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Delitto a due facce (3ª parte)

L’indomani, Pitt uscì di casa piuttosto presto e per prima cosa comprò un giornale. Come si aspettava, la notizia dell’assassinio di Ryerson compariva a grandi caratteri in prima pagina: Tragedia a Lodge Manor. Misteriosa uccisione di un illustre personaggio.   L’articolo era un capolavoro di evasività giornalistica. Era scritto in maniera scorrevole e convincente, ma chiaramente redatto da una persona che dell’argomento era completamente a digiuno: «Pare che», «fonti solitamente attendibili riferiscono che», «ci sono ragioni per ritenere»… tutto il repertorio giornalistico di frasi che sembravano dire tanto senza dire assolutamente nulla.  Il sovrintendente lesse il reportage da cima a fondo, poi raggiunse la proprietà di Ryerson e cercò Montrose, per sottoporlo ad un interrogatorio che non produsse alcun effetto determinante per le indagini. Il dottore, un uomo di corporatura imponente, sulla sessantina, che si muoveva con eleganza, dichiarò che anche la mattina dell’omicidio si era alzato alle otto precise, come faceva sempre, quindi aveva saputo dell’accaduto circa mezz’ora dopo, quando era sceso a fare colazione. Sì, conosceva Ryerson da qualche anno ed era venuto a Lodge Manor per trascorrervi qualche giorno di vacanza. Pitt fu improvvisamente assalito da un impulso malandrino. Guardò fisso Montrose negli occhi e domandò con ben simulato candore:

“Dottore, lei è un bravo docente e un valente cardiochirurgo, ospite della casa e in grado di intervenire immediatamente in caso di bisogno. E allora mi chiedo: perché né Nash, né Larraby hanno pensato di chiamarla, una volta appurato che Ryerson stava così male?”

Montrose arrossì violentemente e fece il gesto di andarsene, ma riuscì a controllarsi e rispose:

“Sovrintendente, questo deve chiederlo a loro. E adesso, se non c’è altro…”

“No, no, vada pure dottore, e grazie per la sua cortesia.”

Il dottore girò le spalle, senza neppure un cenno di saluto, e si allontanò. Pitt lo seguì per un po’ con lo sguardo e intanto si diceva:

“Vedo che ho toccato un nervo scoperto. Secondo me, quei due non l’hanno chiamato per non attirare la mia attenzione sul loro gruppo. Dopo quello che mi ha raccontato Anders, del resto, non mi meraviglio della loro condotta. Quanti misteri, accidenti! Bah, andiamo a vedere se troviamo la figlia di Ryerson.”

La trovò finalmente nella serra, dopo averla cercata a lungo. Picchiettò  leggermente sulla porta a vetri del locale ed entrò, avanzando tra gli stretti banchi sommersi da splendidi fiori e chiamando la signora. Dopo qualche istante, una voce alle sue spalle lo fece sobbalzare. Si voltò di scatto e si trovò davanti una bella donna dai capelli biondo platino, un trucco ben fatto, occhi color fiordaliso dallo sguardo profondo. Gli abiti eleganti che indossava dicevano che amava spendere, ma sapeva farlo con raffinatezza.

“Signora Jenkins, mi scuso per l’intrusione. Sono il sovrintendente Pitt, della polizia, e le porgo le mie condoglianze. Desidererei, inoltre, farle qualche domanda, se lei è d’accordo.”

“Grazie, sovrintendente, ma usciamo di qui. Lo spettacolo è incomparabile, ma l’aria è talmente carica di profumi che risulta praticamente irrespirabile.” Così dicendo, si avviò verso l’uscita, seguita da Pitt, e raggiunse il gazebo dove la mattina del giorno prima si era  seduto Larraby. Si accomodarono, quindi lei chiese con grazia:

“Posso ordinarle un tè, signor Pitt? Ne berrò volentieri uno anch’io.”

Il sovrintendente accettò con gratitudine e la donna chiamò con un cenno una camerierina che stazionava sulla porta, in evidente attesa di un’eventuale convocazione della padrona. Per un po’ attesero in silenzio che la domestica ritornasse con la bevanda e, quando ciò accadde, Pitt attese che la signora ne trangugiasse un sorso prima di avviare la serie di domande di prammatica in quei casi:

“Signora, sono dolente di riaprire recentissime ferite, ma lei capisce che ho un dovere da compiere. Può dirmi se suo padre avesse dei nemici, a quanto le consta?”

