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Due cugini pasticcioni

Marcello vuotò la tazzina di caffè, la appoggiò con malagrazia sul piattino e sbottò:

“Io vorrei sapere perché mi sono lasciato convincere a darti retta. Eccomi qui, seduto al tavolino di un bar ad aspettare che arrivi uno sventato che tra i mille altri difetti ha pure quello della mancanza di puntualità. Ormai dovrebbe essere già qui, anche ammettendo che si sia fatto a piedi i novanta chilometri che separano Gondrano da Arezzo. Sono sicuro che è partito da casa ore fa e adesso starà girovagando chissà dove, perso nella campagna. Gli do tempo un quarto d’ora, mezz’ora al massimo, poi me ne vado. Mi stai ascoltando? Guarda che ho ragione: se Noé avesse accolto sull’Arca anche esemplari di esseri umani pieni di difetti, Luciano sarebbe stato tra i primi a salvarsi dal diluvio universale”.

Giulio non alzò neppure la testa dal giornale che stava leggendo. Si sistemò più comodamente sulla sedia, terminò l’articolo che lo interessava poi guardò suo cugino con un leggero sorriso. Avevano solo un anno di differenza, erano cresciuti praticamente insieme, si erano laureati entrambi in giurisprudenza a distanza di sei mesi l’uno dall’altro e si conoscevano come le proprie tasche. Marcello, alto, fisico atletico, bel ragazzo bruno, non era cattivo, ma  l’aria perennemente ansiosa che si portava stampata sul viso lo faceva sembrare scorbutico e vagamente astioso, a differenza di Giulio il quale era leggermente più basso dell’altro, con un lungo ciuffo ribelle che spesso scendeva a nascondere gli occhi castani ed un bel sorriso aperto, testimonianza di un carattere allegro ed ottimista. Adesso stavano aspettando che li raggiungesse, nella piazzetta in cui si erano dati appuntamento, un altro loro cugino, Luciano, un tipo strano ed imprevedibile che effettivamente viveva in un mondo tutto suo. Marcello, intanto, continuava a brontolare. Stavolta si lamentava delle idee balzane che, a suo giudizio, ogni tanto si accendevano nella testa di zia Elide, madre di Luciano e sorella dei loro padri:

“E la zia, poi, te la raccomando! Per quel suo figliolo farebbe di tutto, gli porterebbe da bere nel cavo dell’orecchio, se potesse. Al caro Lucianino piacerebbe vedere la Giostra del Saracino? Immediatamente zia Elide fa in modo che il suo desiderio si realizzi. Chiama noi chiedendoci di ospitarlo per un paio di giorni e tutto è sistemato: noi non sappiamo dire di no e così il giovincello viene qui ad Arezzo, si installa nella nostra casa e domani ci tocca pure fargli da balia. Sempre ammesso che oggi riesca ad arrivare fin qui -insinuò malignamente il giovane-  Forse in questo momento è bloccato in qualche ingorgo e non sa come uscirne. Mi chiedo ancora chi ce l’ha fatto fare, mi chiedo!”.

Giulio osservava un gatto che, sul tetto di una casa di fronte, stava camminando in prossimità della grondaia. Indolente, tranquillo, dava l’impressione di essere in pace col mondo intero, di bearsi di una vita senza guai. Se almeno Marcello avesse preso un po’ della sua imperturbabilità…Con un sospiro si riscosse e replicò, in tono leggermente ironico:

“Davvero non sai chi ce lo fa fare? Hai dimenticato che, a parte Luciano, siamo gli unici eredi della zia e che abbiamo ottime probabilità di mettere le mani su qualcosa del suo ingente patrimonio? Lo so, non è molto bello quello che sto dicendo, dovrebbe invece farci piacere di poter essere utili ad un nostro parente. Che cosa vuoi che siano un paio di giorni, domani saremo alla festa per un sacco di ore e dopodomani Luciano è bello che ripartito. E’  anche vero che per mandare giù nostro cugino ci vuole una tonnellata di bicarbonato ed ecco perché  non facciamo peccato se ci auguriamo una specie di risarcimento quando la zia non ci sarà più, lontano sia quel giorno, per carità!”.

“Seh, campa cavallo! Quella ha già seppellito due mariti e sta progettando per il mese prossimo una crociera nel Mediterraneo. Un po’ di quei soldi, ammesso che ne arrivino, ci farebbero un gran comodo adesso, non da qui all’eternità”.

“Stavolta hai proprio ragione, caro cugino: il tempo passa e noi stiamo sempre aspettando che la nostra vita metta la freccia e svolti verso una posizione sicura e solida, lontano da dottorati e tirocini. Che bello sarebbe poter entrare lunedì nello studio di quel pidocchioso del mio notaio e dirgli a brutto muso: da oggi hai finito di ripagare con una miseria il gran lavoro che mi costringi a fare in questo ufficio. Ti saluto e sono!”

“E a me non piacerebbe forse fare più o meno lo stesso discorsetto a quell’avvocatucolo con la puzza sotto il naso presso cui faccio il mio sudato tirocinio? Bei sogni! Auguriamoci, piuttosto che i tuoi e i miei continuino a mandarci i soldi per pagare l’affitto del nostro appartamentino, altrimenti ci ridurremo a vivere sotto un ponte dell’autostrada, visto quanti  soldi portiamo a casa con i nostri lucrosi impieghi!” ridacchiò Marcello che un attimo dopo si zittì di colpo, gli occhi spalancati sulla figura che era emersa da una macchina arrestatasi dall’altra parte della piazzetta e che  ora stava puntando verso il loro tavolino. Giulio seguì lo sguardo del cugino e si immobilizzò a sua volta, come se entrambi fossero stati sfiorati dall’ombra dell’angelo che paralizza. No, non c’erano proprio dubbi, quello era Luciano,  un tizio sulla trentina, di media statura e piuttosto rotondetto. Ma come si era conciato? Indossava con un k-way verde militare che metteva in risalto la sottostante maglietta gialla che sbucava ribelle da un paio di pantaloncini tipo bermuda. Completavano l’abbigliamento un paio di calze multicolori, che coprivano a malapena le caviglie, e un paio di sandali da frate francescano.

“Ragazzi, che piacere vedervi!”, tubò quell’incredibile apparizione a voce più alta del normale di almeno un’ottava. “E come vi trovo bene! Sono in ritardo? Mi dispiace, sono stato bloccato da un mucchio di persone vestite con buffi costumi medievali, che agitavano grandi bandieroni multicolori. Ma chi sono?”

