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Oggi parliamo d’amore

Un cielo livido, percorso da nubi sfilacciate, che evoluivano in maniera incontrollabile, incombeva sulla piazzetta deserta e sulla chiesa che vi si ergeva, fiancheggiata da una decina di cipressi, cinque per lato, che sembravano farle da sentinelle. Raffiche improvvise di vento mescolavano rovesci di pioggia agli spruzzi di una vicina fontana. Il balenare frequente dei lampi illuminava la distesa di lucidi lastroni della piazza e la grigia mole del sacro edificio, il cui profilo appariva e spariva sullo sfondo scuro della sera. Ad un tratto scoppiò un gran tuono che fece tremare l’aria e poi rotolò lontano, infrangendosi contro le facciate delle case che si allineavano sull’altro lato della piazza, di fronte alla chiesa. Sembrò un segnale inviato alla pioggia che scatenò di punto in bianco tutta la sua furia. Si riversava scrosciando sul piazzale e sulle case, intrecciata in fitti fili che flagellavano i lastroni di basalto. Le nubi erano scure, basse, quasi sfioravano i comignoli delle abitazioni che sembravano accucciate sotto quel diluvio. Ben presto, a terra comparvero le prime pozzanghere che andavano rapidamente trasformandosi in piccoli laghi picchiettati da grosse gocce. Silvio e Francesca guardavano dall’androne di un portone, nel quale si erano rifugiati, quella riedizione del diluvio e sapevano che da un momento all’altro si sarebbero dovuti risolvere ad uscire nella tempesta, ma esitavano ancora, chiedendosi oziosamente se conveniva loro affrontare subito la furia degli elementi o aspettare che gli animali uscissero dall’arca. ”Che dici, proviamo a raggiungere la macchina?” propose Francesca, non troppo convinta, mordicchiandosi l’interno della guancia, un tic che compariva quando lei era agitata. “Fran, hai dimenticato che l’abbiamo lasciata ad almeno un chilometro da qui perché il tempo, quando siamo arrivati, era bello e abbiamo deciso di fare una camminata?” – rispose Silvio, continuando a scrutare nervosamente in direzione della massa buia in cui si nascondeva il cielo – “Chi poteva supporre che si sarebbe guastato in maniera così incredibile, senza alcun preavviso? Arriviamo col sole e un’ora dopo ci troviamo immersi in questa immensa doccia che continua a scaraventare giù acqua a secchi, accidenti a lei! No, non credo che tentare di raggiungere adesso la macchina sia una buona idea: prima di arrivarci, saremmo pronti per essere strizzati ed appesi ad asciugare. Aspettiamo che questa maledetta pioggia si calmi un poco, poi potremo avviarci. Anzi, già mi sembra che stia scemando…” A smentire clamorosamente l’uomo accadde un istante dopo qualcosa che fece sobbalzare lui e strappò un grido a Francesca. All’improvviso, con un fragore tremendo, un bagliore accecante esplose a qualche distanza da loro: un fulmine aveva scaricato la sua devastante potenza su un cipresso, una delle piante che erano cresciute nei pressi della chiesa. Il lampo e l’esplosione li stordirono per un lungo, terribile momento; poi Silvio, seppure a fatica, riuscì a mettere a fuoco l’immagine sul tronco bruciacchiato dell’albero: il fulmine lo aveva carbonizzato e spaccato in due fin quasi alle radici. Dei suoi rami frondosi non restavano che pochi moncherini anneriti e l’erba tutt’attorno era scomparsa, lasciando spazio ad un alone nerastro che si estendeva per metà piazza. Francesca, intanto gli si era stretta addosso, tremando di paura, e aveva nascosto la faccia sulla sua spalla. Silvio si riscosse, nascose il suo turbamento e si diede a tranquillizzare la sua amica, fino a quando gli occhi della donna, ancora scossi, non riemersero dal riparo contro il quale lei li aveva tenuti premuti, dirigendosi timorosi a fissare il luogo del disastro. Poi Francesca trasse un lungo respiro e un timido sorriso tremolò sulle sue labbra piene, illuminandole le linee del bel viso. “Stai bene?” si informò premurosamente Silvio, schiarendosi