“Sovrintendente, è da ieri mattina che mi scervello nel tentativo di trovare una spiegazione del fatto. Voglio essere del tutto sincera, con lei: mio padre era un uomo in possesso di tante virtù, ma nello stesso tempo il suo carattere poteva ogni tanto apparire assai sgradevole. Non conosceva l’arte della diplomazia, dell’abilità nel trattare con finezza questioni delicate, e non di rado l’ho sentito pronunciare giudici duri e sferzanti diretti all’interessato che si trovava alla sua presenza. Lei capirà che un uomo del genere correva continuamente il rischio di crearsi dei nemici, anche irriducibili”

“E, mi perdoni, può darsi che qualcuno di questi nemici si trovasse qui dentro, sotto il vostro tetto?” Pitt tentò un colpo alla cieca e grande fu la sua meraviglia nel vedere che la donna sbiancasse, lasciandosi andare pesantemente contro lo schienale della poltroncina. Nei suoi occhi c’era smarrimento ed una pena così profonda che mosse Pitt a compassione.

“Tu hai paura per tuo marito, ragazza mia” si disse cinicamente l’investigatore e decise di scavare ancora un po’ nell’argomento:

“Signora, la prego di rispondermi con sincerità: crede che qualcuna delle persone presenti in questa casa sia implicata nella morte di suo padre? Testimoni hanno riferito che qualche sera fa tra suo padre e suo marito ci sia stato un violento diverbio.” Per un attimo, il sovrintendente temette di essersi spinto troppo oltre, ma la donna rispose tranquillamente:

“No, signor Pitt, non oso pensare ad una mostruosità del genere. I nostri ospiti sono tutti personaggi al di sopra di ogni sospetto ed io ho in loro la massima fiducia. Del resto, voglio con tutte le mie forze che lei trovi il colpevole dell’omicidio di mio padre e non offrirei una via di scampo a nessuno, neanche alla persona a me più cara. E ciò vuol dire che il famoso diverbio di cui lei parla non è assolutamente avvenuto nei termini ostili e minacciosi che possono averle riferito. Si è trattato più semplicemente di un vivace scambio di opinioni che in qualche passaggio ha toccato toni un po’ alterati. E adesso…”  Quella frase lasciata a metà fece comprendere a Pitt che la conversazione , per quanto la riguardava, poteva anche terminare lì. Il sovrintendente ritenne più conveniente non insistere. Si alzò, ringraziò la signora Jenkins per avergli dedicato un po’ del suo tempo e si congedò. Mentre si allontanava, pensava che la donna possedesse un’amabilità ed una gentilezza di modi che conquistava…ma che non era stata del tutto sincera con lui. Che temesse per suo marito? A proposito del marito, chissà che cosa era riuscito a combinare Tellman. Bene, era il momento di ritornare presso la sede della polizia e sperare che il sergente fosse già arrivato. Sbucando nella piazza in cui sorgeva il palazzo che ospitava la sede della polizia di zona, Pitt da lontano notò una figura bizzarra appoggiata ad un angolo dell’edificio, trovandovi qualcosa di familiare. Più si avvicinava, più quel tipo estremamente male in arnese gli ricordava qualcuno. L’uomo indossava una vecchia giacchetta strappata in più punti e piena di rammendi. Eseguiti male ed in fretta, per di più. Un fazzolettone unto e bisunto legato al collo sopra una maglia di lana ruvida e butterata di macchie di sudore, un paio di pantaloni pieni di toppe che pendevano sformati su un paio di scarpe scalcagnate e un cappellaccio calato fino agli occhi completavano il suo abbigliamento. Pitt si arrestò e scrutò con la massima attenzione il losco figuro, notando che teneva ostinatamente il viso rivolto verso terra. Ma certo, quello era…Una sonora risata echeggiò nella strada ed allora accadde qualcosa di veramente curioso: lo straccione sollevò la testa e cominciò a ridere anch’egli, unendosi a Pitt che non riusciva a smettere. Quando l’accesso di risa fu finalmente domato, il funzionario chiese:

“Tellman, ma è proprio lei?”

“Sì, sovrintendente, sono venuto direttamente qui, dopo essere stato in Sunford Road, senza passare da casa a cambiarmi. Vi andrò dopo aver fatto rapporto nel suo ufficio, se il piantone alla porta mi lascia entrare.” rispose il sergente con un risolino.

“Come sarebbe?” domandò Pitt, incuriosito.

“È presto detto: quando sono arrivato, un quarto d’ora fa, ho tentato di raggiungere la sala delle riunioni, ma il poliziotto di guardia all’entrata a momenti mi arrestava. Ho detto chi sono, però non ho nessun documento con me che confermi le mie parole. Sa, dovendo aggirarmi in un posto così pericoloso come Sunford Road ho preferito lasciare a casa la mia tessera di identificazione. Adesso dovrà garantire lei per me…”

“Venga, sergente, entriamo. Sono curioso di sentire come è andata la sua incursione nel mondo della perdizione.”

