Si preannunciava calda e luminosa, quella giornata di inizio primavera dell'anno del Signore 1668. Ad oriente le stelle impallidivano e il cielo era diventato grigio e il grigio si era lentamente mutato in bagliore rosato dalle sfumature rossicce, mentre i raggi del sole nascente bagnavano le cime innevate delle montagne che incombevano sulla vallata ancora in ombra. Poi il manto lucente cominciò a distendersi sui ripidi declivi punteggiati di spoglie macchie di vegetazione, illuminando i grossi valloni scavati nella roccia e le forre sepolte sotto intrichi di cespugli ghiacciati. Ben presto la luce si allargò a rischiarare anche le vaste distese di orti e campi disegnati sul fondovalle, facendo luccicare i lunghi merletti di neve gelata che rigavano il terreno brullo come candidi ricami.
Ai piedi del massiccio roccioso che troneggiava come vigile sentinella sulle terre sottostanti, la spumeggiante e fragorosa cascata del Fontanone, gonfia per lo sciogliersi delle nevi, precipitava tra i massi disseminati sul fondo e si frangeva in un vorticoso turbinio di goccioline perlacee che i raggi del sole trasformavano in iridescenti frammenti d'arcobaleno.
Il chiarore del giorno, acquistando via via maggiore intensità, fugava le ultime ombre della notte impigliate nelle nude chiome dei faggi allineati sulle due sponde del fiumicello stretto e turbolento che scorreva sinuosamente nella piana. Qualche rado abituro, con annesso ricovero per gli animali, spezzava la piatta uniformità del terreno intorno, ma la presenza dell'uomo si indovinava più consistente nella manciata di casupole in legno e canne intonacate che sorgevano a poca distanza dal fiume, raccolte intorno alla chiesetta di Santa Geltrude, vecchia di tre o quattro secoli. All'improvviso, l'aria tersa e limpida fu percorsa dal suono di lenti e cristallini rintocchi partiti dalla campana appesa in cima allo snello campanile addossato alla chiesa.
Fu come un segnale che scuotesse il piccolo villaggio dal torpore notturno. Passò qualche minuto ed ecco spuntare da un camino, poi da un altro e da un altro ancora, riccioli di fumo che si srotolavano pigramente nel cielo di cobalto: solerti massaie avevano acceso il fuoco nel focolare e presto dai paioli gonfi di varie verdure sarebbero partiti i primi borbottii di inizio cottura della saporita minestra di mezzodì. Un ragazzino svoltò l'angolo di una casa e si diresse correndo verso il fiume per riempirvi un secchio, ciabattando sui grossi zoccoli di legno che portava ai piedi protetti da grosse calze di lana, mentre una corta tunichetta di pesante tessuto marrone gli svolazzava sulle gambe infilate in un paio di brache di pelle legate sotto il ginocchio; sulla facciata di una casetta due rozzi scuri si spalancarono e nel riquadro del muro si stagliò la testa irsuta di un uomo che ammiccò nella luce abbacinante del sole, bevve una lunga sorsata di quell'aria pura e frizzante e si ritrasse con una smorfia di soddisfazione, per ricomparire dopo qualche momento sull’uscio. Aveva buttato un folto pellicciotto di pecora sul lungo camicione di ruvido cotone indossato per la notte e, un poco rabbrividendo nella pungente aria mattutina, si era avviato verso il recinto in cui era rinchiuso il suo gregge. Una rapida mungitura ed il tiepido e profumato latte raccolto nel panciuto recipiente che egli impugnava avrebbe di lì a poco accompagnato il burro, il pane e il formaggio preparati per la frugale colazione della sua famigliola.
Il silenzio era intanto rotto sempre più spesso dai rauchi belati che rimbalzavano da uno all'altro degli ovili racchiusi tra le abitazioni, dai grugniti di impazienti maiali, dal pressante chiocciare e dagli ansiosi pigolii che reclamavano il becchime giornaliero.
Il villaggio si andava dunque risvegliando, però mancava quella sorta di concitato fervore che lo percorreva ogni mattina, quell'andirivieni rapido e nervoso che si intrecciava ai richiami e alle esortazioni a sbrigarsi, tutti suoni che costituiscono, si può dire, la colonna sonora di una comunità che si accinge ad iniziare un'altra giornata di lavoro.
Oggi nell'aria si percepiva piuttosto un sottile fremito di eccitazione, di trepidante attesa dell'evento straordinario che per qualche ora avrebbe relegato nel cantuccio dell'inoperosità gli attrezzi e i gesti delle fatiche quotidiane.
