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Chi ha dato i natali a Giulietta e Romeo?

Siamo a Verona, in una qualsiasi domenica d’estate illuminata da un sole in forma smagliante. Una coppia di giovanissimi teneramente allacciati, la testa di lei posata sulla spalla di lui,  si è bloccata al centro del cortile di casa  Capuleti, così pittoresco  con i mattoni a vista, e non distoglie lo sguardo dal  balcone reso celeberrimo da William Shakespeare che lo cita nell’indimenticabile incontro tra Giulietta e Romeo, descritto all’inizio del secondo atto della tragedia. Un alto muro laterale, che si erge a destra del balcone, è tappezzato da un fitto manto di edera che spiove dalla sommità fin quasi al suolo. Accanto all’entrata, una statua di bronzo a grandezza naturale, rappresenta una giovane donna, presumibilmente Giulietta. Ogni visitatore, congedandosi,  si attarda nel compimento di un gesto considerato portafortuna,  non si sa bene in base a che cosa: accarezza un seno della scultura, talché il bizzarro rito apotropaico, ripetuto per decenni, ha ormai conferito a quella parte anatomica una lucentezza sottilmente ambigua.

Gli occhi dei due giovani esaminano lentamente,  con avida attenzione, ogni particolare del verone, assorbono ogni stilla dell’atmosfera di magica irrealtà che avvolge il luogo.  La loro partecipazione emotiva è talmente intensa che sognano ad occhi aperti. Si sentono trasportare indietro nel passato, in un altro tempo, fino ad oltre settecento anni fa. E mentre ad oriente il cielo si tinge di un vago barlume perlaceo, respingendo lontano il buio delle tenebre, essi sollevano lo sguardo ad una bianca figura apparsa  sul balcone, lassù in alto, e ne ascoltano  l’accorato  rammarico:

 “…O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo?...”                                                                                   

Ma non è ancora tempo di tuffarci nell’incanto della poesia e perciò accantoniamo  provvisoriamente l’aspetto squisitamente letterario della tragedia shakespiriana perché conviene spendere alcune parole sui due luoghi-simboli che videro nascere e morire l’infelice amore tra gli sventurati protagonisti dell’opera, cioè casa Capuleti e la tomba di Giulietta. E giacché ci accingiamo a parlarne, togliamoci subito un antipatico dente: Giulietta e Romeo non sono mai esistiti, sono un’invenzione da poeti. Di conseguenza, qualsiasi elemento collegato alla loro storia è falso e riveste la sola funzione di complementarietà alla vicenda. Non si tratta di tributare un ennesimo omaggio alla dilagante tendenza ad attaccare credenze saldamente radicate nella memoria popolare da secoli di sopravvivenza, con l’intento di screditarle dimostrandole false (sostiene Andrea Camilleri, tra il serio e il faceto, che con tutti i revisionismi storici tanto di moda negli ultimi tempi, può anche capitare di leggere che Hitler, in realtà, era uno pagato degli ebrei per farli diventare vittime compatite in tutto il mondo), ma di affrontare un delicato argomento con la dovuta onestà intellettuale.  Detto questo, procediamo sulla strada della presentazione dei luoghi più importanti del racconto, come se si trattasse di siti reali. La decisione contiene un grandioso paradosso, non c’è dubbio, ma d’altra parte leggenda e razionalità talvolta si mischiano ed allora la vita diventa veramente irresistibile!

Casa Capuleti, la presunta dimora dell’eroina, si trova in un edificio duecentesco sito a metà della centralissima via Cappello, naturalmente in Verona. A partire dal XVI secolo era stata adibita prima ad albergo con stallo, poi semplicemente a stallo. Nei secoli successivi aveva imboccato un lento, inesorabile declino e sembrava avviata allo sfacelo totale, finché il Comune di Verona, sotto la spinta di numerose voci critiche, l’aveva comperata nel 1936. Restaurata da quell’Antonio Avena, responsabile dei musei veronesi, che avrebbe legato il suo nome al recupero della “tomba” di Giulietta, la casa subirà l’imposizione di elementi eterogenei derivanti da stili diversi e lo stesso fatidico balcone non sfuggirà alle fondate critiche di esperti del ramo, che ne denunceranno la falsa pretesa di autenticità. E passiamo all’altro clamoroso caso di “aggiustamento della realtà”,  per usare una caritatevole metafora: la tomba di Giulietta.

