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Rifiorirà Timau?

Erano tornati e  si stavano godendo una delle esperienze più incredibili e straordinarie della loro esistenza. Felici come bambini divenuti improvvisamente padroni di un negozio di giocattoli, seduti su una stretta cengia del Gamspitz che si infilava in un intrico di arbusti, i due viaggiatori celesti si riempivano gli occhi con visioni di paesaggi che non avrebbero mai più pensato di rivisitare: la stretta vallata addensata di vegetazione, la traccia sinuosa del Bût, malghe aggrappate ai fianchi delle alture, orti e campi che lottavano contro l’invasione prepotente di alberi e cespugli per conservare il proprio spazio, la lunga fila di case del paese che si snodava tra fiume  e monti. Maria spostava senza tregua lo sguardo da un punto all’altro e, con festosa  avidità, tentava di imprigionare nella sua mente ogni immagine, ogni particolare da conservare gelosamente per l’eternità. Giacomo, più composto ma ugualmente emozionato, sorrideva divertito alle esclamazioni gioiose della sua compagna, tentando di ignorare il velo di tristezza che si insinuava nel suo animo al pensiero delle trasformazioni, non tutti positive, subite da Timau negli ultimi decenni.

“Guarda, Giacomo, guarda che magnifico spettacolo! Com’è cambiato il nostro paese, da quando l’abbiamo lasciato. Case nuove con le facciate tinteggiate di fresco, una distesa di tetti rilucenti sotto il sole e coperti da una selva di antenne televisive mischiate a certe  buffe padelle…a proposito, che cosa sono?”

“Si chiamano parabole e servono a catturare le immagini che poi il televisore trasmette” spiega Giacomo, che ha un amico, ex professore di lettere al liceo di Udine, il quale lo rimpinza di nozioni ed informazioni su qualsiasi argomento.

Maria, intanto, continua il suo viaggio alla scoperta delle novità di Timau:

“E guarda che strade, Giacomo, tutte asfaltate, tutte pulite, anche quelle piccole e strette che sono più che altro un passaggio di collegamento tra la strada interna del paese e la nazionale. Altro che le strade dei nostri tempi, sterrate e senza un filo di catrame, che a camminarci sopra  sollevavi nuvolette di polvere e la sera ti ritrovavi i piedi coperti da una patina indurita di bianco che sembrava un’ingessatura…”

“Maria, forse dovresti tenere conto di una cosa piuttosto importante: sono circa cinquant’anni che tu ed io, a distanza di un mese l’una dall’altro, siamo andati a guardare gli alberi dalla parte delle radici. Vuoi che in tutto questo tempo Timau non si sia abbellito e modernizzato? Case, strade, piazze, tutto è cambiato, tutto è migliorato seguendo il progresso e tu non dovresti meravigliarti tanto.”

Giacomo parla con calma, senza mostrarsi infastidito per il fatto di dover spiegare cose che sono tanto ovvie. Maria, al suo fianco, non si stanca di chiacchierare:

“Però, quanti alberi sono cresciuti sulle pendici delle montagne, nella piana e anche intorno al paese. Chissà che cosa succederà, se continua così.”

“Che un bel giorno le piante busseranno alla porta di qualche casa ed entreranno a bere un caffè!” borbotta Giacomo con un sogghigno.

“Che bella piazza hanno costruito nel Rana! E quella costruzione imponente che spicca di lato non può essere altro che la chiesa di Cristo Re. Guardala lì com’è diventata alta e grossa! Se solo penso ai gerli di sabbia e pietrisco che ho portato dal fiume, sento ancora le spalle indolenzite. Alle cinque del pomeriggio, il Cide suonava la tromba e via tutti, uomini, donne e bambini, a lavorare alla fabbrica, sotto lo sguardo vigile di don Cecatto che ti fulminava se non rigavi dritto. Chissà se l’hanno finita anche dentro…”

“Certo che l’hanno finita anche dentro. Non ricordi come l’ha descritta, e più di una volta, don Pietro Zuiani?  Un gigantesco Crocifisso in legno, scolpito in Val Gardena, la cui croce è alta sei metri, svetta nel coro abbellito da eleganti perlinature; lampadari in bronzo pendono tra le due navate in cui si susseguono cappellette dedicate a Gesù, alla Madonna e ad alcuni santi; un bellissimo altare in marmo carnico fa da mensa eucaristica; sopra il portale d’ingresso è stato fissato un artistico mosaico riproducente Cristo risorto nella gloria…credimi, dev’essere qualcosa di grande.”