Arrivarono davanti ad un impettito militare di guardia che guardò storto Tellman e aprì la bocca per scacciarlo ancora, senza degnare di uno sguardo Pitt. Questi, allora, gli si accostò fin quasi a sfiorarlo e gli sussurrò:

“Ci vada piano con quest’uomo, agente, è uno dei nostri più bravi informatori.”

“Lei chi è?” l’attenzione sospettosa del poliziotto stavolta si rivolse verso Pitt, il quale tirò fuori il suo documento personale e lo piazzò sotto gli occhi dell’altro. Fu un momento: il piantone scattò sull’attenti, rosso come un peperone, e si affrettò ad aprire la porta d’ingresso al sovrintendente che entrò con sussiego, avendo a rimorchio un sornione Tellman. Giunti nell’ufficio loro assegnato, Pitt chiese telefonicamente a Talbot di raggiungerli e cinque minuti più tardi i due funzionari ascoltavano attentamente il racconto del sergente:

“Alle sette circa di stamattina ero già di guardia nell’androne puzzolente di un palazzo mezzo diroccato, all’inizio di Sunford Road. Sapevo che quella era l’unica entrata nella strada perché dall’altra parte c’erano lavori in corso e gli operai avevano chiuso completamente quell’accesso alle case. Signori, vi giuro che mi veniva da piangere, guardando in quali miserande condizioni si fossero ridotti a vivere degli esseri umani. Un tanfo che bloccava il respiro  si levava dalle tante persone sedute sul lastricato oppure rannicchiate nel vano dei portoni, dal rigagnolo che correva a filo dello sconnesso marciapiede e raccoglieva immondizie di ogni genere, dalla sporcizia che gravava su tutto perché l’acqua pulita era poca, anche quella per bere, e non c’erano né un pò di calduccio per ristorarsi, né qualcosa da buttare giù per placare la fame…Ma che cosa aspettano i responsabili di quello sfacelo ad intervenire? Siamo a Londra, non in un villaggio sperduto nella savana africana! Basta, vi prego di scusare lo sfogo. Ad un tratto vedo arrivare Jenkins. Non aveva l’impermeabile, né il cappello, era vestito molto dimessamente e camminava veloce, senza guardarsi intorno. Comincio a seguirlo e circa a metà strada lo vedo infilarsi in un cortile, suonare ad una porta a vetri ed entrare. Non indugio neanche un attimo e lo seguo. Mi trovo in uno stanzone deserto, scarsamente arredato ma stranamente pulito. Dalla porta in fondo, socchiusa, sento provenire un mormorio di voci. Mi accosto cercando di non far rumore e attraverso la fessura vedo Jenkins che sta parlando con qualcuno di fronte a lui, mentre un’altra persona, che mi dà le spalle, è seduta al suo fianco. Deciso a scoprire le ragioni dello strano comportamento dell’agente di commercio, spalanco la porta ed entro in un piccolo ufficio, ammobiliato con sobrietà spartana. Appena mi vede, Jenkins mi riconosce e balza in piedi:

“Sergente, che cosa ci fa lei qui?”

“Signor Jenkins, stavo per farle la stessa domanda: che cosa ci fa lei qui?”

“Sergente, lei mi ha seguito e questo non lo tollero. Protesterò con forza presso i suoi superiori. Sono un cittadino rispettoso della legge e non mi va di essere pedinato o controllato in qualsiasi modo.”

“Signor Jenkins, lei è libero di protestare quanto vuole. Sappia, però, che non la stavo seguendo. Mi trovavo da queste parti sulle tracce di un rapinatore, ho visto lei infilarsi con aria furtiva in questa casa e mi sono incuriosito. Caso mai, dovrebbe essere il padrone di casa a lagnasi per la mia intrusione.”

Così dicendo, ho guardato il religioso che non aveva ancora aperto bocca, poi la mia attenzione si è concentrata sul terzo occupante del locale. Era un uomo che trasmetteva immediatamente un’impressione sgradevole e negativa.  Aveva i capelli di un biondo scialbo, il corpo magro, le mani nodose, i polsi grossi e il pomo d’Adamo enorme nel collo scarno. Gli occhi erano sfuggenti, guardinghi, sleali. Ed è stato lui a rompere per primo il silenzio che si era improvvisamente creato. Con voce esitante, quasi farfugliante, si è rivolto a Jenkins e ha chiesto:

“Nicholas, chi è questo signore? Ho paura…!”

“Stai tranquillo, Jerome, nessuno ti farà del male” ha risposto con sollecitudine l’altro. Si è poi rivolto a me e mi ha chiesto, con tono conciliante:

“Sergente, mi dice finalmente cosa vuole da me?”