Nell’orto dell’ex-convento di San Francesco al Corso (che risaliva al XII secolo), giaceva un antico sarcofago di marmo rosso, non un abbeveratoio o una vasca, come da qualche parte ipotizzato, ma proprio un sarcofago, forse risalente all’età romana. Privo di coperchio, completamente vuoto, sembrava abbandonato all’oblio più completo. Ed invece… All’inizio dell’800 qualcuno, non si è mai saputo con precisione chi, diffuse  la voce che in quel sarcofago erano giaciute nientemeno che le spoglie mortali di Giulietta! Sembra inverosimile, ma si trovò subito qualcuno che credette alla fola e così in breve tempo la diceria attecchì, attirando attorno all’avello folle di pellegrini giunti a rendere dolente omaggio ad una fanciulla tanto grande quanto sfortunata. E si fosse trattato soltanto di ingenui popolani illetterati e creduloni!  Macché, il numero di poeti, scrittori e addirittura personaggi di lignaggio reale,  che nel corso degli anni successivi considerarono un ineludibile impegno far visita al  sarcofago, strabilia per fama ed importanza: Madame de Staël, George Byron, Maria Luisa d’Austria, vedova di Napoleone, Claude Valéry, Heinrich Heine, Charles Dickens e Alfred de Musset dedicarono molte pagine, in genere commosse,  (tranne Dickens, che espresse con caustico stile la  profonda delusione provata alla fine del viaggio a Verona),  al tragico amore dei due giovanissimi amanti della città scaligera. Ma le ingiurie del tempo e l’incuria dell’uomo minacciavano di arrecare gravi danni permanenti a quel sepolcro divenuto tanto caro alla pietà popolare. Fu il già citato Antonio Avena che risolse l’annoso problema, dopo aver superato ogni ostacolo burocratico: nel 1937 riuscì a far allogare il sarcofago all’interno dell’ex-convento, “…in due vani sotterranei di ignota destinazione, probabilmente cantina, camuffati ad imitazione di cripta…” come scrisse all’epoca il Soprintendente ai musei Alfredo Barbacci.  E da allora, quel sarcofago è sempre rimasto lì, finta tomba in una finta  cripta, esposto all’incessante afflusso di visitatori soggiogati dalla fama della dolce Giulietta.

Pagato doveroso pegno agli aspetti più prosaici della storia,  assaporiamo il piacere  di accostarci alla poesia di alto livello.  Ricordato  che Shakespeare si ispirò, per scrivere la sua “Romeo and Juliet”, ad una novella di Luigi Da Porto, poeta e scrittore friulano (1485-1529), partiamo proprio da quest’ultimo per inoltrarci nel racconto delle lacrimevoli vicende in cui furono coinvolti due giovanissimi rampolli di illustri famiglie veronesi, innamoratisi a dispetto dell’odio implacabile che intercorreva tra i loro consanguinei, odio che alla fine li portò a preferire la morte alla separazione.