Maria l’ha ascoltato con interesse, poi la sua attenzione frulla verso un nuovo obiettivo:

“Giacomo, guarda come si vede bene l’Ossario senza alberi intorno e davanti. Che peccato, però, tagliare anche quei tigli che crescevano lungo il viale! Quanto vorrei dare un’occhiata all’interno, accendere una candela e recitare una preghiera per le anime di quei poveracci che si trovano là dentro, come ero solita fare ogni volta che passavo di lì per andare a falciare l’erba nel Daua, poco più su. Sai se arrivano ancora i pellegrinaggi da fuori e se esiste a tutt’oggi la tradizione di far partire dall’Ossario la fiaccola per Redipuglia?”

Maria non se ne avvede, presa com’è dai ricordi, ma Giacomo le ha scoccato un’occhiata sorpresa nel sentire il vocabolo ricercato usato dalla sua compagna di gita, quel tutt’oggi che non credeva facesse parte del lessico usuale della donna. Non vuole comunque metterla in imbarazzo e reprime l’impulso di fare un commento scherzoso sulle conoscenze linguistiche di lei. Perciò fornisce le informazioni richieste senza ulteriori commenti:

“Sì, ogni anno l’Ossario ospita due o tre visite di comunità della Carnia, nel rispetto della tradizione avviata quando la chiesa si chiamava ancora Santuario del Cristo, e una messa voluta dagli austriaci in suffragio dei loro Caduti che riposano nel Sacrario accanto ai nostri. Il primo novembre, poi, si ripete annualmente la cerimonia della fiaccola che parte da Timau per raggiungere Redipuglia il giorno quattro. In quell’occasione, i presenti  assistono alla sfilata di autorità militari e civili, ascoltano elevati discorsi che celebrano le eccelse virtù guerriere di quegli oltre millesettecento soldati uccisi in guerra, partecipano a tutto il rituale di contorno, fatto di squilli di tromba e ordini militareschi, quindi si assiepano sul sagrato del Tempio e stirano il collo nel tentativo di non perdere un solo momento della cerimonia di accensione della fiaccola e della sua partenza per il Sacrario di Redipuglia. Un quarto d’ora dopo il Tempio Ossario è deserto. La porta sbarrata indica che sono andati tutti via. Sul posto sono rimasti solo i morti, che risentono l’eco delle belle frasi gonfie di trita retorica pronunciate sul loro conto e si chiedono se potranno continuare a starsene in pace nella loro sistemazione, che dura ormai da settantacinque anni, oppure dovranno traslocare al più presto.”

Giacomo si interrompe, pentendosi di aver toccato un argomento che si era ripromesso di non rivelare a nessuno. Guarda Maria di sottecchi, sperando che non sia rimasta particolarmente colpita dalle sue parole, ma si accorge immediatamente che la sua è una speranza vana. La donna lo sta fissando con intensità dolorosa e nei suoi occhi si ingrandisce una domanda pressante: che cosa stai dicendo? Poi, la stessa domanda viene formulata a parole e Giacomo capisce che non più sottrarsi. Deve spiegare e lo fa col massimo tatto:

“Mi dispiace di aver accennato ad una questione così delicata, ma non sono riuscito a trattenermi. Ricordi per caso quel signore romano che ci ha raggiunti sette o otto mesi fa…”

“Quello che è morto di un brutto male alle soglie della pensione?” interrompe Maria, concentrata.

“Proprio lui” – conferma Giacomo – “Un giorno stavamo parlando del lavoro che faceva e ho scoperto che lavorava presso l’Ufficio che si occupa dei Caduti in guerra. Il discorso si è quindi spostato sui Sacrari e lui mi ha rivelato una cosa che mi ha lasciato senza fiato: «Amico mio, prima o poi tanti Sacrari saranno costretti ad autofinanziarsi: a Roma si trovano in difficoltà economiche ed hanno intenzione di tagliare le spese di mantenimento di quei particolari edifici. Corrisponderanno ancora delle somme, ma si tratterà di versamenti limitati, sufficienti unicamente a coprire le piccole spese di ordinaria manutenzione: toccherà invece ai privati responsabili della cura degli Ossari sobbarcarsi i costi delle riparazioni straordinarie».

Questo mi ha detto, più o meno, il nostro collega e puoi immaginare quanto mi abbia fatto male pensare che un giorno qualsiasi il nostro Ossario possa essere abbandonato a se stesso in quanto mancano i soldi per mantenerlo.”

