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Medio Evo

“Martano! Martano! Là in fondo c’è Martano!” Il grido colpisce come una sferzata di energia gli stanchi viaggiatori che rinvigoriscono di colpo. L’intera carovana è pervasa da una smania improvvisa e gli speroni dei cavalieri pungolano impietosamente le loro povere cavalcature, spingendole ad uno stentato galoppo verso la direzione in cui si trova la città che sotto i loro occhi ansiosi quasi non ha forma, avvolta nella leggera foschia di vapore stesa nell’aria da un sole che era un anticipo di estate. Il duca Arnolfo di Sassonia, il mio signore, si raddrizza nella carrozza che ci sta trasportando verso il grosso centro umbro e si affaccia allo sportello, giusto nel momento in cui sta arrivando di gran carriera un ufficiale del seguito che gli comunica la grande notizia: Martano è in vista, al massimo tra due ore saremo tra le sue mura. Il duca lo congeda con un breve cenno della mano, poi si appoggia allo schienale e mi guarda con un sorriso di soddisfazione. Il viaggio verso Martano è iniziato la sera prima e riveste una grande importanza per il mio signore: ufficialmente egli si sta recando in visita di cortesia presso il signore cittadino, conte Jacopo Bagliani, ma in realtà ha il compito di sondare, a nome dell’imperatore, la disponibilità del conte a mettersi a capo di un’alleanza, una sorta di “Lega umbra”, propugnata dal sire germanico per bloccare le mire espansionistiche della fazione guelfa capeggiata dal vescovo Aureliano di Moncalvo. Io svolgo presso il duca le mansioni di scrivano e di uomo di fiducia e sono al corrente delle linee generali del progetto, ma non dei particolari che mi saranno eventualmente comunicati se e quando il mio padrone lo riterrà opportuno. “Cominciamo a prepararci, non voglio entrare in città alla testa di una banda di straccioni.” L’ordine del duca è chiaro ed io mi affretto a trasmetterlo al capo del cerimoniale che in breve tempo, ne sono sicuro, lo avrà diramato in tutto il campo. In capo a due ore scarse, il nostro corteo raggiunse Martano, un florido centro agricolo sul fiume Nerino, e sono pronto a scommettere che i martanesi hanno conservato a lungo il ricordo dell’incredibile processione, scintillante di opulenta grandiosità, un fiume di eleganza e di lusso che, avuta via libera a Porta Cerere, entrò in città in quel ventilato primo pomeriggio di fine primavera e si inoltrò per le strade che conducevano a palazzo Bagliani, in via dei Magistrati, la dimora di Jacopo Bagliani, signore del luogo. Lo spettacolo era tale da lasciare a bocca aperta. Le sole donne occupavano sei lettighe drappeggiate di broccato d’oro. Ne erano coperte anche le selle dei cavalli da freno, una ventina, che parevano usciti dalla fantasia di un pittore in vena di magnificenza: stoffe impreziosite e ricami in seta sulle briglie. Era una festa, una fantasmagoria di rasi, damaschi, velluti, broccati d’oro e d’argento. Era il trionfo di trapunti fittamente disposti ad impreziosire i vestiti, specialmente quelli femminili, punteggiati di perle e diamanti annidati in ogni punto degli indumenti, spesso sotto forma di costosissime guarnizioni che partivano dal cappuccio per scorrere giù, come filini di pioggia, sulle maniche foderate d’ermellino, sui corpetti riccamente ricamati, sulle vesti abilmente ricavate da stoffe preziose. Due file di giovani abbigliati con casacca nera, gonnellini di raso cremisi foderati d’ermellino e calze color violaceo, cavalcando imponenti cavalli addobbati con finimenti, sella e briglie dorati e ricamati di molte argenterie, facevano ala al loro nobile padrone, comodamente alloggiato in una carrozza di un verde delicato, con le portiere profilate di foglia d’oro come i bordi delle grandi ruote. L’interno era rifinito in lucida pelle verde e le tende avevano nappe dorate. Sul tetto, nel portabagagli, erano legati i bauli di cuoio e ottone. Passò lo sfarzoso corteo attraverso la città e non mi fu difficile accorgermi che lo sguardo attento del duca coglieva le profonde contraddizioni in cui si dibatteva la multiforme città. Bastava guardarsi attorno per accorgersene. La fitta trama di vie e viuzze svelava la continua alternanza di splendidi palazzi e di casupole fatiscenti; di torri che si alzavano qua e là, alte più di trenta metri, e di quartieri maleodoranti con le case ammucchiate, in condizioni igieniche spaventose. Il visitatore passava in mezzo a quello squallore ostentando uno sprezzante distacco, ma poi il panorama cambiava e l’altero ospite non riusciva a celare la sua ammirazione alla vista del magnifico spettacolo offerto dai numerosissimi gioielli architettonici di cui la città era ricca. Giungemmo infine alla meta e ci arrestammo di fronte al palazzo del conte, sul cui massiccio portone d’entrata ci attendeva il padrone di casa attorniato dai familiari più stretti. Il suo