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Parliamo di conoscenze

La spiaggia formicolante di umanità chiassosa è un’incudine su cui il sole assesta martellate micidiali. Un uomo esce dall’acqua, allarga un asciugamano appena al di fuori della zona d’ombra disegnata dall’ombrellone e vi si distende a pancia sotto, abbandonandosi ai morsi incandescenti della canicola. In quel preciso istante, una tempesta di sabbia si materializza ad oscurargli il sole: un ragazzino biondo e riccioluto, correndo  e spiccando balzi attorno a quel disgraziato come un derviscio invasato, sta sollevando una nuvola di rena che, ricadendo morbidamente sulla pelle ancora umida dell’uomo, vi si rapprende e ne trasforma la figura in una  buffa scultura di sabbia. L’aggredito solleva lentamente il capo ed indirizza una feroce occhiata calibro 45 magnum in direzione del piccolo malvivente che, senza darsene minimamente per inteso, continua ad esibirsi nel suo infernale carosello. Il colore sul viso della statua umana  va lentamente virando verso il paonazzo acceso ed è chiaro che egli sta combattendo una strenua lotta contro la fiera tentazione  di annodare le gambe intorno al collo della pestifera creatura e di seppellire il mostruoso fagotto sotto tre metri buoni di spiaggia; quand’ecco che una voce femminile si alza ad evitare appena in tempo una tragedia: “Riccardo, smettila immediatamente e chiedi scusa al signore!” E’ la vicina di ombrellone, la responsabile di aver messo al mondo quell’incrocio tra un mal di denti e un foruncolo sul soprassella. L’adorabile Riccardo ignora le esortazioni di sua madre, non meno di quanto poco prima avesse snobbato l’occhiata omicida lanciatagli dalla sua vittima, e continua a fare i suoi comodi, ma a questo punto  entra nella vicenda un elemento che modifica profondamente lo scenario: il padre dell’aspirante-suicida depone il giornale sportivo che stava leggendo, si alza dalla sdraio, muove pochi passi,  afferra alla vita il suo tempestoso rampollo e lo scaraventa letteralmente sulla sedia sotto l’ombrellone che aveva occupato fino a quel momento. Troneggiando su di lui, solleva un dito in segno ammonitore, senza proferire parola, poi si rivolge al suo vicino, che si stava avviando verso l’acqua per ripulirsi, ed esala un rassegnato: “Mi scuso per lui”. Quindi recupera il suo quotidiano e ne riprende la lettura, appollaiandosi sull’angolo di un lettino. Intanto il Riccardo cuor-di-domato si guarda intorno, con lo stesso sguardo corrucciato che probabilmente aveva Achille ritiratosi sdegnato sotto la tenda, e i suoi occhi incrociano quelli del bambino della famiglia accanto, che se ne sta beatamente stravaccato su una poltroncina di plastica sotto il suo ombrellone, e lo fissa con un sorrisino sfottente mentre  si dedica coscienziosamente alla scientifica demolizione di un enorme gelato “millegusti”. Il tenero Riccardino tenta di intimorirlo con una serie di occhiate stile Conan il barbaro, ma si scontra con la reazione forse più traumatica della sua imberbe esistenza: il suo dirimpettaio lo guarda ancora un po’ al di sopra del fungo del gelato, poi risponde con un rotondo gesto dell’ombrello! Soltanto il trafelato e tempestivo intervento delle due donne scongiura la macellazione di uno dei due belligeranti sulla pubblica spiaggia!

Piano lungo, dissolvenza, comparsa della didascalia “Due giorni dopo” e il film è cambiato. Le due signore praticamente fraternizzano tra un punto a maglia e la realizzazione di una ricetta, i due uomini leggono, parlano, giocano a carte sotto l’ombrellone e trascorrono solitamente parte del pomeriggio organizzando lo svolgimento della serata. I due pargoli hanno intanto instaurato una specie di pace armata e, tolti i momenti in cui si ingegnano di brutto a sfasciarsi le zucche a colpi di secchiello,  riescono ad andare abbastanza d’accordo. La fine della vacanza è prossima ed allora irrompe nella conversazione la micidiale frase, pronunciata di solito dalla persona della compagnia meno attrezzata nei piani superiori del cranio:

“Che peccato, fra qualche giorno torneremo a casa e stiamo così bene insieme! Che ne direste di scambiarci gli indirizzi, visto che oltretutto abbiamo la grande fortuna di non abitare neanche troppo lontano?”

