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Povera vittima, povero carnefice

“ Nessuno tocchi Caino!” Questa intimazione, mutuata dalla Bibbia, ha da tempo coagulato attorno al suo profondo significato masse sempre più folte di persone categoricamente convinte che la vita umana sia sacra e che nessuno ha il diritto di toglierla ad un suo simile, neppure nei casi un cui si possa andare moralmente assolti dall’applicazione di una legge dello Stato che  preveda la condanna a morte in presenza di reati particolarmente odiosi ed efferati. Nulla da eccepire, per carità. Anche noi siamo assolutamente convinti, da cattolici, che mai su questa terra si debba giungere a privare chicchessia della vita, neanche facendosi scudo di una legge sovrana. L’argomento, del resto, è il più delicato tra quelli sui quali la coscienza sociale e personale è chiamata a pronunciarsi e non si può, né si deve, entrare nel merito delle convinzioni di alcuno.

 “Nessuno tocchi Caino” e va bene. Ma perché non si è ancora avuta notizia di un comitato, di un gruppo, di un movimento, insomma di un po’ di gente che ingiunga altrettanto perentoriamente “Nessuno tocchi Abele”? Sembra di sentire il coro assordante di obiezioni facili e scontate, tutte riconducibili ad un argomento inoppugnabile: chi uccide viene perseguito a termini di legge e sconta la sua colpa con il carcere. Tutto chiaro e limpido come filo d’acqua pura che sgorga da una sorgente montana…se non fosse che anche l’acqua più cristallina può intorbidarsi cammin facendo!

Gli ultimi anni hanno registrato una recrudescenza allarmante di reati contro la persona, per la maggior parte consumati purtroppo nei confronti di donne e bambini. Non ci soffermeremo a citare in dettaglio nomi e circostanze collegati a questo triste fenomeno perché basta prestare occhio o orecchio in qualsiasi momento ai mezzi di informazione per essere investiti da cascate di notizie una più drammatica dell’altra. Vorremmo piuttosto fare una piccola considerazione sulla disparità di trattamento che con il passare dei giorni viene riservata dalla televisione e dalla carta stampata alla vittima ed al  colpevole (il quale dev’essere sempre presunto fino a condanna definitiva: codice penale docet!).

Le Agenzie di stampa battono la notizia di un omicidio, immediatamente parte il tam-tam mediatico e nel giro di qualche ora la gente ne è informata, dapprima con un bel po’ di condizionali (parrebbe, sembrerebbe ecc.) e poi con sempre maggiore quantità di dettagli ed anticipazioni clamorose che in moti casi si sgonfiano miseramente nello spazio di un collegamento. Nella primissima  fase dei servizi, l’umana pietà converge interamente sulla vittima ed ogni commentatore racconta il fatto rispettando una tecnica ampiamente collaudata: sciorinando, cioè,  la fraseologica tipica di queste occasioni che consiste in un campionario di termini grondanti  enfasi e  retorica in quantità industriali. Passa mezza giornata e l’attenzione iniziale si sposta “sull’ampio ventaglio di ipotesi” (locuzione immancabile nelle frettolose battute rilasciate dagli investigatori) formulate nel tentativo di trovare il movente del gesto delittuoso. Di pari passo, vengono espletate le prime indagini e, nonostante gli organi inquirenti cerchino di navigare sottocosta e a luci spente, qualche spiffero ugualmente trapela e i “media” vi si avventano sopra con la famelicità di un qualsiasi conte Ugolino, avanzando supposizioni a raffica. Un bel giorno, i sospetti si appuntano su qualcuno e da quel momento il morto entra nei resoconti giornalistici soltanto nei titoli del delitto di cui si sta parlando, per lasciare il posto alla figura del presunto colpevole. Di costui, le fonti informative fanno rapidamente una star, il suo nome suona familiare quasi quanto quello di un divo dello spettacolo, le sue  azioni  precedenti il delitto vengono analizzate al microscopio, vivisezionate alla luce dei riscontri forniti da vicini di casa, amici e conoscenti (tutti in possesso di particolari succulenti pro o contro l’indagato), scomposte e ricomposte sulla base di voci che si rincorrono come palloncini colorati in balia del vento. E intanto i titoloni imperversano, mentre gli organi investigativi pagherebbero chissà che cosa per poter lavorare in santa pace, senza che le loro  indagini siano ostacolate da mirabolanti “scoop” sparati da cronisti troppo fantasiosi. Dopo una settimana entrano in scena sociologi, psicologi ed opinionisti specializzati nel ramo. Il morto ormai è morto, lasciamolo riposare in pace. E’ il vivo che interessa, è all’autore presunto o acclarato del misfatto che bisogna dedicare  analisi e diagnosi profonde ed istruttive, scoccate quali frecce balenanti a centrare il cuore del problema: Tizio era nel pieno possesso delle sue facoltà mentali quando sgozzava un bambino guardandolo negli occhi, quando strangolava una donna dopo averla sequestrata e stuprata per ore, quando freddava una coppia di anziani dopo averli seviziati a lungo con inaudita ferocia per scoprire dove si trovavano i preziosi da rubare? E quanto era stata triste e tribolata la sua infanzia, in quale diseducativo ambiente familiare era cresciuto, in quale degrado socio-culturale era stato costretto a muovere i suoi primi passi di candido giglio trascinato a delinquere dall’indifferenza della società cinica ed egoista? Ecco, a questo punto il cerchio si può considerare chiuso: della vittima si perde quasi il ricordo, il presunto colpevole sale agli onori della cronaca ed attorno a lui si scatena la quotidiana caccia al sensazionale, al particolare inedito, all’indizio inspiegabilmente trascurato da chi invece avrebbe dovuto notarlo. Le sue dichiarazioni vengono riportate, amplificate, valutate con maniacale attenzione, nella speranza che aprano uno spiraglio su altri scenari da esaminare, vagliare, esplorare perché contribuiscano a squarciare il velo su ulteriori scenari da investigare, scandagliare, illuminare…. il tutto condizionato dal famoso “dovere dell’informazione giornalistica”  che si avvita su se stesso come una perversa spirale. Se poi il sospettato alla fine confessa il suo delitto, allora è l’apoteosi. Fiumi di inchiostro portano alla luce ogni minima particolarità del carattere dell’imputato, i motivi che lo hanno spinto ad uccidere, i suoi pensieri più occulti. Egli ha l’opportunità di raccontare la sua versione dei fatti -magari smentendola poco tempo dopo con la motivazione che sono state  le forze di polizia ad averlo costretto, con l’inganno se non addirittura con la coercizione fisica, ad ammettere responsabilità non sue- e se ci sa fare riesce anche a dare di sé un ritratto che attiri comprensione e simpatie perché “…poverino, è vero che ha ammazzato quell’altro, ma diciamoci la verità, l’hanno veramente tirato per i capelli! E poi guarda, mi sbaglierò, ma a me sembra tanto un bravo ragazzo…”.

