Ho la netta sensazione che in Italia, nel corso dell’ultimo ventennio, il numero degli eroi sia aumentato in maniera esponenziale. Non so da che cosa dipenda: forse una certa propaganda tenta di far credere che l’eroismo sia la qualità precipua del nostro popolo; forse qualcuno ritiene che la qualifica di eroe costituisca una sorta di “risarcimento” morale nei confronti di tante povere vittime di quelle non-guerre spacciate per missioni umanitarie dall’ipocrisia politica… fatto sta che, nei commenti dei media, diventa eroe ogni servitore dello Stato ucciso mentre portava aiuto e democrazia a popoli che non si è ancora capito bene che cosa vogliano in realtà. Mi sembra superfluo chiarire che io non mi sogno neppure di mettere in discussione la liceità di tale prassi: ho il massimo rispetto per tante vite stroncate nel rigoglio dell’età e per quanto mi riguarda sarei d’accordo di tributare ai Caduti ogni forma di onoranze; quello che suscita in me qualche perplessità, piuttosto, è una certa forma di banalizzazione della figura dell’eroe moderno. Voglio dire che l’immagine dell’eroe di guerra è profondamente cambiata, non dico dall’antichità – evitiamo di scomodare aedi e poesia epica - ma da epoche relativamente vicine ai tempi nostri, come potrebbe essere la prima guerra mondiale. Allora i protagonisti di fatti straordinari erano presentati in tutta la loro eccezionalità ed avevano principalmente la funzione di indicare un modello umano a cui ispirarsi per essere eccellenti. Questa specifica funzione è valida anche ai giorni nostri, ma ho la fastidiosa impressione che una strisciante propaganda utilitaristica stia pesantemente barando: la nuova epica ha cambiato forma e intenti. Poiché non suona corretto celebrare gli eroi della guerra in una società globale che tenta disinvoltamente di far dimenticare che sul pianeta si stanno combattendo una trentina circa di conflitti, tra famosi e dimenticati, caratterizzati da innumerevoli vittime innocenti, cinema e televisione fanno vedere il vero e il falso, traendo da modelli qualsiasi l’ispirazione all’eroismo, nell’illusione di far dimenticare alla gente un passato macchiato da decisioni politiche e militari avventate ed un presente imbarazzante, in quanto ingessato nell’impossibilità di decidere autonomamente. Ecco che allora si narra di un accadimento porgendo prima l’orecchio a ciò che dice la gente e a quello che essa si aspetta di sentirsi raccontare, piuttosto che controllare l’accuratezza storica. In tal modo si fondono la verosimiglianza con le esagerazioni, le mistificazioni con pillole di verità ed ecco creato un altro eroe il cui compito è quello di fare da nobile contraltare a colonie di arrembanti pupattole ben fornite fisicamente (oltre, di solito, non vanno…) e di palestrati ragazzotti che sgomitano per monetizzare, non importa come, dieci minuti di effimera popolarità.
Il dizionario definisce eroe “…un uomo di gran coraggio e di straordinarie virtù, che può arrivare al cosciente sacrificio di sé per una ragione o un ideale ritenuti giusti…” Riflettendo su questa definizione, mi sono soffermato a domandarmi se hanno diritto a fregiarsi del prestigioso riconoscimento anche i circa 1.700 soldati italiani, i cui resti riposano nel Tempio Ossario di Timau, morti tra il maggio del 1915 e l’ottobre del 1917 sul fronte di guerra che correva prevalentemente sulle creste delle Alpi carniche. E mi sono inoltre chiesto, allargando il discorso alla visione globale della Grande Guerra, se è possibile che quell’immane carneficina abbia prodotto altri episodi di eroismo, oltre a quelli tramandatici dalla storia, dalla tradizione e, perché no, anche dalla propaganda. La risposta mi sembra scontata: certo, nella prima guerra mondiale rifulsero eroi di ogni genere. Pensiamo, ad esempio, a Battisti, a Sauro, a Filzi, a Oberdan, a Chiesa e ad altri animosi irredentisti che impugnarono le armi contro gli austriaci, pur sapendo che, in caso di cattura, li aspettava la forca. Ci furono personaggi che incarnavano l’esaltazione del tempo e subivano il richiamo del mito (Gabriele D’Annunzio è l’antesignano di quella schiera), figure simboliche come Enrico Toti e Giovanni Macchi, combattenti dotati di virtù spiccatamente militari come, ad esempio, Francesco Baracca e Michele Vitali, ed altri che riversarono sul campo di battaglia la spavalderia e l’incoscienza dell’età, il coraggio e la lucida follia, l’ardimento e la temerarietà. Ma questi fulgidi simboli di valore furono più eroi di migliaia e migliaia di loro colleghi che pagarono con la vita il desiderio di completare l’unità d’Italia? E furono forse meno eroi coloro che, strappati alle loro famiglie e al loro mondo, vennero scaraventati in posti sconosciuti a scambiarsi fucilate con altri disgraziati infagottati in una divisa di colore diverso, affrontando le insidie del freddo, del fango, della sporcizia, della fame, della nostalgia, della paura? E come definire i tanti che si ribellarono ai massacri immotivati e pagarono le loro sacrosante lagnanze con la decimazione e la fucilazione (anche se è doveroso sottolineare che in guerra non tocca ai subordinati decidere a quali ordini obbedire e a quali no)? A mio avviso, gli eroi di quella guerra furono i rappresentanti di un popolo intero: i contadini e gli impiegati, i pastori e gli studenti, i manovali e gli insegnanti, messi in divisa e mandati a combattere e a morire spesso senza una spiegazione. Il nostro esercito si dimostrò in molte