a sua volta la voce che ancora risentiva di un leggero tremore. Francesca lo fissò a sua volta e vide un uomo alto, snello, con i capelli brizzolati e un fisico discretamente in forma grazie al costante esercizio in palestra. Negli occhi chiari e penetranti, dietro le lenti degli occhiali senza montatura, guizzava ogni tanto un lampo di arguzia bonaria che tradiva la sua natura pronta allo scherzo e alla generosità. “Qualsiasi donna potrebbe innamorarsi di lui, ma lui vede solo me. Sta molto attento a non far trapelare i suoi sentimenti, ma io me ne sono accorta e un poco mi dispiace di non poterli corrispondere. Però, mai dire mai! Che cosa gli starà passando per la mente, adesso?” pensava Francesca, mentre si ricomponeva staccandosi da Silvio. Il quale, da parte sua, avrebbe voluto che la donna non avesse mai recuperato il suo equilibrio. Quanto avrebbe dato pur di poterla stringere nuovamente a sé, sentire il suo corpo aderire al proprio! Magari sarebbe esploso un altro tipo di fulmine, chissà…Ma intanto doveva accontentarsi di ammirare la perfetta figura di lei, la regolarità del suo viso illuminato da un paio di grandi occhi limpidi e incorniciato da una lucente massa di lunghi capelli neri. Il suo modo di muoversi indicava una grande raffinatezza nascosta nella semplicità dei modi e un’eleganza innata di portamento. Silvio Marni si era scoperto innamorato di Francesca Stefanini da molto tempo e il fatto che lavorassero insieme non contribuiva certo a semplificare la situazione. Erano due professori, lui di matematica, lei di letteratura italiana e storia, ed entrambi insegnavano presso un liceo di Roma. Silvio, un impenitente scapolo quarantaquattrenne, sapeva che Francesca, di due anni più giovane, era stata sposata per circa vent’anni con un uomo vivace, intelligente, amante delle lettere e dell’arte, curioso del mondo che lo circondava. Ma anche molto attratto dalle donne, verso le quali aveva sempre mantenuto un atteggiamento di cameratesca confidenza che sembrava accontentarsi del desiderio, un po’ narcisistico, di essere continuamente ammirato. Un paio di anni prima, sua moglie aveva notato un cambiamento di modi, nei rapporti coniugali, che dapprima l’aveva sorpresa, poi allarmata, finche non aveva scoperto l’amara verità: suo marito si era innamorato di un’altra, poi la storia si era interrotta, lasciandolo pieno di rimpianti. Francesca, ferita profondamente, non aveva voluto sentire ragioni e l’aveva scacciato, ma adesso era lei quella delusa ed amareggiata (e forse ancora innamorata). Di certo, non parlava volentieri della sua esperienza, neppure con Silvio, nei cui confronti nutriva sentimenti contrastanti, mai comunque espressi. Un po’ come capitava a lui, insomma. Adesso erano lì, in quel portone, ed attendevano che passasse la buriana, ognuno immerso nei propri pensieri. Erano capitati in quel paesino dell’entroterra romano perché Francesca aveva ricevuto l’invito di un suo vecchio conoscente, un antiquario che, insieme con quella dei mobili antichi, coltivava anche la passione per i documenti inediti di poeti del Novecento italiano. Qualche giorno prima, costui aveva telefonato a Roma ed aveva informato la sua amica di essere entrato in possesso di un manoscritto mai scoperto di Gabriele D’Annunzio, uno dei autori prediletti dalla professoressa. La notizia aveva gettato Francesca in un profondo stato di eccitazione, spingendola a subissare Silvio di richieste perché l’accompagnasse a Fontalba. Erano partiti da Roma nel primo pomeriggio e, giunti in paese, avevano lasciato la macchina in un parcheggio, avviandosi a piedi verso l’abitazione dello studioso (“Silvio, godiamoci questo bel sole di marzo”). La lunga passeggiata li aveva portati nella parte alta di Fontalba, in una zona lontana dai rumori del centro. La casa di Giulio Restelli, l’antiquario, era una costruzione a due piani, isolata dalle altre, bianca con rifiniture grigie, chiusa da un basso muretto