Oggi nessun uomo si sarebbe inerpicato verso la cima del Fontanone per sudare nella fonderia costruita a ridosso della montagna, proprio accanto alla bocca della sorgente della cascata, e neppure sarebbe sceso nelle miniere di piombo dalle ampie diramazioni per strappare alla terra il prezioso minerale; nessuna donna avrebbe raggiunto il suo campo o il suo orto per attaccarne con pesanti zappe la crosta ancora gelata e frantumarla per predisporre il terreno alla semina; nessun ragazzo avrebbe spinto l'irrequieto gregge verso nutrienti pascoli bordati sul lontano limitare da folti boschi: oggi la gente di Timau avrebbe fatto festa per salutare con tutti gli onori l'arrivo nelle sue terre di un Gesù Crocifisso.
Da troppo tempo quegli impavidi minatori e le loro famiglie vivevano sotto l'incubo costituito dalla formazione di frane e slavine che, staccatesi senza preavviso, dai monti circostanti minacciavano pesantemente l'incolumità dei valligiani e l'integrità dei loro beni. Né meno paura facevano le alluvioni. Bastavano allora pochi terribili minuti perché i sacrifici di una intera esistenza, già grama e stentata di suo, scomparissero inghiottiti da un fiume inarrestabile di melma, tronchi e detriti oppure seppelliti da tonnellate e tonnellate di roccia impazzita. Resisi conto che per salvarsi da un nemico potente era necessario assicurarsi la benevolenza e la protezione di un amico ancora più potente, i timavesi avevano pensato di acconciare sotto l'imponente catena del "Pizzo Timau" un devoto angolino in cui esporre per sempre un Crocifisso.
Chi meglio di Lui, si ragionava giustamente, avrebbe potuto ergersi come insormontabile baluardo di fronte alla furia degli elementi scatenatasi contro persone e cose?
In quel giorno di quasi primavera del 1668 la commovente fede dei timavesi avrebbe potuto contare su un formidabile puntello in più: un loro compaesano, infatti, un Plozner della casata "Letischn", stava per giungere a Timau con un Crocifisso in legno che egli era andato a farsi scolpire nella confinante Austria.
Ecco che la campana della chiesina di Santa Geltrude fa udire per la seconda volta la sua voce e, quasi obbedendo all'ordine di un regista occulto, dalle case del villaggio sciamano persone di ogni età. E' una piccola folla variopinta, chiassosa, eccitata. Approfittando della giornata particolare, tutti hanno indossato quanto di più nuovo ed elegante fornisse il guardaroba personale, talché un osservatore dei giorni nostri avrebbe incontrato qualche difficoltà nell’accingersi a catalogare correttamente le tante fogge di vestiario maschili e femminili in uso all'epoca: giacchine dalle larghe maniche, camicette ricamate, lunghe gonne di lana o velluto, mantelline di stoffa o pesanti mantelli, ruvide giubbe, farsetti, pantaloni stretti e lunghi, camiciotti di cotone e pellicciotti di pecora senza maniche. E poi scarpe di cuoio, calzature tipiche di tessuto resistente con la suola di stoffa, stivali di feltro o zoccoli.
Le donne formano una compatta macchia di sobri colori. Alcune hanno i capelli legati in lucenti trecce, ondeggianti sulla schiena al ritmo dei passi, altre li portano sollevati sulla fronte in una rigonfia acconciatura tenuta ferma sulla sommità del capo da spilloni e pettinini. Gli uomini camminano ostentando una certa silenziosa gravità, come si addice a lavoratori poco abituati a perdere tempo in chiacchiere, e non smettono mai di accertarsi che i più vecchi tra loro, quelli che fanno più fatica ad avanzare, non restino indietro. I ragazzi sono un'esplosione di vivacità e di fermento: corrono, si lanciano richiami, si intrufolano tra i grandi attirandosi ogni tanto anche qualche scapaccione che però non ferma le loro corse più di quanto non fermerebbe una rondine in volo.
Le avanguardie di quel festoso corteo sono intanto già arrivate in località “Earschtntrit" e qui sostano in attesa che arrivi il resto della compagnia, alla quale si erano nel frattempo aggiunti gli abitanti delle altre casette sparse nella zona. Tutti attraversano con circospezione il ponte sul Bût ed attaccano la salita della stretta mulattiera, lastricata dagli antichi romani, che si inerpica diagonalmente lungo le pendici del Pal Piccolo.
