.

La sera del secondo giorno, Pitt si era appena messo a letto con un libro. Fuori vento e pioggia tempestavano con furia inaudita e il funzionario pensava che con quel tempaccio anche quei maledetti di tedeschi avrebbero rinunciato a sganciare sulla città il loro abituale carico di morte. Violet, la signora Pitt, si era quasi addormentata e il libro che stava leggendo giaceva di traverso sulla coperta, accanto alla sua mano. Squillò il telefono. Pitt sobbalzò, imprecò, sfiorò la guancia della moglie con una rapida carezza, esortandola a riprendere sonno, e andò a rispondere. Mezzo minuto dopo, il pigiama volava in fondo al letto e la signora Violet, perfettamente sveglia, assisteva con gli occhi sbarrati alla più rapida vestizione in cui suo marito avesse mai osato esibirsi.

“Cara, il colonnello mi ha ordinato di andare immediatamente a casa sua. Novità urgentissime. Tornerò al più presto. Dormi bene.”

Mentre pronunciava concitatamente queste frasi in perfetto stile telegrafico, Pitt era già arrivato alla porta di casa. La moglie aveva cominciato a formulare la logica obiezione:

“È proprio necessario uscire con questo tempo?”, ma non aveva avuto il tempo di completarla: Pitt correva come una lepre sotto il temporale, alla disperata ricerca di una coraggiosa auto pubblica. Non si sa come fosse riuscito ad arrivare a destinazione, ma mezz’ora più tardi, inzuppato fino al midollo, batteva alla porta del suo capo. Gli fu aperto ed entrò. Trascorse un’altra mezz’ora e una macchina di servizio del settore di Divisione di zona si fermò a sua volta davanti all’abitazione di Woodside. Il guidatore pigiò sul clacson una volta sola, la porta di casa si spalancò e Pitt si catapultò all’esterno, infilandosi in tutta fretta nella vettura. Stringeva al petto, con entrambe le mani, una rigonfia borsa scura. Una rapida corsa nella notte sferzata dalla pioggia, che aveva comunque perso molto del proprio impeto, e Pitt si ritrovò nuovamente a casa. Quando entrò, colse un riflesso di luce sul muro che fronteggiava la sua camera da letto, al primo piano. Mezzo minuto dopo, Violet stava discendendo la lucida scala in noce, allacciandosi una vaporosa vestaglia:

“Ssssst!” – intimò al marito, appoggiandogli l’indice sulla punta del naso e prevenendo ogni sua protesta – “Quella borsa mi dice che stanotte verrai a letto piuttosto tardi, dopo aver visionato gli incartamenti che ti sei portato dietro. Corri a liberarti della roba bagnata che indossi, prima di buscarti un malanno, asciugati e poi ritorna qui nello studio.  Troverai l’atmosfera adatta per lavorare nelle migliori condizioni, te lo assicuro.”

Pitt era troppo contento per voler discutere. Salì nello spogliatoio, si asciugò, indossò un caldo pigiama e completò l’abbigliamento con una pesante vestaglia e si ripresentò nello studio. Un allegro focherello scoppiettava nel camino e sopra un tavolino, spostato accanto alla sua poltrona preferita, faceva un’ottima figura un grande vassoio coperto da una fumante teiera. Accanto al panciuto recipiente, preventivamente scaldato prima di versarvi l’infuso in foglie,  era stato disposto tutto l’occorrente per gustare un buon  tè: un bricchetto contenente latte, una zuccheriera, un capace piatto pieno di gustosi e morbidi tramezzini, una dolciera sommersa da una notevole quantità di stuzzicanti pasticcini. La preziosa borsa era stata appoggiata ad un busto di Beethoven, su uno scaffale della fornita biblioteca. Il sovrintendente,  sbalordito di fronte a quello spettacolo,   provò un irresistibile slancio di tenerezza verso una moglie così premurosa e comprensiva. Per un momento fu tentato di correre di sopra e ringraziarla come meritava, poi pensò che correva il rischio di disturbarla, nel caso si fosse riaddormentata. Non gli restava, quindi, che reprimere l’impulso e rimandare all’indomani ogni espressione di gratitudine (approfittando dell’occasione, avrebbe anche chiesto a Violet come fosse riuscita a trovare pasticceria assortita a quell’ora di notte!).