di cinta. Al di là del cancello d’entrata di lucido legno di faggio, un giardinetto inalberava proprio al centro una palma tozza e robusta. Silvio e Francesca suonarono il campanello posto su un pilastro del cancello, senza ricevere risposta, e allora fecero un veloce giro esterno della proprietà, in cerca di qualcuno. Un vialetto lungo il lato sinistro della casa portava, nel cortile posteriore, ad un garage biposto la cui porta di legno, spalancata, mostrava l’interno del locale completamente vuoto ad eccezione di una fila di barattoli di vernice allineati contro la parete di fondo. Sulla destra del garage c’era un largo cortile, circondato da una siepe che proteggeva da sguardi indiscreti, e lì i due visitatori videro una donna di mezza età che stava piegando delle seggiole di plastica. Alla loro vista, la donna interruppe la sua attività e li fissò con uno sguardo interrogativo, senza parlare. Francesca spiegò che erano attesi dal dottor Restelli e che avrebbero gradito parlargli. La donna li invitò a tornare al cancello principale e poco dopo li introdusse nella casa, guidandoli attraverso un alto corridoio, privo di finestre, rischiarato dalla vetrata colorata di un lucernario che tagliava il soffitto per tutta la sua lunghezza, fino ad un salottino foderato di seta giallo tenue. L’arredamento del locale era sobrio, ridotto all’essenziale. Quattro profonde poltroncine dagli schienali ricoperti di velluto cremisi e un comodo divano tappezzato dello stesso colore circondavano un basso tavolino di legno scuro. Un mobiletto d’angolo completava la parete, mentre contro quella opposta si appoggiava una lunga scaffalatura colma di volumi di ogni colore e dimensione: moltissimi di essi davano l’impressione di essere stati consultati a più riprese. L’uomo alto, leggermente curvo nelle spalle, capelli bianchi ancora folti tagliati corti, che era intanto entrato nella stanza, avrebbe potuto tranquillamente posare per il ritratto di un gentiluomo dei tempi lontani. Di lui colpivano soprattutto gli occhi, neri e mobilissimi, e le mani dalle dita lunghe e sottili (“mani femminili” – pensò Silvio – “oppure quelle di un pianista”). “Buona sera, professoressa Stefanini, è un vero piacere vederla”. La voce era morbida, curata, in carattere col personaggio. Francesca sorrise, salutò tendendo la mano, e presentò Silvio. I due uomini si scambiarono i convenevoli di rito, quindi Restelli, compito e premuroso, chiese se gradissero un caffè. Alla risposta affermativa, l’anfitrione suonò un campanello e sulla porta del salottino si ripresentò la donna che li aveva accolti in casa. “Anita, per favore, ci porti tre caffè”. La silenziosa collaboratrice domestica fece un gesto d’assenso ed uscì. Allora Restelli si alzò ed aprì un cassetto del mobile d’angolo, estraendone un quaderno dalla copertina decorata da figure femminili e depositandolo sul tavolino. Francesca fece un passo avanti, ma in quel momento riapparve Anita reggendo un vassoio su cui erano deposte tre tazzine fumanti. Restelli e i suoi ospiti bevvero in silenzio, a piccoli sorsi, come se volessero prolungare il piacere dell’attesa, poi l’antiquario ruppe gli indugi: “Su, mettiamoci a leggere”. Fu, per Francesca, il segnale dell’attacco. Incapace di resistere oltre, in due passi fu accanto al tavolino, afferrò il corposo scartafaccio e lo aprì con gesti delicati e concitati insieme. Era una lunga opera poetica e già dai primi versi si capiva che l’argomento trattato era l’amore per una donna sconosciuta. Restelli le si sedette accanto, con un lieve sorriso, e la osservò mentre, completamente assorta, esaminava il manoscritto i cui fogli, stranamente intatti e non ingialliti dal tempo, erano ricoperti da una grafia minuta ed energica che rivelava un temperamento forte e deciso. Le parole erano state scritte con un pennino intriso in un inchiostro color blu. Non c’erano sbavature, solo qualche rara cancellatura. “Quante pagine sono?” chiese