Giorni fa mi sono perso dietro un interrogativo che con caparbietà si era fatto strada nei miei pensieri per sottopormi una pressante domanda: da quanto tempo Mauro Unfer e io collaboriamo nel lavoro di redigere scritti, che siano libri oppure articoli dedicati prevalentemente alla realtà sociale, culturale e storica di Timau? La conclusione è stata…da troppo! No, scherzo: non so lui, ma io non potevo sperare in un partner migliore. Mauro, infatti, riveste il ruolo più impegnativo ed importante della nostra collaborazione perché si è assunto il non facile compito di reperire il “combustibile”, cioè la documentazione su cui poggia ogni nostra incursione nel mondo della carta stampata. Il mio socio di penna ha messo in piedi, nel corso di circa trent’anni, un archivio formidabile, in cui è possibile consultare volumi che abbracciano più generi letterari, giornali e riviste di stretta attualità oppure risalenti a periodi lontani, DVD, fotografie d’epoca, documenti originali o fotocopiati spesso comperati da collezionisti, testimonianze scritte o orali di protagonisti di avvenimenti particolari…insomma una montagna di materiale preziosissimo costituito, in massima parte, da pubblicazioni dedicate alla Timau di ogni tempo, partendo dall’anno mille, data cui risalgono i primi accenni all’esistenza di un agglomerato urbano che gli studiosi (e Mauro è fra questi) hanno identificato nel villaggio di Timau. Questa imponente raccolta di dati si è rivelata per noi due utilissima fonte di consultazione al momento di scrivere il libro dedicato al Sacrario militare di Timau oppure quando ci siamo fatti travolgere dalla curiosità di narrare in un volume, che intendiamo pubblicare quanto prima, la storia ultratrentennale della monumentale chiesa di Cristo Re, una miniera di affascinanti sorprese risalenti addirittura a prima che fosse posata la prima pietra! In molti casi, l’archivio di Mauro si è rivelato una specie di caverna di Aladino, nella quale rovistare alla ricerca di elementi utili alla stesura dei nostri scritti. Quante pubblicazioni hanno tratto linfa vitale dalla massa di informazioni giacenti in quei due cameroni adibiti a deposito “culturale” da Mauro: i suoi otto “Quaderni timavesi”, straordinari volumi dal contenuto enciclopedico; i due libri citati, scritti a quattro mani da noi due; tanti articoli nati grazie agli spunti scovati in quell’archivio, quando mi afferra la voglia di cimentarmi in velleitarie esternazioni da apprendista della parola scritta!
Non più tardi di un mese fa, ad esempio, Mauro ha comperato da un appassionato collezionista (pagandola anche una discreta somma…) una copia del glorioso settimanale della “Domenica del Corriere”, datata luglio 1974. In una foto, che correda un servizio giornalistico pubblicato all’interno, sono ritratte quattro donne di Timau, impettite al centro di una delle tante strade sterrate che tessono una ragnatela di viabilità intorno al paese. Le mature protagoniste del reportage si chiamano Giuseppa Matiz, Pasqua Duzzi, Maria Matiz e Margherita Ebner, quatto donne benemerite e coraggiose che, dal settembre 1915 all’ottobre 1917, avevano fatto parte di quel movimento umanitario femminile, unico nella storia dei conflitti mondiali, nato dalla generosità popolare con lo scopo di portare un concreto aiuto ai militari italiani impegnati a combattere gli austriaci sulle montagne sovrastanti Timau e in seguito unanimemente noto con l’indimenticabile locuzione di “portatrici carniche”. Era formata da più di un migliaio di rappresentanti, quella folla di donne chiamate ad integrare lo sforzo bellico delle truppe belligeranti ed inserite nei quadri dell’esercito con la qualifica di Operaie Volontarie Portamateriali, con tanto di bracciale rosso di riconoscimento sul braccio e il libretto per l’annotazione delle merci da trasportare al fronte. Le quattro signore intervistate a Timau nella lontana estate di trentasette anni fa avevano fatto parte di quell’intrepido esercito di mogli, mamme e fidanzate decise a dare una mano concreta ai loro uomini ghermiti dagli artigli della guerra. Lassù, sulle sommità delle montagne che sovrastano Timau - quelle cime che, per guardarle, bisogna alzare la testa e scrutare tra le abetaie, i dirupi, i canaloni - nel 1915 si frastagliava il fronte e