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Delitto a due facce (2ª parte)

 Tellman raccontò di aver perlustrato accuratamente il bosco, spingendosi più volte tra i cespugli, finché la sua costanza non era stata premiata: su un lato del sentiero, adagiato sopra un ciuffo d’erba, aveva trovato un oggettino che non appariva bagnato o sporco di fango, segno che era caduto per terra dopo il temporale abbattutosi su Londra alle prime luci dell’alba. Tellman infilò una mano in tasca e, quando la estrasse, teneva nel palmo un minuscolo medaglione orlato da un fitto intreccio di sottilissimi fili d’oro. Lo consegnò subito a Pitt che esaminò attentamente il coperchio di madreperla su cui era incisa una piccola rosa purpurea, poi lo sollevò facendo scattare la microscopica molla che faceva da fermaglio. Gli apparve la foto di un bambino di tre o quattro anni, biondo e sorridente. Il sovrintendente girò il medaglione e vide che il fondo era bianco ed assolutamente anonimo. Porse allora il gingillo ai suoi aiutanti che se lo rigirarono tra le mani in silenzio, esaminandolo con cura, prima che Talbot lo restituisse al suo capo.

“Allora?” – domandò Pitt – “Qualcuno ha qualche idea?” Talbot e Tellman lo guardarono, poi il sergente si schiarì la voce ed accennò a parlare. Aprì la bocca, ma la richiuse di scatto, come se fosse spaventato dall’idea che gli era venuta.

“Avanti, sergente, avanti” – lo incoraggiò Pitt – “Cosa stava per dire?”

“Sovrintendente, mi è venuto in mente…sì, insomma, il medaglione spiccava chiaramente a pelo d’erba, non era bagnato e neppure infangato. Ho pensato, allora, che potesse essere stato smarrito da qualcuno non molto tempo fa, forse stamattina stessa, qualcuno che stesse scappando dopo aver…” E qui Tellman si bloccò, spaventato suo malgrado dall’enormità della supposizione che aveva elaborato.

“Voleva dire: dopo aver aggredito Ryerson, eh, sergente?” La voce di Pitt suonò incoraggiante, senza ombra di scherno e il graduato si sentì rincuorato. Talbot, che guardava alternativamente da uno all’altro, volle dire la sua e obiettò:

“Sì, il ragionamento potrebbe filare, ma bisogna tener conto del fatto che i testimoni hanno affermato di non aver visto nessuno nelle vicinanze di Ryerson, prima che lui arrivasse nel piazzale.”

“Giusto” – concesse Pitt – “ma teniamo anche conto del fatto che il bosco dietro la villa è eccezionalmente fitto e una persona non avrebbe difficoltà a nascondersi in quella massa così serrata di alberi e cespugli. Però, a distruggere le nostre supposizioni, resta sempre il fatto che il generale è stato colpito al cuore mentre si trovava in uno spazio assolutamente vuoto.”

“C’è un’altra cosa assai importante che dovete sapere” - Tellman aveva ripreso la parola – “ma non so quanto valore possa avere, dopo aver ascoltato il racconto dei testimoni.  Dopo aver rinvenuto il medaglioncino, ho proseguito nell’esame del terreno e accanto al cancelletto che dà sul lungofiume ho trovato impronte di una scarpa di media grandezza, un pò pasticciate, ma abbastanza fresche da far ragionevolmente supporre che siano state lasciate stamattina. Ho aperto il cancello e sono uscito sulla banchina. Guardandomi intorno, ho visto una chiatta ormeggiata proprio alla base del molo di fronte e mi sono avvicinato. C’erano due uomini impegnati ad effettuare dei lavoro a bordo e ho chiesto da quanto si trovavano lì. Ho scoperto che avevano attraccato la chiatta al molo  alle quattro circa di stanotte, prima che iniziasse a piovere, e allora ho tentato il colpo: ”avete per caso visto qualcuno uscire da quel cancello, intorno alle sette e mezzo di stamattina?” Non ci crederete, ma ho avuto un colpo di fortuna incredibile. «Sì – ha risposto uno di loro – un uomo piuttosto alto, coperto da un lungo impermeabile chiaro, è uscito da quel cancelletto e si è avviato a passo svelto verso il traghetto per Brighton delle sette e quarantacinque. Non sono riuscito a vederlo in faccia perché indossava un cappello a larghe tese che gli ombreggiava quasi del tutto il viso. C’è solo un particolare che non riesco a togliermi dalla mente» – continuò il marittimo pensieroso – «Quell’uomo camminava con un certo portamento eretto e controllato, tipico di una donna. Non voglio dire che dimenasse i fianchi, ma insomma camminava come se procedesse sulle uova.» Accertatomi che non aveva altro da dirmi, l’ho ringraziato e son venuto subito qui.”

