Camion ansimanti che avvelenano l’aria con scarichi mefitici, carretti e carrozzoni trascinati da cavalli che sembrano portare negli occhi (anche loro!) la tristezza del momento: la lunga e dolente colonna, su cui si sono ammassati nostri militari piegati nel corpo e nell’anima, sta celermente tentando di allontanarsi dalla zona maledetta di Caporetto e lo fa avanzando sul lato sinistro della stretta strada sterrata. A sua insaputa, un altro convoglio carico di rinforzi sta salendo da sud verso la devastata zona di operazioni e marcia tenendo la destra. Quando i due affollati trasporti entreranno in contatto, si originerà un ingorgo colossale che attirerà lo spietato fuoco delle artiglierie austriache, col doloroso risultato di mietere altre numerosissime vite tra le nostre file già ampiamente prostrate. Ma come era potuto accadere un caso così clamoroso di “confusione stradale”? E’ escluso che i conducenti di due convogli fossero stati vittime di colpi di sole – eravamo
alla fine di un ottobre che le cronache dell’epoca hanno descritto freddo e piovoso -, né risultarono colpiti da turbe psichiche: l’accaduto fu la diretta conseguenza delle norme emanate nel 1915 dal Comando supremo del nostro esercito, che prescriveva obbligatoriamente la guida a sinistra in zona di operazioni. I convogli militari operanti in prima linea, come era appropriato considerare quelli che scappavano da Caporetto, tenevano perciò la sinistra della strada, mentre le truppe di rinforzo, che provenivano da sud con lo scopo di risalire le valli alpine e fermare il dilagare dell’esercito nemico, marciavano sulla destra.
A questo punto si impone un passo indietro che faccia un minimo di necessaria chiarezza e spieghi come mai, nell’Italia che si affacciava sul ventesimo secolo, le autovetture viaggiassero indifferentemente a destra o a sinistra, secondo criteri apparentemente cervellotici. E invece in questa ingarbugliata situazione una logica esisteva e discendeva dalle decisioni autonomamente prese in materia di circolazione stradale da ciascun Ente o Autorità del Regno. Prima di proseguire, sento il dovere di informare che tutte le notizie alla base di questa piccola cronaca sono state desunte da un affascinante servizio comparso domenica 24 luglio 2011 sul quotidiano “la Repubblica”, a firma di Dario Biocca e Nello Ajello.
Tutto parte, è il caso di dirlo, dal regio decreto nr. 416 del 28 luglio 1901, con il quale ogni provincia si vedeva confermare il diritto di imporre un proprio codice stradale, stabilendo a suo insindacabile giudizio i limiti di velocità da rispettare e il lato della strada da impegnare durante la marcia. Se per gli automobilisti i disagi si riducevano a poca cosa, essendo gli stessi abituati a cambiare disinvoltamente “mano” da tenere, specialmente durante i viaggi in cui le strade erano particolarmente malconce (in quei casi quasi tutti i conducenti sceglievano il lato migliore e imponevano il loro diritto alla precedenza su carrozze, carri e carretti a trazione animale ricorrendo al semplice espediente di riempiere l’aria con i laceranti suoni emessi dalle caratteristiche trombe di cui le vetture erano dotate), lo stesso, come è facilmente intuibile, non si poteva dire per i trasporti che marciavano sfruttando l’impiego delle bestie da tiro.
Per più di vent’anni, le norme di quel regio decreto partoriranno effetti sconcertanti e paradossali. La circolazione stradale, in Italia, diventava un esercizio di coraggio e di sprezzo del pericolo, a causa delle prescrizioni in materia emanate da funzionari delle province spesso animati da un sadico senso dell’umorismo. Sia al nord che al sud bastava uscire dalla propria provincia di residenza per trovarsi in un territorio ostile e malfido. Qualche esempio? A Vicenza si marciava a destra, ma nella confinante provincia di Verona il traffico sfilava sulla sinistra della carreggiata. A Ravenna si teneva la destra, ma lungo la strada per Porto Corsini, per rispetto di “un’antica consuetudine” si camminava a sinistra. I trasporti effettuati nella provincia di Bergamo impegnavano la sinistra della strada, ma bastava mettere le ruote sul contiguo territorio di Brescia per dover cambiare speditamente “mano”. Lo stesso succedeva a Como (marcia a sinistra), mentre diventava obbligatorio tenere la destra non appena si affluiva nei limitrofi circondari di Varese e Lecco.