L'andatura é comprensibilmente lenta perchè la pendenza e l'ostacolo della neve impegnano seriamente la resistenza di tutte quelle persone di varia età, nonostante la gente di montagna sia allenata a camminare a lungo e a sopportare molto bene la fatica. Se Dio vuole, finalmente, l’arrampicata ha portato la comitiva a raggiungere il punto stabilito per incontrare il Crocifisso proveniente dall'Austria: un vasto pianoro che si allarga appena sotto l'attuale casa cantoniera, in località detta "mercato vecchio", dove è ancora possibile trovare la più recente delle iscrizioni latine tra quelle che contrassegnano i tre percorsi di epoca romana che dal fondovalle raggiungono il passo di Monte Croce.
Inizia la sosta. Quali sensazioni contrastanti, quali emozioni agitano gli animi di quella esigua popolazione timavese (un censimento effettuato venti anni prima ne aveva contati una settantina)? C'e chi, incapace di star fermo, si sposta continuamente dall'uno all'altro dei capannelli spontaneamente formatisi tra i convenuti, chi si è seduto su un sasso o su un basso muretto e lì resta immobile, chiuso nei suoi pensieri, lo sguardo perso sul panorama circostante, e chi si immerge nella preghiera, facendo passare sotto le dita i grani di un rosario.
L'attesa si protrae, ma la cosa non genera fastidi o mugugni; al contrario, ogni minuto che passa accresce la trepidante gioia di tutte quelle persone al pensiero che presto riceveranno dalla divina Provvidenza un dono santo e gradito oltre ogni misura. Quella consapevolezza agisce da singolare calmante: i toni di voce si vanno attenuando. Le rumorose conversazioni punteggiate da allegri scoppi di risa si trasformano poco per volta in un basso brusio. Persino i ragazzini hanno formato un crocchio miracolosamente composto e tranquillo. In quell'atmosfera di sereno raccoglimento si insinua gradatamente l'eco di un canto solenne che sale dalla "strada romana". Il coro diventa sempre più forte, a mano a mano che i cantori si avvicinano, fino a dispiegarsi in tutta la sua sonorità allorquando sull'ultima curva della mulattiera si materializza una breve processione guidata da don Domenico Moro, il parroco di Paluzza, il quale è salito fin lassù, alla testa di volenterosi fedeli del circondario, allo scopo di testimoniare il gaudio di tutta la vallata per l'arrivo del Redentore. I nuovi venuti fanno appena in tempo a scambiare commenti e cordialità con i presenti che un monello, appostato sul tornante più vicino, annuncia a gran voce l'approssimarsi della Croce. Eccola, infatti: saldamente sorretta dalla presa sicura di Plozner, si staglia alta e maestosa contro l'azzurro sfolgorante, scortata da alcuni carinziani che hanno voluto condividere con gli amici d'oltralpe la magia di quel giorno speciale. Adesso si sono tutti assiepati intorno a Plozner che lentamente si inginocchia e porge il Crocifisso a don Moro. Questi lo accetta con reverente emozione, ne sistema il piede nella tasca di cuoio cucita sulla cintura che gli fascia la vita ed intraprende salmodiando la via della discesa, in mezzo ad un tripudio di canti gioiosi e ferventi preghiere scaturiti da quei cuori intrisi di semplice e profonda religiosità.
La marcia di ritorno è alquanto disagiata, bisogna fare attenzione a non scivolare sull’acciottolato ghiacciato, ma per fortuna nessun incidente turba l'allegrezza di quella mattinata elettrizzante e alla fine i devoti valligiani possono pigiarsi nella chiesetta di Santa Geltrude per assistere alla Messa solenne celebrata da don Moro. Il rito religioso termina tra profluvi d'incenso ed inni di ringraziamento al Signore, quindi la processione si riforma per accompagnare il Crocifisso sul luogo scelto quale sua sede perpetua: la larga fetta di terra che sta tra il fiume e le pendici della montagna, nel punto che in seguito prenderà il nome, giunto fino a noi, di “Schtreta dei Letischn".
Da quel lontano giorno sono passati più di tre secoli ed il Cristo della “schtreta" non ha mai tradito le aspettative di quanti hanno confidato nella sua benigna protezione. In quell'enorme arco di tempo, l'onda lunga dei profondi sconvolgimenti mondiali in campo politico, sociale ed economico hanno lambito anche un remoto paesino quale è Timau ed il Crocifisso dei Letischn, è stato silenzioso testimone delle tante vicende che hanno interessato la minuscola comunità insediatasi sulle rive del Bût.