Tellman era comprensibilmente fiero del suo operato e Pitt si complimentò sinceramente per lo spirito di iniziativa dimostrato.

“Bene, signori, il sergente ha aperto nuovi sbocchi alle nostre indagini e dovremo esaminare fino in fondo questo interessantissimo sviluppo. Per intanto, proporrei di finire gli interrogatori, ma ciascuno di noi si occuperà di sentire un abitante della casa. Lei, Talbot, si occupi di Mark Anders, l’avvocato, mentre lei, Tellman, interroghi Nicholas Jenkins, il genero di Ryerson.”

“Agli ordini, sovrintendente” risposero i due, quasi all’unisono. Avevano appena messo piede  nel piazzale, allorché udirono il rombo di una macchina che un minuto dopo si arrestò ai piedi della scalinata, scagliando ghiaia tutt’intorno. Ne scese un giovane di trent’anni, altezza media, carnagione olivastra, occhiali: un tipo cordiale con un modo di fare accattivante, che tuttavia non riusciva a nascondere una traccia di nervosismo latente. Era Nicholas Jenkins, come comunicò a bassa voce Talbot, che l’aveva conosciuto quella mattina. Pitt lo squadrò dall’alto in basso, seccato dalla manovra del giovanotto; tuttavia non disse nulla e si limitò a lanciare un’occhiata di avvertimento a Tellman che si affrettò ad avvicinarsi a Jenkins e a farlo entrare in casa per scambiare quattro chiacchiere, nonostante l’altro fosse palesemente riluttante. Talbot si allontanò a sua volta per cercare Anders e Pitt rimase da solo. Voleva parlare con la signora Holland, ma gli faceva piacere respirare ancora un po’ d’aria fresca e profumata che aleggiava intorno. Mentre si attardava con un piede sul primo gradino della scalinata, improvvisamente davanti ai suoi occhi apparve una lieta visione. Verso di lui, lungo il viale principale, stava avanzando una dea, non c’era parola più appropriata per definirla. I lineamenti perfetti, i capelli biondi lunghi, di statura alta con un corpo squisitamente modellato. Camminava con portamento eretto, leggera e flessuosa. Una ragazza stupenda, da togliere il respiro! Pitt non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Aprì la bocca per parlare ed emise soltanto un suono indistinto. Allora riprovò e riuscì ad articolare un banale:

“Buon pomeriggio. Mi chiamo Thomas Pitt e sono un funzionario di polizia.”

La soave apparizione sorrise e disse a sua volta: ”Buon pomeriggio a lei. È qui per indagare sulla morte del generale Ryerson? Brutto affare davvero. Io mi chiamo Charlotte Miller, ma tutti mi chiamano Lottie. Ero una collaboratrice del generale.”

Pitt sentì marmorizzarsi i muscoli del viso su un’espressione di comica costernazione: la voce della ragazza era piatta e convenzionale in modo incredibile e a quel suono sgradevole ogni magia scomparve.

“Una donna ben fatta e piena di salute, nient’altro” - ragionò Pitt, deluso – “È strano come, a volte, una ragazza possa turbare in profondità finché tiene la bocca chiusa e come svanisca del tutto il suo fascino appena comincia a parlare. Che cosa sarebbe successo se gli dei avessero dato ad Elena di Troia un simile tono di voce?” continuò ad almanaccare Pitt, ma fu riportato alla prosaica realtà dalla ragazza che aveva fatto una domanda e adesso fissava l’investigatore, chiaramente in attesa di una risposta. Pitt, confuso, dovette ammettere che si era distratto un attimo e allora l’ex-dea chiese nuovamente se  egli sapesse indicarle dove trovare il signor Larraby.

“Non saprei, provi a chiederlo al maggiordomo.” Così dicendo, salì la scalinata, bussò alla porta e si scostò galantemente per far entrare la giovane donna. In quel momento, l’occhio gli cadde sulle due eleganti scarpine bianche che fasciavano piedini deliziosamente formati e si accorse che il contorno delle suole era sporco di fango.

“Toh, così elegante e con le scarpe infangate” si disse divertito  l’investigatore, che però non ebbe neppure il tempo di ripensare una seconda volta a quella curiosa anomalia perché era comparso l’onnipresente Stevenson che, alla vista dell’incantevole fanciulla, sbattè un paio di volte gli occhi, poi domandò con ammirevole controllo come potesse essere utile. La dea ripetè la richiesta di vedere Larraby e il maggiordomo si pose immediatamente al suo servizio, invitandola a seguirlo. Pitt rimase solo nel corridoio e colse qualche brano di conversazione.

