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Le interviste impossibili

La figura è seduta su un largo sedile in pietra,  distrutto per una buona metà, e percorre con sguardo assorto la distesa di  rovine che si allungano su un vasto tratto della campagna. I resti di un basso e lungo edificio, poco più in là, indicano che quello era il luogo dove sorgevano le terme, non foss’altro per la presenza di strette piscine ormai piene di terra ricoperta di erbacce. Una lama di luce si insinua in un’apertura del tetto e va a colpire una statua mutilata di marmo  che giace rovesciata su un fianco, grigia per il trascorrere del tempo e  deturpata da chiazze di terriccio e ricami di muschio. Ad un tratto, un rumore riscuote lo sconosciuto dalle meditazioni in cui sembra immerso e lo spinge a voltarsi. Ecco, i visitatori che stava aspettando sono arrivati. Si tratta di un uomo e di una donna, armati di strani apparecchi. Si avvicinano lentamente al loro ospite che li attende immobile e lo osservano con attenzione. Il  lungo mantello che lo ricopre dalla testa ai piedi, fermato all’altezza del collo da una vistosa fibbia d’oro a forma di scarabeo, si è parzialmente aperto e i nuovi arrivati possono vedere che l’altro indossa soltanto  una corta tunica di morbida stoffa bianca, stretta alla vita da una cintura che sembra d’oro come la fibbia. L’abbigliamento è completato da un paio di sandali di cuoio lavorato, fermati a metà polpaccio da legacci dorati. Il misterioso individuo, con gesto improvviso, abbassa il cappuccio che gli copriva la testa, scoprendo un viso rotondo, dal naso piccolo e dalla bocca carnosa. Lunghi riccioli castani, arrotolati con cura, gli scendono sulle spalle, mentre una corta frangetta gli orna la fronte, ombreggiando  occhi vigili e crudeli, che fissano con arrogante sicurezza. Tra i tre non è stata ancora scambiata una parola. Poi, con un sincronismo che sembra concertato, l’enigmatico personaggio torna a sedersi, il giornalista tira fuori da una sacca un registratore corredato di microfono e la sua collaboratrice accende un potentissimo riflettore che illumina di luce cruda ed accecante la scena.

“Per gli dei!” esclama irosamente lo sconosciuto, coprendosi gli occhi con un braccio e rivolgendosi alla donna. “Hai intenzione di accecarmi?”

La donna si affretta a deviare il fascio di luce, ma l’occhiata che rivolge al suo compagno contiene un muto interrogativo:

“Che cosa faccio, adesso? Come posso riprendere senza inquadratura luminosa?”

L’uomo decide allora di rompere gli indugi. Si schiarisce la voce, poi si rivolge con un tono deferente alla persona  che intanto si era mollemente abbandonata su quella specie di rozzo giaciglio, appoggiandosi su un gomito:

“Vogliamo cominciare? Prima però vorrei sapere come devo chiamarti, illustre signore: principe, maestà, divino?”

“Ragazzo, io capisco  il tuo linguaggio moderno e so anche parlarlo, perciò credo che ci intenderemo molto bene. Tu fammi tutte le domande che vuoi e io ti risponderò. In quanto a come chiamarmi, ti potrei dire di scegliere tra Lucio Domizio Enobarbo i miei veri nomi, oppure tra Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico, i nomi che scelsi dopo essere stato adottato dall’imperatore Claudio, il secondo marito di mia madre Agrippina. Ma semplifichiamo le cose e rivolgiti a me semplicemente con l’appellativo di Cesare. E tu, donna, spegni pure quella torcia enorme e fastidiosa. Siamo qui per  parlare, non per metterci sotto la luce. Mi avete chiesto un incontro, una…come l’avete chiamata? ah, sì, intervista, ed io sono stato ben felice di accontentarvi perché voglio chiarire una volta per tutte certi avvenimenti successi sotto il mio governo che per secoli e secoli sono stati giudicati in maniera sbagliata ed ingiusta. Oggi ho intenzione di raccontare al mondo chi fu veramente Nerone, sperando di dissipare ombre e sospetti infamanti. Mi hai chiesto se vogliamo cominciare? Ebbene, sì, sono pronto. Cominciamo pure.”

Il giovane armeggia brevemente con la sua attrezzatura, fa cenno alla sua compagna di dirigere il raggio del riflettore al di sopra delle loro teste, in modo che l’illuminazione del posto in cui i tre si trovano risulti più attenuata e meno diretta, poi attacca:

“Cesare, che cosa rappresentano questi luoghi per te?”