Sembra impossibile, ma spesso è sufficiente un’uscita come questa, una specie di dannosa formula magica gravida  di imprevedibili effetti collaterali ad altissimo rischio penale, per trasformare dall’oggi al domani una promettente  amicizia  in un incubo, ma in un incubo…che sembrano due!. Mi è frequentemente capitato di notare, infatti, che al mare –svaporata l’euforia che accompagna il dissennato rito di scambiarsi, con masochistico compiacimento, numeri telefonici, indirizzi postali, codici fiscali, numero di scarpe e quant’altro-  subentri una sorta di appagamento, di soddisfazione per aver rispettato uno dei capisaldi della vacanza. Poi quel pensiero vola oltre, sostituito da un altro più fastidioso.

Può apparire un impulso esagerato, prematuro, ma quelle scarne annotazioni anagrafiche spesso hanno il potere di accendere, in certe coscienze, la consapevolezza che non c’è un minuto da perdere per dare il via alla caccia alla scusa: domani le due famiglie si separeranno, ciascuna di esse rientrerà nella propria dimensione quotidiana e già domani una fastidiosa sensazione  di artefatto farà sembrare ingannevoli le spensierate atmosfere di certe conoscenze balneari, cancellandone le false prospettive di cordialità e di interesse reciproco, quasi si rivelassero all’improvviso dei malinconici tramonti scambiati per albe radiose.  A questo punto, certe giornate ruotano intorno a frenetici sforzi psicofisici  che aiutino a scovare le giustificazioni più fantasiose ed utili a scansare micidiali gite fuori porta a famiglie unificate, pranzi domenicali in una casa o nell’altra, serate trascorse a guardare l’idiozia televisiva alla moda oppure a passare due ore catatoniche a cinema, davanti all’ultimo esiziale mattone coreano che “…bisogna assolutamente vedere, è semplicemente divino!” Ma come si riesce, mentre si tenta di scivolare nel delizioso smarrimento di una pennichella postprandiale all’ombra di una fronzuta quercia, a sopportare un cialtrone che racconta nei dettagli l’esperienza musicale vissuta a Salisburgo, in occasione della settimana mozartiana, e che sbotta improvvisamente in una serie di terrificanti muggiti che, secondo lui, rappresentano l’attacco del “Sono il factotum della città”? Poi si deve sprecare un quarto d’ora per fargli capire che sta confondendo il “Barbiere di Siviglia” con “Le nozze di Figaro”…

E che dire del viaggiatore in servizio-pemanente-effettivo che ostenta le sue conoscenze geografiche, che dà i voti ai luoghi visitati, che fa confronti di vivibilità tra una città e l’altra, che pontifica su tassi di inquinamento e maleducazione municipale, su degrado e micro o macrocriminalità, e alla fine viene fuori che il viaggio più eccitante l’ha fatto a Lourdes col treno violetto del ’98 e che attualmente vive nelle “Vele” di Scampia, periferia di Napoli?

No, certe conoscenze occasionali, nate in circostanze praticamente obbligate, non garantiscono alcuna sicurezza di durata. Appartengono alla sfera delle esperienze da fare necessariamente al mare o ai monti, un omaggio da tributare alla liturgia laica che pretende la sottomissione a certi gesti codificati dalla tradizione non scritta. No, le sorprese più incredibili, in fatto di conoscenze impreviste, si possono benissimo scovare nei posti più impensabili. Per esempio, in ospedale. C’è poco da ghignare, a me è capitato.

Io ho conosciuto in ospedale una persona squisita con la quale ho sentito realizzarsi rapidamente quella foscoliana “corrispondenza di amichevoli sensi” (mi si passi la parafrasi: di questi tempi, e con certe tendenze imperanti, è meglio specificare…). Mi è capitato, per di più, in un reparto in cui si entra con i nervi annodati come collanine di fil di ferro: ansiosi, preoccupati, insofferenti, vagamente astiosi nei confronti dell’intera realtà circostante. Aggiungete al tutto il fatto che io sono fondamentalmente un tipo piuttosto riservato, scarsamente portato ad instaurare rapidamente un rapporto di aperta cordialità con un estraneo, come tanti sanno fare, e che, nelle situazioni in cui voglio restare in pace, sono capace di inserire nella mia voce toni che ricordano lo scoppiettio di un fuoco di fascine, e capirete che ho, sì, quasi settant’anni,  ma che in casi di emergenza sono capace di sragionare come un giovanotto di venti.