“Sì, sergente, vuole dirci che cosa si aspetta di sapere dal signor Jenkins di così tanto importante da entrare senza permesso in  un’abitazione privata? Io sono padre Hastings, il padrone di casa.”

E a parlare, questa volta, era stato il religioso.

“Io sono il sergente Tellman, del Reparto speciale della polizia, padre e mi scuso per la mia comparsa poco…ortodossa, diciamo così. Mi interesso ai movimenti del signor Jenkins per motivi che il mio superiore, il sovrintendente Pitt, provvederà sicuramente a spiegargli. Io vorrei solo sapere che cosa ci fa in questa zona, camuffato, un brillante agente di cambio. E, giacché ci siamo, vorrei anche sapere che fine hanno fatto il soprabito chiaro e il cappello che egli indossa ogni settimana, da qualche tempo a questa parte.”

Jenkins, con un’aria strafottente, mi ha fatto notare che nessuna legge lo obbligava a rispondermi, ma che aveva deciso di soddisfare tutte le mie curiosità perché non aveva fatto nulla di cui temere:

“Sergente, il signore qui presente è Jerome Hopkins, mio fratello. Portiamo cognomi diversi perché nostra madre ha avuto due mariti. Jerome è stato rimpatriato un anno fa dal Nord Africa con una grave ferita alla testa. È stato a lungo in ospedale ed è guarito abbastanza da poter affrontare leggeri lavoretti presso l’Istituto, di cui è direttore il qui presente padre Hastings,  in cui sono ricoverati ex militari bisognosi di cure e di aiuto. Ogni mercoledì, vengo a parlare di Jerome con il nostro insostituibile padre, e ho sempre ritenuto più prudente indossare indumenti che evitassero di attirare l’attenzione in questa strada. Tra parentesi, uso l’impermeabile per coprire questi stracci e me lo tolgo prima di arrivare in questi paraggi. Del resto, mi accorgo che anche lei non si fida molto di presentarsi in questi paraggi col suo bel vestito grigio completo di panciotto…” - ha concluso il giovanotto con un sorrisino irritante - “Signore, io credo che Jenkins mi abbia detto la verità. Potremo continuare a controllarlo, certo, ma la storia che mi ha raccontato è troppo inconsueta per essere inventata.”

Pitt, che aveva ascoltato la relazione del sergente con gli occhi chiusi e la testa appoggiata al bordo della sedia, non rispose e ci pensò Talbot a dare voce al pensiero comune:

“Un’altra traccia che scoppia come un palloncino. E adesso come procediamo, sovrintendente?”

Pitt si riscosse, aprì gli occhi e li passò lentamente sulla parere di fronte, imbiancata a calce e coperta di avvisi e ordinanze. Quindi si rivolse all’ispettore:

“Talbot, ha scoperto se a qualcuno del personale di servizio è capitato di notare fatti strani nei giorni immediatamente precedenti la morte di Ryerson?”-  al cenno negativo del suo subordinato, Pitt commentò:

“Va bene. Per la verità, neanche ci speravo. Talbot, ho un altro incarico per lei: prenda il medaglione trovato da Tellman e mandi qualcuno dei suoi uomini a fare il giro degli orefici e dei negozi che vendono oggettini del genere. Ho bisogno di sapere se è un lavoro fatto abitualmente qui da noi oppure se è di manifattura straniera. Superfluo precisare che sarebbe molto utile avere qualche notizia in merito al più presto.”

“Stia tranquillo, sovrintendente, mi occuperò personalmente della cosa. Conosco un orafo molto bravo che può sicuramente aiutarmi, facendoci risparmiare un sacco di tempo. Lo cercherò oggi stesso… Avanti!”

L’invito era rivolto all’agente che aveva bussato alla porta e poi l’aveva aperta, avanzando nella stanza e  porgendo all’ispettore una lunga busta bianca. Talbot l’aprì, ne estrasse un foglio, vi lanciò una rapidissima scorsa e lo porse a Pitt che lo lesse, invece, con molta attenzione:

“È il referto dell’autopsia compilato dal dottor Taylor.” – comunicò -  “Devo parlare con lui al più presto.”

Così dicendo, afferrò il telefono, compose il numero dell’obitorio, dove Taylor abitualmente lavorava, ed ebbe la fortuna di acchiapparlo un attimo prima che andasse a casa a mangiare “vista l’ora abbastanza avanzata”, come fece notare il medico con tono acido.

“Me ne rendo conto, dottore, e mi scuso umilmente” – Pitt era tutto uno zucchero – “Ma a me servono urgentemente un paio di spiegazioni. Proprio non potrebbe concedermi cinque minuti del suo tempo?