Nerone, ormai è chiaro che si tratta di lui, non risponde subito. Abbraccia con un lento sguardo circolare la massa di rovine che li circonda, poi sospira e parla con una voce in cui vibra una nota di profonda malinconia:

“Qui sorgeva la mia casa, la Domus aurea, la casa d’oro, chiamata così dai miei sudditi con una punta di invidia. Fu sempre malvista dai miei detrattori, che la portavano ad esempio della mia megalomania e non  a caso, dopo la mia morte l’imperatore Vespasiano si affrettò a smembrarla. Sulla parte meridionale suo figlio Tito fece costruire delle terme, usando le mura della mia casa come fondamenta, mentre il resto venne distrutto e il terreno restituito al popolo. Già, il popolo, questa bestia senza testa che chiunque con un minimo di cervello e di potere può manovrare a suo piacimento, come ben avevo sperimentato io nei primi anni del mio regno, quando avevo dato di me una bella immagine. E questo non me lo potete negare, qualsiasi cosa sia successa in seguito|”

“No, Cesare, sappiamo tutti che i primi anni del tuo principato furono tra i più pacifici e sereni che Roma avesse vissuto sotto un imperatore. Forse solo Augusto aveva assicurato alla città un periodo altrettanto fortunato e tranquillo. Dipese forse dalla guida e dai consigli di Seneca, il tuo precettore?”

“So che gli storici hanno attribuito a Seneca quasi tutto il merito del mio comportamento tanto degno di lode, ma io avrei qualcosa da dire in proposito” la voce dell’imperatore  suona ferma e decisa. “Io ero un ragazzo quando Seneca – sapete, a proposito, che lo chiamavamo un po’ tutti il filosofo spagnolo? -  riuscì finalmente a tornare a Roma dall’esilio in Corsica, dove lo aveva spedito il mio patrigno Claudio per punirlo di aver partecipato ad una congiura. È vero, quell’episodio non fu mai molto chiaro, ma resta il fatto che Seneca, a quanto pare, non disdegnava di farsi trascinare in certi intrighi pericolosi. Basta ricordare che anche io fui costretto a punirlo, quando venne alla luce il suo coinvolgimento nella congiura di Pisone. Mi dispiacque, lo dico sinceramente, che in quella occasione il mio vecchio precettore si togliesse la vita, ma le prove che mi avevano portato non lasciavano dubbi: Seneca aveva complottato con i miei nemici per togliermi di mezzo. Che cosa avrei dovuto fare? Potevo mai perdonare? Lo avevo già fatto tempo prima, allorchè mia madre Agrippina morì annegata e i miei oppositori riempirono Roma con la diceria che io fossi responsabile della sua morte. Ma dissero  anche che nell’accaduto fosse coinvolto anche  Seneca, ed io allora non volli crederci e respinsi ogni chiacchiera in proposito. Del resto, era stata proprio mia madre a farlo tornare a Roma e ad affidarmi a lui quando ero ancora un ragazzo. La mia genitrice aveva sempre coltivato il sogno di vedermi un giorno seduto sul trono da imperatore e, sposando Claudio, questa possibilità era diventata più che concreta. Ma mi serviva qualcuno che mi aiutasse ad imparare come muovermi a corte, come trattare gli affari di Stato e così via. Seneca le era sembrato la persona adatta e così mi affidò a lui. È vero che nei primi anni del mio regno le cose erano andata bene, ma non crediate che fosse tutto rose e fiori…”

“Cesare, vuoi dire che la realtà fosse diversa da quella raccontata dai libri di scuola e che la collaborazione con Seneca non andò come si è raccontato in seguito?” il giornalista attende un attimo, poi prosegue. “A proposito, ti faccio i miei complimenti per come ti esprimi, sembri uno della mia epoca, non una persona vissuta quasi duemila anni fa. Ma ritorniamo a noi, dicci di Seneca.”