“Grazie, Violet” – si disse mentalmente – “sei grande e ti amo tantissimo. Ma adesso dedichiamoci al bottino che il colonnello è riuscito a strappare a quelli del Dipartimento di Sicurezza.”

Il tè aveva raggiunto il giusto punto di bollitura. Se ne versò una grande tazza, infilò in bocca un tramezzino intero, afferrò la borsa, la aprì e ne estrasse quattro dossier. Una rapida consultazione delle date gli permise di stabilire che quei plichi contenevano la storia degli ultimi quattro casi ai quali aveva lavorato Ryerson prima di essere ucciso. In cima agli altri stava un incartamento che, sotto la dicitura SEGRETISSIMO  impressa con timbro ad inchiostro rosso, portava l’intestazione “Chi è Nessuno?”. Pitt capì di avere in mano la pratica che maggiormente gli stava a cuore. Aprì il fascicolo ed entrò nella dimensione del dramma umano che il generale aveva descritto con toni gravi e una grafia larga e leggermente inclinata sulla sinistra. Fuori, la veemenza degli elementi si era placata; dentro, un silenzio profondo vegliava sul tranquillo sonno degli abitanti della casa.

Mentre leggeva, il sovrintendente avvertiva un senso di angoscia, e al contempo di sbigottimento, al pensiero che una persona decisa a tutto e senza scrupoli avesse per tanto tempo violato il diritto dell’Inghilterra a difendere i suoi segreti più delicati. Passarono almeno tre ore. Sulla scrivania di Pitt aveva lentamente acquistato consistenza una pila di fogli fitti di appunti, mentre l’incartamento si avviava a toccare l’ultima pagina. Il livello del tè nella teiera era ormai al minimo e i tramezzini superstiti nel vassoio ridotti a pochissime unità. A metà nottata, Pitt aveva letto tutti e quattro i dossier, anche se a lui interessava particolarmente quello che parlava della spia e della sua identificazione. Il poliziotto si allungò all’indietro, cercando il confortevole appoggio dello schienale della poltrona e si strofinò gli occhi rossi di stanchezza e di sonno. Una luce di gratificazione brillava nel suo sguardo. Conosceva il nome dell’assassino e sapeva come si erano svolti i fatti, verificatisi esattamente come aveva ipotizzato la sua ricostruzione. Adesso non restava che gettare le reti e tirare a riva il colpevole, il signor Nessuno, spia ed omicida.

“È tempo di andare a letto, fra poche ore dovrò essere di nuovo in piedi ed organizzare l’ultimo atto di questa tragedia, senza commettere errori. Guai se qualcosa dovesse andare storto e il responsabile di tutto questo sconquasso mi sgusciasse tra le dita! Non mi resterebbe altro che cercare lavoro come scaricatore su qualche molo del Tamigi.” – chiosò Pitt con un pizzico di comprensibile esagerazione.

L’investigatore infilò nuovamente tutta la documentazione nella borsa e andò a chiudere quest’ultima in una piccola ma robusta cassaforte nascosta dietro un variopinto arazzo. Per il resto, lasciò tutto com’era: l’indomani una cameriera avrebbe rimesso la stanza in perfetto ordine. Spense la luce e salì pesantemente le scale, diretto verso l’agognato letto. Quattro ore più tardi stava sorseggiando un caffè nell’ufficio messo a sua disposizione presso la stazione di polizia del distretto. I suoi fedeli collaboratori, Talbot e Tellman, erano seduti di fronte a lui e, da qualche veloce accenno preliminare, sapevano già che il caso si trovava in dirittura d’avvio. Sembravano tranquilli e controllati, ma Pitt intuiva che sotto la superficie vibrava una evidente tensione: entrambi attendevano con malcelata ansia che il sovrintendente li mettesse a giorno delle sue scoperte.