La novella del Da Porto  fu composta nel 1524 e uscì a Venezia (1530 circa), in una prima edizione senza indicazione di data, con il titolo Historia  novellamente ritrovata di due giovani amanti. Una seconda edizione vide la luce nel 1535. Nel suo lavoro, l’autore si rifà alla novella di “Mariotto e Giannuzza”, scritta da Masuccio Salernitano, ma solo per alcuni limitati spunti, da lui comunque arricchiti in maniera assolutamente originale. La Historia è preceduta da una dedica indirizzata ad una parente del Da Porto, madonna Lucina  Savorgnana, che ha il compito di collocare storicamente la novella. L’autore racconta che, essendo triste per un amore infelice, mentre si recava come soldato veneziano da Gradisca a Udine, era stato consolato da un compagno di viaggio veronese di nome Peregris, che gli aveva raccontato la storia di due infelici amanti. All’epoca in cui Bartolomeo della Scala è signore di Verona (1301-1304), si contendono la supremazia cittadina due famiglie rivali, i Montecchi e i Cappelletti (attenzione: la notizia non ha assolutamente base  o riscontri storici e deriva da un’erronea interpretazione di un verso del canto VI del “Purgatorio” di Dante). Una sera, Romeo Montecchi partecipa ad un ballo mascherato nel palazzo della famiglia Cappelletti e si innamora istantaneamente della giovanissima Giulietta, figlia dei padroni di casa. Finito il ballo, mentre è nascosto sotto il balcone della fanciulla, Romeo la sente parlare e capisce che il suo amore è ricambiato. Dopo un appuntamento, i due amanti decidono di farsi sposare segretamente da frate Lorenzo, ma la situazione precipita. Mentre sta per recarsi in chiesa, Romeo si imbatte nel cugino di Giulietta, Tebaldo, rissoso ed attaccabrighe, che provoca in tutti i modi il suo nemico. Romeo cerca di evitare il duello, ma inutilmente: l’intervento dei suoi servi provoca la morte di Tebaldo. Per evitare l’arresto, il giovane è costretto ad abbandonare la città, lasciando nella disperazione Giulietta la quale, tra l’altro, ha appena saputo che suo padre vuole darla in sposa al conte di Lodrone. Interviene allora frate Lorenzo che ha architettato un piano del quale mette subito al corrente la ragazza.  Giulietta dovrà fingere di accettare le nozze e alla vigilia delle stesse il frate le farà bere un infuso che la farà apparentemente morire. Al suo risveglio, egli la porterà fuori città dal suo Romeo. Ma questi, ignaro del progetto perché non ha ricevuto il messaggio della fanciulla, la crede morta ed allora, penetrato nella cappella in cui giace Giulietta, si uccide con il veleno proprio mentre la giovane si sta riavendo dall’effetto del narcotico. Giulietta non regge al dolore e muore di crepacuore, mentre frate Lorenzo racconta a Bartolomeo della Scala l’infelice vicenda dei due amanti, riuscendo ad ottenere la riconciliazione delle due famiglie.

La novella del Da Porto, ricca di alcuni interessanti elementi narrativi, espressi con stile piano e lineare, ebbe subito un gran successo e ad essa si richiamarono diverse versioni successive, in versi ed in prosa, in lingua italiana, francese, spagnola e inglese. Niente di più probabile, perciò, che una copia del lavoro sia capitato nella mani di William Shakespeare, ispirandone il genio a consacrare all’immortalità  un capolavoro assoluto della letteratura mondiale di tutti i tempi come “Romeo e Giulietta”, scritta nel 1596. La novella del Da Porta e la tragedia di W. S. coincidono in parecchi punti: in gran parte della storia,  nell’onomastica dei personaggi (i nomi dei due protagonisti, delle loro famiglie, di frate Lorenzo, di Mercuzio,  di Tebaldo) e dei luoghi (Verona e Mantova, dove Romeo si rifugia dopo il bando).  I due racconti  differiscono, tuttavia, in alcuni particolari. Anziché d’estate, ad esempio,  il Da Porta colloca le vicende della sua novella nella stagione invernale, tanto è vero che Romeo, dopo aver dialogato con Giulietta per notti e notti, lei sul balcone e lui in giardino, è costretto a chiedere rifugio nella stanza di lei per la buona ragione che sta nevicando ed egli é completamente intirizzito. La possibilità delle nozze clandestine si profila proprio a seguito di  questa circostanza, poiché la modestia di Giulietta vieta a Romeo di entrare nella sua stanza prima che il loro amore sia benedetto da Dio sull’altare. La figura di Mercuzio è appena accennata e non entra in alcun modo nella morte di Tebaldo. Appare sfumato anche il personaggio della balia. Romeo non apprende la notizia della morte apparente di Giulietta solo perché il frate messaggero non lo trova in casa. Il veleno non viene dato dallo speziale, ma si trova nel bauletto che Romeo si era portato dietro a Mantova, durante la sua fuga da Verona. Trangugiato il veleno nella tomba dei Capuleti, Romeo, prima di morire, fa ancora in tempo a scambiare qualche parla d’amore con Giulietta che si era nel frattempo risvegliata. Morto Romeo, Giulietta decide di seguirlo nell’aldilà e, sorda alle esortazione del frate che era giunto a trarla dal sepolcro, si uccide in un modo orribile: trattenendo il fiato e soffocandosi, dopo aver  lanciato un urlo terribile.