la professoressa ad un certo punto. “Io ne ho contate quarantuno” rispose l’antiquario che iniziò a leggere ad alta voce, mentre Francesca seguiva la traccia formulando le parole solo con le labbra. Silvio, dal canto suo, aveva capito di essere stato per il momento escluso dall’attenzione degli altri due e li guardava dal comodo abbraccio di una poltroncina, mentre brandelli di conversazione gli giungevano attutiti dal tono basso delle voci: “Il «Notturno» raccoglie appunti, meditazioni, frammenti di ricordi, motivazioni autobiografiche…” “Tieni presente che le novelle ambientate sulle rive della Pescara d’Abruzzo sono da considerare un tributo pagato dal Poeta alle fonti originarie della sua prosa, cioè il realismo francese alla Zola e soprattutto il verismo…” “Sì, ma non dimenticare che «Il piacere» d’altra parte rappresenta la piena adesione di D’Annunzio al decadentismo estetizzante e sensuale…” “Pensa che il protagonista de «Il trionfo della morte» si lascia trasportare dalla musica con cui Wagner ha rivestito la favola di Tristano e Isotta…” La cosa andò avanti così per circa due ore, finché Francesca non si raddrizzò con un sospiro e chiuse il manoscritto, soddisfatta della lettura. Altra offerta di beveraggi (rifiutata), solenne promessa di rivedersi ancora per parlare di D’Annunzio, saluti reciproci e i due visitatori si ritrovarono in strada, sotto un cielo diventato una pozza d’inchiostro, stavolta nero. Francesca e Silvio si incamminarono velocemente verso il parcheggio, ma dopo nemmeno dieci minuti di marcia sostenuta dovettero arrendersi alla pioggia scrosciante, rifugiandosi nell’androne in cui l’inizio di questa storia li ha scovati. “Chi sa se D’Annunzio si è mai trovato in una situazione del genere…” brontolò Silvio, buttando là una sciocchezza per dissipare il cattivo umore di cui si sentiva pervaso. La sua amica intuì il dispetto che in quel momento lo tormentava e, quasi a volersi scusare per averlo trascinato in quella seccante avventura, rispose con un tono che voleva essere leggero: “Non credo e comunque D’Annunzio si sarebbe consolato subito, scrivendo sul momento qualche bella poesia d’amore.” “Sì, adesso magari ti aspetti che mi travesta io da poeta e ti dedichi una quarantina di pagine di alati versi amorosi! Per quanto…” e Silvio lasciò la frase volutamente in sospeso, aspettando che Francesca vi si aggrappasse. Come infatti successe: “Per quanto cosa? Vuoi dire che saresti capace di scrivere un’opera poetica dedicata a qualche donna in particolare?” L’assist (per usare un termine sportivo) era troppo scoperto perché Silvio abboccasse, ma egli volle ugualmente stupire la sua cara professoressa: “Beh, e che ci sarebbe di strano? Ascolta: chi può mai giudicare l’amore? E chi può fissare il termine della voluttà e il termine del tormento? E dove il male cessi di essere il male e il bene cessi di essere il bene?” “Silvio!” la voce di Francesca si alzò stridula per la sorpresa “Ma questo è D’annunzio in «Forse che sì, forse che no»! Tu come diavolo fai a conoscere quel passo?” “Io leggo molto, che credi” Silvio tentò scherzosamente di apparire offeso, poi decise di confessare: “Mentre voi due eravate immersi nella contemplazione del manoscritto, ho preso un libro a caso dalla biblioteca di Restelli, e sulla prima pagina c’era, guarda la combinazione!, questa frase del tuo D’Annunzio. Ho deciso di impararla a memoria, sapendo che presto o tardi si sarebbe presentata l’occasione per fare bella figura con te. Tutto qui. Certo che il tuo poeta aveva una concezione particolare dei limiti etici entro cui può muoversi un sentimento amoroso…” “No, voleva solo dire che l’amore, essendo un sentimento tutto sommato istintivo, non è soggetto ad alcuna regola di carattere morale. In un rapporto d’amore, insomma, non si possono fissare i cosiddetti paletti, ma il suo percorso dev’essere libero e spontaneo.” L’assist (per usare un termine sportivo) era troppo scoperto perché