La strada in leggera ascesa si srotola pigramente sotto le ruote fruscianti dell’auto. Il motore ronfa con ritmo regolare e rassicurante. Lancio una veloce occhiata a mio marito Alessio, il mio
amato Ale, che sta guidando dalla partenza. E’ tranquillo, rilassato, sebbene prudentemente vigile, e dall’increspatura delle labbra intuisco che sta fischiettando qualcosa. Come al solito, non
riesco ad individuare il motivo e, come al solito, sospetto che si diverta a zufolare note emesse alla rinfusa, seguendo l’ispirazione del momento. Siamo diretti, ormai da più di quattro ore, ad un
hotel posto sulla riva di un elevato lago alpino, un gioiellino incastonato nell’impareggiabile chiostra delle Dolomiti. Vi trascorreremo un week-end, in verità accorciato, che nostra figlia Lisa
ha voluto regalarci per la festa della mamma. Lisa è una ragazza veramente in gamba, teneramente affettuosa verso tutte le persone che ama e molto giudiziosa: la figlia che ogni genitore vorrebbe
avere, lo dico con la massima sincerità. C’é, tuttavia, un lato del suo carattere che talvolta trascina soprattutto noi due a scontrarci sul terreno di discussioni che raggiungono picchi di rara
intensità: sono convinta che se qualche spettatore esterno, fosse pur dotato di un mediocre numero di diottrie, si fermasse ad osservarci, vedrebbe balenare nell’aria corruschi pugnali che
evoluiscono pericolosamente. Mi spiego meglio. Ogni tanto nella mente di Lisa esplodono mirabolanti intuizioni che coinvolgono infallibilmente noi, i suoi cari genitori. Lei è sempre ossessionata
dal sospetto che non facciamo sufficiente “vita sociale”, che non ci riguardiamo come meriteremmo, ed allora parte inarrestabile alla ricerca di sistemazioni che possano trasferire le nostre
malconce carcasse in paradisiache oasi di benessere, donde sortire, dopo qualche giorno, rinvigorite nello spirito e nel corpo. E non concepisce tentennamenti, non accetta rifiuti! Al massimo
qualche accomodamento, come è successo domenica scorsa, quando ci ha comunicato, a pranzo, la lieta novella: “La prossima settimana cade la festa della mamma. Venerdì sera partirete per un week-end
in una bellissima località delle Dolomiti e tornerete domenica sera. E’ già tutto sistemato, voi dovrete solo pensare a rilassarvi e a divertirvi perché ne avete veramente bisogno”. Ci ha quindi
guardati con aria battagliera, aspettandosi obiezioni che sono puntualmente arrivate. Io ho risposto che di partire venerdì proprio non se ne parlava perché sabato mattina avevo una riunione molto
importante in reparto, c’era da stilare il calendario delle ferie e non potevo mancare. Lei ha ribattuto che potevo benissimo scrivere su un foglio le mie preferenze e consegnarlo alla mia
referente, che ne avrebbe tenuto conto come se io fossi presente… io ho fatto notare che non era certo la stessa cosa…ed a quel punto già i pugnali famosi mettevano fuori la testolina, finché
entrambe, quasi spinte da un comune impulso repentino, non abbiamo abbandonato quell’atteggiamento di inutile e nociva contrapposizione. Io l’ho abbracciata ringraziandola per il suo delicato
pensiero, lei si è arresa alla mie successive, pacate argomentazioni e così tutto è tornato nell’alveo della normalità. Stamattina ho partecipato alla riunione (visto l’esito deludente, ho
rimpianto la decisione di non aver dato retta a mia figlia). Comunque, eccoci qui, quasi giunti alla meta, immersi in un panorama che muta continuamente, come l’interno di un caleidoscopio. Adesso
stiamo percorrendo la strada principale di un lindo paesino, lucente e levigata nella sua lastricatura. C’è in giro molta animazione. Gruppi di persone passeggiano sugli stretti marciapiedi e
formano crocchi rumorosi ed allegri se incrociano amici con i quali scambiare sorrisi e commenti scherzosi. Acquirenti interessati entrano nei negozi che si affacciano su entrambi i lati della via:
una sfilata di botteghe che soltanto qualche portone, qui e là, riesce ad interrompere. Qualcuno, stanco di bighellonare, si sistema comodamente ad uno dei tavolini esterni dei bar, cercando l’ora
di cena nel fondo di un affusolato bicchiere da aperitivi. Ad un incrocio, una freccia ci mostra la direzione da prendere per giungere al lago e ben presto il paese sfila alle nostre spalle. Alla