La voce di Giacomo è colma di angoscia.  Maria se ne accorge e soffre con il suo compagno. Poi, con sensibilità tutta femminile, cerca di sdrammatizzare:

“Se ho ben capito, con i soldi mandati da Roma si può sostituire una lampadina fulminata, ma non certo eliminare un’infiltrazione di acqua dal tetto o riparare le campane. Mi interessa però capire se questa diminuzione di somme sarà immediata oppure, per fortuna, è una lontana eventualità.”

L’uomo scuote la testa, accigliato:

“Per la verità, una comunicazione in questo senso è già arrivata alla parrocchia di Timau, che ha preso ufficialmente in carico l’Ossario, e adesso si aspetta di vedere come si regolerà nel prossimo futuro  Onor Caduti, come viene abbreviato il nome dell’ufficio che si occupa dei militari morti in guerra. Ho paura, perciò, che non passerà molto tempo prima che la parrocchia si ritrovi sul groppone l’obbligo di dover provvedere a tutte le esigenze dell’Ossario, piccole e grandi. Dove prenderà allora i soldi necessari per affrontare le emergenze? La risposta è facile ed è inutile che te la suggerisca io. Vergogna!” – scatta Giacomo in uno scoppio di rabbia – “mi piacerebbe chiedere a tutte quelle povere vittime del dovere se sarebbero pronte, oggi come allora, a sacrificare la loro vita per la grandezza di una Patria che non sembra disposta a dimostrare nei loro confronti  né onore, né rispetto!”

Maria tace. È un po’ intimidita dallo sfogo di Giacomo e cerca di trovare a tutti i costi un nuovo tema di conversazione. Le viene insperatamente in soccorso un gruppetto di gitanti che sta percorrendo, poco più sotto, un sentiero che porta alla cappelletta Jegarastl:

“Guarda quella gente, sta percorrendo il sentiero che ho fatto anch’io, non ricordo più quante volte. Io e le mie amiche andavamo a fare fieno lassù. nei pressi della cima, poi seguivamo il viottolo fino alla cappelletta e da lì scendevamo a Timau. Dio mio, quanti anni son passati! Sai, Giacomo, non è per cambiare discorso, ma devo confessarti che mi è capitata una cosa strana: poco fa guardavo laggiù, verso la Braida, e non sono riuscita a ritrovare i luoghi in cui andavo a falciare e a preparare i covoni di fieno. Dove sono finiti quei larghi fazzoletti di prato che si stendevano, affiancati e scoscesi, sui pendii delle montagne e lungo il fiume? Io vedo solo distese di alberi e arbusti che hanno invaso si può dire tutto lo spazio esistente. Perché qualcuno ha permesso questa diffusione rapida ed inarrestabile della vegetazione? Crescendo l’una appiccicata all’altra, oltretutto, le piante soffrono e si ammalano più facilmente…”

Giacomo è grato a Maria per avergli offerto la possibilità di allontanarsi dal tema dell’Ossario e le risponde di buon grado, anche se gli dispiace darle un’altra delusione:

“Maria, forse è meglio che ti metta al corrente dei profondi cambiamenti intervenuti a Timau particolarmente negli ultimi anni. Quello dell’invasione incontrollata della flora è uno dei tanti, e neppure il più grave. Hai notato, ad esempio, che in paese abbiamo visto    poca gente, nonostante sia una luminosa domenica?”

“Adesso che mi ci fai pensare…sì, hai ragione, sono davvero poche le persone che se ne vanno a spasso. E sì che ce ne devono essere, di persone, in quelle belle case!”

Giacomo ogni tanto fa fatica ad adattarsi alle uscite di Maria, intrise di un candore derivante dal fatto che lei non si è mai preoccupata di tenersi al passo con le novità concernenti Timau. Ma non può certo arrabbiarsi e rovinare una bella amicizia per così poco. Meglio aprire gli occhi alla compagna una volta per tutte:

“Maria, guarda che Timau non conta più i milleduecento abitanti circa dei nostri tempi. Sai quanti sono attualmente i residenti in paese? Meno di quattrocento! Proprio così, e puoi anche smetterla di guardarmi ad occhi spalancati. A Timau abitano meno di quattrocento persone.”

Maria è esterrefatta:

“Ma sei sicuro di quello che dici? Come mai c’è stato un calo così forte?”