Poi, senza aspettare una risposta, si rivolse a Marcello:

“Marcellino, chiudi quella bocca ed ordinami un caffè, mentre vado un attimo in bagno. Torno subito, eh, Giulio?” Così dicendo, diede un  buffetto su una guancia del cugino e sparì all’interno del bar. Marcello, il cui colorito negli ultimi momenti era virato dal pallido, al rosso e infine al verde, fece l’atto di seguirlo, ma Giulio lo bloccò prontamente:

“Cosa pensi di fare, si può sapere? Lo conosci, no? O tenerlo o ammazzarlo, perciò calmati e mostragli buona cera quando ritorna. Ricorda quello che ti ho detto:  fare una scortesia a lui significa farla alla zia”.

“Non me ne frega niente della zia e anche di te, se non la pianti con questa lagna. Se quello mi chiama ancora una volta Marcellino lo faccio a pezzi qui dove ci troviamo. E poi, hai visto o non hai visto come si è combinato? Sembra che sia riuscito a fuggire dalle mani dell’anonima sequestri dopo essersi buttato addosso i primi indumenti che gli sono capitati sottomano. Dai retta a me, infiliamolo immediatamente in macchina e portiamolo a casa, prima che mi veda assieme a lui qualcuno che mi conosce”.

Giulio sorrise a quell’uscita, in effetti il nuovo arrivato dava l’impressione non tanto di una persona che si fosse vestita di sua spontanea volontà, ma di uno che fosse stato aggredito dai suoi stessi indumenti. Luciano, intanto, era riemerso dalla penombra del locale e fissava alternativamente il tavolino vuoto e i suoi due cugini che non avevano ordinato il caffè richiesto. Fu Giulio a salvare la situazione:

“Luciano, adesso andiamo a casa e vedrai che caffè ti prepareremo, altro che questo intruglio del bar.”

Ma le ultime parole le pronunciò quasi sussurrando, perché accanto a loro si era materializzato il cameriere, giunto a ritirare i soldi delle consumazioni. I due giovani si misero ai lati di Luciano e quasi lo spinsero verso la macchina, dove salirono in fretta, cominciando a dare le indicazioni necessarie per raggiungere l’appartamento in cui vivevano. Nel frattempo, il loro logorroico cugino non smetteva un attimo di parlare, incoraggiato da distratti cenni ed interiezioni di Giulio che si era seduto al posto del passeggero, mentre Marcello, sempre ingrugnato, occupava il sedile posteriore.

“Cari cugini, io vi ringrazio ancora per avermi accolto in casa vostra, che finalmente conoscerò, e vi porto anche i saluti e i ringraziamenti della mamma che non dimentica mai i suoi cari nipoti. A proposito, vi manda questo.” Così dicendo, infilò una mano nella tasca dei pantaloncini e ne estrasse una lunga busta bianca, un tantino stropicciata, porgendola poi a Giulio, il quale la aprì sveltamente, sotto l’occhio attento di Marcello che si era improvvisamente destato dal suo torpore. “Questo” risultò essere un assegno di settecento euro, accompagnato da un breve biglietto:

“Ragazzi, vi mando questa piccola somma che, ne sono sicura, potrà farvi comodo durante il soggiorno di Luciano da voi. Grazie per avergli dato ospitalità. Vi voglio bene. Zia Elide. PS. Sopportate Luciano e le sue chiacchiere, specialmente tu, Marcello.”

Questi ebbe almeno il buon gusto di arrossire, poi si chinò a dare un leggero colpo sulla spalla di Luciano e gli disse:

“Benvenuto, Luciano vedrai che ci divertiremo tanto alla Giostra. Cosa fai di bello, in questo periodo?”.

Giulio lo guardò storto. Diamine, quella era una domanda pericolosa perché Luciano aveva sempre in serbo una nuova occupazione (meglio: una nuova idea balorda) e non si faceva certo pregare per  illustrarla con dovizia di particolari. I timori di Giulio trovarono immediata conferma. Il giovanotto si raddrizzò leggermente, afferrò con forza il volante ed aprì le cateratte delle chiacchiere:

“Ragazzi, non indovinereste mai a quale attività mi sto interessando adesso. Vedete, tre o quattro mesi fa mi è capitato di recarmi a Cerveteri e lì ho assistito alla ricognizione di una tomba etrusca. Bene, dovete credermi: è stata una rivelazione, un lampo di luce, è stato come se il mio mondo avesse ricevuto un’accelerazione sul tipo di quelle che ogni tanto si vedono nei cartoni animati e l’astronave schizza via per infilarsi tra le stelle…sì, Giulio che c’è? Ah, va bene, al prossimo incrocio devo girare a destra, d’accordo, stà tranquillo…dicevamo, è stata un’esperienza unica, esaltante, che non riuscirò mai più a cancellare dalla mente…dimmi, Giulio, cosa vuoi adesso…ho saltato la svolta a destra? Accidenti, quando parlo di archeologia non capisco più niente! Scusami, faccio inversione al prossimo incrocio e torniamo indietro…ah, questo è un viale a senso unico ed è lungo circa due chilometri…va bene, vuol dire che ci metteremo buoni buoni, con santa pazienza ad aspettare un’altra deviazione ed intanto vi parlo della tomba di Cerveteri…” E Luciano, difatti, si lanciò nei suoi ricordi alla Indiana Jones, mentre Giulio faceva gestacci a Marcello che, là dietro, rideva silenziosamente e sillabava col solo labiale:

“Com’è che dicevi? O tenerlo o ammazzarlo. Tienitelo!”

Come Dio volle, tra un’informazione sugli etruschi sciorinata da Luciano (…sembra che gli etruschi fossero presenti nella regione tra l’Arno, il Tevere ed il mar Tirreno già nel IX secolo avanti Cristo… lo sapevate che forse gli ultimi tre re di Roma, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, appartenevano ad una dinastia etrusca?...) e un’indicazione stradale fornita dallo stremato Giulio, finalmente l’auto si arrestò sotto la casa dei due cugini. I tre scesero, salirono le scale fino al terzo piano “(Scusa, Luciano, ma l’ascensore è temporaneamente guasto”) ed entrarono nell’appartamento abitato da Giulio e Marcello. “Che bello”, esclamò subito Luciano. “Molto personalizzato e  caratteristico, sono convinto che mi troverò bene”.

“Ma cosa diavolo dice?”  si interrogarono gli occhi degli altri due. “Ha visto appena una stanza e già vaneggia di personalità  e di segni distintivi particolari. E poi quanto crede di fermarsi?”.

Ma le labbra rimasero  miracolosamente mute. Luciano, intanto, si era allungato su una poltrona e si guardava attorno con approvazione.