Sul finire del ‘500, dunque, vede la luce la versione più nota (ed anche, senza dubbio alcuno, la più ricca di sublime poesia) dello sventurato amore di due giovani, guidati dal genio di Stratford-on-Avon a bruciare la loro tragica esperienza in meno di ventiquattro ore. Trascorrono quindi almeno un paio di secoli, prima che il mito di Giulietta e Romeo esploda fragoroso a Verona, la città in cui la vicenda è ambientata, che sfrutta come meglio non potrebbe la mirabolante idea del ritrovamento della tomba di Giulietta! In men che non si dica, nella città scaligera si scatena una vera caccia al particolare che possa conferire il crisma dell’autenticità alla storia raccontata da Shakespeare.  Abbiamo visto come egregi studiosi, l’Antonio Avena in primis, si siano strenuamente dati da fare per assicurare una patente di genuinità ad una pura e semplice leggenda, battezzando una  casa qualsiasi come quella dei Capuleti e trasformando un antico sarcofago nel sepolcro di una fanciulla mai esistita. Non c’è che dire: tanto di cappello ai veronesi che, con sagace senso del commercio, hanno saputo, per oltre due secoli, attirare  nella loro bella città stuoli di turisti, convogliandoli ad ammirare il prodotto di una accorta e lungimirante opera di promozione e valorizzazione di un evento storico che di storico non ha assolutamente alcun fondamento…

Finché, nel 2008, quindi appena tre anni fa, irrompe sulla scena la dottoressa Francesca Tesei e spariglia notevolmente le carte.  Eccoci all’antefatto.

La dottoressa, appassionata studiosa di storia friulana,  qualche anno prima rilegge attentamente la novella scritta dal Da Porta e si accorge che dal confronto tra alcune descrizioni di siti citati nel lavoro dello scrittore cinquecentesco e le vestigia di edifici ancora visibili in Udine si può trarre una esaltante, ed in parte sconvolgente, conclusione: l’amore infelice, attribuito da Luigi Da Porto ad una coppia di amanti immaginari, aveva veramente amareggiato i suoi giorni di soldato gravemente ferito e perciò impossibilitato a sposare la donna della quale egli era perdutamente innamorato, Lucina Savorgnan Del Monte, sua lontana cugina. Erano loro due, in definitiva, i veri Giulietta e Romeo, altro che i due mitici giovanetti veronesi! La dottoressa Tesei decide allora di effettuare una ricerca a tutto campo, condotta con estrema cura ed attenzione. Rinfresca i suoi ricordi in materia ripassando l’esito degli studi condotti, in ben quarant’anni di lungo impegno, da Cecil H. Clough, professore dell’Università di Liverpool e autorevole studioso del Rinascimento Veneto ( colui  che, nel 1960, aveva presentato ad Oxford  una tesi di dottorato consistente in un’edizione critica delle Lettere storiche di Luigi Da Porto) e nel 2006 pubblica il volume dall’inequivocabile titolo “Giulietta e Romeo. L’origine friulana del mito” scritto con la collaborazione  del dottor Albino Comelli. Nell’aprile  il Messaggero Veneto dedica un’intera pagina  a quella storia udinese respinta ingiustamente nelle nebbie dell’oblio, una storia che potrebbe finalmente squarciare il velo sull’origine storica del mito di Giulietta e Romeo. La dottoressa Francesca Tesei, l’autrice del  lungo e dettagliato articolo dal quale attingeremo a piene mani, virgolettando ogni inciso integralmente riportato, si dice certa che la vicenda dei due disgraziati innamorati sia nata a Udine, nell’attuale piazza Venerio, e che sia stata raccontata per primo dal suo meschino protagonista, Luigi Da Porto in persona.

Cediamo più che volentieri la ribalta alla dotta esegeta della leggenda più nota ed amata dal mondo intero.