“Grazie per il complimento, ma in gran parte il merito va alle possibilità che noi trapassati abbiamo di trascorrere le giornate vivendo momento per momento la realtà che ci circonda, come spettatori seduti nel loggione di un teatro a guardare dall’alto il mondo, la gente, gli avvenimenti che scorrono e vivono sotto di noi. Ma torniamo a Seneca. No, non voglio dire che fosse un cattivo maestro, tuttavia ci sono delle cose che è meglio precisare.  Nella sua personalità dimostrò difetti e contraddizioni. Qualche esempio? Sostenne con forza la necessità di vivere secondo natura e non fece altro che frequentare in ogni occasione la società mondana; lodò la virtù come base di saper vivere e scese a livelli vergognosi di adulazione pur di tornare dall’esilio; vantò la povertà e si godette un patrimonio di centinaia di milioni di sesterzi: insomma, disse e fece tutto e il contrario di tutto. Da quanto ho appreso in seguito, sembra che il suo pensiero di filosofo stoico presentasse molte affinità con la dottrina cristiana, tanto è vero che egli riscosse ammirazione dai Padri della Chiesa e dai dotti cristiani del medioevo. Altrettanto non si può dire di me…”, ridacchia Nerone con evidente riferimento all’accusa più nota e ricorrente legata al suo nome: la persecuzione dei cristiani. Il giornalista non si lascia scappare l’occasione e commenta:

“Beh, sarebbe veramente dura difenderti, Cesare, di fronte alle accuse della storia: l’incendio di Roma, le uccisioni di cristiani innocenti…”

Il poveretto non riesce neppure a terminare la frase, che un valanga di recriminazioni si rovescia sul suo capo. Nerone sì è tirato su da quella specie di letto conviviale  sul quale era semidisteso e adesso fissa l’uomo con le mani sui fianchi, gli occhi sfavillanti d’ira e la voce dura e sibilante:

“Vogliamo smetterla di diffondere bugie e falsità sul mio conto? È mai possibile che sono passati più o meno diciannove secoli e mezzo, scrittori e giornalisti hanno espresso i loro pareri sulla questione e noi siamo ancora qui a chiederci se è vero  o meno che feci incendiare Roma? Se risponde a verità oppure no che mandai a morte migliaia di cristiani innocenti? Ebbene, una volta per tutte grido forte e chiaro che le cose andarono diversamente da come si è sempre detto: non detti l’ordine di bruciare Roma e non feci massacrare senza motivo tantissimi cristiani. È tanto difficile credermi?”

Il momento è delicato e sussiste il pericolo che l’imperatore, arrabbiato com’è, decida di piantarla lì e mandi l’intervista all’aria. Bisogna che la prossima domanda  sia assolutamente di suo gradimento. Ma che cosa chiedergli? Mentre il giornalista si fruga freneticamente nella mente, si ode la voce della donna, timida eppure limpida:

“Sì, però c’è anche la storia di tua madre e di tua moglie, Cesare…”

Il silenzio che segue pesa come un macigno. Il cronista ha chiuso gli occhi, raccapricciato: addio servizio, pensa amaramente, adesso questo ci caccia malamente e tutto perché una scema non sa tenere la bocca chiusa. Si gira con timore a guardare Nerone e quasi non crede ai suoi occhi poiché questi sta fissando la donna con un sorriso divertito che gli aleggia sulle labbra:

“Guarda guarda, i tempi moderni  permettono anche queste cose: ai tempi miei, una donna che osasse intromettersi in una discussione tra due uomini o era pazza o era stanca di vivere. Ve bene, faccio finta di niente e rispondo. È vero, feci uccidere mia madre Agrippina ed uccisi io stesso mia moglie Poppea, ma ho tante attenuanti.”

Nerone guarda i suoi due interlocutori per vedere come è stata accolta la sua affermazione, poi, rassicurato dal fatto che entrambi lo stanno fissando con attenzione, prosegue:

“Voi avete sentito parlare di ragioni di Stato, suppongo, perciò sapete che a volte chi regna deve prendere delle decisioni che appaiono strane ed incomprensibili agli occhi dei posteri, ma che sono perfettamente comprensibili per i suoi contemporanei, abituati a leggere gli avvenimenti nell’ottica dei tempi che essi stanno vivendo. Mi seguite? Voglio dire che se è vero che per gli storici successivi io sono un matricida, è altrettanto vero che per le persone che mi vivevano accanto durante i quattordici anni del mio comando  quell’atto, che tanto  fa inorridire voi, per loro significava che io avevo soltanto voluto liberarmi da una nemica del mio principato, a prescindere dal fatto che fosse mia madre. E badate bene che così la pensava anche Seneca ”

Nerone si interrompe, scruta per un momento i presenti, poi scuote la testa con impazienza:

“Vedo che non siete convinti e la cosa mi dispiace perché io vi sto dicendo la verità. Mia madre era insopportabile nella sua smania di voler sempre prevalere su tutti, organizzando le vite degli altri come piaceva a lei. Vi ho detto che aveva affidato la mia educazione giovanile a Seneca e di Afranio Burro, il prefetto del pretorio, ricordate? A quel punto, chiunque avrebbe pensato che le cose erano andate a posto e che tutto filasse nella norma. Macché, sarebbe stato troppo bello. In realtà la mia cara mammina Agrippina aveva su di me altre mire e mi considerava soltanto uno strumento per soddisfare la sua avidità di dominio. Lei voleva mettere becco in tutte le questioni dello Stato e non faceva altro che provocare attriti e malumori nella corte per la sua intrigante ingerenza in cose che non la riguardavano minimamente. Io mi sforzavo di uniformare l’azione di governo a criteri di moderazione e rispetto del Senato, restituendo a quest’ultimo parte della pubblica amministrazione e pacificando le frontiere soprattutto per via diplomatica e lei che faceva? Deprecava in pubblico  una  mia presunta debolezza di fronte a quelli che lei definiva nemici interni ed esterni, attirandomi le ironie dei suoi seguaci e mettendomi in cattiva luce con l’aristocrazia che già mi rimproverava, ed anche questa era opera di mia madre, di proteggere troppo il popolo. Io mi sforzavo di giudicare con clemenza ogni caso di giustizia mi venisse sottoposto? Lei saltava su a dire che mi lasciavo distrarre dai sentimenti e che chiunque sapesse fingere bene riusciva invariabilmente a spuntare una sentenza favorevole. Non parliamo poi delle mie frequentazioni con le donne! Un’altra spina nel fianco dei miei rapporti con l’augusta genitrice. Brigando e tramando, mi aveva fatto  sposare Ottavia, la figlia dell’imperatore Claudio e questo successo l’aveva convinta di poter influire a suo piacimento sulle mie scelte sentimentali. Si oppose, pertanto, alla mia relazione con Atte, una bellissima schiava liberata, e si dichiarò assolutamente contraria alla mia decisione di separarmi da Ottavia per sposare Poppea Sabina, una donna come a Roma ce n’erano davvero poche. Tutto questo contrariarmi mi faceva arrabbiare davvero non poco. Quando poi seppi da alcuni informatori che sembrava si stesse sviluppando una congiura per eliminarmi, della quale Agrippina era praticamente la maggiore responsabile, decisi che era arrivato il momento di riprendere in mano la mia vita e così mia madre ci lasciò. Vi sembra crudele,  addirittura snaturato, che io  confessi con tanta apparente tranquillità un peccato così orrendo?”, il viso di Nerone era impassibile, ma al giornalista pare di cogliere nel suo tono di voce  un leggero accento ironico. “Non nego che ordinare di uccidere la propria madre sia azione della quale vergognarsi per il resto della vita, ma credo di avervi dimostrato che ormai Agrippina era diventata un elemento disgregante del mio regno, addirittura un pericolo per la mia incolumità personale. Non potevo più permettere che la sua smania di protagonismo, lo smodato desiderio di dominio che la divorava si frapponessero fra me e un comando basato sulla moderazione ed il rispetto delle istituzioni, come, ad esempio, il senato.”

Nerone si arresta per riordinare i suoi pensieri e stavolta è la donna a parlare:

“Cosa puoi dirci di Poppea, Cesare?”

“Che fu solo un incidente determinato dalla rabbia del momento. Per la verità, già dopo i primi mesi di matrimonio avevo capito che lei era diversa dalla donna conosciuta all’inizio, una donna apparentemente tenera, leale e sinceramente innamorata di me. In realtà era  astuta e calcolatrice, capace di dissimulare i suoi reali sentimenti. I nostri screzi iniziarono ben presto e raggiunsero l’acme in quel certo giorno di maggio, quando una semplice discussione per motivi veramente futili si trasformò prima in un alterco, poi in una furibonda lite culminata in un gesto sicuramente riprovevole da parte mia: in preda all’ira, le sferrai un calcio all’addome che ebbe esiti tragici. Poppea, infatti, morì il giorno dopo, in preda ad atroci dolori, e con lei perì anche il bambino, mio figlio, che portava in grembo. Mi pentii subito del gesto, credetemi, tanto è vero che la feci divinizzare, ma ormai indietro non  potevo certo tornare. Povera Poppea, la sua ambizione fu anche la causa della sua perdizione!”

