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Giochiamo alla moviola

In quell’angusto spiazzo tra gli alberi, popolato da una manciata di possenti larici,  il silenzio grava profondo, innaturale, rotto soltanto dal gorgoglio della benzina che cola in un sottile rivolo dal serbatoio sfondato della lucente Opel nera schiantatasi contro un tronco. Le tracce di frenata sull’asfalto e la profonda aratura del terreno della radura raccontano una storia drammatica e troppo spesso ricorrente. Quella della macchina lanciata a velocità folle lungo l’invitante rettilineo, il profilarsi improvviso della curva, l’impossibilità di tenere la strada e la sbandata incontrollabile, fino a piombare dove capita oltre la carreggiata. Può essere un prato, può essere un muro. Oggi si è materializzato un albero sulla traiettoria del proiettile impazzito, con le conseguenze prevedibili: l’impatto violentissimo, la parte anteriore dell’autovettura completamente distrutta, schiacciata fino all’altezza delle portiere, il motore espulso dal suo alloggiamento e scagliato  a metri di distanza. A bordo dell’Opel, sul sedile del guidatore, una figura giace riversa, prigioniera di un’immobilità tragica. Il viso è una maschera di sangue che fluisce da un largo squarcio sulla fronte, il capo  reclina su una spalla, piegato in un angolo impossibile, una pioggia di schegge di vetro del parabrezza frantumato ha ricoperto sedili e pavimento. Un filo di sangue esce dalla bocca aperta dell’uomo e cola lungo il mento, l’occipite è appiattito. Le gambe sono imprigionate nella morsa delle lamiere contorte, un braccio riposa mollemente in grembo, l’altro sembra inchiodato al  torace dell’uomo dal palloncino dell’air-bag.

Il silenzio adesso è assoluto, anche la benzina ha smesso di gocciolare. Ed ecco materializzarsi il più imprevisto dei prodigi. All’improvviso, l’aria è graffiata dai rumori stridenti del metallo che si tende e si dilata per tornare a saldarsi. I pezzi rotti e contorti nel terribile urto si ricompongono, il motore rientra nel suo abitacolo, il volante si riassesta nel suo alveo. I vetri sono nuovamente integri, la carrozzeria si è allungata permettendo alla metà anteriore della macchina di riacquistare le sue linee aerodinamiche, l’interno è di nuovo ordinato e pulito. L’uomo è sempre abbandonato sul sedile, ma adesso il sangue inverte il suo flusso e comincia a rientrare nel suo corpo attraverso ogni squarcio, ogni taglio, ogni escoriazione. Ossa fratturate si rinsaldano, muscoli lacerati  riprendono la loro integra elasticità. Le ferite si chiudono, il cranio riprende la sua forma originale. Ora l’uomo apre lentamente gli occhi e solleva con cautela la testa. Il suo sguardo leggermente vacuo spazia all’intorno, poi si cela nuovamente dietro le palpebre tornate a richiudersi. Un minuto dopo, gli occhi si riaprono e questa volta sono vivi e consapevoli di quanto è successo, pur se lo stupore che li ricolma fanno capire quanto l’individuo, a mano a mano che prende cognizione dell’accaduto, si meravigli di scoprirsi tutto intero. Una mano si allunga timidamente verso la chiave di accensione, il motore romba e l’attimo successivo l’automobile scatta all’indietro, alla velocità impressionante che aveva al momento dell’incidente. La sua corsa è irrefrenabile. Eccola uscire sbandando dal boschetto, sempre in retromarcia, saltare la bassa cunetta che delimita la carreggiata, immettersi sulla strada che continua a mantenersi deserta, mentre il guidatore serra spasmodicamente il volante e tenta disperatamente di rallentare la marcia impazzita dell’auto schiacciando disperatamente sul freno, che tuttavia non risponde alle sollecitazioni. Poi, senza alcun preavviso, il bolide si produce in una specie di testa-coda, appiattendo l’uomo terrorizzato contro lo schienale del sedile, e rallenta progressivamente lo slancio, fino ad una velocità assai contenuta. Adesso lui è in grado di controllare quel mostro tornato docile e abbordabile. Guida con attenzione ed intanto si deterge il sudore che ha iniziato a colargli sulla nuca e dalla fronte. Che razza di brutto sogno avrà mai fatto? Lo specchietto retrovisivo mostra che il boschetto è ormai un piccolo punto che rimpicciolisce in lontananza, ma una stranissima sensazione permane e lo assilla: gli sembra di rimanere perfettamente immobile ed invece la strada sta scorrendo sotto le ruote della sua auto, avvicinandolo alla rassicurante presenza di altri esseri umani, ad un posto qualsiasi dove poter riposare senza timore. Finalmente sul lato destro della strada si presenta una stazione di servizio. Con un lungo sospiro di sollievo, l’uomo imbocca lo stretto vialetto d’accesso e si ferma dietro un’altra macchina che sta facendo rifornimento. Il proprietario, un giovanottone dall’aria aperta e gioviale, ha un gomito appoggiato sul tettuccio della sua auto ed attacca discorso col benzinaio, che intanto sta dando una ripassata al parabrezza con straccio e prodotto per pulire:

“Ha sentito dell’incidente capitato sulla statale, all’altezza del “Boschetto”? Una Opel, uscita probabilmente a tutta velocità dalla curva, ha saltato il fosso che fiancheggia la strada e si è infilata tra gli alberi, andando a schiantarsi contro un larice. Sembra che al momento non vi fossero testimoni sul posto, ma le tracce lasciate a terra dall’auto parlano chiaro. Io sono passato di là quando già la zona era piena di carabinieri e vigili del fuoco che tentavano di liberare il guidatore rimasto incastrato tra l lamiere. Poveraccio, che brutta fine! Speriamo solo che sia morto sul colpo e che non si sia reso conto di quello che stava succedendo.”

Il benzinaio borbotta qualcosa che potrebbe anche significare “sì, ho sentito”, poi dà un ultimo tocco al vetro che ora brilla, si gira e rientra nel chiosco per riporre straccio e flacone e prendere un po’ di spiccioli per dare il resto.

Però, invece di passare davanti alla vettura che ha appena finito di rifornire, gira di dietro e taglia proprio attraverso il cofano dell’Opel ferma subito dopo.

 

Rocco Tedino       

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