occasioni migliore di chi lo comandava, in genere burbanzosi generali prigionieri della “sindrome di Balaklava”, la località della Crimea balzata agli onori della cronaca a metà del diciannovesimo secolo per essere stata il teatro della leggendaria carica della Brigata leggera britannica, sul momento salutata come un episodio di luminoso eroismo e poi riportata nella sua naturale dimensione di puro e semplice disastro militare. Perché l’accenno a Balaklava? Perché mi è sembrato, leggendo molte cronache dell’epoca, che i nostri signori della guerra conoscessero una sola tattica: mandare, su terreno scoperto, un’ondata dietro l’altra di poveri fantaccini all’assalto di munite postazioni nemiche, talché i nostri soldati si trovavano davanti selve di mitragliatrici austriache che ne facevano scempio e alle spalle le mitragliatrici dei carabinieri che abbattevano chiunque desse segno di voler scappare da quel carnaio. Ma il senso del dovere prevaleva su qualsiasi altra considerazione e i soldati soffocavano la paura di lasciarci la pelle e balzavano all’attacco, emergendo da trincee scavate nella roccia o annegate nel fango. Non è retorica, è la verità. In quelle condizioni era facilissimo morire. E non solo di piombo nemico: la trincea era un ricettacolo di infezioni, si viveva gomito a gomito con topi, pidocchi, scarafaggi, spesso accanto ad un collega morto che non era possibile portare altrove, ad una sepoltura un po’ più cristiana. Quanti soldati morirono a causa di malattie infettive, di tifo, di colera, di tubercolosi? Tanti, davvero tanti. Questa, nella sua drammatica veridicità sfrondata dagli orpelli della propaganda patriottarda, fu la prima guerra mondiale. Un palestra di sacrifici, di sofferenze, di morte per più di sei milioni di italiani malvestiti, male armati, mal comandati, costretti ad obbedire anche quando capivano che l’ordine impartito era stupido e suicida. Ma essi, i fanti e tutti i combattenti di vari Corpi e Armi, non si tirarono mai indietro e si batterono al meglio delle loro possibilità, pur sapendo, ad esempio, che un comandante trovava più difficile spiegare la perdita di un mulo che quella di un soldato.
Ecco perché io credo che meritino di essere chiamati eroi anche i morti dell’Ossario di Timau. Ed allora il rincrescimento sale ancora più forte, constatando come il garbuglio di certe pastoie burocratiche minaccino di impedire che venga posto sollecito riparo ai danni prodotti all’edificio da agenti meteorologici nefasti. L’umidità sta aggredendo sezioni sempre più vaste delle pareti interne e ha già attaccato i dipinti del Pellis, che mostrano preoccupanti tracce di corrosione. Il cornicione sopra l’entrata perde pezzi, le campane, talmente instabili da costituire serio pericolo per l’incolumità dei visitatori, sono state aggiustate grazie all’intervento del locale Gruppo alpini, alcune delle piastre che ricoprono i loculi avrebbero bisogno di urgente manutenzione…La parrocchia, che cura la custodia del Sacrario, ha più volte sollecitato l’intervento delle autorità responsabili e bisogna ammettere che una volta una commissione proveniente da Redipuglia si è spinta fino a Timau, ha esaminato con la dovuta serietà le condizioni dell’Ossario e poi è ripartita, promettendo sollecito e fattivo interessamento. Infatti, dopo quella visita non si è più fatto vivo nessuno e le condizioni del sacro sito peggiorano regolarmente. Eppure, sono tanti i motivi storici ed affettivi che imporrebbero maggiore attenzione nei confronti della costruzione. Qui dentro, ad esempio, riposano le spoglie mortali di don Tita Bulfon, il sacerdote che si batté con tutte le sue forze perché i resti dei tanti Caduti sul fronte carnico trovassero degna sistemazione in un luogo acconcio; dietro una sobria lastra di marmo sono inumate le spoglie mortali di Maria Plozner Mentil, la portatrice carnica uccisa nel febbraio del 1916 da un cecchino austriaco; accanto ai caduti italiani dormono anche 73 morti austro-ungarici, a testimonianza che gli uomini, quando vogliono, sanno anche superare odii e contrapposizioni che si credevano insanabili. Mi fermo qui, con l’elencazione, ma potrei anche proseguire con la citazione dei tesori artistici creati da Vanni Rossi, dal citato Pellis, da Castiglioni e compagnia bella. Mai il mio pensiero principale va a tutte le vittime della guerra attualmente inumate nell’Ossario che, presto o tardi, potrebbero conoscere una situazione di grave disagio. A rendere ancora più grottesca la situazione concorre la circostanza che sul monte Freikofel, una cima sulla quale si combatté più di una sanguinosa battaglia tra il 1915 e il 1917, l’Associazione Amici delle Alpi Carniche di Timau sta facendo un bel lavoro diretto a ripristinare lo stato originale di trincee, ripari, camminamenti e depositi (e non solo : i suoi lodevoli sforzi sono diretti ad ampliare e ad arricchire il Museo della Grande Guerra, mentre è stato appena completato il restauro del monumento alle Portatrici carniche). Ma torniamo al museo all'aperto sul Freikofel. Pensate: il campo di battaglia rimesso a nuovo, permettetemi di esprimermi così, mentre i resti mortali di tanti protagonisti di quelle battaglie corrono il rischio di vedersi franare addosso parti consistenti del Sacrario. Tranquillizziamoci, tuttavia: a Roma si lavora alacremente per la risoluzione del probleai e di sicuro l’Ossario militare di Timau ritroverà la sua integrità strutturale. Quando? Beh, adesso chiedete troppo…
Rocco Tedino