E su questa riflessione, Nerone china il capo e si immerge in un silenzio che dura abbastanza, prima che il giornalista si arrischi a romperlo:

“Cesare, da come racconti le cose, sembra che tu sia stato l’uomo più sfortunato della storia: le cose ti sono andate tutte storte, ma non certo per tua colpa. Ci dici allora qualcosa delle due colpe più grandi che ti sono state accollate, cioè l’incendio di Roma e il massacro dei cristiani?”

Nerone continua a fissare il suolo, sembra che non abbia neppure inteso la domanda, poi improvvisamente comincia a parlare con voce grave e paziente:

“Ero ad Anzio, quella notte di luglio. A Roma faceva un gran caldo ed io mi ero ritirato per qualche giorno nella mia villa sul mare, con l’intenzione di riposarmi dalle fatiche del regno. Passeggiavo sulla grande terrazza che si affacciava sul mare, attorniato dal mio seguito, quando vidi arrivare a spron battuto un cavaliere coperto di polvere, il quale, giunto all’altezza del corpo di guardia, si buttò letteralmente giù dal cavallo e si mise a parlare concitatamente con il comandante. Il vento ci portò qualche parola, ma non riuscivamo a capire quanto si dicessero, finché il graduato, correndo, non ci raggiunse e lo udimmo urlare incredulo «Roma brucia, Roma brucia». Alcuni lo attorniarono, tempestandolo di domande, e poco dopo il capo della guardia pretoriana venne a farmi rapporto: interi quartieri di Roma erano in fiamme a causa di un violentissimo incendio che li stava devastando. La situazione era molto grave ed allora decisi di ritornare immediatamente in città. Partimmo tutti e, a mano a mano che ci avvicinavamo alle mura, vedemmo nuvole gonfie di fumo nero e puzzolente stendersi su buona parte di Roma, mentre i bagliori dell’incendio, nella serata incipiente, avevano riflessi sinistri.”

Nerone si interrompe. Evidentemente, i ricordi bussano con forza alle porte della sua memoria, rievocando le sensazioni di quelle incredibili giornate. I suoi due interlocutori rispettano le sue esigenze e tacciono, attendendo. Poco dopo, l’imperatore ricomincia a parlare a stavolta la sua voce si percepisce netta e vigorosa, come se Nerone volesse sottolineare la veridicità delle sue affermazioni:

“Una vasta area di Roma vicino al Circo Massimo, tra il Celio e il Palatino, era in preda di fiamme furiose, alimentate da un vento fortissimo. Le alte abitazioni, per lo più di legno, addossate l’una all’altra sui due lati di viuzze strette e di vicoli in cui era difficile muoversi anche in tempi normali, i magazzini pieni di olio, bruciavano come torce con una facilità impressionante. La gente correva da tutte le parti, tra urli, invocazioni di aiuto, scrosci di crolli e ruggiti spaventosi del fuoco che ingoiava senza posa uomini e cose. Io mi resi subito conto che c’era solo una cosa da fare: abbattere le case ancora in piedi per creare uno spazio vuoto attorno al fuoco che avanzava inarrestabile e procurare una via di fuga alle migliaia di persone che premevano verso le zone alte della città, dove si trovavano le ville dei patrizi. Detti perciò ordine di aprire i miei giardini alle enorme moltitudine che premeva contro i cancelli, fronteggiata dai miei pretoriani, e pretesi che il prefetto del pretorio mi aggiornasse continuamente sugli sviluppi dell’incendio. Più di questo non potevo fare…anzi no, dimenticavo: feci anche sequestrare ingenti quantità di grano e di farina che ordinai di distribuire al popolo affamato, attirandomi l’odio dei nobili i quali erano stati costretti a fornire tutti quei viveri.”

“Cesare, ammettiamo pure che tu non fossi responsabile dell’incendio. Ma allora chi lo appiccò e perché? Che cosa c’entravano i cristiani in tutta la faccenda?”