Con Nicolò gran parte di queste difficoltà, da parte mia,  non sono minimamente emerse. Il nostro incontro, in quella stanzetta d’ospedale, è avvenuto con naturalezza, libero da condizionamenti e prevenzioni. Due veloci frasi e avevo già capito che con quel…coinquilino mi sarei trovato bene. Discreto, educato, un senso dell’umorismo guizzante e affatto convenzionale (ricordo che quando chiesi se il suo nome si scrivesse con una o due “c”, mi rispose sornione che a casa sua erano poveri e che non potevano largheggiare sulle consonanti!). Le nostre chiacchierate si districavano in maniera  interessante, divertente, leggera e al contempo istruttiva, e ci aiutavano enormemente a superare l’ingombrante, acre presenza nel nostro organismo di un nemico duro da contrastare. Avevamo tanto interessi in comune, professavamo le stesse convinzioni in molti campi (non vi dico la goduria di scambiarci commenti e battute quando arrivavamo al discorso della politica!), prediligevamo sotto tanti aspetti gli stessi generi letterari…insomma, insieme stavamo proprio bene. Non bastasse questo, capitava anche che refrigeranti momenti di serenità scaturissero dalle visite professionali di dottoresse e infermiere, con le quali Nicolò riusciva a trovare un’intesa spontanea, immediata, fatta di scherzose (e sempre corrette) botte e risposte che concorrevano ad alleggerire l’atmosfera dell’ospedale e a farci sentire piacevolmente inseriti nella lista degli esseri umani, quelli che vengono indicati con nome e cognome e non con il numero del letto che occupano. Ma forse è meglio che la smetta di arpeggiare sul tema, perché corro il rischio di dare un’impressione  errata e fuorviante della nostra degenza. Sia ben chiaro che noi eravamo ricoverati in un ospedale, non stavamo godendoci un periodo di invidiabile folleggiamento al “Bunga-bunga Drake Club”: proprio per questo, il ricordo di quegli scambi sereni di battute simpatiche è sempre vivo e gradevole.

O bella, mi sono appena accorto che sto usando i tempi verbali al passato, come se la frequentazione con Nicolò si fosse interrotta! Niente di tutto ciò, per carità! Noi restiamo regolarmente in contatto, ed anzi lui è già venuto a trovarmi un paio di volte a Timau. Nicolò è un affermato ristoratore ed opera in quella zona stupenda delle Dolomiti che risponde al nome di Cortina d’Ampezzo. So che prima o poi restituirò la visita (scommetto che per quella volta sarà lui a stropicciarsi il cervello, alla ricerca della scusa buona per dilazionare l’incontro…) ed anzi ho già immaginato tutta la scena.