“Signori, sono davvero lieto di potervi dire che il nostro impegno sta per essere premiato dalla soddisfazione di poter mettere le mani sulla persona che ultimamente  ha messo a dura prova tutte le nostre capacità professionali. Ieri sera il colonnello Woodside mi ha convocato urgentemente a casa sua e mi ha consegnato i fascicoli in cui Ryerson aveva raccolto appunti, considerazioni, ipotesi e conclusioni relativi agli ultimi tre o quattro casi di cui si era occupato prima della morte. L’ultima investigazione, in ordine di tempo, riguardava proprio la scoperta di un traditore che passava informazioni riservatissime ai tedeschi, sfruttando la sua posizione all’interno della Sezione di Controspionaggio. Io ho letto attentamente l’incartamento e posso assicurarvi che il generale ha fatto un lavoro egregio, raccontando con chiarezza la complicata storia di un rapporto torbido conclusosi in modo tragico. L’esposizione dei fatti arriva fino alla sera precedente la sua uccisione, quando Ryerson ha con la spia un ultimo incontro, ma dovrei dire più esattamente scontro, e le preannuncia che l’indomani  gli uomini dl Dipartimento di Sicurezza saranno informati delle sue abiette macchinazioni ai danni del Regno Unito. Poi, con meticolosità venata di  sfuggente  sadismo, il generale elenca al rinnegato tutte le fasi che seguiranno: l’arresto, il processo, la condanna a morte, l’impiccagione. Voi sapete che le previsioni di Ryerson non si sono concretizzate nel senso da lui previsto, poiché nelle prime ore della mattina successiva egli è stato ucciso a casa sua, in circostanze a dir poco singolari. C’è, però, un aspetto del comportamento di Ryerson che mi ha lasciato perplesso stanotte, mentre leggevo il dossier, e continua tuttora a comunicarmi una irritante sensazione di ambiguità.”    Pitt guardò attentamente i suoi due aiutanti, sperando di cogliere nelle loro fisionomie una scintilla di comprensione, ma si scontrò con espressioni chiuse e disorientate. Sospirò leggermente e riprese a parlare:

“Pensateci un attimo: non vi sembra strano che Ryerson abbia anticipato alla spia le sue intenzioni, precisando, tuttavia, che avrebbe aspettato il giorno successivo per denunciarla ai Servizi di sicurezza nazionale? Perché non ha avvertito la sera stessa Scotland Yard di aver smascherato un pericoloso individuo da neutralizzare immediatamente? A me sembra che esista una sola spiegazione, per quanto incredibile possa apparire:

Ryerson voleva concedere a quella persona un’ultima opportunità di salvezza e le aveva accordato una notte di tempo per permetterle di fuggire!

Mi rendo conto che la mia deduzione può sembrare stiracchiata e non suffragata da basi attendibili…ma non mi viene in mente nessun’altra spiegazione. E se ho ragione, si presenta subito un’altra considerazione:

di che genere erano i rapporti tra Ryerson e la spia?

Basta, vi ho tenuti troppo con la corda ed è giunto il momento di passare alle cose pratiche, tanto più che io conosco il nome del colpevole perché il generale l’ha citato nella frase conclusiva del suo lavoro: la spia, che firma i dispacci segreti inviati a Berlino con il nome di Nessuno, si chiama in effetti…”

Qui Pitt si fermò, fece un sorrisetto divertito e si rivolse ai due subordinati che adesso inalberavano entrambi un’aria decisamente intontita:

“Talbot, Tellman, da questo momento dovete dedicarvi ad un compito esclusivo: pedinare la persona indicata su questo foglietto, sul quale troverete anche il suo indirizzo di casa. Non mi interessa come vi dividerete compiti ed orari, è cosa che lascio a voi. A me interessa soltanto che il soggetto non si accorga, ovviamente, di essere controllato e che, soprattutto, non vi sfugga di mano. Voglio conoscere ogni suo movimento, voglio sapere dove va, con chi parla, chi avvicina, che cosa compra e così via. Ma la cosa più importante di tutte è che lo manteniate sempre a vostra disposizione: dovrete prelevarlo e portarlo da me in qualsiasi momento io ve lo chieda. Non intendo fare il melodrammatico, ma vi assicuro che se ci sfugge possiamo tutti andare tranquillamente ad iscriverci nelle liste della disoccupazione, perché con la polizia abbiamo chiuso. Talbot, lei scelga fra i suoi uomini più bravi e fidati quattro elementi che cooperino all’operazione, con compiti di copertura e pronto intervento: due affiancheranno lei e due saranno a disposizione di Tellman. Voi li dislocherete in posizioni adatte, secondo esigenze contingenti, e farete in modo di essere costantemente in contatto con loro, talché essi siano in grado di portarvi aiuto in qualsiasi momento. Vi prego di riferirmi ogni particolare che presenti la pur minima stranezza e di avvertirmi immediatamente se la persona in questione manifesti l’intenzione, anche larvata, di abbandonare Londra. Ed ora, eccovi le indicazioni che sicuramente state aspettando.”

