….la Tradizione, quella somma di riti ed usanze che caratterizzavano alcune importanti ricorrenze, fossero religiose o civili, rivestendo anche il non trascurabile ruolo di spinta all’aggregazione tra individui, se non tra famiglie, del borgo oppure del paese intero. Certi cerimoniali così peculiari di Timau assumevano spesso significati che travalicavano la semplice voglia di trascorrere qualche ora in allegria per esprimere forte attaccamento a valori profondamente radicati nel sentimento religioso, sociale ed economico della comunità timavese. Oggi, purtroppo, alcune consuetudini, che da tempi immemorabili avevano accompagnato la celebrazione di avvenimenti festivi, non vengono più riproposte e la storia del paese si riscopre obiettivamente un po’ più povera.
“” Miar bincnenck a Hailigis, glickligis nojs joar ( Vi auguriamo un nuovo anno fortunato e santo”” e “”Miar aa enck, geats in Gotsnnoom (Anche noi a voi, andate nel nome del Signore)””: queste erano le due frasi che più spesso riecheggiavano nella mattinata del primo giorno di ogni nuovo anno. A Capodanno, infatti, gruppi di bambini iniziavano a bussare di buon mattino alle porte delle case, augurando un felice anno nuovo e i residenti, che li accoglievano tra le loro mura con sollecitudine e simpatia, ricambiavano di buon cuore i fausti auspici, accompagnando il congedo col dono di frutta secca, mandarini, caramelle, tavolette di cioccolato portato degli emigranti e più tardi anche soldini. Al termine del lungo giro, i piccoli messaggeri di pace e di serenità inventariavano il loro…bottino e se lo spartivano in sana allegria. Se l’erano più che meritato, riconosciamolo! A partire dalla metà degli anni ’80 questa usanza è stata abbandonata e si tende ad addebitarne la scomparsa al numero sempre più ridotto di bambini che abitano a Timau. Ciò è vero solo in parte, perché il paese non è completamente privo di piccini e quindi esisterebbe ancora la possibilità di vedersi comparire alla porta di casa teneri visetti, magari arrossati dal freddo, che augurano buon anno.
Ogni cinque di gennaio, poi, vigeva l’uso della benedizione dell’acqua, rito che si ripete anche ai giorni nostri, ma con modalità sostanzialmente diverse dall’originale.
In chiesa si andava recando ciascuno un recipiente colmo d’acqua (pochissimi attingevano alla vaschetta già pronta nei pressi dell’altare); si portavano, inoltre, a benedire ago e filo da cucire, sale, una cipolla. Di ritorno a casa, l’acqua assolveva a precise funzioni: innanzitutto, ciascun membro della famiglia ne beveva un sorso come atto di purificazione dell’anima, poi si riempiva del prezioso liquido una bottiglietta da appendere nella stalla perché proteggesse gli animali ed infine si riforniva del rimanente le piccole acquasantiere dislocate nella camere. Quest’acqua serviva alla lieta incombenza di benedire la sposa il giorno del matrimonio, prima che uscisse di casa, oppure al triste compito di porgere l’ultimo saluto al defunto da parte dei dolenti. Il destino dell’acqua eventualmente risultata d’avanzo dall’anno precedente era piuttosto curioso, ancorché motivato dalla volontà di impetrare la benedizione divina, perché con parte di essa si lavavano i davanzali e i pavimenti, mentre il rimanente finiva nell’abbeveratoio degli animali. Il sale, infine, veniva prevalentemente usato in casa, ma non di rado era versato nel pastone degli animali.
Da un po’ di anni la celebrazione della festività di San Giuseppe, come di tante altre ….consorelle, viene spostata alla domenica successiva. Dicono che questo accorgimento sia stato adottato per evitare che il ritmo lavorativo nazionale subisse deleterie interruzioni infrasettimanali. Andando a memoria, soltanto il Natale si è salvato da questa specie di trasloco coatto. Forse l’hanno deciso per regalare agli italiani l’illusione che nulla sia cambiato, in fatto di cerimonie religiose . Resta il fatto che tante ricorrenze ecclesiastiche, un tempo importanti punti fermi nel calendario della devozione, oggi abbiano perduto gran parte del loro semplice e profondo incanto di appuntamenti con la tradizione cattolica più cara ed antica, decretando, loro malgrado, anche il declino di usanze nate e coltivate in stretta simbiosi con l’avvenimento celebrato . A Timau, per dire, lo spostamento della festa dedicata da decenni al papà putativo di Gesù ha comportato l’abbandono di una consuetudine che era indissolubilmente legata alla vigilia di quel giorno particolare: il lancio delle “schaibn”, quelle rotelle infuocate che rappresentavano la ghiotta occasione per scoprire alcuni simpatici altarini nell’ambito della sfera affettiva di tanti giovani del paese.
Sin dal primo pomeriggio del 18 marzo, i ragazzi sceglievano la posizione più adatta sulle pendici delle alture sovrastanti il Bût (nel corso degli anni si è passati dalle “Cupindies” al “Satali”, quindi alle “Schain Pichali”), vi ammucchiavano legna e sterpaglia in gran quantità e preparavano le rotelle di faggio secco necessarie alla riuscita dell’evento. All’imbrunire ciascuna rotella, accesa al fuoco di un falò che ardeva nei pressi, veniva scagliata verso il basso. La prima rotella era dedicata tradizionalmente alla coppia più famosa della cristianità, Maria e Giuseppe, mentre la seconda citazione spettava a Santa Gertrude quale patrona di Timau; a seguire, le segnalazioni riguardanti giovani del paese. Mentre il dischetto fiammeggiante disegnava nel cielo un arco di faville, il suo volo era accompagnato dai nomi urlati dei due giovani che costituivano la coppia indicata dalla “vox populi”
E pazienza se talvolta gli accoppiamenti erano del tutto cervellotici…
Se la “schaiba” esauriva la sua corsa nelle acque del fiume, per la coppia ad essa abbinata si spalancava un avvenire roseo e duraturo; se invece la rotella incandescente si frantumava in volo o atterrava sul greto sassoso, allora i due giovani citati erano a forte rischio di rottura del loro rapporto amoroso. Tutto questo avveniva alla presenza di allegri spettatori che, radunatisi sulla strada, commentavano ogni lancio con risate e divertiti commenti, specialmente se gli “operatori” svelavano l’esistenza di una coppia che avrebbe preferito mantenere un discreto anonimato….
Da una quindicina di anni anche questa usanza si è interrotta e non è mai più ripresa. Le ragioni della decisione non sono mai state del tutto chiarite. Forse gli organizzatori storici della cerimonia non hanno accettato che il lancio delle “schaibe” avvenisse in un giorno diverso dallo…onomastico ufficiale di San Giuseppe e si sono rifiutati di mantenere in vita la simpatica tradizione delle care, vecchie rotelle infuocate scagliate a disegnare nel cielo archi di faville che parlavano di cuori innamorati.
Rocco Tedino