Thomas Pitt si chiese per l’ennesima volta che fine avesse fatto il sergente Samuel Tellman, il suo più fidato collaboratore. Quasi tre ore prima lo aveva spedito a Lodge Manor, una grande villa che sorgeva in un sobborgo elegante di Londra, non lontano dal fiume, dove il padrone di casa era morto quella mattina stessa in circostanze misteriose. Il colonnello Woodside, il diretto superiore di Pitt, lo aveva convocato nel suo ufficio per comunicargli la notizia, ordinandogli di mandare qualcuno della sua squadra a Lodge Manor: provvedesse a raccogliere discretamente informazioni sull’accaduto, senza che la polizia locale considerasse la cosa un’intrusione nel proprio territorio, e ritornasse sollecitamente a riferire. Pitt aveva subito fatto chiamare il sergente Tellman e gli aveva affidato il delicato compito, raccomandandogli di agire con tatto e discernimento. Il graduato era partito con aria solenne, fiero di aver ricevuto un incarico che considerava molto importante, e Pitt era rimasto alla sua scrivania, accingendosi a sbrigare un po’ della posta arretrata che in due soli giorni si era ammucchiata considerevolmente.
Otto mesi prima, Thomas Pitt era stato promosso sovrintendente (“il più giovane della storia di Scotland Yard” aveva acidamente commentato un vecchio collega che aspettava da anni quei gradi) ed immediatamente trasferito al Reparto Speciale, che un altro funzionario invidioso amava definire “il deposito dei cervelli”. Pitt era un uomo snello ma non certo magro, alto, con capelli scuri molto folti, spruzzati di grigio alle tempie. I suoi occhi, vigili e attenti, solitamente chiari, sotto la spinta delle emozioni diventavano così cupi da sembrare quasi neri. Fino a quel momento i casi ai quali aveva lavorato per il Reparto Speciale erano in larga parte azioni preventive tendenti a combattere contro qualsiasi minaccia alla sicurezza del Paese, ivi compresa quella dello spionaggio. Ma più spesso i membri dell’organizzazione governativa venivano chiamati a neutralizzare individui che, abbracciata la bandiera dell’anarchia, potessero creare guai sotto forma di violenze, intimidazioni e disordini mestando nel torbido ed aizzando i miserabili che soffrivano più di tanti altri i sacrifici ai quali la guerra costringeva gli inglesi e i londinesi in particolare. Normalmente, il Reparto non si occupava di omicidi, ma c’erano casi, come appunto quello di cui Tellman era andato ad informarsi, che richiedevano l’intervento di tutte le menti più acute di cui la polizia disponeva. Ogni tanto, però, la memoria del giovane sovrintendente tornava con profonda nostalgia ai tempi passati, quando le giornate erano piene di imprevisti e a lui non pareva di essere diventato un perfetto burocrate che pianificava le operazioni a tavolino e spesso poteva addirittura prevedere come si sarebbero svolte e concluse.
Un colpo discreto alla porta dell’ufficio lo distolse dalle sue fantasie. Il funzionario pronunciò uno spazientito “avanti” e la porta si aprì, lasciando passare Tellman. Il nuovo arrivato, un uomo di media statura dalla figura robusta e asciutta, aveva uno sguardo franco e aperto come il suo sorriso un po’ fanciullesco. Il sergente si fermò davanti alla scrivania, assunse un atteggiamento di dignitosa deferenza e, alla muta domanda del suo superiore, cominciò a sciorinare il suo rapporto:
“Signore, torno adesso da Lodge Manor, la residenza del defunto ed ecco quello che sono riuscito ad appurare. Il morto è Saville Ryerson, ex comandante del Corpo di spedizione inglese in Egitto allo scoppio della guerra. Tornato qui da noi, aveva organizzato e diretto, purtroppo fino a stamattina, una efficiente Sezione di Controspionaggio, che si era subito affermato per gli ottimi risultati ottenuti. Arrivato sul posto, ho trovato un ispettore, un certo Talbot, ed un suo subordinato, l’agente Morris, entrambi del distretto di polizia di zona, che avevano già proceduto ai primi accertamenti, tanto che la salma di Ryerson è già stata trasferita all’obitorio per l’autopsia. Non posso dire che l’ispettore e il suo aiuto abbiano fatto salti di gioia nel vedermi, ma devo riconoscere che sono stati abbastanza collaborativi. Talbot mi ha raccontato una storia che si fatica a credere, ma sembra proprio che corrisponda a verità.” Tellman spostò il peso del corpo sull’altro piede e Pitt gli fece cenno di sedersi, invito che il sergente accettò rosso di piacere . Poi continuò:
“Il generale Ryerson alle sette precise di ogni mattina, con qualsiasi tempo, andava a fare visita alla tomba della moglie, allestita in fondo al bosco, quasi sotto il muro di cinta che dà sul lungofiume…sì, sovrintendente, la moglie di Ryerson riposa in pace in un angolo della sua casa terrena…” – spiegò Tellman, notando che Pitt aveva fatto una faccia meravigliata. Il funzionario sorrise leggermente, poi disse:
“Sergente, lei è un poeta. Vada avanti.” Tellman non capì a che cosa si riferisse il suo superiore, ma preferì soprassedere e continuò:
“Deve sapere che il sentiero che attraversa il bosco parte da un lato della villa, la quale, poi lo vedrà, sorge al centro di quattro zone, chiamiamole così, di diversa natura: davanti ha un vasto spiazzo ricoperto di finissima ghiaia; ai lati si allungano due grandi porzioni di terreno adibite a giardino che fiancheggiano il lungo viale piastrellato che unisce il cancello d‘accesso alla casa; dietro l’abitazione c’è un folto bosco che arriva fino al muro di cinta dalla parte del lungofiume. Stamattina, verso le sette e trenta, Ryerson stava dunque tornando a casa, dopo la visita alla tomba della moglie. Percorre il sentiero del bosco, svolta l’angolo dell’edificio ed entra nel piazzale ghiaioso che si trova davanti l’entrata. Lo vedono arrivare in quattro persone: Nash, un ospite del generale, che in quel momento è in piedi sulla porta di casa; Larraby, un altro ospite, che sta fumando una pipa seduto ad un tavolino da campeggio sistemato su un pezzo di prato di fronte alla facciata della villa; il giardiniere, che sta lavorando nel giardino a destra della casa; la cuoca, che sta raccogliendo verdure per il pranzo in un piccolo orto ricavato dietro il giardino a sinistra dell’abitazione. In altre parole, Ryerson, entrando nel piazzale, entra in una specie di quadrato sorvegliato su ogni lato da una persona. Il generale, come noteranno un po’ tutti, cammina lentamente, con passo rigido, e si comprime il torace con una mano. Ad un tratto, quando ha quasi raggiunto il centro dello spiazzo, barcolla e cade a terra. Nash è il primo a rendersi conto della gravità della cosa e corre ad aiutarlo. Subito dopo arriva Larraby. Ryerson apre per un momento gli occhi, guarda Nash e mormora una strana frase che Talbot, l’ispettore di polizia che ho trovato a Lodge Manor, mi ha dettato. Scusi, l’ho messa da qualche parte…”
Tellman intanto si frugava ansiosamente nelle tasche, finché non estrasse dal taschino del panciotto un foglietto sul quale era appuntata una frase all’apparenza incomprensibile:
“Ecco qui, sovrintendente. La frase dice: uomo non cercate nessun colpevole. Se devo essere sincero, per me è cinese. Subito dopo aver pronunciato quelle parole, Ryerson reclina il capo e resta immobile. I due uomini tentano invano di rianimarlo. Entrambi sono convinti che si tratti di un infarto, ma quando Larraby sposta un lembo del giaccone ed infila una mano sotto la camicia per sentire il cuore, la ritira sporca di sangue! I due sono sbigottiti, ma ritrovano ben presto la lucidità sufficiente per muoversi nella giusta direzione. Nash si alza di scatto e corre in casa per telefonare al medico di famiglia, mentre Larraby sosta accanto al morto. Dopo quella che sembra una lunga attesa, arriva il dottor James Taylor, seguito a breve distanza dall’ispettore Talbot e da un suo agente, che Nash ha chiamato quando ha visto il sangue sulla mano di Larraby. Taylor esegue immediatamente un esame preliminare e, quando scopre il torace di Ryerson, trova che è coperto di sangue, colato da un piccolo foro presente dalla parte del cuore. Il dottore e gli altri stentano a credere a quello che vedono, ma la logica conclusione è una sola: qualcuno, non si sa come né quando, ha pugnalato a morte Saville Ryerson con un oggetto sottile e molto affilato. Ma in quale momento è successo? Talbot comincia a raccogliere le prime deposizioni di Nash e Larraby (viene così a sapere della frase), poi chiama due agenti perché portino via la salma di Ryerson e la trasportino all’obitorio, a disposizione del dottor Taylor per l’autopsia. Nel frattempo arrivo io e cerco di mettere insieme più informazioni possibile, nel caso potessero servire al nostro Reparto. E credo proprio che serviranno, se posso permettermi di dirlo.”
Tellman chiuse il taccuino che aveva tenuto in mano per tutto il tempo e guardò il suo superiore, in attesa di ordini. Pitt rifletté per qualche istante e brontolò:
“Davvero un bel grattacapo da risolvere! Speriamo che non lo rifilino a noi, ma ho paura che il colonnello non si farà sfuggire l’occasione di andare a caccia di gloria. Mah, andiamo a sentire cosa ci riserva il destino. Lei, Tellman, non si muova di qui. È molto probabile che si debba partire al più presto.”