Certamente nei suoi occhi colmi di paterna pena si era rispecchiata la disperazione che nell'ottobre del 1729 aveva straziato l'animo dei timavesi affranti alla vista delle loro case, delle loro povere e preziose cose spazzate via dalla violenta alluvione che aveva lasciato in piedi, ancorché pesantemente danneggiata, soltanto la vecchia chiesa di Santa Geltrude. E certamente in quegli occhi rifulgeva la stessa gioia che illuminava gli occhi degli irriducibili paesani allorché, nel 1732, anche l'ultimo mattone era stato posato per completare la ricostruzione del nuovo Timau, pure questo dotato di una nuova chiesa consacrata, come la precedente, a Santa Geltrude.
Il Crocifisso che vigila sotto la Creta non cessa mai di elargire la sua divina grazia ai tanti fedeli che gli tributano unanime e sincera venerazione. Non c'e persona che, transitandovi innanzi, non gli indirizzi una fervida preghiera, non acconci un mazzolino di fiori alla base del suo piedistallo e non si assicuri che ci sia sempre un po’ d'olio nella scodellina in cui tremola perennemente accesa una fiammella votiva.
La fiducia riposta dai timavesi nelle virtù taumaturgiche del Cristo Crocifisso riceve una indiscutibile conferma nel marzo del 1909. Quell'anno, l'inverno aveva decisamente esagerato con la tradizionale fornitura di neve e le montagne sopra Timau sembravano davvero reggerne a fatica il peso, tanto che la gente viveva nel continuo terrore di vedersi piombare addosso da un momento all'altro valanghe e slavine. Don Tita Bulfon, allora parroco di Timau nel primo dei due mandati pastorali svolti in paese, guida una processione verso la “Schtreta Letischn", si prostra in preghiera davanti alla Croce ed impartisce, in nome di Dio, la benedizione ai monti che incombono sull'abitato: ebbene, nei mesi successivi neppure un fiocco di tutta quella neve rovinerà a valle!
Quando nelle buie giornate dell'ottobre 1917, l'altro grande e celebrato Crocifisso, quello esposto alla venerazione popolare nel Santuario del “Crist de Tamau", si consuma nel rogo che inghiotte quasi completamente il sacro edificio, è proprio il Cristo dei Letischn a dividere con la Santa Patrona il prezioso ruolo di rifugio spirituale per tutti i timavesi in cerca di pace e conforto. Chi sa quante volte, in quegli anni di guerra, gonfi d'angoscia, di lacrime e di paure, una mamma in pena si é genuflessa ai piedi di quella Croce, implorando, più col cuore affranto che con le parole strozzate dai singhiozzi, la grazia di poter presto riabbracciare il suo figliolo incolume... E quante spose avranno insegnato ai loro bambini a ripetere dinanzi a quel volto mite e sofferente la fervida preghiera di preservare il loro amato papà dalla morte...
Nel 1938 anche il Cristo dei Letischn patisce la distruttiva violenza del fuoco. A causa di una candela troppo ravvicinata, infatti, i due angioletti scolpiti alla base della Croce prendono fuoco: il sibilante guizzare di fiamme sempre più alte, una nuvola di denso fumo e la piccola scultura si disperde nel vento sotto forma di cenere e faville. Fortuna che si giunse in tempo a salvare il Cristo!
Nel corso della seconda guerra mondiale, constatato quanto lunghe e rapaci fossero le mani della soldataglia che imperversava nelle loro contrade, alcuni timavesi si affrettano a nascondere il Crocifisso in un luogo sicuro, ricoprendolo con un alto strato di fieno, e lo rimettono al suo posto una volta ripristinati l'ordine e la legalità.
E' opinione largamente condivisa che la vita si diverta a giocare tiri mancini quando meno te lo aspetti. Questa riflessione, scaturita dall'esperienza quotidiana degli uomini, dovrebbe riguardare esclusivamente la sfera delle umane vicende: chi mai si sognerebbe di estenderla alla sacralità di un Cristo Crocifisso? Eppure, nei primi anni '60 il Cristo del Letischn diventa suo malgrado protagonista di un curioso avvenimento che sembra uscito dalla scoppiettante fantasia di Giovanni Guareschi, il papà di don Camillo e Peppone.
Il fatterello che stiamo per raccontare trova una sua spiegazione logica nel clima elettorale che in quel tempo si respirava a Timau.