“Sì, questo appartamento mi piace proprio. Cribbio, mi fermerei più a lungo, ma ho degli impegni con alcuni miei amici ricercatori che proprio non mi permettono di approfittare della vostra ospitalità oltre lunedì. Pensate che martedì mattina presto devo trovarmi ancora a Cerveteri, dove mi hanno promesso di mostrarmi alcuni reperti da poco estratti da un’altra tomba appena scoperta. Sembra siano pezzi di molto valore…”

“Scusa”, la voce di Marcello suonava scettica. “C’é qualcosa che mi sfugge. Tu e i tuoi amici  ve ne andate in giro a visitare tombe etrusche come se vi trovaste in un museo, maneggiate pezzi anche di valore e tu ti senti un grande archeologo. Ma fammi capire: ti sei mai trovato presente all’apertura di una tomba? Lo sai che se ti beccano con qualche pezzo non dichiarato, derivante da un sito archeologico, finisci dritto sparato in galera? E poi: questi tuoi amici ti hanno per caso proposto di formare, che so,  una società, di mettere soldi in qualche progetto di scavi, insomma qualcosa del genere?”

Luciano guardava Marcello con una sorta di rispettosa meraviglia, mentre invece Giulio gli mandava messaggi visivi semplicemente urticanti, messaggi che imponevano:

“Smettila di stuzzicarlo con ‘sta maledetta archeologia!”.

Ma ormai la frittata era fatta e Luciano non si lasciò sfuggire l’occasione:

“Marcello, come hai fatto ad indovinare? E’ vero, mi hanno proprio chiesto di entrare in una cooperativa che si propone di scoprire tombe etrusche e gestire il dopo, dal piazzare i pezzi, vendendoli o regalandoli a qualche museo, all’organizzare le visite al sito. Certo, mi hanno chiesto di impegnare nel progetto una certa somma ed ho più di una mezza idea di accettare. Dovete poi considerare…”

Ma Luciano non riuscì a dire che cosa dovevano considerare, perché Giulio, ormai al limite della sopportazione, si inserì nel suo monologo e tagliò corto:

“Luciano, abbiamo capito come la pensi e credo che tu non abbia le idee molto chiare sugli obblighi che competono ad un archeologo. Ma adesso basta con le tombe e pensiamo ad altro, per esempio alla cena. Marcello, che ne diresti se accompagnassimo Luciano alla cena propiziatoria del quartiere?”.

Subito l’ospite venuto da lontano si interessò alla novità, chiedendo cosa fossero le cene propiziatorie. Giulio allora si incaricò di spiegare:

“Cugino, devi sapere che Arezzo é divisa in quattro quartieri: Porta Crucifera, Porta S. Andrea, Porta S. Spirito e Porta del Foro, e che ogni quartiere, la sera prima della Giostra, cioè ogni venerdì precedente il penultimo sabato di giugno, organizza nella piazza vicina alla sede di ciascun rione una cena detta “propiziatoria” in cui si mangia, si ride, si fa musica e ci si prepara per la gara del giorno dopo, pregando i santi protettori di assicurare la vittoria al proprio quartiere. Si entra, insomma, nell’atmosfera della Giostra, vivendo in anticipo il clima che troverai domani. Stasera sentirai parlare di giostratori, di Buratto, di sbandieratori e ad una certa ora potrai assistere alla cerimonia di estrazione delle carriere. Vedo che sei perplesso, che per te questi sono termini nuovi e difficili da capire. Non ti preoccupare, adesso ce ne andiamo alla sede del nostro quartiere e lì poco per volta capirai tutto”.

“Noi di quale quartiere facciamo parte?” chiese Luciano.

“Noi”  e Marcello calcò sorridendo su quel «noi» “facciamo parte di Porta del Foro”.

“Bene, ragazzi, andiamo a questa cena e divertiamoci, in attesa che arrivi la Giostra di domani”.

Ma era destino che almeno un nodo venisse apertamente al pettine e fu Marcello, manco a dirlo, a dare fuoco alla miccia:

“Luciano, fammi un favore, prima di uscire và a cambiarti.”

“Ti è venuto un mezzo colpo, quando mi hai visto, eh?”  ridacchiò il giovane. “Ma rilassati, adesso vado di là a mettermi addosso qualcosa di più adatto all’occasione.”

Così dicendo, Luciano afferrò il suo zaino e scomparve nella camera accanto.

“Purché non se ne venga fuori con un paio di jeans a vita bassa e un maglione sformato”, brontolò Marcello che, evidentemente, non riusciva proprio a fidarsi.

Giulio lo guardava con una  espressione pensierosa, poi gli si avvicinò e gli sussurrò a voce bassa:

“Senti, adesso andiamo a cena e speriamo di distrarlo dalla sua fissazione delle tombe. Comunque, mi è venuta un’idea al riguardo e ne parlerò al ritorno a casa. Tu  assecondami senza obiettare, qualsiasi cosa io dica. Attenzione, sta tornando. Accidenti, che figurino!”

Giulio non era stato capace di frenare l’esclamazione e, del resto, aveva tutte le ragioni per esprimere la più profonda delle meraviglie. L’uomo emerso dalla stanza attigua era davvero

un altro essere: abito blu di fresco lana, camicia bianca a righine,  calze intonate e mocassini. Davvero un figurino…e pazienza se i pantaloni avevano bisogno di un  filino di stiratura! Ma il cambiamento notevole di abbigliamento giustificava qualunque manchevolezza, sia pure veniale.

“Allora, che ne dite? Vado bene per la vostra cena?”  Luciano si divertiva a canzonare bonariamente lo stupore degli altri due che lo guardavano ammirati.

“Cugino, sarai il re della festa, parola mia.” Giulio lo prese sottobraccio e tutti insieme si avviarono alla porta.

Uscirono. Il tempo intanto era cambiato. Era stato bello, anche se leggermente freddo, fin nel primo pomeriggio, poi si era messo a soffiare un venticello fastidioso che lentamente aveva spinto una sull’altra, come se le stesse ammucchiando, nuvole nere gonfie di pioggia, che spingevano quasi  tutta la gente in giro per strada ad alzare lo sguardo al cielo e a rivolgere una fervida preghiera al dio dei simposi, perché non rovinasse le cene dei rioni. Anche Marcello guardò in alto, scosse il capo con una smorfia di disgusto e profetizzò:

“Questo prima di sera ci battezza”, alludendo al cielo che minacciava seriamente pioggia.

“Il solito ottimista”  ironizzò Giulio. “Io invece credo che non pioverà e trascorreremo una serata tranquilla”.