E non è a dire che al sud le cose andassero meglio. Anzi! Gli esempi riportati per illustrare la “questione centromeridionale” – chiamiamola così – sono pochi, solo un paio, ma contengono elementi di riflessione opposti. Viaggiare in Umbria era per davvero un dramma. I conducenti avevano l’obbligo di marciare sulla destra, sia nei centri abitati che fuori degli stessi. Però le strade, vai a capire perché, risultavano costruite in maniera decisamente assurda: erano più alte e compatte nella parte centrale, per digradare bruscamente nella terra molle e senza godere di alcun sistema di protezione laterale. Questa particolare conformazione viaria era causa di continui incidenti. Infatti, nel momento in cui i conducenti di carri e carrozze sentivano sopraggiungere alle loro spalle veicoli a motore intenzionati ad effettuare il sorpasso, si spostavano a sinistra, quindi verso il centro della strada, evitando con cura di uscire dalla carreggiata per non finire impantanati nella melma sempre addensata lungo i bordi delle vie. In questo modo, però, non di rado si trovavano di fronte ad autovetture più veloci provenienti dal senso opposto, con le serie conseguenze che si possono facilmente immaginare. Per dire, il prefetto di Perugia deprecava con sempre maggiore forza il modo di condurre trasporti a trazione animale, ai quali l’alto funzionario imputava quasi interamente le responsabilità relative ai numerosi incidenti, anche con vittime, che avvenivano sulle strade della provincia a causa “…della diffidenza della popolazione, definita misoneista (che avversa le novità del progresso, cioè) e della caparbietà dei conducenti, incuranti dei rischi e tenacemente legati alle loro abitudini contadine…” L’ordinanza emessa dal prefetto di Trapani, all’opposto, suscita un sorriso di sincero divertimento poiché contiene un passaggio, non di minore importanza , che lascia veramente stupefatti. L’ineffabile rappresentante regio, infatti, scriveva che a Trapani “…si era soliti tenere la destra, ma non sempre…”, e questo perché sembra che anche da quelle parti si ripetesse la situazione demenziale di Perugia, con i conducenti di carri che, all’arrivo di veicoli a motore, puntavano verso il centro della strada, preoccupati di non far imbizzarrire i cavalli, ma non di accertarsi che nessuno arrivasse dalla parte opposta. Quell’accenno ad una sorta di “libero arbitrio” dei guidatori in materia di condotta stradale, ha fatto ricordare a Nello Ajello che gli automobilisti napoletani dei giorni nostri si comportano più o meno nello stesso modo con il semaforo: rispettare il rosso o il verde, sostiene l’arguto giornalista, non è un obbligo da osservare senza discussioni, ma costituisce piuttosto “’nu cunsiglio”, in altre parole, un bonario suggerimento del codice lasciato alla discrezione degli automobilisti. Conclusione divertente e, soprattutto, rispondente alla realtà, come posso ben testimoniare io che sono originario di quella fantasiosa terra. Mi concedo, perciò, una breve digressione. Ero fermo davanti ad un semaforo rosso, nella strada secondaria di uno di quei paesoni che affollano la cinta vesuviana, allorché mi si affianca un motorino con due ragazzotti a bordo che sbirciano la targa della macchina ( Varese, per la cronaca, dove ho abitato fino a dieci anni fa), poi mi guardano entrambi con un sorrisino ironico e quello seduto dietro mi fa, con linguaggio esplicito e colorito: “Si vede che siete forestiero! Che c… state fermo davanti al semaforo rosso, se non passa nessuno?” E via sgommando attraverso l’incrocio, con un urlio di pneumatici che sembrava uno sberleffo.