Si può tranquillamente affermare che allora il paese era diviso in due tronconi, i cui confini tradizionali coincidevano anche con la netta separazione in fatto di preferenze nel campo della politica. Nel "Pauarn", infatti, era largamente gettonata "Bandiera rossa", mentre nello "Scholeit" le simpatie della maggioranza andavano allo scudo crociato. All'approssimarsi delle elezioni, non si contavano sfottò e proclami di sicura vittoria indirizzati alla fazione avversaria, ma tutto rimaneva nell'alveo di una sana competizione, senza eccessi di alcun genere.
La passione politica, si sa, porta talvolta ad escogitare forme di propaganda inusuali e cosi accade che un bel giorno ci si accorga che qualcuno ha dipinto di un bel rosso appariscente anche il Cristo dei Letischn! La notizia fa rapidamente il giro del paese e, a parte qualche commento sconcertato, solleva più che altro divertito stupore perchè si capisce che in quel gesto non c'e niente di blasfemo; si potrebbe anzi scommettere che anche il Cristo, dietro la sua maschera di imperturbabilità, abbia compreso che l'ignoto pittore non coltivava intenti offensivi nei Suoi confronti e che abbia sorriso pure Lui, mormorando magari a fior di labbra un indulgente: "Banda di matti!".
Cose che succedevano in quegli anni e in quell'ameno paesino sotto la Creta, quando la gente aveva ancora voglia di frequentarsi in allegria.
Per inciso, sembra che ai giorni nostri le posizioni politiche dei due rioni si siano invertite, visto che nel Pauarn talvolta sventola la bandiera del Vaticano e che nello Scholeit ondeggia al vento il volto corrucciato di Ernesto "Che" Guevara.
Tornando al Cristo, le cronache paesane riportano che qualche giorno dopo Egli riacquistò un più neutrale colore bianco, grazie ad un paio di robuste mani di calce applicate sul rosso malandrino.
Di quanta immutata devozione, del resto, godesse il Crocifisso é testimoniato dal fatto che ogni Venerdì Santo Bepi Muser "Cjakaron" lo sistemava ben saldo in un punto perfettamente visibile dalla strada e lo inquadrava nel raggio di un potente riflettore, cosicché quando passava la processione diretta al Tempio Ossario tutti i partecipanti, senza eccezioni, si sentivano percorrere da un brivido alla vista di quello spettacolo solenne e suggestivo. Le ingiurie portate dal tempo e dall'età, purtroppo, non risparmiano niente e nessuno su questa terra e cosi un brutto giorno qualcuno è costretto a prendere coscienza che il Cristo é ridotto veramente male e che un ulteriore ritardo nelle operazioni di recupero potrebbe portare a danni irrimediabili. L'allarme viene prontamente raccolto da due giovani professionisti amanti del bello e dell'arte. Lei è Cristina De Leoni, studiosa e restauratrice, lui è Federico Mentil, valente architetto, entrambi timavesi.
Al termine di un primo, sommario esame del manufatto, i due esperti convengono che si debba al più presto mettere mano alle opre di restauro e per questo, posti al corrente i membri del Circolo culturale "Giorgetto Unfer" circa le modalità di esecuzione degli interventi previsti, ottengono da don Attilio, e dai proprietari del fabbricato sulla cui facciata è appeso il Cristo, l'autorizzazione a trasferire il sacro simulacro nei locali dell'ex-albergo "Al turista" perchè ne sia possibile un'analisi più approfondita che consenta di adottare le giuste tecniche d'intervento.
Pomeriggio del 22 maggio 1997. Cristina inizia il suo lavoro, ripulendo per prima cosa il Crocifisso dalle incrostazioni di calce e soprattutto dagli innumerevoli strati di vernice applicati senza risparmio nel corso degli anni; dal canto suo Federico, armato di metro, fogli e matita, si immerge in calcoli e misurazioni diretti ad individuare il punto che offra, sempre nella "Schtreta" dei Letischn, la posizione di maggior risalto possibile per il Cristo restaurato. Ben presto, però, si presenta l'immancabile problema della penuria di fondi a disposizione del Circolo necessari a coprire le spese dei lavori. Ecco allora scendere in campo le infaticabili Ivana Matiz e Laura Plozner che si accollano con santa rassegnazione lo sfibrante compito di organizzare la "questua". Grazie alla loro tenacia e alla proverbiale generosità dei timavesi, in breve tempo viene raccolta la rispettabile cifra di 1.292.000 lire. In una successiva occasione (la recita del Santo Rosario davanti alla Madonna del Borgo di Sopra) si raggranellano altre 181.600 lire, cui si aggiungono le 88.000 lire simpaticamente offerte nel mese di giugno dai clienti della pizzeria "Mexico". A questo punto, sul libretto Postale nr. 002754W, depositato in data 27 giugno 1997 presso l'Ufficio Postale di Timau ed intestato alla raccolta fondi "pro-Crocifisso", giacciono lire 1.541.600 (ventimila lire erano state impiegate qualche tempo prima per unanime decisione del Circolo culturale, nella tinteggiatura della cappella in località "Schiit"). Per inderogabili esigenze di studio e di impegni professionali, Cristina e Federico sono costretti a sospendere temporaneamente il loro lavoro; ma non recedono di certo dai loro propositi, tanto è vero che nell'estate del 1999 il loro prezioso apporto produce i frutti desiderati: dopo tante traversie, il Cristo dei Letischn ritrova tutto il suo fulgore originario, giusto premio alla bravura di due competenti e disinteressati operatori prestatisi con entusiasmo - e gratuitamente, si tenga ben presente - a conservare alla comunità un prezioso legame con la fede dei padri.
Ma Federico non si ferma qui. Allo scopo di dotare il Crocifisso di un efficiente riparo contro le intemperie, l'intraprendente architetto consulta il signor Elio Di Vora di Cercivento ed insieme costruiscono una robusta intelaiatura in legno di larice e abete (in totale 119 pezzi), lavorando nei ritagli di tempo libero, domeniche comprese. Venerdì 31 marzo 2000 in una sezione dell'intelaiatura viene collocata una busta contenente:
alcune notizie riguardanti il sacro manufatto, la descrizione delle varie fasi del restauro, i nomi di tutti coloro che hanno contribuito con offerte in denaro alla realizzazione dei lavori e una moneta di lire 200 del 1997, anno d'inizio delle operazioni di recupero;
4 fotografie: nella prima, anno 1992, compare il Cristo prima della "cura"; la seconda coglie Cristina impegnata in uno stadio della ricostruzione; la terza mostra una fase di approntamento dell'intelaiatura; la quarta riflette allegoricamente una parete vuota;
lo stemma simbolo del Giubileo dell'anno 2000.
Sabato primo aprile 2000 viene steso sul Crocifisso un velo di impregnante trasparente ed il giorno successivo sulla sua base viene inchiodata una tavoletta recante impresse a fuoco le date fondamentali della sua storia: 1668 – 1938 – 1961 – 2000.
Il successivo 14 aprile il signor Di Vora - anch'egli altamente encomiabile per l'importantissimo contributo donato alla riuscita del restauro - parte con la posa della copertura in rame ed in poco più di un'ora l'ultimo ritocco sancisce il completamento dei lavori: la lignea scultura è stata rimessa a nuovo. Nulla più impedisce, quindi, che il Cristo dei Letischn torni dove è sempre stato da ben trecentotrentadue anni.
Il 22 aprile del 2000, alle tre del pomeriggio, il glorioso Crocifisso ritorna nella "schtreta" del Borgo di Sopra, bello e splendente nella sua ritrovata magnificenza.
La breve cronaca riguardante il Cristo dei Letischn terminano qui. E' una storia scarna, certamente incompleta eppure affascinante per quel tanto di vagamente misterioso che il Crocifisso venuto da lontano si e sempre portato dietro sin dal suo primo comparire in paese. Non si é mai saputo con precisione, ad esempio, come si chiamasse il Plozner che ha avuto l'idea di andare in Austria a farsi scolpire un Cristo da portare a Timau e neppure chi ne sia stato l'artefice, là in Carinzia. Per quasi due secoli e mezzo, fino al 1909, non si è trovato uno scritto, o almeno un accenno, che riportasse al Cristo dei Letischn ed anche negli anni successivi ben poche volte Egli è salito aggi onori della cronaca.
Quasi ci fosse stata, da parte sua, la precisa intenzione di tenersi lontano dai clamori e dall'esaltazione religiosa che accompagnano generalmente il culto delle immagini sacre.
Tutto questo, comunque, non importa poi molto. Ai timavesi tutti è sempre interessato, interessa ed interesserà che l'amato Cristo della "schtreta" continui a vegliare su Timau e che non neghi mai a nessuno il conforto della sua misericordiosa protezione.
Rocco Tedino