fine di un tratto rettilineo lungo circa mezzo chilometro, raggiungiamo un bivio, dal quale si diramano due strade che corrono lungo la riva del lago in direzioni opposte prima di riunirsi
sull’altra sponda, su cui sorge l’albergo, svettante su un prato curatissimo, in lieve pendenza verso la riva del lago. Visto da lontano, impressiona per dimensioni e scelta indovinata dello stile
architettonico, che si armonizza perfettamente con lo splendido ambiente naturale circostante. Alto tre piani, con il tetto ricoperto, a quanto credo, da lastre di rame che il tempo ha spalmato di
una patina di color turchese cupo, mostra la parte inferiore fatta di sassi bianchi ed irregolari , cementati con la malta, mentre la restante superficie é rivestita di assicelle ricoperte di un
appariscente vede brillante. Le imposte delle finestre che si allineano ravvicinate sull’intero perimetro della costruzione, sono dipinte di un bel giallo caldo, lo stesso colore di cui si fregiano
le porte-finestre che accedono sui pochi balconcini panciuti ed infiorati di cui sono dotate alcune camere all’ultimo piano. Il portico che corre snello ed elegante sul davanti é sorretto da
colonnine di legno disposte in formazione regolare, che sostengono con le cornici un lungo tetto spiovente. Imbocchiamo un cancello in ferro battuto che immette su un lungo viale diretto, tra file
di aiuole punteggiate di fiori dai colori vivaci, ad un vasto parcheggio aperto sul retro dell’albergo. Sistemiamo l’auto, preleviamo il leggero bagaglio di cui siamo muniti, sostiamo il necessario
presso la reception ed eccoci finalmente alloggiati in una luminosa e confortevole camera al terzo piano, l’ultimo, che io ho espressamente richiesto perché ho un segreto desiderio da realizzare:
vedere sorgere il sole all’alba dell’indomani dal balconcino. Mi trovate troppo romantica? Fate pure, io non rinuncerò a veder spuntare il sole al di sopra della cima di quella montagna laggiù ad
oriente, quella che sembra una sega dai denti irregolari, sempre che il tempo sia d’accordo. Scendiamo. E’ ancora presto per andare a cena, così usciamo sul portico dell’hotel, respirando a fondo
l’aria balsamica per i polmoni, pura ed inebriante. Il sole si prepara a tramontare dietro le montagne: sta calando nel cielo e getta lunghe ombre scure nei canaloni e nei crepacci. E’ una scena
incantata, fuori del tempo. Volgo lo sguardo verso il lago, invitante e suggestivo. Ha la forma di una grossa goccia, piuttosto larga, che si restringe gradualmente nella parte inferiore, con le
rive circondate da un manto di fitti boschi verdi che salgono fino ai piedi delle pareti dei monti che fanno da incombente cornice, ricchi di quella particolare roccia che caratterizza le Dolomiti.
Sotto gli alberi e nelle piccole radure larghe macchie di colore svelano la presenza di piccoli cespugli fioriti. Originati dal disgelo dei pochi ghiacciai che incoronano i picchi più alti,
torrentelli carichi di minerali fanno affluire nel bacino lacustre acqua limpida dalla curiosa venatura verdazzurro. Ma già le prime ombre della sera scendono ad ombreggiare i contorni di quel
panorama da fiaba ed é tempo di rientrare. Lo stomaco, oltretutto, reclama i suoi diritti e l’ora di cena é maturata. La sala da pranzo, ariosa ed arredata con ottimo gusto, é dominata da una
grande vetrata che permette la visione del lago. Tavoli meticolosamente apparecchiati e adorni di variopinte composizioni floreali, comodi divanetti strategicamente collocati in posizioni defilate,
personale maschile e femminile che si muove discreto e professionale in un’incessante spola tra i tavoli e la cucina, trasmettendo ordinazioni e servendo le specialità prescelte dai clienti: questa
é la prima impressione che il sontuoso locale regala agli ospiti . “Che magnifica presentazione!” esclamo estasiata, ammirando la sfilata di appetitosi piatti disposti come un buffet su una
bellissima credenza d’antiquariato sistemata in sala da pranzo. “Si, effettivamente qui hanno una certa classe” -conviene Alessio, guardandosi intorno con aria di approvazione- Lisa ci ha fatto un
