A coloro che rientrano nella sterminata categoria di gente comune, di cui anch’io faccio serenamente parte, la cosa succede spesso: balzano in groppa al loro Pegaso privato e partono per il regno della fantasia, là dove i sogni assumono concretezza e surrogano il grigiore di una realtà piatta e monotona. E così questo nostro popolo di santi, eroi, poeti, navigatori (informatici) e ambigui personaggi affascinati dalle virtù taumaturgiche della lettera “P”, si arricchisce ogni tanto di protagonisti estemporanei della cronaca che si improvvisano esperti tuttologi e discettano di qualsiasi argomento con il tono grave e pacato del profondo competente. Qualcosa del genere è capitata anche a me quando ho scritto in cima al foglio un titolo tanto importante: per un momento mi sono illuso che stesse per realizzarsi il sogno di scoprirmi improvvisamente giornalista colto e preparato, capace di sviluppare brillantemente un tema altamente impegnativo sotto l’aspetto ideologico e morale. Poi, fortunatamente, è accorso a salvarmi il senso del ridicolo e mi ha suggerito di togliermi lo sfizio di affrontare un tale argomento, ma senza esprimere giudizi di sorta e limitandomi a dare qualche “istruzione per l’uso”, come recita il titolo di una nota e fortunata trasmissione radiofonica.
Le famose, o per alcuni famigerate, “coppie di fatto” sono costituite da persone di sesso diverso che, pur non avendo contratto matrimonio tra loro, vivono more uxorio (locuzione latina che significa letteralmente “secondo il costume matrimoniale”) dando così vita ad una vera e propria famiglia di fatto, in quanto alimentano un’unione che segue lo stile proprio delle coppie regolarmente sposate. Se da una parte questa scelta di vita appaga le convinzioni in materia di matrimonio da parte di tante persone, che lo considerano una pratica inutile e superflua ai fini della solidità della convivenza, dall’altra pone fatalmente le coppie di fatto su un piano diverso, sotto l’aspetto giuridico-patrimoniale, rispetto alle coppie tradizionali che godono di diritti considerevolmente più ampi proprio perché più numerosi sono gli obblighi, sia patrimoniali che personali, che stanno alla base del matrimonio celebrato in forma solenne e formale dinanzi ad un ufficiale di stato civile. La politica ha in qualche caso tentato di mettere le mani nella spinosa questione, ma i (pochi) tentativi operati sono miseramente naufragati di fronte alla granitica opposizione della Chiesa, da sempre schierata su posizioni contrarie alla regolamentazione di unioni diverse dal matrimonio religioso. Ai tempi del governo Prodi, le parlamentari Bindi e Pollastrini stilarono una legge sui cosiddetti Dico, sigla che stava per “Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi”. L’on. Rosy Bindi, cattolica, si produsse in vere e proprie acrobazie dialettiche e legislative per preparare un testo che andasse bene a tutti,ma gli ambienti vaticani mostrarono pollice verso e l’iniziativa si sgonfiò. In Italia il parere della Chiesa conta e come! Qualche anno fa, è toccato a due esponenti del centro-destra tentare di elaborare un testo di legge che potesse stabilire punti fissi nella. Il documento portava la sigla DidoRe (“Diritti e Doveri di Reciprocità dei conviventi”), ma non è mai andato oltre una veloce comparsa nelle sedi parlamentari competenti, prima di sparire nelle nebbie dell’oblio. E così, nonostante i tentativi bipartisan di stabilire delle convenzioni che regolassero determinati aspetti della vita delle coppie o delle famiglie di fatto, in Italia (a differenza di altri emancipati Paesi europei) non si è mai riusciti a promulgare una legge completa e chiara in grado di fissare regole precise cui assoggettare il comportamento delle coppie conviventi more uxorio, evitando loro di compiere azioni in contrasto con qualche principio fondamentale del nostro ordinamento giuridico. E’ vero che uno strumento avente forza di tutelare i diritti delle coppie di fatto esiste e si chiama “contratto di convivenza”, ma esso limita le facoltà dei conviventi all’esercizio di poche prerogative (diritto di abitazione, diritto di versamento di una somma mensile all’altro componente della coppia, una certa forma di comunione di beni), ma non permette, ad esempio, di inserire una clausola penale per la rottura della convivenza, né prevede che si possa disporre dei beni derivanti da eredità.