semplice abbigliamento, non meno sobrio di quello dei suoi consanguinei, strideva non poco con la pomposa magnificenza esibita dai nuovi arrivati e il duca Arnolfo pensò con disappunto che lo attendeva un soggiorno all’insegna dell’austerità, in un ambiente modesto e privo di qualsiasi attrattiva. Con un sospiro, il superbo nobile arrivato dal nord si lasciò scivolare dalla sua cavalcatura e si avvicinò al padrone di casa che lo accolse con garbata cortesia, invitandolo a visitare il suo palazzo dalla facciata rivestita di candida pietra rustica: una costruzione imponente, con una sua eleganza che non si compiaceva di se stessa, semmai esprimeva composto riserbo. Attraversato il portone d’ingresso (ero stato benignamente ammesso anch’io nella compagnia), ci trovammo in un vasto cortile interno, ombreggiato da profumati tigli ed abbellito da numerose aiuole variopinte straripanti di fiori. Una lunga successione di porticati conferiva all’insieme effetti da chiostro. Una fontanella gorgogliava nell’angolo più lontano e il chiocciolio dell’acqua era l’unico suono che infrangeva il profondo silenzio da cui il luogo era avvolto. Il duca, piacevolmente colpito dall’inattesa visione, si soffermò a lungo ad ammirare le statue e i medaglioni che adornavano il cortile. Una scultura rappresentava Giuditta che taglia la testa a Oloferne, un’altra il pastore Davide che si apprestava a scagliare la pietra che destinata ad abbattere Golia. I medaglioni, che recavano incise figure mitologiche, ornavano gli archi. Erano stati copiati, in marmo, da otto gemme di una collezione di gioielli antichi che venne mostrata al duca in un salone del primo piano: cammei e intagli, autentici preziosismi e virtuosismi in argento e oro ottenuti dalla lavorazione di calcedonio, corniola, ametista, agata, onice e topazio. Il padrone di casa guidava il suo ospite da una stanza all’altra del palazzo e svelava alla sua conoscenza tesori che accendevano gli occhi e bloccavano la voce del mio padrone sempre più strabiliato , ormai convintosi di essersi clamorosamente sbagliato quando aveva supposto che in quella casa c’era ben poco di interessante da notare. Man mano che la visita procedeva, il duca era sempre più affascinato dalla vista di un esercito luccicante di meravigliosi oggetti poggiati su mobili di squisita fattura, allineati sulle pareti, disposti al’interno di vetrine e vetrinette finemente lavorate: miniature, collezioni di preziosi quadri, sculture, libri…e poi vasi e coppe, bottiglie montate ad ampolla, boccali e brocche con ansa, doppie coppe, bicchieri, ciotole: un numero impressionante di opere d’arte raccolte in un solo palazzo! Al termine della visita, il conte e il suo ospite si fermarono in un vasto locale per riposare un poco, apprestandosi a vivere il termine del pomeriggio che già andava declinando, mentre la temperatura della casa si abbassava sensibilmente, mentre io raggiungevo i quartieri degli altri ospiti. Dopo cena, in un locale al riparo da orecchie indiscrete. si sarebbero svolti i conciliaboli in programma tra i due illustri personaggi, ai quali avrei verosimilmente partecipato anch’io in qualità di cronista. L’elegante salone in cui i due uomini si erano appartati aveva le tappezzerie damascate, vetri, colorati e candele di pura cera d’api. Le sedie erano di quercia intagliata, come del resto tutti i mobili e il pavimento, ricoperto quasi interamente da finissimi tappeti percorsi da trame multicolori ed esotiche. Sulla cappa del camino campeggiava uno scudo col blasone rosso e bianco e azzurro dei Bagliani. Un paggio tolse all’ospite gli stivali, mentre il padrone di casa metteva un altro ceppo nel focolare. In una fessura del legno era stato infilato un sacchetto di erbe aromatiche, perché le fiamme diffondessero nella stanza gradevoli profumi (se qualcuno si chiede come facessi sapere tutte quelle cose, sappia che ero successivamente entrato un paio di volte nella stanza per conferire brevemente con il mio signore) . Il duca di Sassonia, che pareva addirittura stordito per le magnificenze che avevano colpito i suoi occhi, si godeva quella gradita sosta e taceva. Adesso capiva che il suo anfitrione aveva voluto impartirgli una garbata lezione di raffinatezza e di buon gusto e che la sua fragorosa entrata nella cittadina umbra aveva evidenziato nient’altro che una grossolana e rozza esibizione di pacchiana opulenza. Si volse verso il conte, che lo guardava tra le palpebre socchiuse con un ineffabile accenno di sorriso sulle labbra, ma prima che potesse aprire bocca, questi gli posò una mano sul braccio e lo prevenne: “Duca, sto venendo meno ai miei doveri più elementari di ospitalità. Voi sarete stanco e non vi ho ancora invitato a rinfrescarvi e a cambiarvi d’abito, se lo desiderate, in attesa che i servi approntino la cena. Venite, vi prego, provvederò immediatamente. Poi ci ritroveremo per la cena”. