La carovana si era arrestata sulla cima della bassa collina che dominava l’oasi: un ciuffo di palme ed uno specchio di acqua limpida incastonati in quell’inferno infuocato di pietre e sabbia, martellato senza tregua da un sole implacabile, che era il deserto. Fin dove l’occhio poteva spingere il suo sguardo, lo spettacolo offerto da una natura particolarmente selvaggia ed ostile era grandioso e terrificante allo stesso tempo. Maestosi muraglioni di roccia cotta dal sole, frastagliati sulla cima, emergevano per lunghi tratti nella sabbia, proiettando lunghe ombre. Mulinelli di sabbia, simili a vorticanti spirali in preda alle contorsioni, danzavano e si avvitavano in quella sterminata fornace che ogni giorno si incendia sotto i raggi del sole. L’insostenibile calore, inoltre, si trasmetteva all’aria e creava effetti straordinari conosciuti col nome di miraggi: giochi di luce che originavano quelle crudeli illusioni ottiche per cui il sofferente viaggiatore era indotto a credere che su quella incandescente superficie di rena si fossero improvvisamente materializzati piccoli bacini di d’acqua fresca e ristoratrice purtroppo inesistenti. Sparsi nel deserto, lottavano per mantenersi in vita qui un’ intrepida acacia, più in là contorti arbusti spinosi che dispettosi sbuffi di vento sollevavano e sballottavano in ogni direzione, trasformandoli in buffi rotoli striscianti.
In basso, l’oasi era immersa nella luce abbacinante del primo pomeriggio che si riverberava sulla superficie riflettente dell’acqua. Le chiome delle palme ondeggiavano nella brezza come un campo di grano nel vento di giugno, un vento che purtroppo risultava inadeguato a mitigare la micidiale calura sprigionata dal deserto arroventato. Al centro di quell’intrico verde cupo, il grande stagno scintillava sotto il torrente di fuoco rovesciato sulla zona dal sole a picco. I cavalieri, avvolti nei loro lunghi mantelli bianchi, la testa protetta da candidi turbanti che lasciavano liberi solo gli occhi, facevano sempre più fatica a trattenere le loro cavalcature che smaniavano di raggiungere l’acqua, di cui avevano sentito l’odore. Un istante ancora di pausa, poi le redini furono allentate ed iniziò la discesa verso l’oasi, prima con cautela, poi sempre più freneticamente, finché si trasformò in una corsa dall’andamento delirante. Sollevando alti zampilli di sabbia, quella carica furiosa raggiunse l’agognata zona verde, passò come un turbine tra la vegetazione e si catapultò con belluini clamori in quel provvidenziale catino di acqua fresca…
Un forte rumore sulla strada mi sveglia di colpo. Mi tiro a sedere sul letto e mi guardo intorno. Sognavo, naturalmente. Tutto è sparito: deserto, oasi, beduini, tutto spazzato via dalla realtà quotidiana che ha riaffermato il suo ruolo primigenio. Ma che razza di sogno strano! Guardo l’orologio luminoso sul comodino e mi accorgo con raccapriccio che segna pochi minuti alle sei. Mi ricaccio sotto le lenzuola, mi copro fino al mento, mi agito alla ricerca della posizione più comoda. Macché, manovre inutili. In capo a cinque minuti mi sembra di avere gli occhi grandi come monetine ed altrettanto lucenti. Non mi resta che tentare un’ultima carta: accendere la radio, piazzare gli auricolari nelle orecchie ed ascoltare il giornale radio, che è iniziato da pochissimo. Sta andando in onda la coda del servizio che ragguaglia sugli ultimi sviluppi dello spaventoso gesto di follia che ha gettato la Norvegia nel dolore più atroce. Un breve accenno alle difficoltà economiche che potrebbero a breve investire un altro dei Paesi della zona euro, poi la notizia che la Nato potrebbe riprendere le operazioni militari contro un tristemente noto dittatore nordafricano, responsabile di numerosi crimini contro i suoi oppositori interni e la popolazione civile in genere. Ricordate? Si tratta di quel modesto e compito signore che l’anno scorso è venuto in Italia in missione ufficiale e ha trattato tutti, dalle più alte cariche istituzionali in giù, come gli ultimi dei suoi guardiani di cammelli. E alla fine ha pure trovato chi gli ha baciato la mano, in segno di stima…Chiusa la pagina internazionale, si alza il sipario sull’avvilente teatrino della politica italiana. Si parla, naturalmente, degli effetti della manovra approvata in fretta e furia per carità di patria e adesso stiamo ritornando al teatrino consueto della politica. Ascoltiamo poi un uomo politico che parla delle difficoltà in cui versa l’Italia, dalle quali comunque il nostro Paese potrà uscire grazie alle imminenti riforme (sempre le stesse, comunque…) prontamente bollate come trita e ritrita propaganda da un rappresentante dello schieramento politico opposto. Niente di nuovo, dunque. Tutti dicono di lavorare per il bene del Paese ed intanto i disoccupati, i precari, i giovani in cerca di primo lavoro, le donne, i piccoli operatori economici strangolati dalle tasse, i pensionati, insomma ampie fasce dei poveri figli di questo povero Paese per il bene del quale tutti i politici dicono di lavorare, attendono che finalmente le promesse si traducano in atti concreti che riporti un minimo di speranza nel loro presente e, auspicabilmente, nel loro futuro. Credetemi, qualche volta mi dico che quel gran marpione di Platone aveva visto giusto quando affermava che ogni popolo ha i governanti che si merita! Dopo i guazzabugli della politica, si passa alla sconvolgente litania della cronaca spicciola e qui il disgusto tocca il livello di guardia. E’ un susseguirsi di brutture, sopraffazioni, violenze di ogni genere ai danni dei più deboli, una pluralità di atti ignobili che non di rado sfociano nell’omicidio brutale. Mentre ascoltavo quelle notizie, mi è capitato di notare che il notiziario stava elencando violazioni di quasi tutti i comandamenti, con particolare predilezione per il quinto e il settimo. Segue lo sport. E’ vero, grazie a Dio, che nell’ambiente calcistico nemmeno al più esaltato saetta nella mente l’idea di procedere all’eliminazione fisica dell’avversario, ma insomma anche quel grandioso movimento in questi giorni offre spunti desolanti. Basti pensare alle beghe del calcio e alle brutte delusioni patite dai tifosi dei motori nel dover riconoscere che attualmente il made in Italy è costretto ad arrancare nella rincorsa ad avversari quasi imprendibili. Quando sento che neppure le previsioni meteorologiche sono incoraggianti spengo la radio: per oggi ho già fatto il pieno di tristezze e sono appena le sei e venti. Un flebile chiarore sale dalla porta a vetri in fondo alle scale e si insinua in camera da letto attraverso uno spiraglio lasciato dalla porta socchiusa. Dopo una decina di minuti mi alzo, tanto il sonno se ne è andato, e scendo giù.
Apro un’imposta e mi assale la voglia di ritornare a letto. Piove e il cielo è basso, grigio, un inno alla malinconia. Una bava di caligine aleggia come un velo leggero sul panorama circostante. Mi guardo intorno e devo farmi forza per iniziare una nuova giornata con un minimo di buona volontà.