gran bel regalo.” Ordiniamo, una camerierina dalla candida divisa ci porta quanto richiesto, cominciamo a mangiare. E’ tutto veramente buono e la nostra stima per il posto cresce in proporzione. La
storia dell’umanità, però, insegna che anche nelle mele più rosse e lucenti si può nascondere un’insidia, nel senso che le brutte sorprese sono sempre in agguato. Al tavolo accanto al nostro é
seduto un signore solitario di mezza età, austero, aspetto ricercato con qualche pretesa di eleganza. Nessuno si sarebbe mai aspettato da un tipo simile qualcosa di men che corretto...e invece il
suo comportamento a tavola suscita in me e mio marito prima incredulità, poi sconcerto. Vogliamo transigere sul fatto che abbia mangiato un robusto antipasto di salumi assortiti, infilando le fette
nella bocca con le mani? Transigiamo pure. Vogliamo ignorare lo spettacolo successivo, quando il tizio si é messo diligentemente a rimuovere frammenti di cibo incastrati tra dente e dente,
manovrando lo stuzzicadenti alla luce del sole, per così dire, senza minimamente preoccuparsi di celare dietro una mano le grandi manovre di scavo? Ignoriamo pure. Ma quando sul suo tavolo é
arrivato il “primo”, beh, allora ha superato ogni umana previsione: a parte il tintinnio delle posate sul piatto, si ode soltanto la sinfonia di suoni prodotti dall’impegno che egli mette
nell’ingurgitare la minestra. Dev’essere bollente, quella minestra, perché l’uomo soffia rumorosamente su ogni cucchiaiata prima di inghiottirla con un rumore di minore intensità ma con la stessa
delicata tonalità di uno sciacquone di gabinetto. Credetemi, é stato davvero un intermezzo notevole. La cena, ottima, é finita. Andiamo a sederci sotto il portico, beati e rilassati. Tutt’intorno
il buio abbraccia i boschi e trasforma il lago in una massa scura screziata d’argento sotto il primo, timido chiarore lunare. Lontano, in fondo al nostro orizzonte, il paesino é una manciata di
stelline in un mare nero. Il brusio interno é spezzato ogni tanto da scoppi di risate, ed intanto Ale ed io ci accorgiamo di essere rimasti incredibilmente soli. Sediamo vicini, senza parlare,
quasi timorosi di spezzare quel sottile incanto che é lentamente sceso ad avvolgere la nostra presenza in quel luogo. Passa del tempo. La luna ha scalato una buona porzione di cielo e adesso spicca
alta e luminosa nella notte tranquilla e senza traccia di vento. E’ arrivato il momento di andarcene a nanna, tanto più che domattina ho le migliori intenzioni del mondo di alzarmi prestissimo per
veder spuntare il sole dal balconcino della mia camera. Farò piano, non sveglierò mio marito. In capo ad alcune ore di sonno profondo e riposante, mi ritrovo con gli occhi spalancati sul buio della
mia camera. Sono perfettamente sveglia, quasi il mio organismo avesse risposto ad un impulso emesso da un orologio interno puntato su un’ora precisa. Sbrircio attraverso uno spiraglio
intenzionalmente lasciato tra le imposte e scorgo l’accenno di una luce bassa ed incerta. Bene, faccio ancora in tempo a godermi lo spettacolo. Sguscio fuori dal letto con mille precauzioni, mi
avvolgo in una vestaglia indossata sopra il pigiama ed esco sul balcone, sospirando di sollievo alla vista di Alessio che continua a dormire beatamente. Il profilo della natura intorno é ancora
confuso, vago, ma già si avvertono le prime avvisaglie dell’arrivo del nuovo giorno. Con grande godimento, assaporo lunghe, golose sorsate di aria fresca e pura, ignorando la comparsa di alcuni
brividi di freddo che mi scuotono delicatamente. Mi viene voglia di bere qualcosa di caldo, ma dovrei scendere al bar che funziona anche di notte, seppure a ritmo ridotto, e non mi va di
abbandonare il mio punto di osservazione, traversando per di più tutta la camera col rischio di destare il mio “compagno di branda”. “Forza, resisti, ti rifarai più tardi” é la promessa che rivolgo
a me stessa, assumendo un’aria fiera e intrepida che avrebbe certamente incontrato l’approvazione di una coriacea pioniera del vecchio West. Mezzo minuto dopo, un inaspettato angelo con le fattezze
di mio marito esce sul balcone ed appoggia sul basso tavolino d’angolo un vassoio con due caffé, un bicchiere di cioccolata calda e un cartoccio di fragranti brioches che sembrano appena sfornate.