Mentre si avviava verso l’ufficio di Woodside, Pitt si chiedeva con quale umore sarebbe stato accolto da parte del capo del Reparto. Bussò alla porta, attese l’autorizzazione ad entrare e un attimo dopo si trovava nella stanza. Woodside era in piedi, davanti ad una grande topografica di Londra e stava cerchiando con una matita rossa la zona di Lodge Manor, segno la tragedia l’aveva colpito a fondo. Senza voltarsi, fece cenno a Pitt di accomodarsi in una poltrona davanti alla scrivania, restò ancora per un paio di minuti a contemplare cogitabondo quel particolare sobborgo della metropoli, poi, con un sospiro, ordinò:
“Rapporto”. Così, senza un minimo di convenevoli. Ma come poteva aver indovinato che l’uomo spedito sul posto dal sovrintendente fosse già tornato con le notizie attese?
“Forse è per questo che lui è il capo della baracca ed io un elemento intermedio…” ridacchiò Pitt, attento a non far trapelare nulla dalla sua espressione.
Il colonnello George Woodside era famoso per le sue maniere brusche. Il capo del Reparto Speciale era un pezzo d’uomo alto, ben piantato, spalle larghe e mascella quadrata, simbolo di vigore fisico: una figura singolare con l’antipatica tendenza ad impartire ordini tassativi, aspettandosi che venissero eseguiti all’istante. Una capigliatura folta e ormai bianca, che nei momenti di malumore egli agitava come una criniera, gli conferiva un aspetto patriarcale, accentuato dal portamento eretto e da un paio di severi occhi azzurri che, quando non fulminavano il malcapitato di turno, sapevano anche ammorbidirsi in certi sorrisi dolci che lasciavano interdetto chi era abituato a vederlo costantemente aggrondato. Possedeva un’energia e una vitalità tali da sfiancare chiunque si trovasse a competere con lui. Quando si alzava al mattino si dedicava al presente come se il passato si fosse cancellato nelle ore notturne e il futuro si concentrasse nelle successive ventiquattr’ore. Nei suoi confronti Pitt provava un miscuglio ambivalente di ostilità e di riottosa ammirazione. Però ne rispettava profondamente l’onestà intellettuale e la diamantina integrità morale.
In quel momento, il suo sguardo grave era puntato su Pitt, come se Woodside lo sospettasse di aver organizzato tutta quell’incresciosa faccenda all’unico scopo di procurargli un’infinità di seccature. Il sovrintendente decise di essere a sua volta conciso e riferì in breve quanto aveva saputo dal suo sergente, senza ovviamente tralasciare nulla. Il colonnello lo lasciò parlare senza mai interromperlo, poi lo informò con ben simulata indifferenza che Scotland Yard aveva ritenuto opportuno mettere il caso nelle mani del Reparto Speciale, spiegando che i lusinghieri successi raggiunti da Pitt quando si era occupato di controspionaggio autorizzavano a supporre che anche in questo delicato caso il suo apporto sarebbe stato determinante per far luce sull’accaduto. Ascoltata qualche altra raccomandazione dal suo burbero capo, Pitt si congedò.
Poco dopo una macchina senza contrassegni, con Tellman alla guida, sbucò da un’uscita secondaria del vasto cortile interno del Reparto e si immise nel traffico della città. Il sergente guidava con calma e padronanza, ma ogni tanto gettava al suo superiore un’occhiata furtiva: era evidente che aveva tanta voglia di porre una domanda precisa, ma non trovava il coraggio di farlo. Pitt si divertì per un po’ a tenerlo sulle spine, poi gli comunicò che, per volontà degli alti gradi di Scotland Yard, la responsabilità delle indagini passava interamente sulle spalle del Reparto Speciale, cioè di loro due, i quali avevano la facoltà di chiedere in qualsiasi momento l’appoggio della polizia metropolitana.
Il resto del viaggio si svolse in silenzio, rotto solo da qualche imprecazione che Tellman lanciava tra i denti ora ad un monello che sfrecciava all’improvviso davanti al muso della macchina, ora a qualche carro che invadeva senza preavviso la corsia di marcia seguita al mezzo della polizia, costringendo l’esasperato sergente a virtuosismi di guida fuori programma. Meno di un’ora dopo, la vettura si arrestò davanti ad una costruzione imponente. che si innalzava su una piccola altura, mentre il terreno circostante era completamente piatto. Circondata da un alto muro in pietra che la recingeva in tutto il suo perimetro, la villa sorgeva arretrata rispetto alla strada di circa un centinaio di metri e non aveva davanti né cespugli, né alberi. Tellman diresse l’autovettura verso il cancello d’ingresso, procedendo lentamente per evitare di investire qualcuno dei tanti giornalisti che sembravano essersi acquartierati sul piazzale, tenuti a bada da un baffuto ed inflessibile policeman.