Ebbe ragione lui. Per tutta la sera, infatti, la cappa di nuvole non si sciolse, ma nessuna goccia di pioggia scese a rovinare lo spettacolo. Appena arrivati e sistematisi su una panca, Giulio e Marcello si dettero da fare per presentare il loro parente agli amici e ai conoscenti più vicini, poi Luciano monopolizzò l’attenzione di Giulio e lo tempestò di domande sui preparativi per la giostra dell’indomani che si indovinavano da certi segni. Aveva, ad esempio, appena sentito parlare di un appuntamento in una piazza di Arezzo ad una certa ora della sera: che cosa ci si andava a fare?

“Ci ritroveremo tutti in piazza della Badia”, cominciò a spiegare pazientemente Giulio, “perché da lì partirà il corteo dei figuranti e degli armati diretto al Palazzo dei Priori. Qui il sindaco consegnerà lo “scettro” al Maestro di Campo, un notabile che comanda praticamente la Giostra. Alla sua presenza, i paggetti dei quattro quartieri estrarranno l’ordine delle carriere, cioè delle partenze di gara, i Capitani delle varie squadre giureranno di competere con lealtà ed onore, quindi verranno estratte le lance per correre la Giostra. La Lancia d’oro, invece, sarà portata in Cattedrale, dove rimarrà fino a domani. È abbastanza chiaro?” chiese Giulio, prima di buttare giù un bel bicchiere di birra che Marcello gli stava porgendo con aria solenne:

“Toh, oratore, rinfrescati la bocca!”

“Hai poco da sfottere, caro mio, qualcuno deve pur mettere Luciano al corrente dell’andamento della cerimonia…” si risentì Giulio che non riuscì neanche a finire la frase, incalzato da un’altra domanda del cugino:

“Che cos’è la Lancia d’oro?”

Giulio sospirò, portò alla bocca una forchettata di maccheroni, che ormai si stavano raffreddando, e riprese a spiegare:

“La Lancia d’oro è il trofeo tanto desiderato che viene consegnato al quartiere vincitore della Giostra. Non devi pensare che la lancia sia davvero fatta di materiale prezioso. È invece un manufatto di forma molto semplice. L’intagliatore (a proposito da anni è sempre lo stesso e ha la bottega nel centro storico), sceglie il legno più adatto - di solito tiglio, noce o acero – lo modella dandogli un’impugnatura e un paracolpi di forma sferica, lo taglia della stessa lunghezza delle lance usate dai giostratori, 3 metri e 55 cm., ed ecco pronta la lancia che diventa d’oro perché alla fine del lavoro l’artista vi passa sopra un colore dorato. Sarà anche semplice legno, ma quanto valore ha per gli abitanti dei quartieri. Vedrai domani quanto entusiasmo suscita la Giostra.”

Così dicendo, Giulio, si dedicò ad un piatto di carne che il solito, premuroso Marcello gli aveva posato davanti e fece chiaramente capire che il tempo delle chiacchiere era finito e che lui aveva tutta l’intenzione di dedicarsi a ciò che restava della cena. La serata passò in  fretta, tra una cosa e l’altra. Andarono in piazza della Badia, assistettero ai riti legati alle fasi preparatorie della Giostra imminente, poi tornarono a casa. Per strada, Giulio riportò abilmente il discorso sull’archeologia, sotto lo sguardo accigliato di Marcello che comunque, memore delle raccomandazioni dell’amico, tenne la bocca chiusa, chiedendosi dove l’altro volesse andare a parare. Non dovette attendere a lungo per saperlo. Interrompendo a metà l’ennesima concione del cugino sull’argomento, Giulio disse:

“Senti, Luciano, noi avremmo qualcosa da mostrarti, qualcosa che crediamo possa interessarti. Non stasera, certo, meglio domani, dopo la Giostra. Aspetta, lasciami spiegare…”, fece Giulio, vedendo che l’altro stava per intervenire. “Si tratta di una tomba che alcuni esperti hanno definito etrusca. È stata trovata appena fuori città, in cima ad una stradina di campagna, sul terreno di un nostro amico, il quale ha la responsabilità di curarne il mantenimento e la vigilanza in attesa che la Sovrintendenza allestisca un sito idoneo per l’esposizione al pubblico. L’hanno scoperta da meno di un mese alcuni ricercatori francesi e per adesso è stata solo recintata, con il divieto di avvicinarsi troppo. Ma vedrai che  riuscirò ad ottenere dal nostro amico un trattamento speciale. Domani certamente lo vedrò alla Giostra e gliene parlerò.”

Luciano era riuscito a tacere per tutto il tempo, ma la curiosità lo stava divorando e non riuscì più a trattenersi:

“Giulio,  è stupendo, è una notizia straordinaria! Ma ci pensate, una tomba etrusca a portata di mano che potrò visitare a mio piacimento. Dài, non si potrebbe andarci subito? Ci procuriamo qualche pila e la cosa è fatta. Del resto, con questo buio chi può vederci? Non credo che il vostro amico se la prenderebbe poi troppo, magari gli parlo io, eh, che ne dite? Marcello, tu sei d’accordo?”

Marcello da qualche minuto guardava davanti a sé con espressione neutra, ma un attento osservatore avrebbe notato brillare nei suoi occhi lampi di umorismo. Adesso si volse a Giulio e, con candore ben simulato, gli chiese:

“Non possiamo proprio fare niente per accontentare Luciano? Sì, lo so, sarebbe scorretto recarci a vedere la tomba senza l’autorizzazione di…accidenti, il nome del nostro amico mi sfugge, si chiama…”

“Leonardo, si chiama Leonardo” dichiarò Giulio con una faccia tosta da esposizione mondiale. Per un pelo Marcello non proruppe in una risata che avrebbe rovinato irrimediabilmente il lavoro del fantasioso cugino. Allora aveva capito bene! La tomba tirata in ballo esisteva, certo, ma era stata allestita  circa un mese prima su un terreno fuori città di quel certo Leonardo e faceva parte di un set cinematografico sul quale si stava girando  un film ambientato nell’antica Roma. Alla fine delle riprese, l’avevano lasciata lì, senza smontarla, in attesa di ripassare, ma fino a quel giorno nessuno della produzione si era fatto vivo e Leonardo si divertiva a “giocare” al padrone di una tomba etrusca. L’aveva recintata con tre giri di nastro giallo e rosso e aveva disseminato nei dintorni  vistosi cartelli che vietavano l’ingresso nella struttura senza autorizzazione del responsabile, che poi era lui. Chissà se sarebbero riusciti a darla a bere a Luciano! Adesso, però, era necessario distoglierlo dalla sua idea di fiondarsi seduta stante verso la supposta tomba, convincendolo ad attendere l’indomani.