Resto lì a fissarlo con un’espressione di assoluto sbigottimento, senza riuscire ad articolare parola. Mi strizza l’occhio con un irresistibile sorriso malandrino, piazza destramente il tavolino
davanti a noi (ha portato anche una sedia dalla camera e si siede accanto a me), estrae dal sacchetto le brioches e le deposita sopra uno strato di tovagliolini di carta misteriosamente comparsi,
zucchera appena la cioccolata, mescola e me la porge con un bel sorriso, aggiungendo: “Assaggia i cornetti, finché sono ancora caldi”, poi prende una tazzina di caffé, versa lo zucchero, lo fa
sciogliere con due o tre veloci rotazioni del cucchiaino e beve con evidente soddisfazione. Bloccata dalla meraviglia, lo sto ancora guardando. Lui mi lancia un’occhiata obliqua e, mentre annienta
la seconda brioches, sorridendo mi spiega: “Ti ho sentita alzarti e, quando sei uscita sul balcone, mi sono ricordato di tutte le volte che a casa, in altre occasioni, hai espresso il desiderio di
assistere prima o poi al levare del sole in alta montagna. Pensando giustamente che una bella colazione calda non avrebbe guastato, ho fatto un salto al bar ed eccomi qua.” Posa una leggera carezza
sui miei capelli e si piega a baciarmi affettuosamente. Adesso capite perché amo quest’uomo? Mentre, stretti stretti, ci rifocilliamo, verso oriente il cielo si é sensibilmente rischiarato e dietro
le montagne balenano i riverberi di un incendio color oro. Poi i primi raggi di sole prorompono sopra la linea dell’orizzonte, bagnando le vette di un luminosissimo fulgore. La luce sfavillante
filtra attraverso la vegetazione e per qualche secondo crea la magica illusione che lo scorrere del tempo si sia arrestato, come sospeso tra la penombra della notte che si va spegnendo e il
chiarore dell’alba non ancora percepito. E’ un’illusione brevissima, poi il bagliore del sole, accecante, comincia a discendere veloce le pendici dei monti, allargandosi progressivamente e
spingendo la linea d’ombra davanti a sé. Quando i raggi arrivano ad accarezzare l’acqua del lago, il giorno é nato. Non ricordo quanto tempo siamo rimasti seduti su quel balcone, godendoci fin nei
minimi particolari tutta la bellezza che quest’angolo fatato di mondo regala ai fortunati che lo visitano. Ad un certo punto siamo rientrati in camera, a prepararci per la giornata; adesso io sto
scendendo in ascensore verso il pianterreno e precedo Federico che si é attardato negli ultimi preparativi. Esco dall’albergo e percorro il prato che discende verso il lago. Davanti a me si allunga
un piccolo pontile che sporge nell’acqua di una decina di metri. In fondo al pontile, seduto su un seggiolino di tela, c’è un vecchio pescatore, un uomo imponente, grosso, con un viso
soprendentemente liscio per uno della sua età. Sembra sonnecchiare sotto il malconcio cappello a cencio calato sugli occhi, mentre accanto a lui la canna da pesca era appoggiata ad un piccolo
sostegno. Ma non dorme, perché, arrivata alla sua altezza, sento provenire dalle profondità del cappello un “buongiorno” allegro e cordiale. Rispondo con altrettanto piacere, poi mi guardo intorno
deliziata. La giornata è calda, con una lieve brezza. Il cielo azzurro, senza un brandello di nuvole, e la luce del sole si riflettono sulla superficie dell’acqua, conferendole un aspetto verde,
quasi pulito. Il pescatore non ha più aperto bocca, indifferente a ciò che lo circonda. Decido di rientrare, io e mio marito abbiamo in programma di scendere in paese. Devo salutare o magari
disturbo la quiete della pesca? L’uomo sembra leggermi nel pensiero poiché, sempre senza guardarmi, mi augura buona giornata con la stessa voce amichevole di prima. Santi numi, ma chi è, un
indovino?. Ricambio l’augurio e me la batto verso l’albergo, forse con un filino di fretta di troppo. Il mio sposo é fermo sotto il portico e si guarda attorno. Scorgendomi, mi viene incontro e ci
avviamo a piedi verso l’abitato lontano un paio di chilometri. Ci attende, ne sono sicura, una bella e corroborante passeggiata. Raggiungiamo di buon passo quello che più che altro é un grosso