Recentemente, un esponente politico di primo piano, richiesto di un suo parere in proposito mentre partecipava ad una manifestazione di piazza a Roma, si è così espresso:
“Credo che le unioni civili rappresentino un fenomeno che c’è e non si può occultare dietro le tenebre del pregiudizio: Credo che dovrebbero essere un punto di crescita unitaria della coscienza democratica dell’Italia. Mi piacerebbe che oggi tutti condividessero la necessità di rendere un riconoscimento giuridico alle coppie di fatto.”
La Chiesa, ovviamente, professa una posizione nettamente differente sull’argomento.
All’inizio del mese, Sua Santità Benedetto XVI si è recato in Croazia per una visita pastorale di due giorni. Nel corso dell’omelia pronunciata durante la messa celebrata a Zagabria prima di far ritorno a Roma, il pontefice è tornato sulla spinosa vicenda delle coppie di fatto, dei profondi disagi in cui attualmente versa l’istituzione del matrimonio (in Italia ci si sposa ogni anno di meno), della montante crisi delle vocazioni e della difficoltà di diffondere la fede tra i giovani:
“…Cari fedeli, non cedete a quella mentalità secolarizzata che propone la convivenza come preparatoria o addirittura sostitutiva del matrimonio(…) Non riducete l’amore a emozione sentimentale, a pulsioni(…) La famiglia fondata sul matrimonio ha un valore unico ed insostituibile ed è la strada fondamentale per vivificare il tessuto sociale(…) Non bisogna avere timore di impegnarsi per un’altra persona. Care famiglie, gioite per la paternità e la maternità. L’apertura alla vita è segno di apertura al futuro, di fiducia nel futuro(…) La famiglia tradizionale è una piccola chiesa e voi, cari genitori, impegnatevi sempre ad insegnare ai vostri figli a pregare e pregate con essi; avvicinateli ai sacramenti, non abbiate paura di leggere la Sacra Scrittura…”
Le parole del papa, espressioni del suo altissimo magistero, non ammettono repliche. Nel trattamento riservato alle coppie formatesi al di fuori del matrimonio religioso, però,c’è qualcosa che resta incomprensibile alle mie limitate capacità di intendimento. Non credo di mancare di rispetto a chicchessia se espongo qualche mio dubbio, dal momento che non sono mosso dal benché minimo intento polemico.
Abbiamo stabilito, ritengo abbastanza chiaramente, che i conviventi “more uxorio”, i divorziati, gli sposati solo civilmente si trovano, per la Chiesa, in una posizione morale che oggettivamente contrasta con la Legge di Dio. Per questo, e finché perdura tale situazione di “peccato”, essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, né esercitare certe responsabilità ecclesiali. E sin qui è tutto chiaro. Il matrimonio è un sacramento che sublima l’unione, di fronte al Signore, di due persone che si impegnano per tutta la vita ad aprirsi alle esigenze dell’altro, all’aiuto vicendevole, al dono di sé. E’, soprattutto, un sacramento da affrontare con senso di responsabilità, chiarezza estrema di propositi, salda volontà di rispettarne gli obblighi. Che non sono pochi (ricordate i famosi impedimenti dirimenti di don Abbondio?), anche se noi possiamo riassumerli nei tre requisiti principali che il sacerdote richiede ai nubendi: decidere di contrarre matrimonio in piena libertà di scelta, senza che sia intervenuta una qualsiasi forma di coercizione; essere predisposti, seguendo la via del matrimonio, ad amarsi ed onorarsi scambievolmente per tutta la vita; accogliere con gioia e con amore i figli che verranno, educandoli nel rispetto della parola di Dio. I due convenuti dichiarano davanti a Dio che non esistono intralci alla loro decisione, accettano le condizioni poste dal diritto canonico, si sposano, fanno festa in un tripudio di felicità e di solenni promesse di amore eterno…poi, un paio di anni dopo, li ritroviamo l’un contro l’altra armato: il matrimonio è stato un errore ed hanno già avviato le pratiche per la separazione. Ma un divorzio tout court a loro non basta, loro vogliono che del precedente legame non resti nemmeno il ricordo ed è per questo che si sono rivolti al Tribunale apostolico della Romana Rota, quello più noto come Sacra Rota. I giudici del Collegio ecclesiastico valutano il caso e se viene accertato che uno o più elementi hanno concorso ad infirmare le nozze, accolgono l’istanza: il matrimonio non è annullato, ma viene dichiarato mai avvenuto, poiché “…quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi…-Matteo 19, 6-8-