Il viale pavimentato con larghe pietre squadrate, ampio e contrassegnato da numerose curve, che congiungeva il cancello d’ingresso con l’abitazione, era fiancheggiato da aiole adorne di fiori e ciuffi di cespugli sempreverdi, che si estendevano fino ad abbracciare i due lati dell’edificio, per poi ricongiungersi, sul retro dell’edificio, a profilare i contorni di un frondoso boschetto che occupava la parte posteriore della elegante dimora. In quel largo tratto di terreno, la densità di vegetazione era notevole e i raggi del sole, penetrando tra il fogliame delle betulle che svettavano molto più in alto, creavano suggestivi giochi di luce nell’ombra screziata proiettata da arbusti di alloro e cespugli di rododendro. In fondo al bosco, in posizione nascosta, un piccolo recinto incorniciava una tomba. La foto sulla lapide rimandava il dolce sorriso, fisso per l’eternità, di una giovane donna bionda molto bella: Beatrice Vinton Ryerson. A poca distanza da quella singolare sepoltura, un cancelletto dalla vernice scrostata era incastonato nel muro e sboccava sul lungofiume. Da quel cancelletto prendeva l’avvio uno stretto sentiero in terra battuta che si snodava ai piedi del muro di cinta e giungeva fino al grande cancello d’ingresso, completamente nascosto alla vista altrui per tutto il suo tracciato da una siepe di mortella, alta e compatta. La facciata della casa era esposta ad oriente e un raggio di sole la illuminava obliquamente, come un riflettore. In cima ad otto larghi scalini di marmo spiccava la porta d’ingresso dell’abitazione. Era costruita con legno di robusta quercia e ornata di eleganti guarnizioni in ferro battuto. La macchina dei due investigatori si fermò nel grande spiazzo ghiaioso che si allargava davanti all’entrata della villa e Pitt ed il suo compagno scesero, dando una veloce occhiata intorno. L’edificio si presentava proprio come l’aveva descritto Tellman e l’attenzione di Pitt si appuntò sul bosco.
“Se le cose erano andate come avevano raccontato i testimoni, quel bosco diventava molto importante” rifletté il sovrintendente, che non perse tempo ulteriormente: si volse al sergente e gli impartì alcune disposizioni. Tellman gli rivolse uno sguardo esitante, ma non osò obiettare e partì per eseguire gli ordini ricevuti. Dopo un’ultima, veloce occhiata circolare, Pitt salì agilmente i gradini della corta scala. Nel frattempo,la porta si era aperta e sulla soglia si era materializzato un flemmatico maggiordomo, il quale, accertatosi dell’identità del nuovo arrivato, si affrettò a farlo entrare in un grande atrio in ombra, pavimentato di mattonelle di un rosso opaco. Preceduto dall’imperturbabile maggiordomo, Pitt percorse un lungo corridoio ed entrò in una stanza che dava su una parte del giardino. Era un soggiorno arredato con molto gusto: un divano di broccato, due poltrone a dondolo, tre o quattro sedie copie perfette di modelli alla moda e una scrivania con un lucidissimo ripiano mirabilmente ordinato. Completavano l’arredamento uno scaffale con quattro ripiani zeppi di libri e alcuni quadri di soggetti eterogenei. All’arrivo del sovrintendente, due uomini, che si trovavano nel locale, si voltarono a fissarlo con interesse, dando così modo a Pitt di osservare un uomo robusto e ben piantato, sulla cinquantina, dai capelli scuri, di media statura, spalle larghe e squadrate. Da qualcosa nell’occhiata che l’altro gli aveva lanciato, il sovrintendente dedusse che si trattava dell’ispettore Talbot. Ma notò anche qualche altra cosa che al momento lo sconcertò alquanto: nell’espressione di Talbot si poteva leggere un pressante desiderio di approvazione da parte dei suoi superiori, poiché l’ispettore non possedeva quella capacità di pensare presto e bene, indispensabile nel suo lavoro. Sapeva eseguire gli ordini in maniera efficiente, questo sì, era affidabile e coscienzioso, ma mancava di iniziativa. Pensare, insomma, non era il suo forte. L’agente Morris, più basso del suo superiore, aria leggermente stolida, era accoccolato davanti ad un basso mobiletto e stava ammucchiando ordinatamente sul pavimento fasci di carte che ne estraeva. Alla vista dei suoi colleghi della polizia, negli occhi di Talbot passò un lampo di insofferenza e il tono con il quale si rivolse a Pitt non era certo quello di uno schietto benvenuto:
“Il signor Pitt, presumo” motteggiò con una certa aria sfottente, ma immediatamente dopo il suo viso si colorò di uno spettacoloso rosso vermiglio. Pitt, infatti, aveva assunto un’espressione feroce e i suoi occhi, scuriti dalla rabbia, crepitavano di un bagliore elettrico, mentre lanciava al malcapitato graduato un’occhiata tanto sulfurea da fulminare un basilisco:
“Sono il sovrintendente Thomas Pitt, inviato qui dal mio comandante di Reparto, il colonnello Woodside, dietro richiesta di Scotland Yard. E credo che lei sia l’ispettore Talbot che ha ricevuto l’ordine di collaborare con me allo svolgimento delle indagini. Sbaglio?”