Anche stavolta, l’imperatore attende qualche momento prima di rispondere. Dà l’impressione che stia ripassando mentalmente la risposta da fornire e invece le sue prime parole fugano questa ipotesi, spiazzando il giornalista con una domanda inaspettata:

“Tu leggi molto, vero?”, e prosegue senza attendere la replica. “Allora avrai letto un saggio di Dimitri Landeschi, in cui l’autore sostiene che l’incendio fu appiccato da certi fanatici appartenenti alla frangia più estremista della comunità cristiana, istigati da alcuni rappresentanti dell’aristocrazia che erano miei nemici acerrimi e avrebbero fatto di tutto per danneggiarmi. Furono loro a mettere in giro la voce che io, mentre Roma bruciava, fossi salito sulla “torre di Mecenate” e mi fossi messi a cantare brani di un poema che celebrava l’incendio di Troia. Ma per favore, non diciamo sciocchezze! È vero, invece, che io per nove giorni, il tempo in cui l’incendio imperversò, mi detti da fare non poco per aiutare il popolo di Roma. Fui io ad incitare gli addetti agli incendi, voi oggi li chiamate pompieri, a non risparmiarsi nell’opera di spegnimento delle fiamme e fui io ad ordinare che la gente in fuga potesse trovare rifugio nei miei giardini imperiali, come ho già detto…”

Il giovane, che non sta perdendo una parola delle dichiarazioni di Nerone, interviene con una punta di impazienza:

“Sì, Cesare, tutto bello, ma che ci dici delle persecuzioni cui facesti sottoporre i cristiani? Ti divertisti molto nel vederli sbranare dalle bestie feroci nel circo oppure nel vederli bruciare come torce, appesi a dei pali e cosparsi di pece? È vero, comunque, che i cristiani sapessero morire senza urlare e senza lamentarsi, quasi deludendo la tua brama di crudeltà?”

“Ragazzo, io non me ne vado perché ho promesso di concederti un’intervista e un imperatore non viene meno alla parola data, ma meriteresti davvero che ti piantassi in asso.” Adesso il defunto Cesare si è incupito, una smorfia di rabbia contrae il suo volto. “ Tu stai ripetendo sul mio conto tutti i luoghi comuni, tutti gli stereotipi che hanno accompagnato la mia figura per tanti secoli. Ci sono stati altri imperatori che hanno fatto stragi di cristiani, ma la gente si ricorda solo di Nerone. Chi ordinava di bruciare vivi i cristiani e intanto si divertiva a correre con il cocchio tra i pali che li sostenevano? Ma Nerone, che diamine! Chi rideva e se la spassava nel vedere come gli animali feroci dilaniavano le membra di uomini, donne e bambini nel circo? Ma Nerone, che domande! Pensa che c’è ancora chi crede che io veramente avessi gradito lo spettacolo di una fanciulla legata nuda alle corna di un toro, mentre un gigante tentava di liberarla! Ma quelle sono cose da romanzo, sono tutte invenzioni contenute in un film prodotto dagli americani e tratto da quel libro, in cui io vengo presentato come uno psicopatico in preda a momenti di pazzia pura. L’attore che mi impersonava era molto bravo, ma fornì di me un ritratto assolutamente non veritiero. Si può mai credere, ad esempio, che io versassi le mie lacrime in una specie di ampolla allo scopo di conservarle? E quell’altra storia che io esclamassi, tra l’indispettito e l’incredulo,  una frase come “Ma stanno cantando!”, riferendomi ai cristiani che innalzavano preghiere al loro Dio mentre pativano le peggiori torture, non è affatto vera: vi pare possibile che la gente cantasse mentre bruciava viva?  Non guardarmi così”, l’imperatore si rivolge alla donna che lo fissa con un’espressione di orrore impressa sul volto. “È vero, perseguitai i cristiani e ne feci uccidere molti in maniera anche barbara, ma anche qui ho delle attenuanti. Mi credereste se vi dicessi che lo storico di cui parlavamo prima ha ragione? Mi riferisco a Landeschi, non certo a Tacito o a Svetonio, gli storici di poco a me successivi, che pur di presentarmi sotto una cattiva luce mi avrebbero accusato di qualsiasi cosa, magari di  aver ammazzato con le mie mani Giulio Cesare, che era stato pugnalato dai congiurati più di un secolo prima del mio regno. No, parlavo di Landeschi e vi ripeto  che ha ragione quando dice che furono dei fanatici cristiani, aizzati da alcuni nobili, a dare fuoco a Roma. Io tutto questo lo avevo già scoperto grazie alle indagini svolte dal mio  prefetto del pretorio, un certo Tigellino, che più tardi si dimostrò un autentico verme, tradendomi spudoratamente. Dovete, infatti, sapere che alcuni esaltati appartenenti alla setta venuta dalla Giudea si scagliavano contro la dissolutezza dei costumi, esaltavano  il sacrificio estremo della vita e  preannunciavano la  fine del mondo, ormai vicina. E sapete come sarebbe finito il mondo, secondo loro? Divorato da un immenso incendio! Appena spento l’incendio, io pensavo soltanto a come ricostruire la parte distrutta della città, ma quando a corte i miei consiglieri cominciarono a farmi notare che il popolo si attendeva la scoperta e la punizione dei colpevoli, che se non mi fossi mosso in tal senso si sarebbe potuto che fossi complice degli incendiari per motivi miei personali e così via, io fui costretto ad ordinare un’inchiesta che portasse all’identificazione dei responsabili del vile gesto. Fu allora che Tigellino mi fece notare che a Roma agiva liberamente un’associazione di persone che si facevano chiamare cristiane, dal nome del figlio di un falegname crocifisso in Giudea per offese alla religione del posto. Questi cristiani se ne andavano appunto in giro a predicare la purificazione e l’ascesa al cielo, accanto al loro Dio, attraverso il sacrificio terreno e la morte. Dicevano anche che tutti gli uomini erano uguali agli occhi di Dio, che bisognava perdonare i propri nemici e tante altre cose che adesso sinceramente mi sfuggono, ma che di certo non approvavo. Ve l’immaginate, ad esempio, che io potessi sentirmi uguale ad un mendicante della Suburra, oppure che riuscissi a perdonare chi mi recava ingiuria?” e a questo punto Nerone assume un’aria tanto comicamente buffa da strappare un sorriso ai suoi due ospiti. L’imperatore lascia vagare lo sguardo sul panorama circostante, poi di botto riprende a parlare, con chiari accenti di sfida nella voce;