In virtù di questa decisione, la coppia è libera di risposarsi, anche in chiesa, oltre che di avvalersi della facoltà di accostarsi ai sacramenti e di esercitare le funzioni della realtà ecclesiale negate ai cattolici che vivono, in tema di matrimonio, al di fuori delle regole. Detto questo, credo che qualche dubbio sulla trasparenza del comportamento tenuto dagli sposi che si rivolgono al tribunale ecclesiastico sia più che legittimo. Essi si erano presentati davanti a Dio e, tramite il suo rappresentante in terra, hanno espresso la chiara e piena volontà di far sì”…che non siano più due, ma una carne sola…(Matteo 19,6-8), assicurando che non esistevano impedimenti alla loro decisione e che assumevano quell’importante impegno liberi da costrizioni, e poi, magari dopo qualche anno, eccoli lì, contriti ed imbarazzati, presentarsi davanti ai giudici della Chiesa per chiedere che il loro matrimonio venisse considerato mai celebrato perché, sì, è vero, una volta sull’altare loro avevano dichiarato delle cose, ma che quelle stesse cose erano false, oppure erano parziali, oppure nascondevano ben altra verità. Insomma, volevano dividere le loro strade e che l’organo ecclesiastico giudicante non stesse a far lì tante domande perché loro due avevano fondati motivi per chiedere che venisse concessa la cancellazione richiesta e che, comunque, il provvedimento di insussistenza del matrimonio poteva tranquillamente essere emesso perché quel giorno, di fronte al sacerdote, avevano mentito sapendo di mentire e quindi la loro unione religiosa era basata sull’inganno e l’imbroglio. Di sicuro le espressioni usate dai richiedenti erano molto più fini, eleganti ed articolate, ma il succo, se vogliamo, dev’essere stato quello.
Stabilito che la Sacra Rota vaglia attentamente ogni caso prima di concedere la sospirata attestazione di “matrimonio mai avvenuto” (anche se proprio papa Ratzinger, all’inizio dello scorso anno, ha raccomandato di non cedere a “richieste soggettive” e a non emettere e ad ogni costo sentenze di inesistenza del matrimonio), io mi chiedo quale così grande differenza, di ordine esclusivamente morale, ci sia tra i divorziati civili, le coppie di fatto e i coniugi regolarmente sposati che riescono ad ottenere dal tribunale ecclesiastico l’autorizzazione legale a considerare il loro matrimonio come mai avvenuto. I conviventi hanno scelto di portare avanti la loro unione senza regolarizzarla davanti a Dio, come pretende la Chiesa. Di conseguenza vivono nel peccato ed è a loro precluso l’accostamento ai sacramenti ed a qualsiasi attività di carattere ecclesiale. Sorvoliamo sulla convinzione che il loro non possa essere amore vero e sincero, ma soltanto “…un’emozione sentimentale, una pulsione…” (roba che, a quanto pare di capire, un vero cattolico ha la fortuna di neppure conoscere!), chi si comporta, tutto sommato, più onestamente nei confronti del Padreterno, l’unico che ha l’autentico diritto di risentirsi se qualcuno lo offende? Una coppia di fatto che, per motivi suoi, censurabili o meno che siano, preferisce vivere il suo ménage coniugale senza presentarsi al sacerdote, oppure due bravi coniugi cosiddetti regolari che di punto in bianco confessano di aver preso in giro tutti, da nostro Signore in giù, il giorno in cui si sono sposati e che quindi chiedono ad un eminente organismo di quella stessa Chiesa da loro sbeffeggiata di cancellare il loro matrimonio e di mandarli liberi e felici, miracolati da una riacquistata verginità di stato civile? Ma la Chiesa dice che spesso sono nel giusto i mistificatori e il parere della Chiesa, in tale questione, è sovrano. E non meriterebbe maggiore comprensione, sul piano umano, una povera donna che ad un certo punto si stanca di essere maltrattata da un marito violento, sfaccendato ed ubriacone e lo abbandona, chiedendo ed ottenendo il divorzio? Lo stesso discorso, ovviamente, vale in maniera sostanzialmente speculare per il marito, ove fosse vittima di torti gravi. Ma la Chiesa, giustamente, fa notare che un divorziato ha tradito l’impegno di rispettare l’indissolubilità del matrimonio e che perciò non merita di godere della grazia di accostarsi al più importante dei sacramenti, cosa che invece può fare chi ha ottenuto di far giudicare il suo matrimonio una specie di scherzo di cattivo gusto. Poco tempo fa, un pacato sacerdote ricco di buon senso mi ha accordato un sereno scambio di opinioni sul difficile compito decisionale che investe la Sacra Rota, ogni volta che quel tribunale è chiamato a deliberare su un caso in cui il matrimonio è stato celebrato, a detta dei coniugi pentiti, avendo alla base un insormontabile vizio di forma. Ebbene, alla fine egli ha ammesso che non è possibile escludere l’eventualità che i ricorrenti adducano motivazioni surrettizie a sostegno della loro richiesta, riuscendo ad ottenere ugualmente il loro scopo perché la pratica esaminata non presentava pecche ed anzi vantava accenti di sincerità e verità.