Ed eccoci al pomeriggio. La mattinata è scivolata via straccamente, affogata nell’umidità. Adesso la pioggia ha concesso una tregua e il tempo non ha più il volto infame di stamattina. Un coraggioso raggio di sole tenta persino di bucare la sottile coltre di nubi tuttora distesa sul paese. Ho deciso: andrò a fare una visita a Guido e Cecilia Liberati, due amici ai quali mia moglie ed io siamo legati da un’amicizia più che fraterna. Guido lavora a Udine, presso un’agenzia di recupero crediti. E’ un uomo buono e generoso, una di quelle persone sulle quali sai di poter contare in ogni momento, con la certezza di non andare mai deluso. Ma si sa, gli amici esistono anche per essere presi in giro ed è quindi naturale che ogni tanto, quando il discorso cade sull’impermeabilità alla pietà di certe istituzioni , Guido deve rassegnarsi a sentirsi trattare come un avido mostro che gode nel vedere la gente ridursi a cercare riparo sotto i ponti, ma naturalmente queste prese in giro non lo toccano più di tanto. Anche Guido, naturalmente, ha qualche sua debolezza. Una di esse, forse la più radicata, lo ha da tempo portato a credersi un giocatore di scacchi davvero bravo, quasi un campione. Mettetegli davanti una scacchiera e si sente subito un Kasparov o un Anand. Perde invariabilmente due partite su tre, è vero, ma non se ne cura perché la granitica fiducia che egli nutre nelle sue capacità è sempre pronta a suggerirgli la scusa giusta: ha perso perché l’avversario non sa giocare! Noi che facciamo parte del ristretto gruppetto dei suoi amici più cari lo conosciamo bene e non ci facciamo più impressionare: quattro risate, un po’ di sfottò affettuosi e Guido sbuffando si arrende, brontolando contro l’incompetenza del mondo. Chi però di lui non ha lo stesso grado profondo di conoscenza, e accetta di sfidarlo a scacchi, al termine della partita non crede alle proprie orecchie. Ma come, ha vinto ed è soltanto un fortunato incapace?
“Sì, hai avuto una fortuna spudorata - si infervora Guido – ed hai giocato in un modo a dir poco strampalato, altrimenti non saresti mai riuscito a battermi!” Segue un lungo e dettagliato replay delle mosse sconsiderate compiute dall’avversario e la lezione infine si conclude con la solita, ormai mitica sentenza: convinciti, non sai giocare, se vinci devi solo ringraziare la fortuna! Ineguagliabile Guido! E’ tanto caro che gli si perdonerebbe altro che qualche innocente mania scacchistica!
Cecilia, bella donna non eccessivamente alta, con un visino delicato incorniciato da una morbida cascata di capelli biondi e illuminato da due ridenti occhioni verdi (ma non fatela arrabbiare, se non siete sicuri di poter sopportare gli strali di quegli occhioni improvvisamente mortiferi), aiuta validamente il bilancio familiare senza muoversi da casa, poiché cura l’amministrazione di quattro o cinque palazzoni di Tolmezzo. Lavoro impegnativo, certo, ma neanche lontanamente paragonabile all’impegno che richiede la crescita del loro bambino Tommaso, un’adorabile pallina di mercurio che a volte ne combina di che far venire i capelli ricci ad un calvo. Tommaso ha appena quattro anni, ma ha già ampiamente fatto capire che lo scopo della sua vita, la sua massima aspirazione, almeno in questo primo, piccolissimo scorcio della sua esistenza, consiste nel far sì che i suoi genitori arrivino alla fine della giornata trasformati in due esseri svuotati di ogni energia. L’occasione in cui Tommaso dà il meglio di sé si presenta ogni qualvolta è necessario somministrargli un cucchiaino di antibiotico, farmaco che il bambino deve assumere quando è affetto da febbre, cosa che gli succede con una certa frequenza in questa sua fase della crescita. Questa operazione si può definire un’impresa degna di un eroe mitologico: chi ha avuto la ventura di assistervi giura che si tratta di esperienza unica, fissata per sempre nella memoria. Oggi, a quanto pare, toccherà a me vivere questa esperienza perché, esauriti i convenevoli di prammatica, Guido mi informa che giocheremo la consueta partita a scacchi dopo che lui e Cecilia avranno fatto prendere l’antibiotico a Tommaso. E va bene, mi dico, godiamoci la famosa scena.
I due intrepidi autori della piccola peste si stanno preparando per affrontare il cimento. Mentre Guido parte alla ricerca di Tommaso (il quale stava tentando, nel bagno, di passare il rossetto della mamma sul muso recalcitrante di Folli, il gatto di casa), Cecilia riempie un cucchiaio di liquido bianco e gelatinoso e lo adagia su un piattino nascosto dietro il grosso vaso colmo di fiori che troneggia al centro del tavolo in salotto. Poco dopo, padre e figlio entrano nella vasta sala, giungono all’altezza della finta distratta Cecilia e qui Guido si sposta alle spalle del bambino e, con abile e delicata mossa, lo immobilizza. La madre, allora, estrae fulminea il cucchiaio dal nascondiglio e lo avvicina alle labbra risolutamente serrate del pargolo, che nel frattempo si sta divincolando come un’anguilla cosparsa di olio. Cecilia preme la punta del cucchiaio contro le labbra del figlio, questi muove il capo freneticamente in tutte le direzioni, metà del liquido si trasferisce dal cucchiaio sulla mano della donna che mugola di furore represso e Guido tenta di far aprire la bocca a Tommaso, mentre continua a tenerlo stretto per evitare stressanti fughe ed inseguimenti per tutta la casa. Finalmente, i disperati sforzi dei due adulti vengono coronati dal successo: le labbra del piccolo si schiudono e la madre gli caccia in bocca il cucchiaio con quel che resta del farmaco. Tutto finito? Macché! Un attimo dopo la camicetta di Cecilia, una vasta superficie del lucente tavolo, il centrino sottovaso e persino una sedia lontana almeno tre metri sono picchiettati da macchioline viscose e madreperlacee: Tommaso ha sputato con forza l’antibiotico! A questo punto, c’è solo una cosa da fare e la madre inviperita non esita a farla, infischiandosene bellamente delle raccomandazioni al dialogo tra genitori e figli, del metodo Montessori, del telefono azzurro, di Giobbe e della sua pazienza, del pericolo di traumi psicologici infantili, dell’UNICEF e degli spot pubblicitari tipo “famiglia da Mulino bianco”: affibbia un sonoro ceffone all’anguillesco contestatore e gli caccia nella bocca, improvvisamente spalancatasi, una seconda cucchiaiata di antibiotico, stavolta della dose richiesta, che scivola senza problemi nelle zone interne del ribelle domato. La prova è stata dura, davvero. Tommaso, libero di muoversi, schizza fuori stanza, verso altri palcoscenici delle sue nefaste gesta. Cecilia e Guido si sfasciano sul divano e lì restano per qualche tempo, muti e con gli occhi chiusi. Io li osservo in silenzio per un po’, poi mi alzo, mi avvio verso la porta ed esco. Tutto senza provocare il minimo rumore, meglio di un indiano entrato per sbaglio in un forte degli odiati visi pallidi. I miei amici capiranno, mi ripeto per strada. Più tardi gli telefonerò da casa, se sarò riuscito a non annegare nella pioggia che viene giù a secchiate.
A questo punto, credo sia giunto il momento di chiudere questo bislacco racconto. Non saprei dire come sia nato, forse nelle stesse occasioni in cui tanti altri si sono formati nel mio vecchio e confusionario cervello: mentre ero disteso a letto, a poltrire tra le lenzuola. E’ vero, davanti al mio letto spesso sfilano brandelli di ricordi, spezzoni di scene lette su qualche libro oppure viste al cinema o in televisione, veloci ritagli di vita vissuta, mia o altrui. Molta di questa roba ritorna nel grande armadio della memoria e si ficca sul fondo di qualche cassetto, dal quale forse mai più emergerà; altra, la più interessante, si trasferisce invece su un foglio di carta, senza pretese di originalità, di profondità di pensiero o di valore stilistico. Nessuno, perciò, si scomodi a criticare queste esternazioni. Sono il frutto di incontri con simpatici fantasmi emersi dalle pieghe di una vita che spesso mi è piaciuto vivere.
Rocco Tedino