Così dicendo, Pitt tese ai suoi assistenti  i due biglietti che contenevano il nome della spia e l’indirizzo di casa, divertendosi ad ammirare la loro mimica che esprimeva stupore infinito.

“Via, amici miei” – disse il sovrintendente con cameratesca cordialità – “davvero non avevate capito? Eppure, mi avete seguito passo passo nelle indagini e negli interrogatori! Voi stessi avete scoperto alcuni elementi che risulteranno molto utili nel raggiungimento della verità, altri ve li ho comunicati io. Pensate alla testimonianza del pescatore della chiatta, ad un paio di suole macchiate di fango, al ritrovamento del medaglione, alla magica sparizione di un gruppo di giornalisti, a quella criptica frase pronunciata da Ryerson in punto di morte, al suo paradossale atteggiamento nei confronti della spia…tutte queste circostanze, se esaminate sotto la giusta luce,  avrebbero dovuto condurvi alla soluzione del mistero. Devo ammettere che io ho colmato alcune lacune grazie ai dati forniti da Ryerson con i suoi appunti; questo non esclude, però, che ben presto anche noi da soli, senza aiuti esterni, avremmo definito con chiarezza e precisione i vari aspetti del problema, giovandoci degli indizi che siamo riusciti a raccogliere nel corso delle nostre indagini. Bene, adesso andate. Io lascerò sempre detto dove potrete trovarmi in caso di bisogno, così da potermi raggiungere sollecitamente, ma sono sicuro che la vostra esperienza e il vostro spirito di iniziativa vi verranno in aiuto nelle difficoltà. Forza, ho già parlato abbastanza e le chiacchiere non arrestano i delinquenti. Andate e buon lavoro. Ah, tenetelo sempre presente: se falliamo in questo incarico possiamo andare tutti e tre a comperarci una resistente tuta da facchini.”

Talbot e Tellman uscirono sorridendo. Avevano la massima stima nelle capacità del loro capo e sapevano che con un Pitt alla testa della squadra il successo era assicurato. Se avessero potuto leggere nella mente del capo, il loro ottimismo avrebbe subito un notevole ridimensionamento. Pitt era rimasto seduto nel loro ufficio alla stazione di polizia della zona e stava ripassando ancora una volta la mole delle informazioni fino a quel momento accumulate, inquadrandole nello schema generale che egli aveva disegnato. Alla fine dell’analisi, un fugace sorriso addolcì per un attimo l’espressione crucciata del suo volto: tutti gli elementi si incastravano perfettamente nel meccanismo, senza che restassero sul tavolo di montaggio pezzi superflui, come a volte succede quando si smonta un congegno e, al momento di assemblarlo, ci si accorge che alcuni componenti sembrano un di più.