“Luciano, ascolta, Giulio ha ragione. Non possiamo permetterci di andare a visitare la tomba senza il permesso del proprietario del terreno. Come hai detto tu stesso poco fa, adesso è buio e nessuno ci vedrebbe. Ma il buio impedirebbe anche a te di vedere  bene e di renderti conto di tutti i particolari. Abbi pazienza, domani, con la luce, andrà molto meglio. C’è poi da considerare che non sarebbe bello, nei confronti di Leonardo, entrare senza autorizzazione nella sua proprietà. Lui è un nostro amico, d’accordo, ma non mi piace superare certi limiti di confidenza. Dài, non è poi un gran sacrificio aspettare qualche ora. Domani andremo a gustarci la festa, poi potrai esaminare la tua amata tomba da tutte le angolature. Ho ragione o no? Bene, vedo che ti sei convinto. Allora andiamocene a nanna, che si è fatto pure tardi e domani ci attende una giornata piena.”

E con una pacca sulla spalla Marcello dissipò le ultime resistenze di Luciano, al quale non restò che arrendersi alle logiche argomentazioni dei suoi due cugini. Rientrati a casa, bevvero un ultimo bianco, stesero il programma per la notte: Luciano, ovviamente, si dovette arrangiare a dormire sul divano in salotto, mentre gli altri due si ritiravano nella loro stanza. Appena chiusa la porta, Marcello cominciò a ridere silenziosamente, con la mano sulla bocca, mentre Giulio, altrettanto silenziosamente, si sbracciava nel tentativo di frenare l’ilarità dell’amico. E intanto rideva pure lui, asciugandosi qualche lacrima.

“Ma come ti è saltato in mente di parlargli di quella mostruosità?”, domandò a bassa voce Marcello. “Guarda, se davvero riusciamo a fargli credere che quella è una tomba etrusca, io mi impegno a convincerlo che sono un discendente di re Tarquinio.” E giù a ridere di nuovo, tra lunghi “shhh” reciproci.

Il giorno dopo splendeva un sole luminoso e caldo, aumentando la sensazione di festa imminente. Già di buon mattino stuoli di persone, famiglie intere, cittadini singoli presero a dirigersi verso Piazza Grande che si andava rapidamente affollando. Le tribune, ad eccezione dei posti riservati alle autorità, vennero occupate con una velocità impressionante da intere frotte di appassionati che cercavano in tutte le maniere di non disgregare i gruppi appartenenti allo stesso quartiere. Un’altra ingente moltitudine di intervenuti si stava ammassando dietro le transenne che delimitavano la corsia di gara e molti allungavano il collo per non perdere neppure un fotogramma di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. La piazza era un enorme calderone che ribolliva, molto prima dell’inizio della gara,  di movimento, grida, richiami, fischi, applausi, incitamenti, canti e qualsiasi altra manifestazione canora che somigliasse, anche minimamente, ad un rito propiziatorio per assicurarsi la vittoria finale. I nostri tre amici, facendosi largo a fatica, riuscirono come Dio volle ad accaparrarsi un posticino in tribuna che, se da una parte li costringeva a restarsene in piedi, praticamente avvolti da un muro umano, dall’altra consentiva loro di avere una buona visione del Saracino. Luciano si guardava attorno con espressione estremamente interessata e non lasciò trascorrere molto tempo prima di partire con le domande.

“Dov’è il Saracino?” si informò per prima cosa.

“Eccolo lì, è quel grosso mezzobusto addobbato come il re delle Indie. Guardalo bene, perché è contro di lui che si scaglieranno ogni volta i campioni dei quartieri”, rispose Giulio, che ormai si era rassegnato al ruolo di portavoce dell’intera faccenda, mentre Marcello, appoggiato ad un palo della struttura, passava pigramente lo sguardo su quella marea di umanità agitata.

“Seguimi bene, Luciano. Vedi quello scudo fissato sul braccio sinistro della figura del Saracino (o Buratto, se preferisci)?  Al centro dello scudo c’è una targa che ogni giostratore cerca di centrare con la sua lancia. Appena colpito, il Buratto ruota su se stesso e vibra un colpo di difesa, tentando di raggiungere l’assalitore con un colpo scagliato alle sue spalle  per mezzo di un “mazzafusto” impugnato con la destra. Vedi quella specie di staffile che ha alle estremità tre palle di cuoio pesanti ciascuna 250 grammi, sostenute da corde lunghe un metro? Ecco, quello è il mazzafusto, un’arma temibile perché se ti becchi in mezzo alla schiena un colpo con quella roba te lo ricordi per un bel pezzo, posso assicurartelo. La bravura del portacolori di ogni quartiere consiste proprio nel cogliere il centro della targa e raggiungere il punteggio massimo. Ma non è affatto facile riuscirci, per una quantità di ragioni: l’eccitazione e l’emozione della gara, la grande responsabilità assunta di fronte ad un intero rione che non ti perdona il minimo errore, l’obbligo di mantenere i nervi saldi e sfruttare al meglio quei due o tre secondi che si hanno a disposizione per colpire in modo preciso e veloce la targa sullo scudo del pupazzo, la necessità di spostarsi immediatamente dalla traiettoria del colpo di ritorno del Buratto, pena una legnata formidabile in mezzo alla schiena…No, il mestiere del giostratore richiede doti negate alle persone comuni.”

Dopo questa lunga tirata, Giulio si dimenò per guadagnarsi qualche centimetro di spazio. Avrebbe tanto desiderato un bel bicchiere di birra, ma districarsi dal pressante abbraccio della gente che lo attorniava era praticamente impossibile. Non gli restava che rimandare la bevuta alla fine della festa, il cui inizio sembrava imminente. E difatti, all’entrata della piazza si erano già affacciati gli sbandieratori. Preceduti dal ritmo cadenzato dei tamburi, dodici giovanotti vestiti con costumi sgargianti, in cui predominavano il rosso e il verde, dettero il via alla loro attesa esibizione con i bandieroni di cui erano muniti. I grandi stendardi volteggiavano nell’aria, si incrociavano senza mai sfiorarsi, evoluivano arditamente disegnando traiettorie che strappavano applausi e commenti ammirati a getto continuo. Quando ormai l’entusiasmo era al massimo, entrarono in scena i musici, il gruppo di suonatori che accompagnava tutte le fasi della Giostra col suono delle chiarine e il rullo ossessivo dei tamburi. Eseguito il brano introduttivo del loro intervento che, come da tradizione, era “L’inno dl Saracino”, i musici si lanciarono nell’esecuzione dei pezzi successivi del loro repertorio, suonando senza spartito poiché erano soliti imparare i pezzi a memoria, mentre gli sbandieratori continuavano a presentare figure ed esercizi mai uguali ai precedenti.  