“Sì, cinque minuti… - bofonchiò Taylor di cattivo umore – “D’accordo, venga qui e si sbrighi. Lei ritardi un solo minuto oltre i dieci che le concedo per raggiungermi e non mi troverà, glielo garantisco.”

Dieci minuti dopo, Pitt era seduto di fronte al dottore, in una stanzetta disadorna che odorava fortemente di disinfettante. Il sovrintendente stava nuovamente leggendo la relazione clinica compilata da Taylor. A un certo punto, alzò la testa e disse:

“Dottore, il referto è molto esauriente, ma gradirei che lei lo riassumesse in termini accessibili anche ad uno sprovveduto poliziotto, in modo che mi sia chiaro ogni particolare. Ho capito che nel caso del generale Ryerson il colpo di pugnale ha provocato effetti stranissimi, quali si verificano una volta su un milione, ma alcune conclusioni mi restano oscure. Può aiutarmi, per favore?”

“Bene, signor Pitt, mi stia a sentire. Cercherò di esporle le risultanze dell’autopsia in modo facile e comprensibile. Dunque, qualcuno si avvicina a Ryerson fin quasi a sfiorarlo e gli vibra una violenta pugnalata dall’alto in basso usando un oggetto estremamente sottile, con tutta probabilità uno stiletto. La lama, però, non trapassa il cuore, né lede l’integrità dell’aorta o di qualche altra valvola. Colpisce di striscio il pericardio che avvolge il ventricolo sinistro e ne provoca una leggera lacerazione che subito si ricompatta per la pressione che sulla parte esercita il polmone. La lacerazione del pericardio, per quanto contenuta, provoca comunque una copiosa emorragia. Il sangue va a raccogliersi all’interno del sacco pericardico e in breve tempo la sua quantità va sempre aumentando, con la conseguenza di agire negativamente sull’azione del cuore che non riesce più a pompare sangue. A questo punto, il destino del ferito è segnato ed egli muore per arresto cardiaco.”

Taylor tacque e guardò maliziosamente Pitt. Poi gli chiese in tono neutro:

“Ha capito quale incredibile implicazione contiene la sequenza di effetti che le ho elencato? No, mi accorgo che le è sfuggita. E allora gliela dico io:

una persona che si trovi nelle identiche condizioni di Ryerson può continuare a camminare anche abbastanza a lungo, nonostante la ferita vicinissima al cuore.”

E l’ineffabile dottore si appoggiò allo schienale della sedia con un sorrisino appena accennato, divertendosi a spiare le espressioni che galoppavano una dietro l’altra sul viso di Pitt, come nuvole nel cielo estivo, a mano a mano che l’apparente mistero della morte di Ryerson si dissolveva alla luce delle conclusioni di Taylor.

Pitt si alzò di scatto. Sul suo volto permaneva ancora una traccia di sbalordimento, ma l’abitudine all’azione prevalse su qualsiasi altro stato d’animo e l’istinto della caccia si  risvegliò prepotente nel poliziotto. Ringraziò il dottore, lo salutò e in tutta fretta ritornò al posto di polizia. Qui non trovò né Tellman, né Talbot (del resto, l’ora di pranzo era passata da un pezzo) e dovette anche lui cedere alle proteste dello stomaco che reclamava i suoi diritti. Un’ora dopo, i tre investigatori si ritrovarono nell’ufficio di Talbot. La situazione era radicalmente mutata. L’esito dell’autopsia aveva creato un robusto ventaglio di possibilità e di ipotesi, in cui brillava una certezza inoppugnabile: Ryerson era stato colpito a morte quasi certamente nel bosco, da una persona che si era dileguata attraverso il cancelletto che consentiva l’accesso al lungofiume. Di conseguenza, era sommamente importante appurare quale ruolo ricoprisse nella tragedia lo sconosciuto con l’impermeabile e il cappello visto dal pescatore la mattina dell’omicidio.

“Talbot, lei si occupi, come convenuto, del medaglione e speriamo che la fortuna ci assista perché adesso trovare il suo proprietario significherebbe fare un enorme passo avanti nelle indagini. Lei, Tellman, controlli se la chiatta è ancora ormeggiata dove l’ha vista ieri e, in caso positivo, interroghi nuovamente il marinaio che le ha detto dell’uomo con l’impermeabile. Chissà che non venga fuori qualche altro particolare… Io faccio un salto nell’ex ufficio di Ryerson e spero di trovarvi Burton. Ci vediamo qui stasera. Buon lavoro.”