“Signorina, le hanno dato qualche noia i giornalisti al cancello?” chiese Stevenson, premuroso. La Miller lo guardò interrogativamente:

“Quali giornalisti?”

Fu la volta di Pitt di meravigliarsi: possibile che i tenacissimi rappresentanti della carta stampata avessero abbandonato il campo?  Il resto della risposta di Stevenson si perse nel pressante mormorio  dell’avvocato Anders, che  si era accostato silenziosamente a Pitt, sussurrandogli:

“Usciamo, per favore, devo parlarle”. Il funzionario non fece una piega. Si girò e si avviò verso la porta, seguito dall’altro che camminava a testa bassa e con le mani in tasca. Usciti dalla casa, Anders allungò il passo e svoltò verso il boschetto, inoltrandosi a passo svelto sul sentierino che portava alla zona della tomba, una cinquantina di metri più sotto. Pitt lo seguiva in silenzio, anche se sentiva crescere la curiosità. Giunto in fondo alla proprietà,  Anders si sedette su uno screpolato sedile di pietra posto a poca distanza della tomba della signora Ryerson, si passò una mano tra i folti capelli ed iniziò a parlare senza preavviso:

“Sovrintendente, lei è venuto qui stamattina per la prima volta, chiamatovi da un fatto luttuoso. So che ha interrogato alcuni degli ospiti e mi chiedo se ha notato che tutti loro sembrano vivere in un’atmosfera di pesante tensione. Ebbene, devo dirle che la sua intuizione, se formulata,  risponde perfettamente alla realtà. Io, la signora Holland, Nash, Larraby e Montrose  eravamo ostaggi di Ryerson che ci aveva radunati nella sua casa per umiliarci e sfogare la sua immensa brama di crudeltà e megalomania. Vedo dalla sua espressione che stenta a credermi. Abbia la pazienza di ascoltarmi e fra poco capirà che non sono diventato improvvisamente pazzo.” Anders si interruppe, forse per raccogliere le idee, poi ricominciò a raccontare, seguito da un attentissimo Pitt:

“Deve sapere che ognuno di noi cinque si porta dietro un segreto vergognoso che vorrebbe veder sepolto in fondo ad un burrone alpino. Si tratta di errori commessi anni fa, quando eravamo tutti più giovani, e Ryerson ne era venuto a conoscenza grazie alla sua posizione nella polizia. Per motivi che al momento non avevamo compreso appieno, ma che da qualche tempo ci sono perfettamente comprensibili, Ryerson aveva fatto di tutto per salvarci dalle conseguenze delle nostre azioni. E non creda che si trattasse di sciocchezze giovanili, di goliardate magari un po’ pesanti ma tutto sommato non così gravi!

Prendiamo Nicholas Jenkins, il marito della figlia di Ryerson…sì, anche lui subiva le vessazioni del suocero. Jenkins è un agente di cambio, come lei sa, e circa due anni fa aveva consigliato al generale certe speculazioni in Borsa che purtroppo si erano rivelate sbagliate, facendo perdere al vecchio 5.000 sterline. Ebbene, che ti combina Jenkins, per rimediare? Falsifica un assegno del suocero proprio per la stessa somma, con l’intenzione di restituire i soldi a Ryerson fingendo di averli avuti in prestito. Risultato: il generale scopre il maneggio, si fa consegnare l’assegno e tiene in pugno il genero, facendogli saltare la corda ogni volta che gliene salta il capriccio. In fondo, però, il giovane se l’è cavata meglio di noi… 

Parliamo di Richard Nash, ora. Lei non può saperlo, ma durante la prima guerra mondiale, mentre combatteva in Francia col grado di sottotenente,  Nash aveva abbandonato il suo reparto sotto il fuoco del nemico e si era dato alla fuga, ricomparendo due anni dopo in Argentina col suo nome attuale e sposato ad una ricca vedova. Successivamente era ritornato a Londra ed aveva impiantato una fabbrica di aeroplani contro il parere di tanti suoi amici che lo consideravano un azzardo (sto parlando del 1927). Lo stabilimento aveva prosperato e Nash era diventato vergognosamente ricco, oltre che stimato ed invidiato. Ryerson, non si sa come, scopre il passato di Nash e comincia a tormentarlo con mille richieste, minacciando ogni volta di rendere pubblica la sua vecchia colpa.”

Anders si interruppe ancora. Guardò speranzoso Pitt e gli chiese:

“Non ha per caso una fiaschetta di liquore? Rinvangare queste cose mi fa salire in bocca un saporaccio orrendo:”

“No, mi dispiace” – rispose Pitt con condivisione – “Possiamo andare a bere qualcosa, poi, se vuole, potrà continuare a raccontare.”