A Udine si sta consumando lentamente il giorno di mercoledì 26 febbraio 1511. E’  la vigilia della “crudel zobia grassa”  quella bestiale mattanza che il giorno successivo, il  “crudele giovedì grasso”, vedrà gli zambarlani (i contadini affluiti in città da ogni zona del Friuli) attaccare in massa gli strumieri (i rappresentanti dell’altezzosa nobiltà friulana) e farne strage, realizzando, come si vociferò successivamente, un diabolico disegno di Antonio Savorgnan che con quei metodi, affatto inconsueti per l’epoca, tolse drammaticamente di mezzo molti capi di famiglie aristocratiche a lui invise. Ma nella serata di quel mercoledì 26 febbraio le armi hanno ceduto il passo al divertimento: madonna Maria Savorgnan ha organizzato a Udine, nel palazzo che sorgeva dove ora c’è piazza Venerio, una gaia festa in maschera, che promette giocondità, balli e solenni libagioni. La serata scorre via tra risa e canti, l’allegria la fa da padrona, quand’ecco che due sguardi ardenti “bucano” le maschere, si incrociano, si agganciano, si parlano. Appartengono a Luigi Da Porto e alla sua lontana cugina Lucina Savorgnan Del Monte, figlia della padrona di casa. In un attimo, per un miracolo di magia, il silenzio scende sul salone, i rumori si affievoliscono e tacciono, gli invitati sfumano in sagome indefinite che infine scompaiono nell’aria e i due giovani si avvicinano passo dopo passo l’uno all’altra.  Le loro bocche tacciono, serrate dall’emozione, ma per loro parlano gli occhi. Sono occhi di innamorati e la scoperta sancisce la nascita di Giulietta e Romeo a Udine, nel palazzo Savorgnan, durante lo svolgimento di una elegante e chiassosa festa, proprio come Shakespeare immagina sia successo ai protagonisti della sua tragedia. E proprio come succede ai due amanti veronesi, anche i nostri innamorati made in Friuli sono costretti a vivere un amore osteggiato dalla fiera rivalità esistente tra le due rispettive famiglie. I successivi sviluppi della vicenda che riguarda Luigi e Lucina divergono, tuttavia,  in modo sostanziale da quella in cui si muovono le figure create dal sommo vate d’oltre Manica.  Non balenano  scintillii di lame, né subdoli veleni spengono vite miserande, tuttavia sfortuna ed afflizione in quantità industriali interferiscono pesantemente nelle esistenze di Lucina e Luigi. Lui, soldato e poeta, viene ferito in una battaglia combattuta nel giugno del 1511  fra Cormôns e Gradisca,  con tale gravità da restare paralizzato. Si ritira allora  nella sua villa di Montorso Vicentino. Qui,  deluso e amareggiato, Luigi confida le sue pene d’amore alla novella Giulietta, scritta nel 1517,  uscita anonima nel 1530 e ristampata nel 1535 col titolo definitivo di Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti. E’ sempre in quegli anni che il destino gli vibra un’altra tremenda mazzata: a  causa della gravissima menomazione egli non può  aspirare alla mano dell’amato bene, che sposa un bel giorno un altro pretendente (questo, però, la Giulietta veronese non l’avrebbe fatto…). 

Delineate premesse ed ambientazioni, dedichiamoci all’esame approfondito dei motivi che la dottoressa Tesei adduce a sostegno della sua tesi in base alla quale  i veri Romeo e Giulietta siano Luigi Da Porto e Lucina Savorgnan Del Monte, dividendo in blocchi di argomenti le sue osservazioni.

Autenticità storica del racconto di Da Porto e dei personaggi che lo popolano.

Il povero esule di Montorso  ha dunque narrato in una novella le  disgraziate avventure di due infelici giovani, disperatamente innamorati, il cui amore suona come una maledizione per le loro famiglie che si odiano. Il loro tenero sentimento, pertanto, non ha speranza di sbocciare e crescere alla luce del sole. Che fare, allora? Lasciarsi? Mai! Meglio la morte che la separazione. E così avviene. I due sventurati si uccidono e finalmente le due famiglie si riappacificano, nel segno del loro puro ed innocente amore.  Attenzione, però:  spinto da ragioni di prudenza politica e dal desiderio di salvaguardare meglio che sia possibile l’identità reale dei protagonisti  della storia, sostiene la dottoressa,  Da Porto sposta da Udine a Verona il teatro delle disavventure dei due amanti e retrodata la vicenda al 1303. Stando così le cose, è facile concludere che i personaggi di Giulietta e Romeo non hanno alcuna consistenza storica, né vissero realmente nella Verona del Trecento. Un bel mucchio di anni dopo, William Shakespeare legge la traduzione dell’opera di Luigi Da Porto, la trova interessante, ne riprende la trama e  consacra all’Olimpo della poesia la  tragedia  “Romeo and Juliet”.

Toponomastica e vestigia ambientali della novella.