“I motivi sono tanti. Il principale, purtroppo, è da ricercare nella mancata compensazione tra il numero dei timavesi che vengono a raggiungerci quassù e quello delle nascite in paese. Ricordi quanti furono i nostri compaesani che l’anno scorso si unirono a noi? Dodici o tredici, se non sbaglio. E sai quanti bambini nacquero a Timau? Uno, solo uno. Tu non immagini quante di quelle belle case che ammiri tanto siano ormai vuote o, al massimo, abitate da un solo occupante. Poi, c’è da fare i conti con lo spopolamento causato dalla difficoltà di trovare lavoro in paese, dalla mancanza sempre più marcata di servizi, dalla scomodità dell’uso dei mezzi pubblici in alcuni tratti della giornata…Insomma, cara mia, a Timau prevale la presenza di persone anziane e non si possono certo costringere con la forza coppie giovani ad andare a vivere in paese.”

“No, Giacomo, questo non è proprio possibile, se non si vuole finire in galera. Mica i nostri timavesi possono fare come gli antichi Romani, che rapirono le sabrine e risolsero il problema” chiosa Maria con aria meditabonda.

“Brava, Maria, hai detto davvero una cosa giusta. Anche perché il popolo dei Sabini si è estinto da secoli e non ci sono più donne sabine, non sabrine, da rapire.” dice Giacomo sorridendo. Quindi accarezza amichevolmente la mano della donna, per farsi perdonare l’involontaria mortificazione inflittale con la sua correzione. Maria gli mostra scherzosamente la lingua, dopo di che sorride a sua volta:

“E quali sono gli altri problemi che ha Timau? Come farai a conoscerli tutti, poi…” mormora dubbiosa. Giacomo ha sentito e le spiega che lui non si lascia scappare un timavese: quando qualcuno di loro arriva, lo prende sottobraccio e piano piano riesce a cavargli tutte le novità del paese.

“ Adesso, cara Maria, ti faccio la fotografia del Timau dei giorni nostri. Prendiamo i locali pubblici.  Ricordi quanti chioschi, oppure semplici mescite di vino, c’erano sulla nazionale? I transitanti, in genere turisti, si fermavano, si rifocillavano e magari compravano anche qualche oggettino dell’artigianato locale. Oggi quei punti di ristoro hanno chiuso tutti i battenti, vuoi per la scomparsa dei titolari, vuoi soprattutto per il diradarsi del passaggio di macchine attraverso il valico di Monte Croce Carnico. Non ti dico quanti bar hanno cessato l’attività in paese; degli alberghi, quei grandi e tanto frequentati alberghi dei nostri tempi, è rimasto aperto uno solo. Vuoi sapere quanti sono i negozi di generi alimentari attualmente funzionanti? Solamente uno, ed il gestore parla sempre più spesso di chiusura. Se vuoi leggere un giornale, devi andare a comperartelo a Paluzza oppure appostarti nel bar e aspettare con santa pazienza di mettere le mani sull’unica copia esistente nel locale.”

Giacomo si è arrestato per prendere fiato e Maria, che lo sta ascoltando sempre più sgomenta, ne approfitta per chiedergli:

“E la cooperativa, la nostra preziosa coprativa, hanno chiuso anche quella?”

“Sì, Maria, otto o nove anni fa. Quanta nostalgia provo al pensiero degli incontri con gli amici, organizzati nel retro della cooperativa per buttare giù un bicchiere di vino in compagnia. Beati tempi, quelli, amica mia! Ma continuiamo a parlare di Timau. Non c’è più un negozio che venda materiale di ferramenta o  articoli per la casa. Se all’improvviso ad un timavese viene a mancare, che so, un chiodo, un cacciavite o una macchinetta per il caffè, non deve fare altro che prendere la macchina e andare a Paluzza. La stessa cosa dicesi per un cerotto o una lampadina nuova. Per la frutta e la verdura ci si può rivolgere al negozio di alimentari, ma la scelta è limitata e quindi che cosa resta da fare? Brava, andare in giù con la macchina…”

Giacomo si accorge che Maria è turbata. Tutta la sua gaiezza sembra svanita a causa delle notizie apprese dal suo partner, il quale si domanda se sia il caso di continuare a svelare alla donna certe scomode verità. Ma è la stessa Maria a toglierlo dall’imbarazzo:

“Dunque è così che si è ridotto Timau! Ho tenuto troppo a lungo occhi e orecchi tappati, ma ora voglio sapere tutto. Povero paese mio, si sta lentamente trasformando in un paese vuoto, un laars doarf, per dirla nel nostro tischlbongarish. Ti prego, Giacomo, raccontami del resto, se c’è.”