“No, no, se smetto poi non so se riuscirò a riprendere il discorso. Andiamo avanti. Allora, vediamo, ero rimasto…sì, a Nash. Passiamo a Jerry Larraby, uno dei più bravi giornalisti inglesi, scrittore e vincitore di prestigiosi premi letterari, conosciuto ed apprezzato anche all’estero. Lo sa perché Larraby è venuto a Lodge Manor?”

Pitt fu colto di sorpresa dalla domanda improvvisa, poi rispose un po’ esitante:

“Ha dichiarato che era qui per aiutare il generale a scrivere le sue memorie…”

“Sì, questa è la voce ricorrente. In realtà, chi scriveva le memorie era solo Larraby e Ryerson si sarebbe limitato a firmarle alla fine, riscuotendo elogi, incassi ed unanimi apprezzamenti. Proprio come era successo cinque o si anni fa, quando un saggio sulla guerriglia in India aveva riscosso un successo strepitoso da parte della critica e del pubblico. Il critico letterario del Times aveva addirittura scritto che era nato il nuovo “Kipling in divisa”! Peccato che anche allora chi aveva fatto tutto il lavoro era stato Larraby…E sa perché? Perché Ryerson, che allora era vice comandante della polizia metropolitana, dirigendo le indagini su un incidente stradale in cui una bambina undicenne era stata uccisa da un’automobile che era scappata senza fermarsi, aveva scoperto che il guidatore dell’auto incriminata era Larraby. La serata gonfia di nebbia, la velocità un po’ elevata, l’urto, il terrore delle conseguenze, avevano portato Larraby a commettere la sciocchezza enorme di fuggire. Ryerson era riuscito a risalire al responsabile del reato e a mettere la sordina all’accaduto. Aveva poi fatto sparire il fascicolo e da quel momento Larraby era stato costretto a ballare al suono della sua musica.

Come d’altronde aveva dovuto fare Leonard Montrose, un grande cardiochirurgo. Montrose lavorava all’Ospedale del “Sacro Cuore” di Londra ed aveva raggiunto una meritatissima fama di medico capace e soprattutto umano. Non so neppure quante vite aveva salvato con la sua maestria di esperto di problemi cardiaci e certo non meritava il destino che avrebbe mostrato il suo volto più abominevole sotto le sembianze di Saville Ryerson.” La voce di Anders aveva acquistato un tono tagliente, quasi sprezzante” Montrose aveva una moglie dolcissima che, purtroppo, poco per volta era caduta nel vizio della morfina. All’inizio, il marito aveva fatto di tutto per guarirla da un vizio così degradante, poi i suoi sforzi erano diventati sempre più inutili e lo stato di sua moglie minacciava di diventare noto a tutti i loro amici. Montrose amava profondamente la moglie e non poteva sopportare che la ricerca della droga la portasse ad avvicinare individui senza scrupoli che magari l’avrebbero sfruttata in mille modi. Decise, perciò, di procurarle lui stesso quel veleno. Ed iniziò a prelevarne dosi sempre più consistenti dall’armadietto del suo reparto in cui erano custodite le sostanze stupefacenti.  Ma un giorno, durante un controllo di routine disposto dalla Direzione sanitaria, l’ammanco fu scoperto e i sospetti caddero inevitabilmente su Montrose che, purtroppo per lui, più di una volta era stato scorto dal personale mentre armeggiava attorno al mobiletto. Lo scandalo fu messo faticosamente a tacere, Montrose si trasferì a Liverpool, dove si rifece una vita aprendo un piccolo ambulatorio di quartiere. I suo amici, quei pochi che gli erano rimasti, non l’avevano però dimenticato e fecero in modo, muovendo pedine importanti, a fargli ottenere la cattedra di insegnamento di medicina, ramo cardiologia, nell’università di Edimburgo, in Scozia. Tutto sembrava mettersi per il meglio, allorché un brutto giorno Montrose ricevette una lettera di convocazione a Scotland Yard da parte di Ryerson. Il resto può immaginarlo. Da quel giorno, il povero medico è stato costretto a soddisfare ogni richiesta del caro generale.