“Affatto, signore, è tutto esatto ed io sono lieto mi mettermi a sua completa disposizione” la voce di Talbot tentava di recuperare qualche barlume di sicurezza, mentre il paonazzo del viso si avviava a virare verso il pallido. Pitt decise di alleggerire l’atmosfera e di cancellare qualsiasi traccia di ostilità che avrebbe potuto essere di ostacolo al difficile lavoro che attendeva la polizia. Si avvicinò all’altro, gli tese la mano e, sfoggiando un amichevole sorriso, gli disse:
“Bene, Talbot, benvenuto nella squadra. Lasciamo perdere le formalità e mi chiami semplicemente Pitt. Mi ha accompagnato il sergente Tellman, che lei già conosce e che si è allontanato per eseguire certe ricerche, ma sarà qui a breve. A lei chiederò collaborazione continua, che sono sicuro saprà darmi con solerzia e competenza, e l’intervento di uomini della sua Divisione, ogni qualvolta se ne presentasse la necessità. E adesso mettiamoci al lavoro. Grazie alla relazione che lei ha fatto al sergente, io so già come sono andati i fatti nelle linee essenziali, quindi non ci resta che iniziare con gli interrogatori delle persone presenti in casa. Per ascoltarli, useremo questa stanza. Mentre io avverto il maggiordomo che occuperemo il locale, lei, per favore, vada a cercare…come si chiama quello che ha soccorso Ryerson per primo…ah, sì Nash: cerchi Nash e lo preghi di raggiungermi qui.”
Talbot, felice e ringalluzzito per la piega che aveva preso l’incontro, uscì sveltamente per eseguire la sua missione. Pitt mandò allora Morris a chiamare Stevenson, il maggiordomo, al quale il funzionario comunicò che per qualche ora si sarebbe fermato in quella stanza per parlare con i signori ospiti. L’esperto servitore non mosse muscolo: si informò con disinvolta compostezza se Pitt avesse bisogno di qualcosa e, alla risposta negativa, si allontanò mormorando un ringraziamento. Cinque minuti più tardi si udì un colpetto all’uscio che fu aperto immediatamente dopo da una persona che ristette un attimo per volgere intorno lo sguardo, poi entrò. Era un uomo dalla figura scarna e asciutta, un po’ curva, che si muoveva con una garbata eleganza che rendeva difficile calcolare la sua età. Il grigio dei capelli, la voce sottile e le mani così bianche che risultavano quasi trasparenti, inducevano però a supporre che avesse superato la cinquantina.
“Mi chiamo Richard Nash e lei dev’essere il sovrintendente Pitt. Voleva vedermi?”
“Sì, signor Nash, grazie di essere venuto. Si accomodi, prego” Ad un cenno di Pitt, il distinto gentiluomo si calò con delicatezza su una sedia, accavallò le gambe e si dispose ad ascoltare l’interlocutore con un’espressione annoiata sul volto ascetico, che a Pitt non piacque affatto. Il sovrintendente ostentò un certo cipiglio, ma decise di mantenere la calma:
“So che lei è stato il primo a soccorrere il suo amico generale, quando lo ha visto cadere nel piazzale. Da dove era arrivato, a proposito?”
“È giunto dal bosco, come faceva ogni mattina a quell’ora.”
“Quando ha svoltato l’angolo della casa, era solo?”
“Sì.” Nash confermò, laconico.
“Non spreca certo le parole, l’amico” pensò Pitt, che disse:
“Lei si trovava sulla porta di casa, quando è spuntato nel piazzale Ryerson. Come mai era in piedi così presto?”
“Io mi alzo sempre presto, sovrintendente, abitudine presa sul lavoro. E prima che mi chieda di che lavoro si tratta, le dirò che ogni giorno entro alle otto precise nell’ufficio della mia fabbrica, su a Manchester, in cui fabbrichiamo aeroplani da guerra e da trasporto. Ryerson era mio socio e mi aveva invitato a trascorrere un po’ di giorni a casa sua.”