Pitt uscì e poco dopo viaggiava su una macchina pubblica alla volta di un anonimo palazzo situato in un modesto quartiere della metropoli. Quando lo raggiunse, dovette sottostare ad una serie interminabile  di controlli, prezzo da pagare alla inflessibile dea Segretezza, e finalmente poté essere ammesso nel sancta sanctorum del controspionaggio britannico. L’ufficio di Ryerson, che fino ad un anno prima era stato utilizzato come rifugio sotterraneo, costituiva l’invidia dell’intera Sezione del controspionaggio. Costruito sette metri sotto il livello del suolo, era praticamente inattaccabile: neanche uno dei tanti temuti bombardamenti lanciati dai tedeschi su Londra con le devastanti bombe volanti avrebbe potuto scalfirlo. Il pavimento era coperto da un pesante tavolato e persino le pareti erano rivestite di legno, per riparare il locale dall’umidità e dal freddo. In un angolo della stanza, ritta su una lastra di lamiera, troneggiava una panciuta stufa di ghisa che mandava allegri bagliori e confortevoli ondate di calore sprigionate dal tubo che saliva verso il soffitto per poi piegarsi a gomito attraverso tutta la stanza prima di scomparire nel muro. Nonostante il velo di mestizia che aleggiava nell’aria, in quel locale ferveva ugualmente un’attività frenetica. Telefoni squillavano in continuazione sulle scrivanie che si trovavano nello stanzone, veloci dattilografe raccoglievano le notizie arrivate e le recapitavano celermente sulla scrivania del caposettore, il quale provvedeva a selezionarle e a sottoporle all’attenzione del responsabile dell’ufficio, incarico temporaneamente assunto, dopo la morte di Ryerson, dal suo “secondo” in comando, Reginald Burton. Pitt e Burton si conoscevano dai tempi in cui avevano fatto parte insieme di un’unità segretissima addestrata per essere paracadutata in Francia dietro le linee tedesche. Poi qualcosa era trapelato e l’Alto Comando aveva deciso di annullare l’operazione. Tra i due, comunque, era rimasta una schietta amicizia, cementata da una radicata stima reciproca. Burton somigliava davvero molto a Nash, si disse Pitt, e questo spiegava perché Ryerson, dalla mente ormai ottenebrata, si fosse  rivolto  al suo socio in affari pensando di parlare col suo braccio destro del controspionaggio. Il sovrintendente, dopo essersi seduto ed aver accettato un bicchiere di sherry (“Quando finirà questa bottiglia, dovremo bere acqua, maledetta guerra” aveva malinconicamente predetto il suo ospite), decise di intavolare il discorso che più gli stava a cuore partendo esattamente dallo strano lapsus di Ryerson moribondo.

“Capisci, Reginald? Il generale sta morendo, ma vuole lasciare un messaggio comprensibile solo a pochissime persone. Non so che cosa lo abbia spinto a questa risoluzione, forse un eccesso di deformazione professionale, forse la volontà di comunicare un’informazione che solo tu eri in grado di capire. Nash, uno dei suoi ospiti, è lì accanto a lui. Ti somiglia moltissimo, stessa figura, stesso viso dall’espressione severa e così Ryerson lo chiama col tuo nome e pronuncia una frase che sembra davvero non avere alcun senso logico. Te la scrivo su questo foglietto, ecco, chissà che tu non possa illuminarmi: Burton attenzione uomo non cercate nessun colpevole.”

Pitt spinse verso il suo amico il pezzetto di carta e aspettò trepidante che egli dicesse qualcosa. Ma Burton, dopo avere letto per un paio di volte la frase, scosse la testa e dichiarò la propria incapacità di decifrarla:

“Mi dispiace, Thomas, ma non ci capisco niente. Sei sicuro che la frase sia quella effettivamente pronunciata da Ryerson?”

“Sì, Reginald, è stata confermata da due testimoni insospettabili. Senti, devo chiederti un’altra cosa e la tua risposta potrebbe risultare importante per le mie indagini. Che tipo era Ryerson? Voglio dire, il personale qui dentro gli voleva bene, lo detestava o che altro? Mi rendo conto che corro il rischio di metterti in imbarazzo, ma io devo esplorare ogni possibilità e conoscere la personalità del generale e la considerazione che lo circondava sul posto di lavoro potrebbe indirizzarmi concretamente sulla strada giusta.”