La signora Florence Holland, vedova di un professore di storia americana,  aveva conosciuto Ryerson soltanto da un paio d’anni, ma le erano ampiamente bastati per maledire il momento in cui le loro strade si erano incrociate. Holland è una esperta di araldica di notevole valore, ma si occupava soprattutto della piccola ed affermata galleria d’arte che aveva aperto con un vecchio compagno di studi in una cittadina del nord dell’Inghilterra.  L’uomo aveva una moglie ipocondriaca, petulante ed ossessivamente gelosa. Un giorno fu trovata morta, avvelenata da un intero tubetto di barbiturici. Le indagini si conclusero con un  verdetto di suicidio, ma stampa ed opinione pubblica sembrarono coalizzarsi per rovesciare fango sulla coppia. Si insinuò che i due coltivassero una relazione, si suppose che la povera moglie, oltretutto seriamente ammalata (ma nessuno seppe dire di che cosa…) avesse dovuto assistere impotente alla vergognosa tresca,  si suggerì di riaprire il caso svolgendo altre analisi più approfondite e infine si alluse chiaramente alla possibilità che la bella gallerista e il suo socio fossero stati complici nell’assassinio della donna. Questo era troppo per Florence Holland  che decise di scappar via da quel posto invivibile. Liquidò la quota della galleria, sistemò gli altri pochi affari che aveva in ballo e si trasferì a Londra, dove riprese ad occuparsi a tempo pieno dei suoi amati studi di araldica. Quando Ryerson la avvicinò e le dimostrò che sapeva tutto di lei, la signora Holland si sentì crollare il cielo sulla testa, ma non avrebbe retto ad un’altra campagna denigratoria con lei come bersaglio. Si arrese quindi a Ryerson e alle sue pretese.”

Anders aveva smesso di parlare. Con gli occhi chiusi, si era appoggiato al muretto alle sue spalle e sembrava spossato dal tanto chiacchierare. Pitt non osava intervenire ed attendeva che l’altro si riscuotesse. Ciò che aveva sentito narrare andava oltre ogni sua capacità di raziocinio. Possibile che un uomo da tutti conosciuto come probo ed integerrimo, una personalità di spicco della polizia, avesse tradito se stesso con comportamenti altamente sleali, calpestando persino il proprio giuramento di servitore fedele ed incorruttibile del Re e dello Stato? Quando Anders parlò di nuovo, Pitt ebbe un piccolo sobbalzo:

“E adesso parliamo di me.” – la voce era contratta, quasi priva di espressione – “Io sono un avvocato e faccio parte di uno stimato studio legale con sede a Regent Park. Ho dovuto sgobbare sodo per arrivare a far parte della crema della professione forense di Londra, partendo da un paesino dello Yorkshire. Oggi posso dire di essere un uomo e un professionista realizzato e non accetterei mai di dover cominciare di nuovo da qualche altra parte. Ecco perché ho chinato la testa sconfitto, quando l’anno scorso Ryerson venne a trovarmi nel mio studio e mi disse che aveva bisogno di un favore. Mi spiegò che aveva deciso di regalare a sua figlia, in occasione del suo trentesimo compleanno, un magnifico puledro che aveva già vinto le cinque corse alle quali aveva partecipato. Era l’unico capriccio che mi ero potuto permettere e mi sentivo particolarmente fiero nei panni del proprietario di un  cavallo da corsa che gli appassionati mi invidiavano. Respinsi perciò l’offerta di Ryerson, ma mi sentii gelare quando cominciò a parlare di un giovane studente in giurisprudenza che una sera aveva partecipato ad una festicciola tra matricole, degenerata in una specie di orgia: al termine, una delle ragazze presenti, per sfuggire alle pressanti avances di uno studente ubriaco, era volata giù dal quinto piano del “college”, morendo sul colpo. Le testimonianze raccolte dalla polizia avevano subito fatto pensare alla disgrazia, ma qualcuno dei presenti alla festa aveva creduto di ricordare che ci fosse stata una piccola colluttazione vicino alla finestra tra i due ragazzi e tanto era bastato perché cominciassero a circolare voci eccitate che parlavano di fatto poco chiaro. Noi studenti che avevamo partecipato alla festa eravamo stati pregati dal rettore di cambiare scuola e così mi era toccato sudare sangue per essere ammesso in un altro istituto. Fortunatamente, ero riuscito ad arrivare alla laurea e durante il periodo di apprendistato mi aveva messo gli occhi addosso lo studio per il quale lavoro tuttora. Potevo mai correre il rischio di trovarmi sulla bocca della gente per un fatto ormai sepolto, rischiando magari di perdere anche il lavoro? No, non potevo. Di conseguenza, il mio cavallo è da circa un anno proprietà della famiglia Ryerson.”

Questa volta la rabbia aveva reso graffiante la voce di Anders che guardò Pitt e poi gli chiese, con pesante ironia:

“L’ho scandalizzata? Ho forse demolito l’immagine di uomo superiore di un uomo che superiore non era affatto?”