“Beh, ci sarebbe dell’altro, Ma vuoi davvero sentirlo?”

“Sì, dimmi tutto, senza nascondere nulla. E stai tranquillo, non sono una bambinella che si lascia impressionare facilmente, per quanto le novità possano essere spiacevoli.” Giacomo, rassicurato, riprende a parlare:

“Tre anni fa si diffuse in paese la voce che presto l’ufficio postale sarebbe stato chiuso. Molta gente si agitò, fu interessato alla vicenda anche il sindaco di Paluzza che contattò la Direzione delle Poste di Tolmezzo e alla fine si trovò un compromesso: Timau avrebbe continuato a giovarsi dei servizi dell’ufficio postale, che sarebbe rimasto aperto tre giorni alla settimana. Negli anni successivi, le cose avevano marciato con regolarità e ormai la gente si era scrollata di dosso  l’incubo di ritrovarsi senza posta, quand’ecco che l’assillo si rinnova e Timau ricade in una profonda preoccupazione alla notizia che la politica dell’attuale governo prevede la chiusura di moltissimi uffici postali, tra cui quello di Timau, dovendo risparmiare anche in quel settore. Capisci a quali e quanti disagi andrebbero incontro gli abitanti di Timau, in gran parte anziani e senza automobile propria, se fossero costretti a scendere a Paluzza per ritirare la pensione, prelevare soldi dal conto corrente oppure pagare semplicemente una bolletta? Se poi pensi che, a causa  dei vigenti orari dei pullman, chiunque si rechi a metà mattinata a Paluzza è costretto ad attendere fin quasi a mezzogiorno per  ritornare a Timau, puoi capire quanto l’eventualità che l’ufficio postale chiuda i battenti per sempre getti nel panico la comunità timavese.”

“Mi sembra perfettamente comprensibile” - dichiara Maria con voce triste – “La situazione è davvero desolante. Hai finito qui con l’elenco delle tristezze, oppure c’è dell’altro?”

Giacomo la scruta con gli occhi socchiusi e lentamente informa:

“Il dottore, c’è qualcosa che riguarda il dottore e che io ti racconto come l’hanno raccontata a me. Fino ad una quindicina di giorni fa, andava a Timau due volte la settimana; adesso si può trovarlo in ambulatorio una volta sola. Ma non basta: in ottemperanza alle recentissime disposizioni di legge, i dottori hanno l’obbligo di compilare al computer le ricette nel luogo in cui esercitano al momento, indicando sulle stesse i principi attivi contenuti nei medicinali prescritti. Ora, è chiaro che nessun medico ricorda a memoria le informazioni specifiche e perciò è costretto a ricorrere all’aiuto di Internet. Succede, però, che piuttosto spesso a Timau venga a mancare la connessione a Internet. Che cosa resta allora da fare ad un povero dottore di fronte a tali contrattempi? Ovvio, andare a Paluzza e compilare lì la ricetta. E che cosa resta da fare ad un povero paziente che ha bisogno della ricetta? Altrettanto ovvio: andare a prendersela a Paluzza. Se dispone dell’uso di un’autovettura. Altrimenti deve andare in giro a mendicare un favore presso qualche amico, perché nel pomeriggio fa servizio, se non sbaglio, una sola corriera. Questa bella storia mi è stata raccontata dal nostro compaesano appena giunto da noi, quello coinvolto in un mortale incidente stradale nel Moscardo insieme con il figlio e due amici, salvatisi tutti e tre, fortunatamente per loro.”

“Giacomo, non do certo la colpa a te, tu ti limiti a raccontare, ma ti garantisco che scoprire quanto sia caduto in basso Timau mi riempie il cuore  di un gelo intollerabile. Possibile che non ci sia anche qualche notizia positiva? Possibile che gli amministratori non facciano niente per migliorare la condizione del nostro paese?”

“Come no, Maria cara, come no! A Paluzza si preoccupano, e non poco, di rendere ottimale l’aspetto esteriore di  Timau. Vuoi sapere quale è stato, ad esempio, l’ultimo grande progetto illustrato alla popolazione? Il ripristino di un lago nella vasta zona che si stende, grosso modo, in corrispondenza di Casali di Sega, dalla confluenza del rio Lavò, all’incirca in località detta “ponte sott’Aip”, alla confluenza del rio Sgolvais. Il lago artificiale porterebbe un sacco di benefici sociali ed economici: disponibilità di un bacino di riserva dal quale attingere acqua in caso di siccità, comodità di avere sottomano un grande deposito d’acqua da sfruttare per l’irrigazione di campi e orti contigui, impiego di manodopera, allestimento di un reticolo di sentieri e piste ciclabili destinati a collegare il lago con Timau e Cleulis, il recupero ambientale di un tratto di territorio che rischierebbe di ritornare ad una condizione  semipaludosa…insomma, un progetto ambizioso, illustrato con dovizia di particolari dal sindaco dell’epoca e da altri politici della regione.”