Gli sbandieratori, con un ultimo svolazzo aereo dei loro bandieroni, lasciano lentamente Piazza Grande. Ormai manca veramente poco all’inizio della festa e gli spettatori si preparano a godersi lo spettacolo che ogni anno impegna le migliori energie della città di Arezzo per la sua organizzazione: la Giostra del Saracino.

Due paggi, vestiti di policromi costumi musulmani e convenientemente truccati, si piazzano ai lati del Buratto, ne caricano il meccanismo e fissano le targhe sul suo scudo: le staccheranno dopo ogni colpo dei giostratori per mostrarle alla giuria, che comunicherà il punteggio conseguito. Ed ecco partire la prima “carriera”. Si tratta del campione di Porta Crucifera che galoppa verso il pupazzo animato, mira alla piastra sul suo scudo, la colpisce quasi al centro, schiva destramente la reazione del saracino e si porta fuori tiro, salutando i suoi aficionados che sembrano impazziti di entusiasmo . Da quel momento in poi, ogni azione è salutata da un boato che sale al cielo, sovrastando qualsiasi altro rumore. L’annuncio dei punteggi conseguiti provoca temporali di urla che oscillano tra esaltazione  e  delusione, tra esultanza e frustrazione. Gli annunciatori si sgolano nel tentativo di tenere aggiornata la gara in tempo reale, la gente grida, incita, maledice, ma tutti hanno fisso in mente un unico pensiero: Signore, fa che vinca il mio quartiere!

In quell’incredibile bailamme, Luciano si guardava intorno stordito, incredulo. Gli avevano detto, è vero, che la Giostra del Saracino era uno spettacolo per molti versi incomparabile, ma non avrebbe mai creduto che fosse tanto unico e coinvolgente. Ad un tratto un pensiero lo fulminò. Afferrò Giulio per un braccio e gli urlò in un orecchio:

“Giulio, non dovresti cercare il tuo amico, quello della tomba?”

Giulio non riusciva a credere alle sue orecchie. Se l’era sognato o davvero qualcuno gli aveva chiesto di avventurarsi in quella calca magmatica per cercare un amico? Lentamente girò la testa, agganciò gli occhi di Luciano e sibilò:

“Ce la fai ad aspettare che finisca la Giostra? Dove vuoi che vada a cercare Leonardo, in mezzo a questo putiferio?” E si voltò nuovamente a guardare il Saracino, verso il quale si stava avviando proprio allora il campione del suo quartiere. Un colpo secco sulla targa seguito un urlo di giubilo emesso altissimo da quelli di Porta del Foro: il loro cavaliere aveva totalizzato il punteggio massimo e a quel punto si era portato in  testa alla classifica, ex-aequo  con gli avversari di Porta Sant’Andrea. La prossima “carriera” avrebbe deciso il vincitore della Giostra, essendo gli altri due quartieri nettamente staccati e non più in grado di competere per l’affermazione finale. Mentre il vociare del pubblico saliva d’intensità, alimentato dalle recriminazioni di metà dei presenti e dai voti augurali dell’altra metà, i due cavalieri si preparavano mentalmente all’ultimo, decisivo cimento. Giunse, infine, il momento della verità. Per effetto del sorteggio, toccò al rappresentante di Porta del Foro partire per primo.

Ultimi nervosi preparativi, una controllata alla lancia, una stretta alla cinghia del sottopancia del cavallo, ed il cavaliere si lancia alla carica, mentre su Piazza Grande sembra discendere un silenzio innaturale. Il galoppo si fa più serrato, venti metri separano il giostratore dal Buratto, dieci, cinque e la punta della lancia percuote la targa. Quella specie di silenzio si protrae per un attimo ancora, poi si frantuma sotto il boato emesso da migliaia di gole impazzite di entusiasmo: centro pieno, punteggio massimo! Gli abitanti di Porta del Foro vorrebbero lasciarsi andare ad urlare tutta la loro gioia, ma c’è ancora da attendere e da penare: adesso tocca al campione di Porta Sant’Andrea e quello è un  tipo tosco! Le fasi preparatorie della “carriera” si ripetono e finalmente anche il secondo concorrente è pronto: via, è partito. Giulio e Marcello non guardano, non ce la fanno, la tensione è altissima, la confusione e il frastuono toccano il diapason, poi un altro boato assordante rivela che anche il cavaliere di Porta Sant’Andrea ha toccato. Ma quale punteggio ha totalizzato? Un altoparlante gracchia qualcosa, un mare di voci ne copre le parole, poi l’annuncio, stavolta chiaro ed inequivocabile, esplode e naviga alto nel cielo: il quartiere di Porta del Foro ha vinto la Giostra del Saracino!

Nessuna descrizione può rendere pienamente le scene che seguirono. Persone che neppure si conoscevano si abbracciavano in preda alla gioia più sfrenata,  uomini e donne di ogni età accennavano festosi passi di danza,  interminabili strette di mano e robuste pacche sulle spalle  venivano scambiate a destra e a manca dai “quartieristi” vincitori con gli occhi lucidi di commozione… Ad un tratto, una fiumana di spettatori festanti avviò di gran carriera in direzione della postazione dei Magistrati cantando, scherzando e ridendo,  tra reciproci richiami urlati a squarciagola ed esclamazioni entusiastiche. Mentre Giulio e Marcello cercavano di tenersi stretto Luciano in quella ressa indescrivibile, quest’ultimo sparò implacabile la solita domanda:

“Dove va tutta quella gente?”

“Marcello, per favore, spiegaglielo tu” disse Giulio. “Io vado a cercare Leonardo”. E il giovane si eclissò tra la folla tumultuosa, dopo aver rivolto un’ammiccatina al cugino. Marcello fece buon viso a cattivo gioco:

“Corrono verso la Lancia d’oro che adesso appartiene davvero a tutti, ai giostratori che l’hanno vinta grazie alla loro bravura, ai dirigenti e agli organizzatori del quartiere, alla gente comune che ha atteso sotto il sole l’esito della Giostra soffrendo e gioiendo. Hai idea di quante persone si trovano, in questo momento, nella sede del rione e stanno preparando il posto per la nuova Lancia, che andrà ad aggiungersi alle altre vinte durante gli anni passati? E guarda lì davanti, guarda quanti vogliono stringerla tra le mani anche solo per un attimo e se la passano l’un l’altro: sindaco, rettore della festa, figuranti, quartieristi… La Lancia ha un fascino particolare, indescrivibile, esercita un’attrazione che nessuno, che non sia l’abitante di un rione aretino, può capire. Vedo che stai sorridendo e forse hai ragione. Mi sono lasciato trascinare dall’entusiasmo, vero?”