dalle trincee spesso ravvicinate italiani ed austriaci si scambiavano schioppettate senza lesinare sforzi. Sui monti Pal Piccolo, Pal Grande e Freikofel, tanto per restare ai più noti, i nostri militari avevano notte e giorno l’unica compagnia del loro moschetto e della loro nostalgia. Non di rado mancava il pane, mancavano le munizioni, mancavano medicinali e indumenti e generi di assoluta necessità. Occorreva trovare chi si occupasse di rifornire i soldati, di procurare loro i conforti materiali più urgenti e basilari, quelli che potessero rendere un tantino più sopportabili le mille privazioni imposte dalla tragica condizione in cui i combattenti si muovevano. Ma a chi ricorrere? I Comandi militari sollecitavano, è vero, l’aiuto dei volenterosi non direttamente impegnati nelle operazioni belliche, ma gli uomini validi erano tutti alle armi e nelle case erano rimasti solo i vecchi, i bambini e le donne. Furono appunto loro, le donne della valle, a risolvere il vitale problema. Si presentarono al Comando ed offrirono la loro disponibilità: avrebbero trasportato a spalla, stivato nei mitici “gerli” (le tipiche ceste munite di spallacci, tanto diffuse nella regione) quanto occorreva agli uomini della prima linea “…senò chei biadaz ai murin encje di fam…” (altrimenti quei poveracci muoiono anche di fame), come l’aneddotica ufficiale vuole che qualcuna di loro abbia esclamato. E così, per 26 mesi, un’instancabile fila di formichine mai dome sostituì i muli, scalando e discendendo sentieri impervi, infami mulattiere abbondantemente innevate per lunghi tratti dell’anno. Piegate sotto il peso di munizioni, viveri, indumenti, persino sassi impiegati nella costruzione di viottoli, ogni donna valida, di età compresa tra i 15 e i 60 anni, si improvvisò portatrice e rifornì senza posa i bisognosi al fronte. Non intendiamo avventurarci nella ricerca dei veri motivi che spinsero un migliaio di donne della zona a diventare “portatrici”. Non ci interessa stabilire se quel movimento nacque per germinazione spontanea dettata dall’ansia di portare aiuto ai propri cari oppure per disinteressata generosità, poiché il giudizio sul coraggio dimostrato da quelle intrepide carniche non varierebbe di una virgola. E non cambierebbe neanche se nella decisione di intraprendere quella pesante e pericolosa attività rientrasse, da parte loro, anche il desiderio di raggranellare un po’ di soldini che, per pochi che fossero, contribuivano sostanziosamente a puntellare i traballanti bilanci di nuclei familiari, talvolta numerosi, ai quali era venuto improvvisamente a mancare il sostegno del capofamiglia. Dedichiamoci, perciò, a goderci il resoconto dell’intervista, evitando di aggiungere valutazioni personali alle dichiarazioni delle protagoniste del servizio. Loro raccontano e noi ascoltiamo, tenendo sempre presente che, ad onta di qualsiasi convinzione individuale, loro c’erano e noi no, quando si trattò di scarpinare su per le montagne portando il “gerlo” sulla schiena e nel cuore la paura continua di rimetterci la pelle (ed infatti una di loro, Maria Plozner Mentil di Timau, fu assassinata, si è sempre sostenuto, da un cecchino austriaco nel febbraio del 1916, dalle parti del monte Pramosio).
Giuseppa, Pasqua, Maria e Margherita si sforzano di apparire disinvolte, ma l’espressione un po’ guardinga dipinta sui loro volti, che mostrano con impietosa evidenza le tracce degli assalti delle stagioni, è palese testimone del disagio che ne frena la naturalezza al momento di interpretare un ruolo di “attrici” che mal si concilia con la loro natura schiva. Indossano tipici indumenti della zona, che da sempre, e con rare variazioni, costituiscono il pezzo forte di un guardaroba che tradisce quella dignitosa povertà con la quale le donne di quassù avevano imparato a convivere nel corso di anni ed anni, quando la necessità di far quadrare lo striminzito bilancio familiare con i pochi soldi che i loro uomini emigrati all’estero spedivano a casa, escludeva qualsiasi concessione a segni di femminilità esteriore. In quella foto, però, si nota la presenza di un particolare assai importante. Due preziosi emblemi sono appuntati sul loro petto, appesi ad una matassina di nastri multicolori, e spiccano come spille pregiate su quei modesti abiti collaudati da un’abitudine