“… Sono convinta – scrive la studiosa friulana – che i luoghi descritti dal Da Porto non siano frutto di fantasia, ma riflettano una conoscenza e una frequentazione dirette e che i palazzi, le chiese, le vie da lui tratteggiati trovino il loro corrispettivo nella zona di Contrada Savorgnan a Udine. Uno dei protagonisti principali della novella è frate Lorenzo, un francescano dell’Ordine dei Minori: egli è il confessore di Giulietta e il confidente di Romeo. Quando Giulietta chiede aiuto al religioso per sfuggire alle nozze col conte di Lodrone, ricevendone la pozione che la farà cadere in una morte apparente, si reca nella chiesa di San Francesco a Verona, nel Borgo di San Zeno. Fu sempre il frate ad unire segretamente in matrimonio Romeo e Giulietta, in una cappella della medesima chiesa. Trasportiamo lo scenario del racconto a Udine e constateremo che l’antico palazzo Savorgnan, oggi scomparso, era originariamente ubicato proprio nell’attuale piazza Venerio, nelle immediate vicinanze della chiesa di San Francesco e dell’annesso convento, ex-ospedale, ora sede del Tribunale. Coincidenze che, a mio avviso, non possono essere casuali. Del trecentesco palazzo Savorgnan, ove il 26 febbraio 1511 si svolse il fatidico ballo cui parteciparono anche Luigi e Lucina, non resta traccia. L’edificio fu raso al suolo nel 1549, con l’ordine che su quell’area nessuno potesse più costruire. Era questa la condanna esemplare inflitta da Venezia, una damnatio memoriae per l’omicidio consumato da Tristano Savorgnan, in Canal Grande, ai danni del conte Alvise della Torre. Da allora l’area dove sorgevano le sue rovine prese il nome di Piazza della Rovina o Rovina Savorgnan…”

La dottoressa Tesei cita poi le risultanze di alcuni scavi archeologici condotti in Piazza Venerio nel 1989 per portare altri mattoncini alla sua paziente ricostruzione storico-culturale. I lavori hanno portato alla luce le fondamento di una notevole sezione  del complesso di case, orti e  stalle che nel Trecento veniva identificato col nome di “Contrada dei Signori di Savorgnan”. In base alla descrizione delle proprietà e dei suoi annessi, che compare nel testamento di Francesco Savorgnan, stilato nel 1373, si può ragionevolmente affermare che i resti affiorati alla luce dagli scavi corrispondessero a due grandi proprietà appartenute a due eredi del Savorgnan. Secondo la dottoressa Tesei:

“…si acquisiscono due elementi importanti per la ricostruzione del contesto originario:

1)    non si trattava di una singola casa, ma di un complesso di case che si erano andate espandendo dalla metà del Duecento in poi. Il tutto era cinto da mura merlate, come una sorta di maniero feudale collocato all’interno delle mura cittadine;

2)    è chiara la contiguità dei possedimenti dei Savorgnan con l’area della chiesa di San Francesco e con l’orto dei Frati Minori….”

Se la distruzione dell’antico complesso non permette di esibire un balcone da quale far affacciare a Udine Giulietta che sospira alla notte il suo amore per Romeo, resta sempre la chiesa di San Francesca che può sostenere l’ardita tesi che vuole nata nel capoluogo friulano la storia  dei due celeberrimi amanti. Nella finzione narrativa del Da Porto, i corpi di Romeo e Giulietta furono deposti in uno stesso avello nel cimitero della chiesa di San Francesco a Verona. Ebbene, la descrizione che il poeta fa del sito veronese richiama con straordinaria collimazione la chiesa di San Francesco di Udine: anche qui le arche delle più antiche famiglie cittadine sono appoggiate alle mura del sacro edificio, come a Verona (il particolare è emerso a seguito dei citati scavi del 1989); questi stessi scavi hanno confermato l’esistenza di un’area cimiteriale tra l’abside della chiesa francescana e il confine col palazzo Savorgnan. Non bastasse,  ai giorni nostri è possibile scorgere vestigia di antiche sepolture sul lato della chiesa che costeggia via Beato Odorico da Pordenone, mentre documenti d’archivio (ovviamente consultati dalla signora Tesei) testimoniano che era prassi, presso la borghesia udinese, farsi inumare nell’area dei francescani a partire dalla seconda metà del Trecento.

Siamo praticamente giunti alla fine della colta ed appassionata dissertazione della dottoressa Tesei. Le sue parole trasmettono il grande desiderio di attribuire ad Udine, testimonianze alla mano, la paternità della coppia più famosa del panorama letterario mondiale. La dottoressa si rivolge anche ai politici cittadini e propone:

“…Perché non fare qualcosa di concreto per sviluppare dei percorsi turistici tematici? Per cominciare, basterebbe poco: una lapide in piazza Venerio o nei pressi della chiesa di San Francesco. Non si tratta di entrare in antagonismo con Verona, bensì di compiere un’operazione di serio recupero storico e di intelligente marketing culturale, sia per rivendicare con orgoglio l’originale matrice friulana di questo mito, che per promuovere un indotto turistico di qualità.”