“No, no”, lo rassicura Luciano.” È bello vedere con quanta passione parli della tua gente e della sua felicità. Piuttosto, in che modo sarà celebrata la vittoria?”

“Ah, sarà una cosa grande, puoi giurarci. Stasera e stanotte, nella sede del quartiere, si farà festa fino all’alba, poi ci ritroveremo tutti in Duomo per partecipare al Te Deum di ringraziamento al Signore e, al massimo fra una settimana, si terrà nel nostro  rione di Porta del Foro  la grande cena della vittoria che chiuderà i festeggiamenti. Io già ne sento i rumori e ne assaggio i sapori…” il tono di Marcello era sognante, sembrava davvero che arrivasse dal futuro.

“Sono certo che vi divertirete un mondo” profetizzò Luciano, solidale” Ma io non ci sarò. Anzi, non sarò presente neanche alla cena di stasera perché ho intenzione di partire prima che faccia buio. Credi che farò in tempo a vedere quella tomba? Ci terrei davvero tanto!”

E così dicendo, Luciano si guardò intorno alla ricerca di Giulio, disinteressandosi completamente della Lancia d’oro che era diventata la regina della festa, l’oggetto più conteso e venerato in quelle ore ad Arezzo. E, come rispondendo ad un suo muto invito, Giulio si materializzò in quel momento, seguito da un uomo alto, snello, capelli brizzolati e un fisico discretamente in forma, verosimilmente grazie al costante esercizio in palestra.

Leonardo fu presentato a Luciano (lui e Marcello si conoscevano già), seguì il consueto scambio di convenevoli, poi si passò a parlare della tomba. Luciano fece presente il cambiamento dei suoi programmi, spiegò che aveva deciso di partire prima di sera e chiese se non fosse possibile vedere nel primo pomeriggio l’ambito manufatto. Leonardo guardò gli altri due e rispose che egli non aveva niente in contrario, purché i suoi due cugini fossero disposti ad accompagnarlo sul posto, cosa che a lui non era possibile per precedenti impegni.

“Va là, furbone” pensò Marcello. “Tu non vuoi essere presente, nel caso qualcosa dovesse andar male”.

“Va bene, non c’è nessun problema” li tranquillizzò Giulio. “Certo che andremo noi con Luciano, non è vero, Marcello?”

“Sicuro, ci occuperemo noi di tutto” rispose Marcello con tono sicuro. E che cos’altro avrebbe potuto dire?

La folla, intanto, sciamava lentamente verso le uscite della piazza. I musi lunghi erano tanti, ma le acclamazioni che salivano verso il cielo da parte dei vincitori della Giostra cancellavano ogni impressione di tristezza e trasformavano quella giornata in un’occasione di giubilo e di festa generali.

“Facciamo un salto alla sede del quartiere e vediamo cosa stanno combinando”, propose Giulio, che tutto ad un tratto sembrava voler rimandare il momento di fare lo scherzo a Luciano.

“Ma non andiamo a vedere la tomba?” si intromise questi, deluso. “Dai, facciamo un salto sul posto e poi, con tutta calma, potremo tornare ai festeggiamenti e a mangiare qualcosa. Anzi, facciamo così: al ritorno, vi offrirò io il pranzo per ringraziarvi di tutte le vostre gentilezze.”

“Va bene, va bene” si arrese Giulio. “Facciamo come vuoi tu. Andiamo a vedere questa benedetta tomba, così ci togliamo il pensiero.”

“Grazie, ragazzi, mi fate veramente felice”. Luciano li guardò con una caldo sorriso di gratitudine, ma nessuno dei due cugini ebbe la forza di fissarlo negli occhi.

“Andiamo a prendere la macchina e cerchiamo di evitare strade troppo affollate”, disse Marcello, che aveva già perso tutto il gusto di giocare un tiro a suo cugino. La cosa, però, era già andata troppo avanti e bisognava continuare a mantenere il punto, pena una figuraccia colossale. Anche Giulio, a giudicare dalla mancanza di entusiasmo, aveva perso molto della carica iniziale e forse si era già pentito dell’idea avuta, ma neanche lui se la sentiva di raccontare tutta la verità a Luciano.

Mezz’ora più tardi, usciti da Arezzo con relativa facilità, i tre si stavano avvicinando ad un monticello che si stagliava sulla sommità di una collinetta, sballottati sul fondo sconnesso di una stradaccia di campagna. Luciano sembrava una faina che si stesse approssimando ad un pollaio, lo sguardo intento e lucente d’aspettativa fisso sul mucchio di terra. Quando mancava poco alla meta, Giulio si fece sentire:

“Siamo quasi arrivati e da questo momento in poi stiamo attenti a come ci muoviamo. Leonardo si è raccomandato di non mettere nulla sottosopra, non vuole storie con la Sovrintendenza. Luciano, te lo chiedo per favore, non farti trascinare dalla voglia di strafare.”

Eccoli lì, di fronte alla famosa tomba. Luciano si catapultò fuori dalla macchina, più che uscirne, e subito iniziò a pontificare a beneficio degli altri due che mostravano di ascoltarlo con attenzione:

“Guardate, è una tomba all’aperto, perciò è ricoperta da un tumulo di terra che ha lo scopo di nasconderla. Ci sarà, naturalmente, una scala per entrare. Difatti, eccola qui”, proseguì il giovane, scostando dei rami ed imboccando cautamente una corta scala, quattro-cinque gradini in tutto, intagliati nel tufo. Luciano davanti, gli altri due dietro: eccoli fermarsi su un piccolo ballatoio in legno che incombeva sulla tomba sottostante, permettendo di averne una visione completa.