di stenti: la croce di Cavaliere di Vittorio Veneto e una bella medaglia luccicante. Il Comune, poi, aveva voluto donare loro anche una medaglietta commemorativa, andata a fare compagnia alle sorelle più rappresentative. Che cosa giustificava quello sfoggio di rilevanza sociale? Presto detto: all’inizio degli anni ‘70, la patria memore e riconoscente si era ricordata delle grandi opere di bene compiute a favore dei nostri combattenti dalle “portatrici carniche” e ne aveva premiato i nobili meriti decretando, con attestato scritto, la loro assimilazione ai famosi “ragazzi del ‘99” e autorizzandole a fregiarsi delle onorificenze appena elencate. Aveva, infine, concesso alla portatrici superstiti una pensione di £. 15.000 (quindicimila). Annue, beninteso. Va bene essere generosi, ma meglio non esagerare…
Margherita Ebner, settantasettenne all’epoca dell’incontro con il giornalista, minuta e vispa come una ragazzina, lo sguardo perso dietro visioni di una vita trascorsa non certo tra gli agi, dà la stura ai ricordi e concorre con le sue compagne a comporre un quadro assai indicativo degli avvenimenti accaduti in quegli anni lontani. Da notare che Margherita esordisce col botto, assestando una pesante spallata alla diceria della partecipazione spontanea e volontaria fornita dalle portatrici nei compiti di rifornimenti ai combattenti italiani:
“Ci hanno costrette, ecco, siamo state «arruolate», ci hanno messo un bracciale rosso con un numero. E via, su per le mulattiere fino alle trincee. Eh, sì, era dura portare lassù cinquanta chili di roba, perché non si andava con meno, lo sa?, ma si andava. Si piangeva e poi si rideva. Che cosa vuole, avevamo sedici anni, c’era la gioventù, ma anche la guerra. Capisce? La guerra.”
Interviene ad interromperla Pasqua Duzzi, 75 anni, la più disinvolta del gruppo:
“Eravamo come militari, il parroco ci veniva a chiamare a casa. Tutti i giorni, anche la domenica. Poi, più avanti, ci davano una domenica di riposo, una ogni tanto. Eravamo soltanto donne, i giovani, gli uomini erano al fronte. C’erano tutti: i ragazzi, i nostri fratelli, i mariti. Molti combattevano proprio qui, a due passi da casa. Per questo lo facevamo volentieri: andavamo a portare il pane ai nostri amici, ai nostri fratelli.”
Arriva all’improvviso l’intervento di Giuseppa Matiz, una donna dimessa, tranquilla, desiderosa di fornire il suo contributo alla rievocazione. Riallacciandosi al discorso di Pasqua, rammenta con un pigolio di voce:
“Ti ricordi quella volta che la neve arrivava ai piani alti delle case, eppure bisognava andare ugualmente. Una volta il parroco venne a chiamarci a mezzanotte. Tutte quante. I ragazzi avevano bisogno di munizioni a Lavaredo. E noi via, con il nostro gerlo pieno di munizioni.”
Margherita ascolta in silenzio, ma si nota chiaramente che non ha gradito l’interruzione. Approfitta di un attimo di pausa di Giuseppa e riparte con i suoi ricordi:
“Dopo ci hanno fatto fare le strade. Costruirle, capisce? Pala e piccone e gerli di sassi. Perché ci potessero passare i muli e le automobili. Abbiamo spalato la neve…”
Ma è destino che qualcuna delle sue compagne intervenga sempre ad interromperla. Stavolta tocca a Maria Matiz, la più anziana delle quattro con i suoi 82 anni, il viso un intrico di rughe, una vita di stenti e di sacrifici sulle spalle che l’ha invecchiata anzitempo. Maria parte dagli esordi della loro avventura:
“Cominciò, vediamo, nel settembre del ’15 e abbiamo continuato ad andare a Pramosio, a Malpasso e sulle trincee, fino all’ottobre del 1916.”
Maria ha soltanto il tempo di inquadrare il periodo storico che Margherita passa al contrattacco:
“Il momento della ritirata fu il 28 ottobre. Lo ricordo benissimo, anno 1917. Noi, quaggiù a Timau, non sapevamo niente, però c’era qualcosa nell’aria. Non si sentiva più sparare. E la mattina, lei vede suo fratello che torna…”
La “lei” chiamata in causa è Pasqua, cui non par vero di portare altri mattoncelli alla costruzione del racconto:
“Sì, viene mio fratello e aveva lo zaino, ma non aveva più il fucile. Mi dice: c’è la ritirata, bisogna andarsene e anche voi dovete scappare, dovete seguire l’Italia. Così noi via. Non verso Udine perché era già stata occupata. Io sono andata a Forni di Sotto, tre giorni e tre notti a camminare per i monti.”