Nel 1915, lo scoppio della guerra, già di per sé destabilizzante per la vita degli italiani, aggiunge ulteriore scompiglio alla circolazione stradale della penisola. Il Comando supremo dell’Esercito, l’abbiamo già letto, impone le sue regole anche in materia di guida di autoveicoli e ordina che nelle zone di operazioni militari, praticamente nella Venezia Tridentina, si guidi sulla sinistra. Nelle zone ai margini della guerra attiva, invece, la mano da tenere è la destra. Punto e basta. Ma nessuno aveva pensato che, con il naturale fluttuare dl fronte, da un giorno all’altro le retrovie diventavano prima linea e viceversa. Niente di più logico, quindi, che si potessero verificare episodi come quello avvenuto durante la ritirata di Caporetto, quell’immane groviglio di uomini, mezzi ed animali cui abbiamo accennato all’inizio. Fu allora che il problema del traffico urbano ed extraurbano dell’intera penisola, con le sue regole astruse, incoerenti e contraddittorie, emerse in tutta la sua drammaticità e sembrò imporsi all’attenzione dei nostri governanti. Ma ben presto altre questioni, di interesse infinitamente superiore per le sorti nazionali, pretesero giusta considerazione ed è per questo che bisognerà attendere fino al 1923 per apprendere che l’Italia monarchica, e da poco anche fascista, ha promulgato un codice di circolazione stradale valido per tutto il territorio del regno. Non si creda, tuttavia, che si sia trattato di un compito agevole, poiché risulta che spesso il contenuto delle informative richieste ai prefetti italiani apparissero sconcertanti agli occhi dello stesso Mussolini, il quale in qualche momento dovette addirittura pensare che il suo governo si era buttato in un’impresa ai limiti dell’impossibile. Nell’aprile del 1923, ad esempio, il Duce apprende che nella Venezia Tridentina, quella storica parte d’Italia liberata da meno di un lustro, si viaggia sulla destra. E allora perché, particolarmente negli incroci e nelle altre aree urbane, continuavano a verificarsi incidenti anche gravi, a causa di comportamenti contrari alle regole? In ottemperanza alla richiesta di chiarimenti partita da Roma, un funzionario prefettizio spiega che quella “grande confusione” è in fondo addebitabile al famigerato decreto emesso nel 1915 dal nostro Comando supremo. Molti reduci, che in guerra erano stati impiegati come autieri, una volta tornati a casa avevano conservato la prudente abitudine di guida da essi adottata sulle strette strade di montagna: viaggiare tenendo la mano sinistra e spostarsi al centro della carreggiata per scorgere i pericoli a distanza. Poiché la massa dei conducenti, chiamiamoli così, “borghesi” si spostava sempre a destra, fedele ad abitudini inveterate,, ecco spiegata la ragione di frequenti scontri, talvolta cruenti. Anche dalle grandi città arrivano notizie che non fanno felici i governanti fascisti. L’Italia delle carrozze, dei carri e dei carretti, dei cavalli e dei muli, non accetta facilmente di cedere il passo a questi “mostri” rumorosi e spandifumo che diventano ogni giorno più insolenti e prepotenti, alle ingombranti macchine, ai camion, ai tram che rubano spazio al traffico tradizionale e per certi versi romantico. Ma il progresso non ammette pause o interruzioni: i veicoli a motore sono la nuova frontiera delle conquiste sociali ed economiche. A Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, e nella stessa capitale, gli autoveicoli a motore circolano a sinistra (è emblematica, al riguardo, una foto che mostra le auto degli squadristi della marcia su Roma percorrere le vie del centro tenendo la “mano” mancina)…ma un cartello, posto alla periferia di quasi tutti questi grandi centri, ordina di passare immediatamente alla guida a destra! Il resto della penisola, da parte sua, continuava a marciare come gli pareva, ciascuna provincia rispettando il suo particolare codice. Mussolini comprende che è arrivato il momento di uniformare le regole, pena il perpetuarsi di un’anarchia stradale che minaccia di diventare cronica, ed il suo governo, nel settembre del 1923 annuncia di voler imporre a tutta l’Italia la “mano unica”, la quale, ovviamente, era la destra. Neanche il tempo di far sedimentare la notizia che sulla scrivania del Duce giunge un allarmato dispaccio con il quale il regio commissario di Roma richiama l’attenzione delle Autorità su un problema che esse non possono assolutamente ignorare: va bene obbligare gli autoveicoli a viaggiare a destra, ma come si fa con i tram capitolini (e di altre città) che marciano a sinistra e che hanno posizionati da quel lato gli scambi, i cavi elettrici, le stazioni, le tabelle segnaletiche e così via? Per spostare tutta quella roba sul lato opposto sarebbe occorsa una cifra colossale, circa sei milioni di lire, che le casse dell’Amministrazione della capitale non avevano mai visto a partire dalla nascita. Vengono consultati seriosi esperti, si intrecciano frenetici scambi di proposte e, alla fine, viene raggiunto un accettabile compromesso. Il 31 dicembre del 1923, il decreto che obbliga il Paese a marciare a destra è promulgato dal governo fascista e controfirmato dal re: alle amministrazioni cittadine che ne abbiano bisogno, vengono accordati due anni di proroga per adattare il traffico tranviario alle nuove norme. Da allora, sulle nostre strade, ogni veicolo che impegni il suolo pubblico marcia obbligatoriamente sulla destra. Fuorché i treni. Il traffico ferroviario si è sempre svolto tenendo la sinistra e continua a farlo. Neanche Mussolini, che pure ci teneva tanto, riuscì a far correre i treni sulla destra. Si dovette accontentare di farli arrivare in orario!
Rocco Tedino