Pitt era in difficoltà. Effettivamente quello che aveva sentito era di eccezionale gravità, quasi impossibile da credere. Anders sembrò leggergli nella mente perché disse:

“Vuole sapere che cosa aveva  preteso dagli altri? Nash aveva dovuto prenderlo come socio al cinquanta per cento nella sua fabbrica. Larraby si era impegnato a scrivere gratis ed anonimamente le sue memorie. Montrose era stato costretto a vendergli ad un prezzo vergognosamente basso un in folio di sonetti del Cinquecento di valore inestimabile, attribuito a Shakespeare. La Holland, infine, si era sentita rivolgere la ridicola richiesta di preparare un incartamento che permettesse a Ryerson di rivendicare un titolo nobiliare. È questo l’uomo che tutti rispettavano?”

“No, certo” – rispose il sovrintendente ancora scosso – “Questo era evidentemente il lato oscuro di Ryerson, quello accuratamente nascosto agli occhi dell’opinione pubblica e dei suoi amici. Ma c’qualcosa che mi lascia perplesso. Come ha potuto impedire che venissero perseguiti dei reati? In fondo, non aveva svolto le indagini da solo, altri avevano raccolto gli elementi sottoposti in seguito alla sua attenzione: c’era gente che sapeva, quindi. Come era riuscito a mettere a tacere episodi di una certa gravità senza che trapelasse alcuna voce discorde? La polizia, vivaddio!,  non era proprietà privata di Ryerson.”

Anders sorrise. Pitt era davvero un brav’uomo ed aveva fatto bene a confidarsi con lui. Ma come avrebbe reagito, l’onesto funzionario, di fronte a quelle rivelazioni, si chiese forse per la decima volta? Sperò di ricevere una risposta prima che il colloquio terminasse:

“Sovrintendente, non devo essere io a ricordarle che a certi livelli  gli alti ed altissimi funzionari di polizia non hanno neppure bisogno di dare tante spiegazioni ai loro subordinati. Quando vogliono raggiungere uno scopo, pronunciano una frase con l’aria di chi sta maneggiando un segreto di Stato, ammoniscono circa le terribili conseguenze alle quali si va incontro se si apre bocca sull’argomento, magari si accenna vagamente alla sicurezza della Nazione e il gioco è fatto. Quei pochissimi che hanno partecipato alle indagini capiscono immediatamente che gli conviene dimenticare ogni particolare di ciò che hanno visto o sentito ed è così che il caso svanisce nella nebbia. Piuttosto, c’è un’altra cosa che desidero chiederle. Ora lei conosce i segreti di sei persone che hanno penato abbastanza negli ultimi anni della loro vita, vittime di odiosi ricatti: che cosa intende fare?”

E lo fissò con una certa apprensione. Pitt ricambiò lo sguardo, ma nel suo c’era una profonda incertezza. Maledizione, perché Anders gli aveva raccontato tutto quel po’ po’ di roba, per poi passare a lui la patata bollente? Decise di prendersi una piccola vendetta e di tenerlo per qualche giorno sulla corda:

“Avvocato, io appartengo ad un’organizzazione deputata a combattere il crimine in tutte le sue forme ed ho il dovere di perseguire tutti i reati dei quali vengo a conoscenza. I casi di cui lei mi ha messo al corrente meritano indubbiamente un cenno di interesse da parte mia, ma voglio essere sincero: in questo momento sono completamente assorbito dalle indagini sulle morte di Ryerson ed intendo riversare tutte le mie energie in questo compito. Quando il caso, come spero, sarà chiarito, mi dedicherò all’esame degli avvenimenti che lei mi ha prospettato. Fino ad allora, considererò confidenziale quello che mi ha raccontato. Piuttosto, si rende conto che mi ha fornito sei solidi moventi che potrebbero essere alla base dell’omicidio di Ryerson?”

Anders sorrise: “Signor Pitt, lei deve davvero considerarmi un pessimo avvocato se avanza un  dubbio del genere. Certo che l’ho pensato, anzi che l’abbiamo pensato, io e i miei amici, i quali, sia detto per inciso, sanno benissimo che io sono venuto da lei a vuotare l’infame sacco. Ma devo dirle un’altra cosa e le giuro che sono sincero: né io, né alcuno degli altri ha avuto niente a che fare con la morte dl generale. Mi creda, non perda tempo ad investigare su di noi, non troverebbe assolutamente nulla.”

Pitt lo fissò un attimo, mentre un lieve sorriso gli compariva all’angolo della bocca:

“Molto abile davvero, avvocato, ma, se permette, certe valutazioni le faccio da me. E adesso torniamo in casa, devo parlare con la signora Holland, se ci riesco.”