Margherita si riappropria della scena e prosegue:
“Fino a quando abbiamo trovato una tradotta. Ci hanno caricato e ci hanno portato verso il sud. Io mi sono fermata a Lugo di Romagna. Mi hanno sistemata in una caserma, allora erano vuote le caserme, sa, i soldati erano tutti al fronte. Ho trovato subito servizio in una casa: non so stare senza fare niente…”
Che tenera, Margherita, quando, quasi con timidezza, tiene a far sapere che lei ha sempre lavorato, in vita sua! E Maria non è certo da meno:
“Io sono arrivata fino a Foggia, a San Severo. Facevo la campagna, tagliavo l’erba, come qua, ma c’era più caldo.”
Tocca a Giuseppa fornire l’ultima informazione, la più triste e dura::
“Quando siamo tornate, che disastro! Tutto il paese era stato bombardato, le case erano distrutte e dentro non c’era più niente. Era bruciato tutto e quello che non era bruciato lo avevano portato via.”
Povera gente, aveva offerto solidarietà e le circostanze avverse avevano ricambiato con miseria e disperazione. Ma la patria si era mai fatta viva?
Riparte la tradotta dei ricordi e Margherita ammette:
“Sì, qualcosa ci hanno dato, un anno dopo. Ci hanno dato abbastanza da ricostruire le case che erano state distrutte.”
Sollecita, Pasqua quantifica:
“Allora, nel ’15, ci pagavano una lira al giorno. Quelle che lavoravano anche in montagna a costruire strade prendevano fino a due lire.”
Il dato fa riflettere. Piegate sotto il peso della gerla, quelle donne ricevevano precisamente 1lira e mezzo per compiere, a qualsiasi ora del giorno e della notte, viaggi pesanti e pericolosi in condizioni spesso disumane, soprattutto d’inverno, spinte dal nobile scopo di portare concreto conforto altri esseri umani in gravi angustie: c’è davvero tanta differenza tra l’impegno che si erano assunto loro, le portatrici, e le tanto pubblicizzate (e remunerate) missioni umanitarie mediante le quali accorti governi si fregiano dell’aureola di benefattori dell’umanità? Mah, andiamo avanti, i moralisti in servizio permanente sono sempre in agguato.
Margherita, intanto, ha fatto mentalmente i conti e puntualizza:
“Una pagnotta, che e merce preziosa, costava cinque centesimi. Faccia lei il conto. Noi facevamo le scarpe e le calze a maglia, magari camminando su per i sentieri con il gerlo sulle spalle. Ma era proibito, avevano paura che la maglia ci facesse perdere tempo.”
Giuseppa filosofeggia:
“Era la guerra, ma è meglio non pensare, avevamo sedici anni. Lo sa che ho visto il re?”
E’ un attimo e salta su Maria:
“E Cadorna? Anche Cadorna ho visto io!”
Ma Giuseppa ha azzannato lo scoop e non intende mollarlo:
“Io, il re, non l’avevo nemmeno riconosciuto. Era vestito come un soldato, era semplice, alla mano. Mi avvicina e mi chiede come va, se il rancio era buono, se era sufficiente quello che ci davano da mangiare. E io rispondevo tranquilla, senza sapere che era il re. Dopo si è avvicinato un altro e mi dice «ma non lo hai riconosciuto, quello là?» No, faccio io. Beh, è il re. Capito? Proprio Sua Maestà Vittorio Emanuele terzo.”
Margherita, quattro figli; Pasqua, sei figli; Maria, sei figli; Giuseppa, quattro figli: tutte insieme una caterva di nipoti da ripopolare il paese, quattro donne forti ad onta di un’esistenza matrigna, quattro mamme prolifiche che non hanno mai avuto paura di rimboccarsi le maniche e fare qualcosa in favore di chi aveva bisogno. Oggi Maria, Margherita, Pasqua e Giuseppa non si perdono una manifestazione in cui è opportuna la loro presenza: tirano fuori dai cofanetti blu l’onorificenza di cavaliere , la croce, la medaglietta d’argento del Comune e sfilano in mezzo agli alpini nelle adunate rievocative. E’ facile scorgerle mentre marciano in prima fila, erette ed impettite, tentando di dissimulare qualche incertezza di andatura. Sulle loro spalle i segni lasciati dal “gerlo” stivato all’inverosimile sono ormai stinti, sbiaditi, ma mentre marciano tra i clamori degli spettatori c’è da giurare che nei loro cuori si è gonfiata la stessa vitalità di quei lontani giorni, quando bisogno e fraternità le spingevano a portar roba senza quasi fermarsi un momento.
Rocco Tedino