Burton lanciò a Pitt una lunga occhiata, chiaramente dibattuto tra il senso della discrezione e la voglia di dare una mano al suo vecchio compagno di trascorsi avventurosi, poi sembrò prevalere la forza dell’amicizia. Abbassando istintivamente la voce, il capo dell’ufficio ammise che effettivamente i rapporti di Ryerson con i suoi subordinati non erano il massimo della cordialità:

“Intendiamoci, non è mai capitato che il malcontento sfociasse in aperta discussione, ma il fatto è che il defunto generale faceva davvero poco per farsi apprezzare. Lui ostentava assoluto disinteresse per i sentimenti dei suoi collaboratori, anzi si compiaceva di ripetere  che essere popolare non gli interessava affatto, e così la tensione qui dentro alle volte si poteva affettare con una sciabola. Raramente si lasciava andare ad una lode, più spesso stroncature e sarcasmi feroci investivano il malcapitato responsabile, a suo giudizio, di qualche errore. A me dava particolarmente fastidio un’abitudine che aveva contratto negli ultimi mesi: quando gli capitava qualche caso, raccoglieva in proposito tutte le informazioni sulle quali riuscisse a mettere le mani e le annotava in un dossier  riservatissimo che non mostrava a nessuno. E lo faceva per il gusto del sensazionalismo conclusivo, della sorpresa finale, della soddisfazione di poter dire, a caso risolto: guardate con quanti pochi elementi accuratamente vagliati sono giunto alla verità! Figuriamoci se gli passava per la testa che uomini e donne avevano lavorato sodo per fornirgli quelle tracce…E pensare che, se solo avesse voluto, sarebbe potuto diventare l’uomo per il quale i suoi dipendenti si sarebbero gettati nel fuoco. Era intelligente, intuitivo, aveva un fiuto straordinario per captare le minime anormalità nel comportamento di qualcuno e se affermava che un tizio non lo convinceva affatto, puoi star sicuro che novantanove volte su cento quel tizio aveva qualcosa da nascondere. Peccato davvero che sia stato ucciso: per l’ufficio è una grossa perdita, a parte il carattere, e io sinceramente non so se sono in grado di sostituirlo.”

Pitt volle consolarlo:

“Dài, Reginald, non fare troppo il modesto. Le tue qualità sono certamente note al capo del Servizio e tu subentrerai ufficialmente a Ryerson quanto prima. Tornando a quanto hai detto, credi che avrei qualche possibilità di farti confessare la natura dell’affare sul quale  il generale stava lavorando ultimamente?”

Burton era la statua della costernazione. Sentimenti contrastanti lo dilaniavano. Voleva bene a Pitt, ma non desiderava certo trovarsi al centro di un’inchiesta per fuga di notizie. D’altra parte, Ryerson era morto e il suo amico Thomas non avrebbe rivelato nemmeno sotto le più atroci torture il nome della sua fonte informativa. Decise di saltare il fosso:

“Negli ultimi tempi, Ryerson era convinto che nel nostro dipartimento operasse una spia tedesca!”

Il sovrintendente si accorse di trattenere il respiro:

“Una spia tedesca in mezzo a voi? E non puoi dirmi di più?

“No, Thomas, non è che non voglia, è che veramente non ne so di più. In base alle sue recenti abitudini, il capo aveva riempito fogli e fogli di informazioni, che teneva chiusi nella cassaforte del suo ufficio. Appena è trapelata la notizia della sua morte, è piombata qui una coppia di alti papaveri spediti dal Dipartimento di Sicurezza interna. Risultato: la cassaforte è stata passata al setaccio e tutti i fascicoli hanno preso il volo per finire in qualche scompartimento segretissimo di Witheall, al Ministero della Difesa. Ma io sono sicuro che il materiale più interessante è stato trovato a casa di Ryerson, parimenti perquisita. A proposito, non hai incontrato nessuno dei ministeriali a Lodge Manor?”

Pitt ci pensò su un attimo, poi rispose:

“No, devono essere arrivati quando io ero fuori e nessuno ha avuto il garbo di avvertirmi. Ma la cosa non mi meraviglia, quei fenomeni credono di camminare un metro sopra il cielo, in una dimensione superiore a quella dei comuni mortali. Piuttosto, Reginald, come potrei dare un’occhiata da vicino a quella roba?”  

“Thomas, mi stai chiedendo una previsione francamente impossibile. Detto tra noi, certa gente, lassù ai piani alti, si farebbe strappare un molare senza anestesia piuttosto che affidare alle mani impure di un poliziotto qualsiasi uno solo dei sacri incartamenti che accumulano polvere negli archivi ministeriali, l’hai appena detto anche tu. L’unico consiglio sensato che mi viene in mente è di far scendere in pista il tuo capo, il colonnello Woodside. Magari lui riesce a trovare la via giusta per accontentarti.”

“Va bene, Reggie, è un ottimo consiglio e ti ringrazio. Come ti ringrazio della gentilezza con la quale hai accolto la mia visita. Adesso ti lascio alle tue incombenze. Se fai un salto al Reparto Speciale, quando questa storia sarà finita, sarò veramente lieto di offrirti un bel bicchierone di sherry. Sai, noi ne riceviamo cassette su cassette direttamente dai tedeschi!”