Pitt guardò Talbot con l’aria di dire: adesso lo distruggo, questo qui! La sua professionalità, però, prese per fortuna il sopravvento e l’interrogatorio proseguì in un’atmosfera abbastanza serena:
“Signor Nash, mi ripete la frase che ha pronunciato Ryerson prima di morire?”
“La ricordo ancora, anche se francamente mi è sembrata piuttosto strana. Tanto per cominciare mi ha chiamato Burton, non so perché, poi, con grande fatica e distanziando le parole, ha detto: Burton attenzione uomo non cercate nessun colpevole. Se le occorre una conferma, può chiedere a Larraby: era nello spiazzo anche lui e si è avvicinato quando ha visto Saville cadere.”
“Lo farò. Un’ultima domanda: può immaginare perché il generale Ryerson è stato ucciso, oppure chi avesse seri motivi per fargli del male?”
“Signor Pitt, non riesco a ricordare nessun’altra persona di mia conoscenza che meritasse meno di Saville Ryerson una fine simile.”
La risposta arrivò senza esitazioni. Ma perché Pitt ebbe l’impressione che in fondo agli occhi di Nash passasse un lampo di beffardo compiacimento, mentre pronunciava parole tanto solenni? Si divertiva, forse?
“Grazie, signor Nash, per adesso ho finito. La disturberò ancora, se dovessi averne bisogno.” L’industriale si alzò, chinò la testa di un centimetro in un accenno di saluto che includeva anche Talbot e fece qualche passo verso la porta. Ma, prima di varcarla, si voltò e chiese:
“Sovrintendente, posso farle io una domanda?”
“Prego, signor Nash.”
“C’è un particolare, in tutta questa storia, che ha mi ha incuriosito, e direi anche impressionato. Stamattina, ero sulla porta d’ingesso e ho visto tutto dal primo all’ultimo minuto. Ho visto Ryerson svoltare l’angolo della casa, l’ho visto arrivare fin quasi al centro del piazzale, l’ho visto cadere di schianto all’improvviso. Nessuno l’aveva avvicinato, era perfettamente solo in quel maledetto spiazzo: allora, come hanno fatto a pugnalarlo?”
Pitt sostenne per un lungo attimo lo sguardo dell’altro improvvisamente vivace, poi scosse la testa:
“Signor Nash, se sapessi questo sarei ad un passo dal mettere la mano sulla spalla dell’assassino. Al momento è tutto piuttosto nebuloso e non le nascondo che mi aspetto di dover affrontare molte difficoltà, prima di fare luce completa sull’accaduto. Ma sono altrettanto sicuro che riuscirò a venire a capo di questo guazzabuglio. Arrivederci, Nash, e grazie ancora per la collaborazione.”
L’industriale fece ancora un cenno con la testa e questa volta uscì senza voltarsi indietro.
Pitt fissò accigliato la porta chiusa, borbottando:
“Per amor di Dio, adesso ci manca soltanto che si sparga la voce dell’assassinio misterioso! Vedo già i titoli dei giornali: Il delitto del fantasma di Lodge Manor…Come è stato pugnalato il generale nel centro deserto di un piazzale? E pensare che la spiegazione è semplicissima…Lei che ne pensa, Talbot? È d’accordo con me che è stata una conversazione quasi inutile per i nostri scopi?”
“Certamente Nash non ci ha fornito alcun elemento su cui lavorare…almeno mi sembra. Ma lei davvero sa come è stato commesso il delitto?”
Pitt capì che Talbot cercava semplicemente di compiacerlo, sospirò e gli chiese di cercare Larraby. Qualche minuto dopo nella stanza entrò un uomo non alto, ma ben piantato e nero di capelli, un paio di baffetti marroni sulle punte, che camminava con un’andatura eretta. Nel complesso, aveva un aspetto gradevole. Indossava un abito scuro su cui spiccava una camicia bianca.
“Signor Jerry Larraby?” chiese gentilmente Pitt. E al cenno di assenso dell’altro, lo pregò di sedersi.
“Signor Larraby, solo qualche domanda. So che stamattina era nel prato di fronte alla casa, quando ha visto arrivare Ryerson. Veniva dal bosco, vero?”