Io non so se negli ultimi tre anni l’appello della dottoressa Tesei sia stato raccolto e se Udine ha davvero intenzione di strappare a Verona la detenzione di un mito che è diventato il carattere distintivo della città scaligera. Personalmente, la vedo dura, anche perché bisognerebbe convincere centinaia di migliaia di persone a preferire, in nome di una possibile verità storica, la novella di un certo Luigi Da Porta alla tragedia di un tale  William Shakespeare. Compito piuttosto improbo, direi. A parte la prevedibile natura delle reazioni che potrebbero esplodere in riva all’Adige, bisogna considerare, infatti, che l’immaginifico figlio di Albione (a proposito, ma tutta quella roba divina l’ha scritta veramente lui, oppure entriamo nel mondo dell’enigma incartato in un mistero?) era tipo da far apparire reali, se ne avesse avuta voglia, anche Robin Hood e Guglielmo Tell. Per non parlare di Alberto da Giussano, un’altra figura  leggendaria priva di fondamento storico. Al massimo, può vantare il ruolo di protagonista nella poesia “Il Parlamento”, in cui Giosué  Carducci ne traccia un ritratto vivo e sanguigno. Ma al prode Alberto può bastare, per guadagnarsi credibilità storica, la…propaganda a lui regalata da un signore (per carità, grande poeta!) che alla fine della medesima poesia afferma che il sole tramonta dietro il monte Resegone, ignorando che da Milano, dove è ambientata l’assemblea popolare alla quale partecipa anche Alberto da Giussano, non è possibile assistere al fenomeno, in quanto il Resegone si trova a nordest della città…

 

 

Rocco Tedino    

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La Giulietta<br /> L'origine friulana della storia di Giulietta e Romeo<br /> <br /> Mercoledì 21 giugno 2017, Ore 20.45<br /> Teatro Palamostre - Udine<br /> Ingresso libero<br /> <br /> Abbiamo l'onore di portare in teatro la storia di Lucina Savorgnan e Luigi Da Porto, i due giovani che, nella Udine divisa tra due fazioni del 1511, si innamorarono durante una festa di carnevale alla vigilia della "Crudel Zobia Grassa". La storia non finì bene e Luigi Da Porto, gravemente menomato da una ferita di guerra, rievocò l'accaduto scrivendo la novella "Giulietta e Romeo", e dedicandola a Lucina. Neanche quarant'anni dopo la storia sarebbe sbarcata in Inghilterra, ispirando infine Shakespeare.<br /> <br /> Forti di 20 attori e attrici, ricostruiamo tutta la storia dopo un attento studio e confronto di autori odierni e fonti dell'epoca. Vi mostreremo dunque la famosa festa con i momenti descritti dal Da Porto, ma anche la rivolta popolare, i mesi dell'idillio funestati dal terremoto e dalla peste, il ferimento in battaglia; il tutto nei ricordi di Lucina di fronte ai primi fervidi ammiratori della novella: i suoi figli.<br /> <br /> L'ingresso è libero. L'accesso alla sala per il pubblico è alle ore 20.30. Inizio spettacolo alle ore 20.45. Regia di Nadia Pers. E' vietato fotografare o fare riprese video.<br /> <br /> Lo spettacolo sarà accessibile alle persone sorde, cieche e ipovedenti grazie alla presenza di due interpreti LIS, di sovratitolazione e di audiodescrizione. Per le persone cieche e ipovedenti la visita sensoriale (per conoscere il palco, gli oggetti, i costumi, le voci dei personaggi) inizia alle ore 19.30; per informazioni sui posti riservati a sordi, ciechi e ipovedenti contattateci.<br /> <br /> Lo spettacolo è stato realizzato e sarà replicato nelle altre province del Friuli-Venezia Giulia grazie al contributo di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e Università degli Studi di Udine, con il patrocinio del Comune di Udine e con la collaborazione dell'ENS, Ente Nazionale per la protezione e l'assistenza delle persone sorde, sezione di Udine, e dell'UICI, Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, sezioni di Pordenone e di Trieste.<br /> <br /> <br /> GTU Gruppo Teatrale Universitario<br /> Udine<br /> tel. 347/21.299.32<br /> http://gtu.uniud.it
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