Con una bella risata, i due amici si strinsero la mano e Pitt, scortato da un militare con una grinta da intimidire un bulldog, riguadagnò senza problemi l’uscita, emergendo nel pomeriggio leggermente caliginoso di una Londra continuamente attaccata, ferita, percossa, ma non doma. Consultando l’orologio, il poliziotto scoprì con piacere che si sarebbe potuto permettere una bella passeggiata a piedi fino alla stazione di polizia ed arrivare in tempo per l’appuntamento con i suoi collaboratori. Mentre camminava, si chiede incuriosito come fosse morta la moglie di Ryerson e perché lui l’avesse fatta seppellire nel boschetto di casa, anziché nel cimitero del quartiere. Si ripromise di chiederlo a Talbot. Un passo dietro l’altro, Pitt arrivò finalmente a destinazione. Salì nel suo ufficio e vi trovò l’ispettore e il sergente che, al suo apparire, si alzarono in piedi con aria abbattuta. Pitt intuì immediatamente quale vento negativo tirasse sulle investigazioni ed infatti i rapporti dei due confermarono le sue peggiori aspettative: le ricerche avevano dato un esito desolante. L’orafo amico di Talbot aveva esaminato il medaglione, dichiarando di non averlo mai visto, ma aveva nel contempo fornito una notizia interessante: quel tipo di lavorazione dell’incastonatura era tipica di una corrente artistica tedesca solo da qualche anno abbandonata. Si era, comunque, impegnato a contattare qualche suo collega esperto del ramo e Talbot era tornato in sede, comprensibilmente deluso. Pitt, al contrario, appariva molto interessato alla notizia fornitagli dall’ispettore. Tellman, da parte sua, aveva dovuto malinconicamente constatare che la chiatta aveva levato gli ormeggi e stava placidamente discendendo il fiume, diretta chissà dove.

“Bene, signori, sembra che siamo seppelliti di segnalazioni utili alle nostre indagini!” - ironizzò Pitt – “Per fortuna, oggi ho saputo qualcosa che potrebbe dare un impulso ai nostri sforzi. Ne parleremo più avanti. Piuttosto, Talbot, lei che lavora in questo distretto da quasi quindici anni, sa com’è morta la moglie di Ryerson?”

“Sì, sovrintendente, l’episodio suscitò molta impressione e segnò indelebilmente la vita di quell’uomo. Accadde ventuno o ventidue anni addietro in Irlanda. Ryerson, a quei tempi, era un giovane attaché del Corpo diplomatico e veniva spesso utilizzato in missioni particolarmente impegnative, in cui fossero richieste brillanti doti diplomatiche. Sua moglie Beatrice Vinton, un’affascinante giovane donna di ottima famiglia, si era sempre accontentata di vivere all’ombra del marito, senza mai mettersi in mostra, ma in quell’occasione puntò i piedi e riuscì a convincerlo a portarla con lui in quelle zone pericolose. Una mattina, a Belfast, mentre attraversava la strada con un’amica, Beatrice Ryerson si trovò accidentalmente coinvolta in una furibonda sparatoria, scatenata da tre giovani terroristi contro due uomini politici della fazione avversa. Una pallottola la raggiunse alla nuca e per la povera donna fu la fine. Ryerson, distrutto dal dolore, tornò a Londra con la salma della sua amata consorte e volle che fosse seppellita entro i confini della proprietà. Ryerson non si riprese mai del tutto dal dispiacere e si chiuse progressivamente in se stesso. Non si risposò e in tutti questi anni non si è mai saputo di una relazione allacciata con un’altra donna.”

“Triste storia, ispettore, davvero una triste storia.” – disse Pitt, colpito dal racconto. –

“Ma torniamo a noi. Sto per affidarvi un incarico  che potrebbe fornire risvolti interessanti. Tengo a sottolineare che  è assolutamente urgente sbrigarlo nel minor tempo possibile, perché superiori gerarchici e giornali ci soffiano sempre più forte sul collo  e da un momento all’altro cominceranno ad arrivare le sollecitazioni a chiudere celermente il caso. Si tratta di avviare un’indagine patrimoniale sulle condizioni economiche di Ryerson. Lei, Tellman, potrebbe contattare banche ed istituti di credito alla ricerca di conti o depositi riservati, mentre lei, Talbot, potrebbe occuparsi di spulciare nei registri catastali, alla ricerca di beni immobili di proprietà della vittima. Mi frulla ancora in testa l’accenno all’usura fatto da Jenkins e vorrei vederci più chiaro. Mettetevi subito al lavoro e fatemi sapere. Io faccio un salto a casa, mia moglie mi vede sempre meno e non vorrei arrivare al punto di vedermi sbattere la porta sul muso perché non mi ha riconosciuto. Se ci sono novità, chiamatemi in qualsiasi momento.      (Continua…)

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