La mattinata è splendida. Il sottile velo di foschia umida che aleggia sopra le case del paese, tanto più sotto, non si è sollevato fin quassù e l’aria è fresca e cristallina. Il cane ha bevuto l’acqua piovana che si era raccolta in una piccola depressione della roccia e adesso sta curiosando tra la vegetazione del sottobosco. Ogni tanto si immobilizza, fissa un punto lontano, inseguendo rumori che soltanto lui è in grado di sentire, poi si gira a controllare che il padrone sia sempre a portata di vista e ricomincia ad investigare nei dintorni. L’uomo se ne sta comodamente seduto su un grosso sasso e fuma con evidente piacere una sigaretta, apparentemente indifferente all’eccezionale paesaggio che lo circonda. Ma scommetterei qualsiasi cifra che neanche la persona più tetragona alle fantasticherie di questo mondo riuscirebbe a restare insensibile di fronte alla sottile malia, all’inesplicabile fascino emanati da un bosco secolare immerso in un silenzio arcano, un silenzio che parla ai sensi con la voce dei secoli e della storia di uomini che quei secoli hanno vissuto. Esagerazioni? Enfatiche sensazioni originate dalla suggestione che afferra chi si immerge nella sussurrante solitudine di un luogo in cui la natura ha dispensato a piene mani copiosi tesori della sua selvaggia ed inarrivabile bellezza? Forse tutto questo, forse qualcosa d’altro e di più: fatto sta che entrare nel bosco bandito di Timau (materialmente o ammirando il coinvolgente video girato sull’argomento dalla valente regista Giovanna Zorzenon e pubblicato in rete), sedersi in un cantuccio e guardarsi intorno con gli occhi del cuore, significa sentirsi proiettati in una dimensione straordinaria, ricca di aspetti favolosi. L’area rigurgita di sottili alberelli, spesso semplici pali nudi ed esili, che si intrufolano tra una considerevole quantità di faggi secolari. I loro tronchi possenti, maestosi, imponenti, resi rugosi dal tempo e talvolta scavati da profonde cicatrici, si ergono con orgogliosa alterigia verso un cielo in gran parte celato dalle ampie e fronzute chiome cresciute sulla pelle nodosa di rami sviluppatisi in tutte le direzioni, un arruffato intrico di braccia nerborute. Non tutti i fusti salgono diritti verso l’alto. Alcuni di loro interrompono di botto la crescita lineare e disegnano angolazioni incredibili, storti, curvi, sbilenchi, ma non per questo privi di quelle caratteristiche di grandiosità e maestosità che li contraddistinguono. E le radici che affiorano dal terreno? Solide, massicce, granitiche fondamenta in armonia con le proporzioni degli alberi che da loro traggono forza e sostentamento. Questo, più o meno, è lo spettacolo che spazia sotto lo sguardo dell’osservatore interessato: una marea di giganti vegetali cresciuti a stretto contatto, dalle propaggini tanto ravvicinate da comporre una fitta volta quasi impenetrabile ai raggi del sole che solo a stento riescono a perforarla con le loro abbaglianti lame di luce. In quei casi, la luminosità conferisce ai tronchi una bellezza e una maestosità particolari, quasi una profondità da quadro di pregio.
Quanti anni avranno con precisione quegli alberi? Quante immagini, belle e brutte, si saranno impresse nella loro botanica memoria, nel corso di un’esistenza lunga secoli? Sotto i loro rami essi hanno visto passare viandanti, boscaioli, montanari, pastori, diretti con le loro bestie agli alpeggi in montagna; contrabbandieri affannati nella fuga e guardie scatenate al loro inseguimento; donne che procedevano a passo lento e costante, l’inseparabile “gerlo” sulle spalle e il pensiero rivolto al carico di fieno che al tramonto avrebbero scaricato in qualche angolo di casa; quando la follia collettiva aveva preso il posto della ragionevolezza nel cervello degli uomini e la guerra aveva imposto la sua turpe legge, i faggi del bosco bandito di Timau avevano assistito con muto dolore ad episodi di crudeltà che mai più avrebbero dimenticato…ma poi il sorriso era tornato sulle ali dei canti di pace e d’amore che cori di voci di fedeli di ogni età innalzavano alla Divinità mentre attraversavano il bosco per raggiungere in pellegrinaggio la cappelletta dello Jegarastl.
Ora nel bosco non c’è più nessuno. L’uomo e il suo cane sono spariti. Mi sta venendo l’antipatico sospetto di aver parlato ad un uditorio assente. E’ tempo che sparisca anch’io.
Rocco Tedino