“Sì, seguii i suggerimenti di Tigellino e detti ordine di arrestare i cristiani e di giustiziarli: erano nemici dello Stato e colpevoli di aver tentato di distruggere col fuoco tutta Roma. Ci furono eccessi, crudeltà, barbarie innominabili, voi dite? Ebbene, guardatevi indietro solo di poco e chiedetevi quanti orrori hanno macchiato le vostre guerre appena combattute. Voi che mi giudicate uno spietato assassino, sapreste dirmi che differenza passa tra me, rappresentante di un’epoca in cui vigeva la legge del più forte, e certi vostri rappresentanti dei tempi moderni che hanno dimenticato ogni traccia di civiltà e di misericordia, compiendo atti che disonorano per l’eternità il genere umano? Non rispondete? E già, a Nerone l’incendiario, a Nerone il matricida, a Nerone lo sterminatore non si può dare soddisfazione! Ma sapete che cosa vi dico? Io non ho bisogno né della vostra approvazione, né della vostra assoluzione. Io fui figlio dei miei tempi e non me ne vergogno affatto.”

Ciò detto, il terribile personaggio incrocia le braccia sul mantello e fissa i due, fiero e corrucciato. Il giornalista teme che questa nuova impasse  possa pregiudicare il buon esito dell’incontro e corre subito ai ripari, cambiando discorso:

“Cesare, è vero che la casa che ti facesti costruire sulle rovine dell’incendio, la famosa Domus aurea, la “casa d’oro”, era enorme, smisurata, proprio come appare ai giorni nostri grazie ai lavori di disseppellimento che ne hanno riportato alla luce una certa parte?”