borgo e ci tuffiamo allegramente nell’atmosfera festaiola che vi aleggia. Stanno celebrando non ricordo più quale solennità religiosa e la strada che abbiamo percorso ieri adesso é chiusa al
traffico e punteggiata di gazebi e bancarelle che espongono di tutto: bigiotteria, manufatti dell’artigianato locale, capi di abbigliamento, mille oggetti ed oggettini che sembrano provenire da
bauli polverosi in soffitta, prodotti enogastronomici della zona, giocattoli per bambini.... Mentre passo di bancarella in bancarella, curiosando (e comprando, ma con oculatezza, senza abbandonarmi
a forme di shopping selvaggio che Ale di sicuro stroncherebbe sul nascere), l’occhio mi cade su un bellissimo braccialetto di lapislazzuli. I riflessi delle venature dorate sprigionati da quelle
pietre azzurre mi attirano prepotentemente e non mi rendo conto di essermi bloccata a fissare incantata quello stupendo monile. Quando mi riscuoto, guardo mio marito e scorgo sulla piega delle sue
labbra un sorrisetto tenero, mentre mi scocca un’occhiata divertita. Un attimo dopo, il venditore sta allacciando il braccialetto intorno al mio polso, continuando senza posa a magnificarne le
qualità, e Alessio sta sussurrando al mio orecchio: “Contenta?” Io sono stordita dal succedersi delle situazioni: guardo alternativamente il braccialetto e mio marito, incapace di spiccicare
parola. D’improvviso la gioia mi sommerge e scoppio a piangere come una stupida. “Dài, non fare la bambina!” Mio marito mi consola amorevolmente e intanto mi deterge le lacrime col suo fazzoletto.
Io mi vergogno per l’attimo di debolezza, tiro su col naso come un’adolescente che ha ricevuto la sua prima dichiarazione d’amore ed accenno un timido sorriso, quando una voce dietro di noi ci fa
sobbalzare: “La signora ha ragione a preoccuparsi, i lapislazzuli possono portare molta sfortuna se non si fanno dei riti contro il malocchio. Ma siamo ancora in tempo a cacciare le negatività che
si trovano nel braccialetto, ci penso io. Signora, mi dia quel braccialetto che in un momento facciamo l’operazione.” Ci voltiamo di scatto. Chi ha parlato è una donna molto giovane, lunghi capelli
neri sciolti sulle spalle, abbigliamento molto informale, anelli quasi su ogni dito e piccoli tatuaggi su entrambe le braccia. La nuova venuta tende la mano, fissandomi con occhi mobili e
guardinghi, vagamente rapaci. Di fronte alla mia esitazione, ripete la sua richiesta, accompagnandola con un gesto impaziente: “Su, signora, mi dia quel braccialetto, vedrà che dopo sarà
soddisfatta”. Fissa in quegli occhi che sembrano diventati ipnotici, allungo lentamente la mano verso il monile, quando Alessio mi blocca e poi, con un bel sorriso, si rivolge alla donna: “Sarebbe
veramente interessante assistere all’esperimento, anche se non ho mai sentito dire che i lapislazzuli portano sfortuna. Ma se lei, che se ne intende, dice che sono pieni di negatività io sono
deciso a crederle. Del resto, tanti altri oggetti sono pieni di influssi negativi. Ad esempio, guardi laggiù, sta arrivano una macchina dei carabinieri e loro hanno le manette per arrestare ladri e
truffatori. Vogliamo chiamarli, così purifica anche quelle?” Ma ormai il mio uomo sta parlando all’aria: la giovane, sentendo parlare di carabinieri e di manette, ha spiccato una corsa veloce e si
è dileguata tra la folla. Guardo mio marito che scuote la testa, mi passa un braccio attorno alle spalle e mi fa, mentre ci avviamo: “Che gente, non sanno più cosa inventare per fregare i poveri
creduloni! Stai attenta a non cadere mai in certe trappole, se le consegnavi il braccialetto l’avresti rivisto il giorno del mai.” Io non rispondo ( e che potrei dire, visto che avevo già allungato
la mano per slacciare l’oggetto e consegnarlo a quell’arpia?): mi limito soltanto a stringermi a lui, felice di averlo. Ci troviamo nuovamente in albergo, stanchi e soddisfatti per la divertente ed