“Sì, signor Pitt. Io mi ero alzato abbastanza presto perché la pioggia mi infastidisce e sentirla tamburellare sui vetri, come faceva stamattina, mi aveva innervosito. Ho resistito nel letto finché ho potuto, poi mi sono alzato poco dopo le sette e ho visto che aveva quasi cessato di piovere. Non mi andava di ritornamene a dormire e così, per non disturbare la servitù che stava preparando la colazione delle nove, sono andato a sedermi nel grande gazebo, che lei avrà certamente visto nel prato di fronte alla facciata della casa, deciso a fumare la prima pipa della giornata.” Istintivamente, Pitt guardò le punte dei baffi di Larraby, di color marrone per il fumo, e tornò subito ad ascoltare l’altro che stava dicendo:
“Mentre ero lì, ho visto arrivare Nash sulla porta d’ingresso e trattenervisi. Ci siamo scambiati un saluto e subito dopo ho visto Ryerson che svoltava l’angolo, provenendo dal bosco, ed ho capito che era andato a pregare sulla tomba della moglie, come fa ogni giorno. Camminava lentamente, con una certa circospezione, ma l’ho attribuita alla difficoltà di muoversi senza scivolare sulla ghiaia bagnata. All’improvviso, invece, proprio al centro del piazzale, l’ho visto accasciarsi a terra. Mi sono alzato per soccorrerlo, ma Nash è stato più svelto di me. Quando sono arrivato al suo fianco, Ryerson aveva afferrato un braccio di Nash e, chiamandolo stranamente Burton, stava pronunciando una bizzarra frase che diceva, più o meno: attenzione uomo non cercare nessun colpevole. Un attimo dopo, Ryerson era morto.”
“Mi dica, Larraby, ha per caso visto qualcuno nel bosco, mentre c’era anche Ryerson?”
“Mi sembra di averle detto, sovrintendente, che io ho visto il generale svoltare l’angolo, ma dal posto in cui mi trovavo non mi era possibile spaziare con la vista sul bosco. Forse la cuoca era in una posizione migliore della mia.”
“Bene, signore, un’ultima cosa. Anche lei era stato invitato qui per trascorrervi qualche giorno di vacanza?”
“Non proprio, signor Pitt. Io mi trovavo in questa casa per aiutare Ryerson a scrivere le sue memorie”.
“Anche quest’altro risparmia mica male sulle parole” pensò amaramente Pitt. Però non fece trapelare una virgola del suo dispetto e chiese ancora:
“Signor Larraby, può dirmi che ida si è fatta sull’omicidio di Ryerson? Sa se aveva qualche nemico particolarmente irriducibile?”
“No, sovrintendente, Ryerson non aveva un nemico al mondo, che io sappia, e non riesco proprio a spiegarmi chi potesse odiarlo tanto da arrivare ad ucciderlo. E in quel modo così misterioso, poi!”
Larraby aveva parlato in tono assolutamente tranquillo, senza la minima emozione, e Pitt non poté fare a meno di notare che sembrava del tutto indifferente alla tragedia appena accaduta:
“Ma come sono tutti freddi e controllati!” rifletté ironicamente l’investigatore. Stava per congedare lo scrittore, quando questi fece una risatina assolutamente incongruente e disse, rivolgendosi ad un disorientato Pitt:
“Lo sa, sovrintendente, che tutta la situazione sembra uscita da un mistery, un libro incentrato su omicidi e relative indagini? Un uomo si trova al centro di uno spiazzo completamente vuoto e all’improvviso crolla al suolo sotto gli occhi di ben quattro testimoni presenti ad una certa distanza. Accorrono gli aiuti, arriva un dottore che visita il poveretto, nel frattempo deceduto, e scopre che qualcuno lo ha pugnalato a morte. Ma come può essere accaduto? Nessuno si è avvicinato alla vittima e non c’è traccia dell’arma del delitto. Sembra una di quelle trame rese famose da un fantasioso scrittore americano, John Dickson Carr, che gli appassionati del genere poliziesco definiscono «i delitti della camera chiusa». Lei ha per caso letto qualcuno di quei libri, sovrintendente?”
“No, signor Larraby, non mi piacciono, mi basta quel tanto di delitti che mi riserva la realtà giornaliera.” Rispose Pitt, leggermente impermalito dal sorrisino sardonico con cui lo scrittore lo stava guardando.
Quando Larraby fu uscito, Pitt si alzò e fece due passi nella stanza, fermandosi di fronte alla finestra. Dal suo angolo di visuale vedeva il giardiniere che continuava a trapiantare fiori nell’aiuola e decise d’impulso di andarlo a sentire. Magari sarebbe anche riuscito a scrollarsi di dosso la delusione provata interrogando quei due…
Il giardiniere, all’arrivo di Pitt e di Talbot, si strofinò le mani ricoperte dai guanti in un gesto che denotava tutta la sua agitazione e guardò ansiosamente dalla parte dei due poliziotti. Pitt comprese che doveva assolutamente metterlo a proprio agio. Gli sorrise, si presentò compitamente, poi presentò Talbot e chiese che tipo di pianta fosse quella che l’uomo stava infilando in una buca del terreno. Il giardiniere factotum, un uomo massiccio, dalla carnagione scura che rispondeva al nome di Adam Nelson, spiegò con dovizia di particolari che quello era un ligustro, un arbusto molto ramificato e con fiori bianchi odorosi che in breve si sarebbe allargato fino a dare inizio ad un siepe. Proseguì indicando con orgoglio gli altri trapianti che aveva fatto nel corso di quella mattinata e Pitt colse la palla al balzo:
“A proposito, sa dirmi che cosa ha visto stamattina? Magari qualcosa che l’ha colpita particolarmente?”