“La Chiesa – ha concluso sconsolato il sacerdote – insegna a rispettare la parola di Dio ed impone che si accostino ai sacramenti solo coloro che vivono nella grazia del Signore. Tutti dovrebbero uniformarsi a questa insostituibile regola, ma se esistono persone che non rispettano i precetti e riescono ad ottenere la cancellazione del matrimonio con mezzi fraudolenti, ebbene, ne risponderanno alla propria coscienza.”
Giusto, giustissimo! Ognuno risponde alla propria coscienza del suo comportamento. E a chi risponde la nostra coscienza, in ultima analisi? Facile: a Dio che ci giudica come solo a Lui è concesso di fare, perché Egli legge nei nostri cuori fino in fondo, facoltà che su questa terra non è concessa a nessuno, ma proprio a nessuno. E allora, mi permetto di chiedere: considerato che il giudizio degli uomini non è infallibile, perché non viene concesso il beneficio del dubbio a tutti i fedeli che si recano in chiesa, partecipano ai sacri riti e desidererebbero ardentemente assumere l’ostia consacrata? Perché la Chiesa respinge con implacabile ostracismo solo determinate categorie di persone ( o di peccatori, nessun problema), pur sapendo che nella nostra società vivono molte altre deboli creature del Signore che possono aver barato e mentito e mistificato prima, durante e dopo il matrimonio religioso, eppure conservano tutte le prerogative esercitate da coloro che le gerarchie ecclesiastiche considerano bravi cristiani timorati di Dio? Il matrimonio è per i credenti un sacramento indissolubile e va vissuto nel dono reciproco, affrontandone difficoltà, gioie e dolori con tutti i mezzi di cui ciascun coniuge dispone, ma tenderei ad escludere che solo un matrimonio benedetto da Dio sia felice e resista fino alla conclusione naturale dell’esistenza, mentre è stato deciso (ma da chi?) che le unioni di fatto non abbiano alcuna possibilità di camminare sulle robuste gambe di un tenero e sincero sentimento d’amore. Certo, nella società attuale, soprattutto tra le giovani coppie, c’è molta impazienza, poca disponibilità alle rinunce e ai sacrifici, malcelata insofferenza a misurarsi con le difficoltà che spesso si materializzano sulla strada del vivere in comune ed ecco che tutte le tenere promesse di eterna felicità, che il giorno del matrimonio profumavano la chiesa diffondendosi dall’olezzante boquet della sposa, si appannano, scoloriscono e si spengono troppo in fretta senza che qualcuno abbia voglia di tenerle vive. I consigli dettati dalla fede, tendenti a garantire lunga sopravvivenza al ménage coniugale, sono in fondo gli stessi che il buon senso laico ricorda ad ogni coppia che abbia deciso di affrontare insieme un progetto di vita durevole e riscaldato dall’amore. E non di rado certe unioni di fatto resistono molto più tenacemente di matrimoni celebrati in pompa magna davanti ad sacerdote, nutrendo la rassicurante certezza che, in caso di fallimento, si può sempre contare sulla benevola comprensione della Sacra Rota…
Rocco Tedino