Silvio abboccasse, ma egli volle ugualmente stupire la sua cara professoressa: “Beh, e che ci sarebbe di strano? Ascolta: chi può mai giudicare l’amore? E chi può fissare il termine della voluttà e il termine del tormento? E dove il male cessi di essere il male e il bene cessi di essere il bene?” “Silvio!” la voce di Francesca si alzò stridula per la sorpresa “Ma questo è D’annunzio in «Forse che sì, forse che no»! Tu come diavolo fai a conoscere quel passo?” “Io leggo molto, che credi” Silvio tentò scherzosamente di apparire offeso, poi decise di confessare: “Mentre voi due eravate immersi nella contemplazione del manoscritto, ho preso un libro a caso dalla biblioteca di Restelli, e sulla prima pagina c’era, guarda la combinazione!, questa frase del tuo D’Annunzio. Ho deciso di impararla a memoria, sapendo che presto o tardi si sarebbe presentata l’occasione per fare bella figura con te. Tutto qui. Certo che il tuo poeta aveva una concezione particolare dei limiti etici entro cui può muoversi un sentimento amoroso…” “No, voleva solo dire che l’amore, essendo un sentimento tutto sommato istintivo, non è soggetto ad alcuna regola di carattere morale. In un rapporto d’amore, insomma, non si possono fissare i cosiddetti paletti, ma il suo percorso dev’essere libero e spontaneo.” “Ma allora D’Annunzio aveva precorso non di poco i tempi!” esclamò Silvio con malcelata ammirazione “Oggi ignorare i paletti, in amore o in altro, è abitudine consolidata.” Francesca si volse a guardarlo con un misto di sospetto e curiosità: dove voleva arrivare? Ma l’uomo non le dette il tempo di formulare domande: “Guarda, la pioggia è quasi cessata, sbrighiamoci ad andarcene.” Così dicendo, prese Francesca sottobraccio e sveltamente si avviò verso la parte bassa del paese, alla volta del parcheggio. La donna doveva affrettare sensibilmente il passo per stargli dietro, ma non si lamentava e fu con vero sollievo che una mezz’ora più tardi si ripararono finalmente nell’accogliente rifugio della loro automobile. “Mio Dio, non speravo più di vederti per chissà quanto tempo” fece la professoressa rivolgendosi all’autovettura, mentre Silvio metteva in moto senza una parola, ma con un sorriso soddisfatto sulle labbra. Sistematisi a loro agio, poco dopo uscirono dal paese e Francesca riprese la conversazione dal punto in cui l’avevano interrotta: “Perché dici che attualmente nel campo dell’amore non vanno più di moda divieti e limitazioni?” “Perché basta ascoltare cosa dicono, ad esempio, i nostri ragazzi quando a scuola, nei corridoi e persino in aula, si lasciano andare a considerazioni sui rapporti di coppia. Sai qual è la convinzione generale? «L’amore sta scomparendo, sostituito sempre più dal sesso». Il sesso, bisogna ammetterlo, è più facile, meno impegnativo e non viene più sentito come colpa. In realtà l’amore continua ad esserci, basta guardare i film, le fiction e i libri letti per rendercene conto. Ma il modo in cui appare è diverso, diverso il modo in cui si sviluppa. Mi segui?” Francesca, colpita dal ragionamento, annuì e Silvio riattaccò: “Vedi, ormai ci siamo resi tutti conto che le esperienze sessuali sono sempre più precoci: questo fatto genera un gigantesco equivoco poiché, nella maggioranza dei casi, l’amore si presenta sotto forma sessuale ed allora, tanto per il ragazzo come per la ragazza, è più difficile capire se quello che provano è una forte attrazione erotica o vero innamoramento. Cosa, ad onor del vero, meno importante per i maschi perché cambiano volentieri, mentre le ragazze cercano un rapporto più intenso e, dopo qualche tempo, restano deluse. D’altra parte i maschi, contenti di avere il sesso facile, diventano poi prudenti quando devono abbandonarsi all’amore perché desiderano una donna fedele, tutta loro. Può sembrare una contraddizione in termini, ma non lo è per la semplice ragione che…maledizione, guarda qui che roba!” L’imprecazione era dovuta alla constatazione che il tratto