L’investigatore ripensò alle ragioni che l’avevano convinto a guardare in una direzione diversa da quella verso la quale tendevano ad indirizzarlo le apparenze. Un giorno gli era balenata nella mente un’idea che poteva sembrare pazzesca e aveva deciso di esaminare il caso da un’angolazione completamente diversa. Si era attardato a valutarla per un tempo che si sarebbe potuto ritenere esageratamente lungo, ma lo spingeva a non abbandonare quella intrigante traccia una domanda che si riproponeva insinuante, ossessiva: possibile che una risposta perfettamente razionale al mistero potesse venire da un’ipotesi che la logica spingeva a definire completamente irrazionale? Si imponeva, a quel punto, la necessità di spostare tutta l’attenzione sulla vittima. Pitt si era chiesto: chi era veramente Ryerson? Quali interessi aveva? La sua morte era per caso collegata all’attività che svolgeva? Il sovrintendente aveva steso un elenco di domande che tracciavano una pista investigativa promettente e poco per volta era riuscito a diradare la cortina di fumo che nascondeva il punto cruciale della questione. Ryerson era stato ucciso per qualche motivo connesso al suo lavoro. Su questo Pitt avrebbe scommesso fino all’ultimo penny. Maturata questa considerazione, il funzionario era passato al logico passo successivo: chiedere a Woodside di sollecitare la consegna, da parte del Dipartimento alla Difesa, dei fascicoli riservati concernenti i casi di cui il generale si era ultimamente occupato, perché Pitt potesse consultarli a sua volta. Gli incartamenti erano arrivati e adesso la caccia dei tre implacabili detectives mirava alla neutralizzazione del responsabile dei gravissimi reati di spionaggio a favore del nemico in tempo di guerra ed omicidio per motivi abietti. Quanto bastava perché il colpevole si trovasse,  all’alba del suo ultimo giorno di vita, con i piedi poggiati su una botola mentre un compunto funzionario della Corona gli stringeva intorno al collo un cappio di canapa.

All’improvviso Pitt si accorse che nell’ultimo quarto d’ora aveva già lanciato tre o quattro occhiate furtive al telefono. La constatazione lo allarmò non poco: la caccia era appena partita e già egli si agitava in attesa di risultati.

“No, amico mio” - rimproverò se stesso riflesso nel lucente portacenere di vetro che qualcuno aveva posato sul tavolo – “Così non va affatto! Lascia lavorare tranquillamente i tuoi collaboratori e tu dedicati ad altre questioni altrettanto importanti che aspettano il tuo intervento. Ricordi quante pratiche inevase giacciono sulla tua scrivania, giù al Reparto? Bene, fai un salto lì, se non altro ti servirà per sgranchirti le gambe.”

Quando la voce della ragionevolezza parlava in quel modo, Pitt capiva che era arrivato il momento di starla a sentire. Lasciò l’ufficio e prima di uscire dalla stazione di polizia si fermò al posto di guardia e comunicò il suo prossimo recapito ad uno scozzese massiccio, rosso di capelli, che lo annotò diligentemente in un registro e salutò il sovrintendente con postura e formula da manuale. L’aria era fresca e il sole stentava a farsi largo nella nuvolaglia vagabonda che ogni tanto lo ricopriva. La gente che circolava per strada, espressioni tese e sguardi preoccupati, sembrava uno stanco manipolo di formichine che si davano alacremente da fare senza mai concedersi una pausa. Predominavano, nella massa,  le divise militari. Molte donne erano vestite da crocerossine oppure indossavano l’uniforme di membri della Sussistenza o della Motorizzazione. Pitt si fermò ad osservare tre virago che sgomberavano con straordinario vigore un marciapiede, sul quale erano piombati i detriti di un cornicione dal tetto del palazzo sovrastante. Le pale affondavano con forza nel mucchio di calcinacci, che diminuiva di volume tanto rapidamente da sembrare che fosse attaccato da un caterpillar.