interessante mattinata trascorsa in allegria. Dopo esserci rinfrescati, scendiamo a pranzo. In quella bella domenica di maggio, calda e luminosa, la vetrata é spalancata e permette di respirare
l’aria satura di effluvi proveniente dall’esterno. Restiamo con i piedi sotto il tavolo per un’ora o giù di lì, dedicandoci con il dovuto rispetto alla degustazione delle squisitezze ammannite da
un cuoco che meriterebbe pubbliche e planetarie lodi per la sua valentìa. In quanto a noi, un minimo di vergogna ci impone di risparmiarvi l’elencazione della gustosissima roba che Alessio ed io
siamo stati capaci di mandare giù, dagli antipasti al dolce. Alla fine, un robusto amaro di erbe, prodotto in loco, viene spedito nello stomaco per dare una gagliarda mano alla digestione. Satolli
come pitoni reduci da un laborioso banchetto a base di tenera antilope, ci avviamo lentamente verso le sdraio sparse sotto il portico, ci impadroniamo delle prime due libere e vi sprofondiamo con
un sospiro di autentica beatitudine. Chiudo gli occhi e mi sento lentamente scivolare in uno stato di pigra sonnolenza, in un torpore che mi culla e mi trasporta dove la realtà che mi circonda é
solo un confuso sussurro, una indistinta eco di suoni lontani. In parole semplici, mi sto appisolando. Alessio, uomo concreto, mi scuote leggermente e mi convince a fare quattro passi lungo la riva
del lago, per accelerare la digestione e scrollarci di dosso il senso di pesantezza che ci blocca. Mi tiro su, chiedo ad un ragazzo dell’albergo se in giro ci sono animali pericolosi, incasso un
diniego espresso con divertita condiscendenza (come se avessi fatto una domanda particolarmente scema) e mi avvio verso l’ignoto saldamente ancorata al braccio di mio marito. Ci spingiamo fino ad
una zona coperta da una fitta boscaglia in cui il leccio, l’ontano e il pino svettano al di sopra di un inestricabile intrigo di erbe e cespugli. Un sentierino appena accennato si inoltra nella
macchia sempreverde e d’impulso lo imbocchiamo, trovandoci ben presto invischiati nella vegetazione folta e compatta. Cominciamo a farci strada tra l’erba e i cespugli, scendendo lungo un breve
dirupo dove la boscaglia diventa sempre più fitta. Mio marito mi precede, piega all’indietro i rami ed aspetta che io li afferri e li tenga fermi prima di procedere, mentre i capelli mi si
impigliano tra le fronde più piccole. Ovunque aleggia un odore di erba umida e foglie marce. Lame di luce, nelle quali danzano infinite particelle di polvere, penetrano irregolarmente tra il
fogliame attraverso qualche rara apertura e riescono a ritagliarsi un varco fino al suolo, illuminando la flora strisciante del sottobosco. Arriviamo finalmente in fondo e ci guardiamo intorno:
siamo fermi in un’ampia radura, una specie di prato digradante verso il tremolante luccichio del lago che si intravede a poca distanza. Decidiamo di aver interpretato a sufficienza la parte degli
intrepidi esploratori di territori selvaggi ed incontaminati: ci avviamo verso lo specchio d’acqua, ne percorriamo la riva e ci rifugiamo nuovamente nell’accogliente abbraccio dell’albergo che tra
qualche ora dovremo purtroppo lasciare. Il malinconico momento difatti arriva, persino troppo presto. Una cena, dimostratasi all’altezza dei pasti precedenti, fa da preludio alla partenza, che
avviene a buio appena calato. Vi risparmio il racconto di lacrime e di addii strazianti....semplicemente perché non ci sono stati! Certo, un pò di tristezza é aleggiata e non la trovo fuori posto,
dal momento che Alessio e io abbiamo trascorso un soggiorno, ahimé brevissimo, in un paesaggio incantato. Lasciandoci alle spalle il lago e tutto il resto, ci guardiamo negli occhi e una solenne
promessa echeggia alta e sicura: ritorneremo! E lo diciamo più che convinti, senza accorgerci di aver ripetuto la celebre esclamazione che il generale americano Mac Arthur aveva pronunciato al
momento di ritirarsi dalle Filippine, durante il secondo conflitto mondiale, incalzato dai giapponesi vittoriosi.... Rocco Tedino