“La Domus aurea, la mia casa dorata!” Qui il tono di Nerone si fa nostalgico, lontano. Dà l’impressione di rivedere palmo per palmo la smisurata dimora, di ripercorrerne l’intrico di saloni, corridoi e cubicoli. “La mia prima casa era andata distrutta durante l’incendio e così decisi di farmene costruire un’altra che rendesse onore alla mia importanza. Convocai a corte gli architetti più famosi dell’epoca e decidemmo che la mia nuova residenza fosse formata da una serie di edifici sorti in un panorama fintamente campestre, attorno ad un lago artificiale. L’area su cui sarebbero sorti i fabbricati, molto grande davvero, avrebbe compreso il Palatino, le pendici dell’Esquilino e parte del Celio. Nella zona divisa tra il Palatino e l’Esquilino  furono costruiti un anfiteatro, un mercato, un complesso di palestre e una distesa di bagni serviti da un acquedotto. Disposi che la collina del Celio fosse, invece, piena di giardini, boschetti e parchi con bestie libere di correre. Le stanze del palazzo erano dipinte con suggestive scene di vita quotidiana e decorate con pietre preziose. C’era una stanza in cui stelle e pianeti erano stati dipinti sul soffitto circolare che ruotava grazie ad un ingegnoso meccanismo ed imitava i movimenti degli astri. Per gli dei, quante statue, grotte, portici dipinti e cascate d’acqua si potevano trovare ad ogni passo! Il lago artificiale era circondato da boschetti e finti villaggi di marinai e pescatori ed era tanto grande che sul suo specchio potevano manovrare addirittura delle grosse imbarcazioni. Sapete che cosa fu costruito sull’area del lago, dopo la mia morte? L’Anfiteatro Flavio, sì, proprio quel monumento conosciuto in tutto il mondo col nome di Colosseo, fatto costruire da Vespasiano, un uomo avido che divenne imperatore qualche anno dopo di me. A proposito del Colosseo, adesso vi racconto da dove deriva quel nome. All’entrata della Domus aurea io avevo fatto piazzare una statua di bronzo che mi ritraeva. La statua era alta 36 metri e voleva imitare  il Colosso di Rodi, una delle sette meraviglie del mondo antico. Il Colosso, intendo, non la mia statua”, precisa Nerone, con una smorfia divertita, anche se non è chiaro se stia scherzando o davvero voglia sottintendere che la vera meraviglia era la sua statua. “Dopo la mia morte, quando la mia residenza fu smembrata, abbattuta e trasformata in parte nelle fondamenta delle terme di Tito, il Colosso subì un curioso destino: lo spostavano accanto alla casa dell’imperatore in carica, poi scolpivano nel bronzo la testa di quest’ultimo e la fissavano sulla statua in sostituzione della precedente. Finché Adriano, che salì al trono una cinquantina d’anni dopo di me, non decise di far sistemare definitivamente il Colosso nei pressi dell’Anfiteatro Flavio: fu così che nel corso dei secoli la monumentale arena voluta da Vespasiano fu identificata col nome della statua e diventò il Colosseo. Questo non lo sapevate, vero?”, ridacchia Nerone, ingenuamente felice di aver rivelato un particolare che ritiene  sconosciuto. L’atmosfera è distesa, colloquiale, ma sotto sotto si avverte un po’ d’impaccio perché resta soltanto da toccare l’ultimo tasto, quello più dolente: le circostanze legate alla sua morte. Come si fa a chiedere tranquillamente: allora, Cesare, è vero che ti facesti uccidere da uno schiavo perché non avevi il coraggio di farlo da solo e che un attimo prima che il pugnale ti trafiggesse la gola, tu esclamassi “Ah, quale grande artista muore con me”? Ma è lo stesso Nerone che, a questo punto, risolve la questione, forse intuendo l’imbarazzo del giornalista:

“Bene, amici, penso che ci siamo detti tutto. Vi ho raccontato gran parte della mia vita e credo che gli ultimi anni della mia vita, tra spettacoli teatrali, congiure e declino della mia popolarità, è giusto che lo riconosca, non interessano a nessuno. Quelli che hanno studiato storia romana a scuola ricorderanno che ci fu una sollevazione di truppe contro il mio regno e che io mi trovai a dover far fronte a nemici forti ed agguerriti che non mi lasciarono scampo. Il Senato, sempre pronto a saltare sul carro dei vincitori, mi dichiarò nemico pubblico, dimenticando tutti gli onori di cui lo avevo gratificato nel corso degli anni, ed io mi trovai costretto a fuggire, e quindi ad uccidermi, per non cadere nelle mani dei miei avversari politici. Regnai su Roma quattordici anni e lasciai un ricordo contrastante. Purtroppo, prevalse il punto di vista di chi mi ricordava soltanto come un essere crudele e sanguinario e così le tante cose buone che pure avevo compiuto furono dimenticate. Pazienza, le prevenzioni sono dure da sradicare. Vuol dire che continuerò a farmene una ragione, se c’è una cosa che non mi manca è il tempo. Addio, io torno nel mio mondo e sinceramente non invidio voi, costretti a restare nel vostro, che non è certo il massimo della vita.”

Così dicendo, Lucio Domizio Enobarbo, meglio conosciuto come Nerone, si alza dal suo sedile e si avvia verso l’aperta campagna. Curiosamente, non lascia orme sulla polvere che copre il suolo. I due reporter hanno appena il tempo di spegnere le luci e di fermare il registratore che l’enigmatica figura  è scomparsa, ingoiata da una dimensione sconosciuta ai viventi.

Ave, Cesare!

 

 

Rocco Tedino        

                  

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