“Che bello, Giacomo, sarebbe magnifico se Timau potesse godere di una simile possibilità. Se ne avvantaggerebbe anche il turismo, altroché! E quando è stato presentato questo programma alla gente di Timau?” Maria appare infervorata, la notizia l’ha resa euforica. Giacomo, sornione, risponde sommessamente:

“Quattro anni fa, mese più mese meno.”

“E quando sono cominciati i lavori?” incalza Maria.

“Mai” sentenzia Giacomo.

“Mai?” esala incredula Maria.

“Mai” conferma implacabile Giacomo.

La donna piega le spalle, sconfitta, ed esprime con quel semplice gesto tutta il suo sconforto. Giacomo le si fa più vicino, le prende amorevolmente una mano e la consola:

“Su, Maria, non lasciarti andare. Non ne vale la pena. Non hai ancora imparato che l’ottanta per cento delle promesse elettorali resta lettera morta? Timau procede sull’orlo di uno stretto sentiero aperto ai due lati, ma sono sicuro che si tirerà fuori in un modo o nell’altro da questa emergenza.”

“Lo spero, Giacomo, lo spero proprio. C’è, però, un altro pensiero che mi assilla: che cosa racconteremo ai nostri amici timavesi quando ci chiederanno di Timau?” la voce di Maria suona come un sussurro accorato. Giacomo è concentrato sulla domanda di Maria, appare lampante che sta elaborando la risposta che si aspetta la sua compagna. E alla fine gli sembra di averla trovata:

“Ascolta, noi non dobbiamo dire bugie, ma neppure raccontare quello che ti ho detto io, per non creare inutili allarmismi tra coloro che non sono al corrente della reale situazione in cui si dibatte il nostro paesello. Ci chiederanno di Timau? E noi lo descriveremo nei suoi aspetti migliori, quelli che effettivamente lo fanno preferire a tanti altri centri abitati, più grandi e più organizzati. Diremo che tanta gente viene ogni anno a Timau per gustarsi una piacevole vacanza estiva e che quando riparte carica in macchina anche una valigia colma di nostalgia. Parleremo del cielo che appare colorato di pennellate di un azzurro così vivo ed intenso da fare quasi male agli occhi, quando i primi raggi del sole scavalcano le cime delle montagne e si allargano a rischiarare anche le vaste distese di orti e campi disegnati sul fondovalle. Racconteremo della sottile magia che si avverte durante una lunga passeggiata nei boschi, quando il silenzio rende tutto più irreale e l’aria fresca e profumata scende nei polmoni simile a sorsate di corroborante elisir. Descriveremo Timau immerso nel verde come un dipinto inserito in un’artistica cornice…ma soprattutto inviteremo tutti a chiedere alla Provvidenza la grazia di conservare sempre bello ed accogliente il nostro amato paese. E adesso, cara Maria, credo che sia giunto il momento di andarcene. Guarda, il sole al tramonto sta incendiando il cielo dietro il Monte Coglians e il crepuscolo  prepara la strada alla sera. Andiamo, non voglio arrivare lassù col buio, non ho voglia di sorbirmi un’altra delle interminabili ramanzine di San Pietro. Se si arrabbia sul serio, è capace di proibirci di assistere al concerto vocale di stasera ed io non voglio neppure pensare ad una sciagura del genere. Figuriamoci, canta il coro dei cherubini ed il programma comprende anche l’esecuzione di “Stelutis alpinis”. Sembra che sarà presente lo stesso Zardini. E chi se lo perde, un concerto del genere! Coraggio, Maria, sbrigati per favore, non perdiamo altro tempo.”

Giacomo si è già avviato, impaziente. Maria affretta il passo per raggiungerlo, ma non può impedirsi di lanciare un’ultima occhiata allo stupendo paesaggio che si allarga sotto i suoi piedi. Ma lo vede sfocato e tremolante: è solo effetto della luminosità incerta del crepuscolo oppure dipende dal velo di lacrime che le offusca gli occhi?

 

Rocco Tedino              

 

 

 

 

   

       


 

 

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