“Proprio come pensavo” gongolò l’archeologo dilettante, dando un’occhiata intorno. “È una tomba semplice, appartenente ad un personaggio che non disponeva di molte possibilità economiche: si vede da tanti particolari. Ad esempio, la tomba conta appena due locali comunicanti e i letti sono addossati alle pareti e scavati nella roccia. Guardate il soffitto, non c’è una pittura. Sapete come erano, invece, le tombe più ricche? Sul soffitto erano dipinte le travature che riproducevano i soffitti di casa e tra una trave e l’altra comparivano rami, fiori ed animali esotici. Qui è tutto così scarno, così, come posso dire, umile e disadorno. Possiamo scendere? Mi piacerebbe dare un’occhiata più da vicino” chiese ad un certo punto Luciano, ma Giulio si affrettò ad opporsi:

“No, Luciano, ti prego, non mettermi nei guai con Leonardo. Si é tanto raccomandato di non scendere nei locali, ma di guardare tutto da qui sopra, forse per evitare che, anche involontariamente, si possa procurare qualche danno agli oggetti disseminati in giro. Tu sai meglio di noi che si tratta di roba che ha circa duemilaquattrocento anni, figurati quanto è delicata. Non ti basta essere arrivato fin qui?”   

 “Va bene, va bene” un pizzico di delusione filtrava dalle parole di Luciano” Non scendo, anche se non capisco tutte queste precauzioni. Cosa vuoi rompere, anche involontariamente, se ci sono così pochi utensili sparsi intorno? Guarda lì, in tutto due sgabelli, una bassa poltroncina, un tavolino di rozza fattura con sopra due ciotole, una brocca  e due coppe, oltre a tre letti scavati nel masso. L’altro locale è addirittura vuoto, a parte una corta spada appesa ad una parete. Volete mettere le tombe più ricche? Erano piene di oggetti appartenuti al defunto nella sua vita terrena, tutti manufatti che lui usava ogni giorno. Le pareti avevano finestre, portavano appese armi di vario genere ed erano dipinte con scene che in alcuni casi erano veri e propri capolavori. Vi ricordate che vi ho parlato della tomba di Cerveteri? É grandissima, per accedervi bisogna oltrepassare un grosso muro formato da grandi pietre squadrate e poi scendere una lunga scalinata intagliata nel tufo. I locali che la compongono sono cinque, tutti stupendamente arredati ed affrescati. Tanto per dirvene una, le pareti laterali di una sala sono coperte di dipinti  che riproducono scene che ricordano le attività quotidiane del morto: pesca, caccia, danza e momenti di riposo su comodi letti, mentre banchetta in compagnia dei familiari e degli amici. Ci sono servi che versano vino da rotonde anfore e servono cibo peso da grandi vassoi, musici che suonano, ballerine coperte da lunghe vesti e corti gonnellini che muovono passi di danza tra piccoli animali domestici che corrono sul pavimento. Quella sì che è una tomba, perdinci! Beh, se non possiamo scendere tanto vale andarcene, ho visto tutto quello che c’era da vedere.” aggiunse con un curioso tono di voce, scoccando un’occhiata maliziosa ai due cugini.

“Vuoi vedere che ha subdorato qualcosa?” si chiese allarmato Marcello, messo in allarme dalla strana espressione di Luciano. Ma questi continuava a parlare tranquillamente, mentre ritornavano in superficie e Marcello si tranquillizzò. Risalirono in macchina e ripartirono. Mezz’ora dopo, Giulio fermava l’autovettura sotto casa, incalzato da Luciano che improvvisamente era caduto preda di una fretta indiavolata. Salirono in casa, Luciano andò in camera e tre minuti dopo era pronto per partire. Ridiscesero. Raggiunsero l’auto di Luciano che salì, mise in moto, poi smontò e si piazzò davanti ai due cugini, posando le mani sulle loro spalle:

“Ragazzi,voglio ringraziarvi di tutto cuore per la vostra ospitalità e le attenzioni che avete avuto per me. Siete stati davvero gentili a dedicarmi tanto del vostro tempo e non dimenticherò certo la straordinaria esperienza della Giostra, uno spettacolo che sul serio resta fisso nella memoria praticamente per sempre. Sono stati due giorni fantastici, oltre ad una notte assolutamente da ricordare. Ho fatto un sogno stranissimo che vi voglio proprio raccontare. Camminavo per la campagna fuori città e ad un tratto mi sono imbattuto in uno scavo strano, un cumulo di terra che ricopriva due stanzine in cui qualche burlone aveva accumulato un po’ di oggetti opera probabilmente di cinesi. Pensate che c’erano persino un paio di giacigli, credo in polistirolo verniciato, che dovevano sembrare dei letti scavati nella roccia. Erano due locali freschi e areati, probabilmente due canti nette, di quelle in cui, da queste parti, si conserva il vino. E sapete che cosa rappresentava il tutto? Un’antichissima tomba etrusca, roba che uno studente delle superiori con qualche preparazione specifica avrebbe saputo allestire molto meglio. Nel sogno, all’improvviso é anche comparso un tipo allampanato che fischiettava e saltellava al ritmo di una musica che sentiva solo lui.  Io mi sono avvicinato, gli ho chiesto chi fosse ed egli mi ha risposto: io sono Leonardo e regalo tombe etrusche ai creduloni. Poi mi ha guardato, mi ha chiesto se volessi anch’io una tomba etrusca, è scoppiato in una risata ed è scappato via, sempre fischiettando e ballando. Che gente buffa si trova in giro, non trovate? Gente capace di organizzare uno scherzo cretino pur di farsi quattro risate alla spalle di un povero gonzo, fosse anche un parente. Mah, ognuno si diverte come può e come sa! E adesso posso anche partire, credo che ci siamo detti tutto.”

“Luciano…”Giulio era rosso come un papavero, mentre Marcello fissava le sue scarpe con l’intensità di chi si meraviglia di averle ai piedi e stava sperimentando quella che gli scienziati chiamano secchezza delle fauci.”Luciano, noi vorremmo spiegarti…”

“Ciao, ragazzi, io vi voglio bene e sono sicuro che voi ne volete a me. Non c’è altro da dire. Statemi bene, porterò i vostri saluti alla mamma.” Così dicendo, abbracciò prima uno, poi l’altro con un bel sorriso affettuoso e risalì in macchina. Rombo di accensione del motore, sgommata appena accennata e Luciano era già partito. Una mano sventolò fuori dal finestrino, si udì un “ciao, bischeri” urlato al massimo dei decibel mentre l’auto svoltava e Giulio e Marcello si ritrovarono soli in mezzo alla strada.

“Sai una cosa?” disse Marcello, mani in tasca ed espressione intenta.”Credo proprio che avesse ragione”

“A chiamarci bischeri, dici?”, si informò Giulio cogitabondo.” Ti sembrerà strano, ma lo credo anch’io”.

Contenti di trovarsi d’accordo una volta tanto, i due girarono le spalle e si avviarono per risalire in casa. Nessuno dei due l’avrebbe ammesso, neanche sotto tortura, ma quasi quasi Luciano gli mancava!

 

 

Rocco Tedino

 

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