Fu fortunato. La donna era seduta su una delle tante panchine di pietra disseminate sul viale principale della casa e sembrava assorta in gravi pensieri, tanto che Pitt potè osservarla a suo agio prima di avvicinarsi.  Era una donna solida e ben messa, ma non grassa, con sopracciglia folte e ciglia lunghissime, piuttosto attraente nel suo pallore che dava maggior rilievo al rosso delle labbra. Aveva un profilo che ricordava i tratti classici di una statua greca e ciò le conferiva una nota di gravità più che di bellezza. Quando avvertì che qualcuno si stava avvicinando, alzò un paio d’occhi grandi e luminosi e li posò con espressione interrogativa su Pitt, che adottò istintivamente un tono discorsivo:

“Signora Holland? Sono il sovrintendente Pitt, incaricato delle indagini sul caso-Ryerson. Posso farle qualche domanda?”

“Sovrintendente, temo di non poterle essere di alcuna utilità, ma sono a sua disposizione.”

La voce era bassa e il tono cordiale. Pitt fu lieto di non dover affrontare altro antagonismo e domandò:

“Signora, lei conosceva da molto il generale?”

“Da circa due anni, signor Pitt. Ryerson aveva saputo che io mi occupo di araldica e mi aveva contattato perché era interessato alla compilazione del suo albero genealogico. Vede, si era messo in testa che nel suo ramo familiare vi fosse qualche antenato titolare di un titolo nobiliare e aveva chiesto a me di svolgere ricerche approfondite. Una settimana fa sono arrivata a Lodge Manor, dietro sua richiesta, e mi sono messa subito al lavoro su certi vecchi documenti che il generale aveva scovato non so in quale decrepito baule in soffitta. Curioso: la sua morte mi dispenserà dal dargli una delusione, perché in tutti gli incartamenti esaminati non risulta traccia di progenitori nobili.” E un divertito sorriso sfiorò le perfette labbra della studiosa.

“Eccone un’altra che non si è certo strappata i capelli per la morte di Ryerson” - pensò filosoficamente Pitt – “Del resto posso capirla” si disse subito dopo, ricordando quello che gli aveva raccontato Anders. Arrivò la domanda successiva:

“Lei dov’era stamattina intorno alle sette e trenta, signora Holland?”

La donna gli lanciò uno sguardo in cui danzava una pericolosa fiammella di rabbia, ma riuscì con notevole sforzo a controllarsi. Quando parlò, ogni traccia di cordialità era sparita dalla sua voce, divenuta fredda come una ventata di tramontana:

“Così siamo alla richiesta dell’alibi, signor Pitt? Bene, a quell’ora ero ancora a letto, da sola, naturalmente, quindi dovrà accontentarsi della mia parola. Mi sono alzata verso le otto e sono scesa in sala da pranzo una mezz’ora più tardi. L’ho trovata deserta e la cosa mi ha meravigliata non poco, poi è entrata una cameriera che mi comunicato la triste novità: Ryerson era morto e in quel momento si trovava già all’obitorio. Nel salottino sul retro della casa si erano installati due poliziotti che stavano procedendo alle prime indagini e il dottor Taylor stava cercando di rianimare la signora Kate, la figlia del generale, che si era sentita male alla notizia del decesso del padre. La ragazza non sapeva altro, così sono andata in cerca di qualcuno che potesse raccontarmi di più e in biblioteca ho trovato Anders e Montrose, piuttosto scossi, che ascoltavano con la massima attenzione Larraby impegnato a raccontare l’accaduto del quale era stato testimone oculare. Qualche minuto dopo è arrivato Jenkins, infagottato in un ridicolo impermeabile chiaro, seguito a brevissima distanza da Nash che aveva appena finito di parlare con uno di voi poliziotti. Ecco, questa è stata la mia mattinata. Vuole sapere altro?”

Pitt stava riflettendo a tutto vapore su una frase che aveva pronunciato la donna e corse il rischio di distrarsi. Si riprese appena in tempo per evitare di fare una figura imbarazzante e rispose gentilmente:

“No, grazie, signora, per adesso ho finito. La ringrazio.” E sorrise alla Holland la quale, notevolmente ammansita, ricambiò il sorriso e si alzò, allontanandosi con grazia.