 Il processo si svolge naturalmente sotto l’occhio delle telecamere che catturano ogni battito di ciglia, ogni minima espressione e quindi bisogna stare attenti a come ci si comporta , c’è gente che ha pagato per assistervi e non la si deve deludere. L’avvocato difensore gioca (giustamente) tutte le carte a sua disposizione, non ultima -in molti casi- la canonica lettera di scuse ai familiari della vittima, seguita dall’altrettanto regolamentare richiesta di perdono. Il processo va avanti, le udienze si susseguono e finalmente si arriva alla sentenza che, tenuto conto delle labirintiche disposizioni da rispettare impartite dal codice penale e da quello di procedura, irroga una congrua pena al colpevole del reato.

Il quale colpevole, però, sa che mai e poi mai sconterà interamente e nelle forme previste la pena inflittagli, perché potrà sempre contare su sconti derivanti da buona condotta, eventuali indulti, semilibertà, permessi premio o addirittura, da subito, sul pietoso ombrello protettivo fornito dalla seminfermità mentale che lo ha dichiarato incapace di intendere e di volere al momento di commettere il fatto. Prima e dopo sì, durante no. Anche se immediatamente dopo aver ucciso si era preoccupato con fredda lucidità di creare scenari artificiosi, intesi a depistare le indagini. Come talvolta è successo. Non parliamo  poi del clamore che investe un soggetto  colpevole di strage! Il poveretto corre persino il rischio di farsi fotografare mentre si abbronza pacificamente stravaccato su una sdraio, contando mentalmente i soldi che gli entreranno in tasca dalla partecipazione ad uno spot pubblicitario….

“Nessuno tocchi Caino” siamo tutti d’accordo. Eppure, a costo di provocare smorfie di disgusto tra i perdonatori in servizio permanente effettivo o tra gli “impegnati” che distribuiscono come ridere patenti di qualunquismo a coloro che osano trasgredire il comandamento del “politicamente corretto”, noi insistiamo nel ritenere che chi uccide deve scontare fino in fondo la sua colpa. E’ l’unico modo, il migliore, per rendere veramente giustizia a chi ha subito violenza estrema. Altrimenti Caino continuerà a ridersi della legge degli uomini (quella divina è amministrata da Chi non ha bisogno di suggerimenti) ed Abele continuerà a chiedersi per l’eternità perché qualcuno non  insorga una volta per tutte a gridare forte e chiaro “Nessuno tocchi Abele!”.

 

Rocco Tedino         

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