di strada che si apriva loro davanti era diventato completamente dissestato. La recente pioggia aveva provocato cedimenti e piccole frane della banchina per un buon centinaio di metri e in più punti la carreggiata era divenuta talmente stretta da costringere il guidatore a rallentare a passo d’uomo, reclamando tutta la sua attenzione. Silvio, con maestria, superò brillantemente quel segmento di percorso pericoloso, esalò un robusto sospiro di sollievo, poi lanciò un rapido sguardo a Francesca, che fingeva tranquillità, quasi volesse invitarla a riprendere subito la conversazione. Lei non si fece pregare: “Scusa, ma quello che sostieni porterebbe a concludere che la gente non si innamora più!” Silvio scrollò la testa, sorrise e spiegò: “Naturalmente tutti, presto o tardi, si innamorano e tendono a sviluppare una conoscenza reciproca che consenta ad entrambi di far emergere aspirazioni e desideri, per quanto profondi essi possano essere. Occorre, perciò, saper ascoltare, saper chiedere, sapersi donare. Ma nel mondo moderno, dove tutto è veloce, molti vogliono vivere il loro amore in fretta, nel presente. Col risultato che, finita l’ebbrezza erotica, scoprono di non conoscersi e si accusano a vicenda di non essere come avevano immaginato.” Francesca ascoltava e scuoteva la testa. Sembrava indispettita da qualcosa e lo si capì dal fatto che per la replica scese l’ironia: “Così, secondo te, può capitarci di incontrare uomini e donne che cambiano partner ogni anno, ma sempre con minor fiducia di trovare l’amore pieno e totale che desideravano…” Silvio si accorse che la conversazione si era avventurata su un percorso minato e tentò di porvi rimedio. Capì che Francesca stava rivivendo l’esperienza sentimentale che tanto l’aveva segnata e non voleva assolutamente turbarla. Poi, intravide una linea di condotta che gli sembrò particolarmente adatta alla difficile situazione: “No, Francesca, non voglio certo difendere l’idea che individuare una preda e darle la caccia, neanche fosse una gara a premi, sia dignitoso ed accettabile per ogni essere umano che abbia un minimo di dignità. Credo, tuttavia, che dipende da questo tipo di comportamento, purtroppo diffuso, se talvolta il grande amore sboccia tardi, quando la coppia si abbandona ai sentimenti e cerca di realizzare una intimità profonda. Allora entrambi scoprono stupiti che l’amore non solo produce piacere erotico straordinario ed intense esperienze, ma è anche allegria, scherzo, gioco. Pensa a quanto può essere bello e gratificante aspettare il tuo amato alla stazione o viaggiare insieme in metropolitana!. Questo porta a rifarsi a modelli originali di amanti, da sempre imitati più o meno fedelmente. E a ciascuno il proprio amato appare come il premio per tutto ciò che di buono e di bello ha fatto nella vita. Per cui, stringendolo fra le braccia, prova un esaltante sentimento di esultanza e di orgoglio.” Così dicendo, Silvio si volta e per un attimo sembra protendersi verso Francesca, come se avesse intenzione di mettere in pratica le teorie appena espresse. La donna ha un movimento speculare che provoca nel suo amico un esaltante illusione: vuoi vedere che è giunto lo stupendo, eccitante momento della confessione tanto attesa a tanto desiderata? Fran sta forse per ammettere che anche lei mi ama? Arriva, invece, la disillusione, amara e cocente: “Silvio, fermati, siamo arrivati a casa mia.” Silvio si riscuote, si guarda intorno, blocca la macchina. Francesca gli lancia un breve sguardo in cui navigano sensazioni contrastanti ed indecifrabili, poi gli scocca un veloce bacio su una guancia, lo ringrazia, con voce stranamente roca, del bellissimo pomeriggio che le ha regalato e corre via senza voltarsi. Silvio sospira mestamente, inserisce la marcia e riparte lentamente, dirigendosi alla volta di casa sua. La notte si è fatta serena, silenziosa. Il cielo è un luccichio di stelle. Rocco Tedino
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