Accingendomi all’impegnativo compito di esprimere come meglio posso le impressioni derivate dalla lettura del riuscito volumetto nel quale Velia Plozner ha raccolto notizie e ragguagli concernenti la storia centenaria della cappelletta Jegarastl, mi è venuta voglia di cominciare…dalla fine, cioè dall’esortazione che generalmente chiude ogni dissertazione critica che illustri i pregi architettonici, storici e culturali di un sito: andate a visitare quella costruzione, ne vale la pena. L’invito è rivolto a chiunque abbia forza e volontà di affrontare una ripida mulattiera selciata e poi un tratto del comodo sentiero sterrato che conduce l’escursionista a raggiungere la località Oubarraut: qui, in mezzo ad una secolare faggeta, si apre un piccolo pianoro, al cui centro si erge la cappelletta dedicata alla beata Vergine Dolorosa che più tardi assunse altra denominazione, a quanto risulta da un passaggio del manoscritto redatto da Tomaso Unfer fu Stefano Sappadin e conservato nell’archivio parrocchiale “…in seguito la chiamarono in dialetto Muatargotis van Jegarastl e il quadro dell’immagine fu portato dall’Austria e cioè da Luggau…”.
Chi, invece, dimostri scarsa propensione per lo sforzo fisico può mettersi comodo in poltrona ed imparare tutto sulla cappelletta grazie al libro della maestra Velia, la quale ha inserito nella pubblicazione una quantità di informazioni tanto vasta da porre il lettore nella beata condizione di conoscere a fondo la storia secolare del sacro edificio senza muoversi da casa sua. Parafrasando un noto slogan commerciale in voga alcuni anni fa, si può dire che “quello che non è detto nel libro non valeva la pena di essere scritto!”.
Il libro, scritto in timavese con corrispondente traduzione in italiano, è ricco di fotografie (sono oltre sessanta!) e di dichiarazioni testimoniali rilasciate da persone che hanno così contribuito ad arricchire il volumetto di racconti interessanti e rimarchevoli. Dopo la prefazione stilata dal dott. Ottaviano Matiz, presidente del Circolo culturale “G. Unfer” di Timau, associazione che ha curato la pubblicazione dell’opera, e di un commento del signor Dino Matiz, autore, come vedremo, del restauro delle due campane di cui è dotata la costruzione, si ha l’occasione di sorridere ammirando una vivace e coloratissima carta topografica nella quale la dottoressa in pittura Marta Muser, con un tocco grafico vagamente ispirato all’inimitabile stile di Jacovitti (almeno a me così è sembrato e Marta mi perdoni se, come è più che probabile, ho preso una solenne cantonata), si è divertita a rappresentare, con mano davvero maestra, la cappelletta e i luoghi che dalla sua posizione è possibile ammirare, inserendo nel quadro godibilissimi particolari. Segue una scrupolosa descrizione dell’itinerario da seguire per raggiungere il sacro sito, attraversando una mulattiera e parte di un folto bosco di faggi, quindi viene rappresentata in otto immagini, quattro disegni e quattro foto, la prospettiva offerta dalla cappelletta se esaminata dai quattro punti cardinali. Con lodevole meticolosità, si passa poi alla rappresentazione delle caratteristiche architettoniche esterne ed interne della costruzione, delle immagini sacre in essa venerate, degli arredi di toccante semplicità che la addobbano, delle testimonianze di fede viva e genuina tributate alla Divinità dalla gente di passaggio. Ed eccoci all’ampio resoconto delle vicissitudini affrontate dalla cappelletta a partire dal 1870, anno della sua costruzione ad opera di volenterosi abitanti di Timau, fino al 1946, data in cui la cronaca degli avvenimenti, redatta dal citato Tomaso Unfer Sappadin, si interrompe. L’autrice ha fotografato le molte pagine che nel registro storico dell’allora curazia erano state dedicate alla storia della piccola cappella e le ha riportate nel suo volume, regalando ai lettori un incisivo spaccato di vita della comunità timavese lungo settantasei anni e dipanatosi in tempi calamitosi e sommamente disagevoli. Dopo il lungo racconto dei principali avvenimenti in cui la cappelletta era stata coinvolta dalla sua nascita a metà del secolo scorso, ci troviamo a leggere alcune testimonianze rilasciate a Laura Plozner da uomini e donne che prestarono la loro disinteressata opera in occasione di un eccezionale evento che il 15 marzo del 1975 colpì al cuore il luogo di culto: un incendio, sviluppatosi per cause mai chiarite del tutto, in cui andarono distrutti gli arredi interni ed esterni del manufatto, e dal quale scamparono soltanto i muri perimetrali. Scattò allora una commovente corsa alla solidarietà. Uomini, donne e bambini, al termine del lavoro o della scuola, si caricavano del “gerlo” colmo di materiali edili necessari alla ricostruzione e si arrampicavano fino al Soraronk offrendo ciascuno un preziosissimo contributo alla causa comune, in forma, giova sottolinearlo, del tutto gratuita. Per la cronaca, la cappelletta fu ricostruita nel giro di un anno e mezzo, atteso che nel settembre del 1976 fu solennemente inaugurata la nuova “maina Jegarastl”. Dopo l’accenno alle pratiche religiose richieste dalla celebrazione delle rogazioni, descritte da diversi fedeli del paese, il lettore si gode il delicato racconto di Giulio Quaglia di Colò, il quale traccia un’approfondita descrizione dei simboli, dei fregi e delle immagini che impreziosiscono le due campane, fino a qualche anno fa collocate sul piccolo campanile della cappelletta e adesso custodite presso il museo della Grande Guerra di Timau, con l’intesa che verranno temporaneamente ricollocate nella cappella in occasione di eventi religiosi di particolare rilevanza. Siamo quasi giunti alla fine di questa piacevole escursione nell’avvincente mondo del piccolo luogo di culto eretto non troppo lontano dall’abitato di Timau e nella narrazione si inserisce una nota di mestizia legata al ricordo di due ragazzi triestini, Alessandro Cernaz e Andrea Tuntar, che il 10 gennaio 1998 hanno perso la vita in un incidente alpinistico occorso loro sulle aspre pendici del Gamspitz. La trascrizione di una breve conferenza di Giorgio Alberti. docente di Selvicoltura presso l’Università di Udine, permette di apprendere quali fossero le disposizioni di legge emanate sin dal 1500 a protezione dei boschi cosiddetti “banditi”. L’onore di chiudere questa bella opera tocca a Otto Unfer Glosar, il quale riversa in una lunga poesia tutto l’affetto nutrito nei confronti della “maina”.
Giunto al termine della mia presuntuosa impresa, mi chiedo quanto sia riuscito a convincere gli eventuali lettori ad avvicinarsi al libro di Velia Plozner, l’apprezzata storica e filologa non nuova ad importanti exploits letterari. Detto che la pubblicazione da lei curata non ha certo bisogno del mio intervento per trovare il risalto che giustamente merita, mi sento tuttavia di affermare che un libro sulla cappelletta Jegarastl mancava e bene ha fatto Velia a regalarne a Timau uno che non si limitasse alla pedissequa cronologia degli avvenimenti alla stessa collegati, ma che raccogliesse la vivace e colorita aneddotica che conferisce vita e sostanza alla storia di un umile angolo di culto diventato nei decenni amato ricettacolo di ferventi preghiere innalzate al Cielo dai cuori semplici di “…contrabbandieri, frenatrici, soldati,pastori, pastorelli, portatrici, emigranti…” per dirla con il noto Otto Glosar, un tenero poeta non privo d’ingegno.
Rocco Tedino