La strada in leggera ascesa si srotola pigramente sotto le ruote fruscianti dell’auto. Il motore ronfa con ritmo regolare e rassicurante. Sono diretto, ormai da più di quattro ore, ad un hotel posto sulla riva di un ameno laghetto alpino, un gioiellino incastonato nell’impareggiabile chiostra delle Dolomiti. Il viaggio si é rivelato molto tranquillo e mi trovo quasi alla meta, immerso  in un panorama che muta continuamente, come l’interno di un caleidoscopio. Adesso sto percorrendo la strada principale  di un lindo paesino, lucente e levigata nella sua lastricatura. C’è in giro molta animazione. Gruppi di persone  passeggiano sugli stretti marciapiedi  e formano crocchi rumorosi ed allegri se incrociano amici con i quali scambiare  sorrisi e commenti  scherzosi. Molti curiosi entrano nei negozi che si affacciano su entrambi i lati della via: una sfilata di botteghe  che soltanto  qualche portone, qui e là, riesce ad interrompere. Qualcuno, stanco di bighellonare, si sistema comodamente ad uno dei tavolini esterni dei bar, cercando l’ora di cena nel fondo di un affusolato bicchiere da aperitivi.  Ad un incrocio, una freccia mi mostra la direzione da prendere per giungere al lago e ben presto il paese sfila alle mie spalle. Alla fine di un tratto rettilineo lungo circa mezzo chilometro, raggiungo un bivio, dal quale si diramano due strade che corrono lungo la riva del lago, in direzioni opposte, prima di riunirsi sulla vasta sponda su cui  sorge l’albergo, svettante su un prato curatissimo, in lieve pendenza verso la riva del lago. Visto da lontano, impressiona per dimensioni e scelta indovinata dello stile architettonico, che si armonizza perfettamente con lo splendido ambiente naturale circostante. Alto tre piani, con il tetto ricoperto, a quanto credo, da lastre di rame che il tempo ha spalmato di una patina di color turchese cupo, mostra  la parte inferiore fatta di sassi bianchi ed irregolari , cementati con la malta, mentre la restante superficie é rivestita di assicelle ricoperte di un appariscente vede brillante. Le imposte delle finestre che si allineano ravvicinate sull’intero perimetro della costruzione, sono dipinte di un bel giallo caldo, lo stesso colore di cui si fregiano le porte-finestre che accedono sui pochi balconcini panciuti ed infiorati di cui sono dotate alcune camere all’ultimo piano. Il portico che corre snello ed elegante sul davanti é sorretto da colonnine di legno disposte in formazione regolare, che sostengono con le cornici un lungo tetto spiovente. Attraversato un cancello in ferro battuto, percorro il lungo viale, orlato di una quantità di aiuole fiorite e di macchie di arbusti piantati in modo da creare un delicato effetto paesaggistico, e poco dopo mi trovo in un vasto parcheggio aperto sul retro dell’albergo. Sistemo l’auto,  prelevo il leggero bagaglio di cui sono munito, sosto  il necessario presso la reception ed eccomi finalmente alloggiato in una luminosa e confortevole camera al terzo piano, l’ultimo, che io ho espressamente richiesto perché ho un segreto desiderio da realizzare: vedere sorgere il sole all’alba dell’indomani dal balconcino. Manca ancora del tempo alla cena e decido di rifare la strada per il paese, questa volta a piedi. Il tempo, però, si è rapidamente guastato. Incombe un cielo livido e ingombro di nuvole basse, che rotolano con lenta indifferenza verso la vallata, sospinte da un vento dispettoso e volubile. Quando giungo in paese, apprendo che da giorni, con stupefacente puntualità, una pioggerellina sottile ed insistente si materializza a metà pomeriggio, asperge coscienziosamente  il panorama e repentinamente cessa. Stanno intanto scendendo le prime ombre della sera  e le vetrine illuminate di bar e negozi proiettano quadrati di luce vivida sui marciapiedi lucidi di pioggia. Non mi va di ritornare in albergo sotto l’acqua e bighellono un po’ in giro, sperando che il tempo migliori. Sono fortunato: la pioggia è cessata e la passeggiata di ritorno è molto corroborante, impressione confortata dal robusto appetito con il quale condisco le gustose pietanze servite e cena. Vado a letto. Il cielo è sgombro di nuvole, tutto intorno vive il gran buio dei boschi e il  paese, sullo sfondo, sembra una manciata di stelline in un mare nero. Forse riuscirò a vedere sorgere il sole all’alba. Con questa speranza, lascio socchiuse le imposte: il primo chiarore mi sveglierà. In capo ad alcune ore di sonno profondo e riposante,  mi ritrovo con gli occhi spalancati sul buio della mia camera. Sbircio attraverso lo spiraglio intenzionalmente lasciato tra le imposte la sera prima e scorgo l’accenno di una luce bassa ed  incerta. Bene, faccio ancora in tempo a godermi lo spettacolo. Esco sul balcone, rabbrividendo leggermente, mi avvolgo nella vestaglia e mi siedo a guardare.

Verso oriente il cielo si é sensibilmente rischiarato e dietro le montagne balenano i riverberi di un incendio color oro. Poi i primi raggi di sole prorompono sopra la linea dell’orizzonte,  bagnando le vette di un luminosissimo fulgore. La luce sfavillante filtra attraverso la vegetazione e per qualche secondo crea la magica illusione che lo scorrere del tempo si sia arrestato, come sospeso tra la penombra della notte che si va spegnendo e il chiarore dell’alba non ancora percepito. E’ un’illusione brevissima, poi il bagliore del sole, accecante, comincia a discendere veloce le pendici dei monti, allargandosi progressivamente e spingendo la linea d’ombra davanti a sé. Quando i raggi arrivano ad accarezzare l’acqua del lago, il giorno é nato.

Basta, ho vaneggiato abbastanza. Io non sono mai stato a Cortina e questa roba me la sono inventata di sana pianta. Non so se sarò mai in condizione di affrontare lo strapazzo di un viaggio fino alla “perla delle Dolomiti”, ma sinceramente a me interessa di più conservare la bella amicizia nata tra noi due. Simili rapporti sinceri e gradevoli aiutano anche a combattere il male. Caro Nicolò, in altre parole tu per me sei una specie di farmaco e ne possiedi tutte le migliori qualità curative. Su, su, non te la prendere. Vorrà dire che, per sdebitarmi, ti lascerò vincere qualche partita a carte…

 

Rocco Tedino

 

 

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