Nelson corrugò la fonte nello sforzo evidente di raccogliere i pensieri, poi raccontò più o meno quello che Pitt già si era sentito ripetere da Nash e da Larraby: l’arrivo di Ryerson sul piazzale, la sua caduta e l’aiuto che gli avevano portato i due uomini.
“Mi è sembrato che il signor Ryerson dicesse qualcosa, ma ero troppo lontano per capire le parole. Ho tentato di avvicinarmi, ma il signore alto e magro mi ha detto di tornare al mio posto, poi è corso in casa, mentre l’altro signore con la pipa restava accanto al padrone. Poco dopo è arrivato il dottore e infine la polizia” – così dicendo Nelson lanciò un’occhiata di sottecchi a Talbot. No, non aveva visto nessun nel piazzale o intorno alla casa, oltre ai due signori e alla cuoca, che stava trafficando nell’orticello coltivato dalla parte opposta in cui si trovava Nelson. Pitt ringraziò il giardiniere e decise di andare a cercare personalmente la cuoca. Seguito dall’ispettore, rientrò in casa e si diresse verso la cucina, indicatagli dall’onnipresente maggiordomo che gli era comparso davanti nel corridoio. I due bussarono alla porta socchiusa per annunciarsi ed entrarono, finendo sotto lo sguardo freddo ed indagatore di un donnone dall’aspetto mascolino, con un colorito sano e un’espressione severa, della quale si serviva per intimorire la giovane sguattera che, secondo lei, pensava troppo ad un certo giovane e troppo poco al suo lavoro. Fumatrice accanita (ma soltanto nel tempo libero, come teneva a precisare), mandava avanti il suo piccolo regno con il piglio di un sergente istruttore dell’esercito. Era, del resto, brava e competente e lo dimostrava la cucina che specchiava, mentre dalle pentole che gorgogliavano sui fornelli si sprigionava un odorino appetitoso.
Pitt avanzò di qualche passo e si presentò. La donna rispose che si chiamava Edith Palmer e chiese come potesse aiutare il signore. Pitt le chiese:
“Lei, signora Palmer, stamattina presto era nell’orto che si trova in un angolo di terreno quasi sotto il muro di cinta. Dove era arrivato il signor Ryerson, quando lei l’ha visto comparire?”
La cuoca non ebbe bisogno di pensarci troppo su, segno che la circostanza le era tornata spesso alla mente, quel giorno:
“Ho visto il padrone girare l’angolo della casa, arrivando dal bosco che in quel punto è assai folto. Mi è sembrato che camminasse con fatica, con un passo rigido, non so se riesco a spiegarmi. Si premeva una mano sul petto ed è arrivato lentamente fin quasi al centro del piazzale, poi è caduto. Il signore che stava sulla porta di casa, si chiama Nash, è subito corso da lui e così ha fatto anche l’altro signore che fumava la pipa seduto al tavolino nel prato. Io avrei voluto avvicinarmi, ma mi è stato impedito dal signor Nash.”
“E mi dica, signora: dal posto in cui si trovava ha visto qualcuno nel bosco?” Pitt incrociò le dita, era l’ultima speranza di scoprire se Ryerson fosse stato avvicinato da qualche persona mentre camminava nell’intrico della vegetazione. Ma le sue speranze ricevettero una fiera disillusione:
“Nossignore, io non ho visto nessuno, solo il padrone.” E poi, inaspettatamente, la donna sembrò farsi più piccola, gli occhi le si velarono e lei quasi sussurrò:
“Povero signor Ryerson, non meritava di fare quella brutta morte!”
Pitt rimase sorpreso: era la prima persona che esprimeva un sincero sentimento di dolore per l’uccisione del generale. Salutò la cuoca, imitato da Talbot che non aveva mai aperto bocca, ed uscì dalla cucina, trovandosi faccia a faccia con Tellman che lo stava cercando con un’espressione soddisfatta dipinta sul volto. Pitt gli fece cenno di aspettare a fargli rapporto e si avviò verso la porta, la varcò seguito dagli altri e si diresse verso il viale che collegava la casa al cancello. Lì non c’erano alberi e si poteva parlare liberamente, sicuri di non essere ascoltati da qualche intruso. (Continua…)