“Cribbio, con dieci squadre del genere, Londra sarebbe ripulita dalle macerie in mezza giornata!” non poté fare a meno di pensare il funzionario, ammirato.   Passò un’autovettura pubblica con la bandierina alzata, segno di disponibilità, ma il sovrintendente non la fermò. Desiderava camminare un po’, perciò si avviò a passo sostenuto verso il Reparto Speciale. Scartò l’idea di chiudersi nel suo ufficio e raggiunse quello del suo capo, al secondo piano dell’edificio,  per scambiare qualche impressione sul “caso-Ryerson”. Niente da fare, non era evidentemente la sua giornata fortunata: Woodside era uscito. E adesso? Gli scoppiò, d’improvviso, un bizzarro desiderio: entrare in un ristorante e concedersi un lungo pranzo in tutta comodità. Ricordò che una volta aveva mangiato in un locale che gli aveva lasciato un’ottima impressione, un locale fine e discreto in cui servivano piatti francesi cucinati alla perfezione. Decise di andarci. Ma era ancora aperto? C’erano anche da mettere in preventivo le restrizioni imposte dalla guerra, Pitt ne era perfettamente conscio, ma il timore di subire una delusione non lo fermò. Discese al primo piano, entrò nel suo ufficio e avvertì Sylvia, la pepata brunetta che fungeva da segretaria, che più tardi le avrebbe comunicato il numero al quale passare tutte le telefonate in cui si chiedeva di lui. Tranquillo da questo lato, fermò uno dei pochi taxi che ancora circolavano e si fece portare al ristorante. Appena varcata la soglia del locale, fu investito da una folata di profumi assortiti che gli fecero cantare l’anima. E quando sentì accarezzare il suo palato dal paradisiaco sapore dell’anatra ripiena, si disse che in alcune circostanze la vita meritava davvero di essere vissuta.

Trascorsero tre giorni di calma soporifera, privi di novità, e perciò sempre più vicini a procurare un esaurimento nervoso a Pitt e alla sua famiglia, costretta a sopportare i suoi micidiali sbalzi di umore…poi a metà di un pomeriggio plumbeo una telefonata fece rientrare Pitt nelle grazie di Dio. Il sovrintendente stava lavorando ad una pratica nel suo ufficio dl Reparto Speciale, allorché trillò il telefono. Era Tellman:

“Sovrintendente, credo che ci siamo. Dovrebbe raggiungerci alla Tower Station, siamo tutti qui.”

“Arrivo.” Pitt non sprecò tempo e parole. Riattaccò, si precipitò dabbasso in cerca di una macchina di servizio, dette un urlaccio al povero autista perché battesse tutti i record di velocità e partì verso uno degli appuntamenti più importanti della sua carriera. Scese ad una ventina di metri dall’ingresso nella stazione e si vide venire incontro il sergente, visibilmente agitato:

“Signore, è nella sala d’attesa. Ha comprato un biglietto per Liverpool e intende partire col treno delle 17.35. Talbot e i quattro agenti sono di guardia. Entriamo in azione?”

“Sì, Tellman, è giunto il momento di far calare la tela su questa sporca rappresentazione. Andiamo.”

Il viso di Pitt era una maschera di fredda determinazione che impressionò persino Talbot, quando il sovrintendente entrò nel buio corridoio  e guardò all’interno della sala d’attesa.                 

Il grande locale era pressoché deserto, ad eccezione di una coppia di anziani e di una snella persona seduta nel punto più lontano dalla porta, coperta da un lungo impermeabile chiaro. Un cappello color crema le ombreggiava il viso. Pitt aprì la porta dello stanzone ed entrò. Subito dietro di lui entrarono Talbot, Tellman e i quattro poliziotti, che avanzavano fianco a fianco, formando una barriera verso la fuga e la libertà. L’individuo sembrava estraniarsi a quello che stava accadendo, ma alzò lentamente la testa quando il gruppetto di rappresentanti della legge si fermò davanti a lui. Il viso venne chiaramente alla luce e allora il sovrintendente pronunciò la frase di rito, scandendo le parole con calma mortale:

“Charlotte Miller, la dichiaro in arresto per omicidio e spionaggio ai danni della Corona”

Poi tacque, aspettando la reazione della donna, ma vide solo il volto di Lottie avvizzire, vide i suoi occhi diventare vitrei, finché la sua espressione fu morta…morta e immobile come una statua. La Miller non disse una parola. Si alzò con irridente indifferenza, passò davanti a Pitt sfiorandolo e costringendolo a spostarsi, poi tese i polsi ai due poliziotti che le si erano immediatamente parati davanti. Quando il triste corteo uscì dalla sala e scomparve nell’oscurità del corridoio, la coppia presente si guardò in faccia e la donna chiese al suo compagno:

“John, ma quelli chi erano?”

“Margareth, si è svolto tutto così in fretta che non ho capito molto. Forse hanno beccato qualcuno senza biglietto…”    (Continua…)

 

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