“A chi toccava, adesso? Ah, sì, a Montrose, visto che sarebbe stato più opportuno sentire l’indomani Kate Ryerson, la figlia del defunto” ricapitolò mentalmente il detective. Poi tornò col pensiero a Jenkins, il disinvolto agente di commercio. Quell’accenno all’impermeabile fatto dalla Holland lo aveva incuriosito non poco. Valeva la pena di svolgere qualche indagine, tutto sommato. In quel momento, scorse Tellman che si stava avvicinando a grandi passi. Il sergente aveva la faccia di chi porta grandi novità ed infatti, appena giunto a contatto con il suo superiore, abbassò la voce e mormorò:

“L’interrogatorio di Jenkins non ha svelato nulla di interessante. Dopo, mentre stavo uscendo dall’abitazione, ho incontrato una cameriera che avevo conosciuto tempo fa ad una pesca di beneficenza organizzata dal pastore di St. Mary, la chiesa di questo quartiere. Non sapevo che lavorasse dai Ryerson e ho pensato di farle qualche domanda. Tra una titubanza e l’altra, e dopo avermi fatto quasi giurare di non fare mai il suo nome, Molly mi ha detto che due sere fa il generale e Jenkins hanno avuto nello studio di Ryerson una rabbiosa discussione. Gridavano tanto che la ragazza, che passava lì davanti, ha colto qualche frase attraverso la porta chiusa.

“Non sperare di ricevere soldi da me – urlava Ryerson – e non credere di impietosirmi con le tue assurde storie filantropiche. Ricordati che posso spedirti in galera quando voglio!”

“Lo so che ne saresti capace, vecchio avvoltoio. Tu sganci soldi soltanto per fare lo strozzino e rovinare la povera gente che si rivolge a te” – aveva ribattuto il genero – “ Accumula, accumula soldi, ma non illuderti di vivere in eterno. Stai attento che da un momento all’altro non paghi i tuoi peccati tutti in una volta…” E così via, tra insulti e minacce. Molly aveva avuto paura di essere sorpresa ad origliare ed era scappata via. Mi ha poi detto che una volta alla settimana, sempre di mercoledì, Jenkins indossa un lungo impermeabile chiaro, un cappello che gli scende sulla fronte, come se volesse camuffarsi, e se ne va. Una volta, per puro caso, mentre si recava a casa di una sua amica (era il suo giorno libero), Molly ha visto Jenkins così conciato imboccare Sunford Road e perdersi tra le catapecchie che la popolano.”

“Sunford Road!” - Pitt era sbalordito - ”Sunford Road è la via più malfamata di Londra, un posto in cui riescono a vivere solo i disperati della peggior specie. Che cosa va a fare Jenkins in Sunford Road? Ma un momento: lì si possono trovare anche individui che per cinque sterline sgozzerebbero la loro madre…Uhm, credo proprio che approfondirò questa storia. Il mercoledì, dunque, Jenkins se la svigna per ignoti lidi e domani è giusto mercoledì. Sergente, domani mattina lei sarà  impegnato. Dalle sette in poi, si piazzi all’ingresso di Sunford Road e non si faccia scappare Jenkins, se dovesse comparire. Gli stia alle calcagna e scopra che cosa lo chiama in quella via dalla reputazione pessima. Quando avrò finito, ci troveremo al posto di polizia Io, intanto, tornerò qui a sentire Montrose, anche se non mi aspetto di scoprire niente di importante. Adesso andiamo a cercare Talbot e filiamocela. Per oggi abbiamo fatto abbastanza e poi senza autopsia non possiamo muoverci. Spero che il dottor Taylor mantenga la promessa e ci faccia avere il referto entro domani.”

Nel corso della ventina di minuti successivi, Pitt ascoltò il rapporto, molto scarno, di Talbot, predispose i piani per l’indomani ed incaricò l’ispettore di un paio di incombenze: telefonare al dottor Taylor per sollecitare l’autopsia di Ryerson ed interrogare la servitù per cercare di scoprire quali erano i rapporti tra il morto e i suoi ospiti.

“Se vuoi scoprire quale atmosfera si respira in una casa, devi chiedere al personale di servizio” sentenziò Pitt con un sorriso, ricordando una delle tante regole auree che gli aveva insegnato il suo vecchio istruttore alla Scuola di polizia. E con questo, salutò i due sottoposti e si avviò verso casa.

La serata si preannunciava calma e serena, così il detective preferì farsi a piedi la strada che lo separava dalla sua abitazione. Nell’ultima luce  del crepuscolo avanzato, Pitt si incamminò per la strada affollata, immettendosi nella fiumana di persone dirette all’ingresso del teatro, le cui luci ancora lontane invitavano i londinesi a svagarsi con un ben pubblicizzato spettacolo di music hall. Le vetture di piazza si fermavano e altra gente faceva diventare più densa la folla. Venditori ambulanti offrivano dolciumi, bibite, focacce calde, fiori e gingilli. Con un moto di orgoglio per il coraggio dei suoi concittadini, Pitt rifletté che Londra si rifiutava di farsi mettere in ginocchio dalle restrizioni della guerra, dalla paura dei bombardamenti e dall’angoscia che sempre accompagnava la domanda che tutti si ponevano: quando finirà?    (Continua…)

 

 

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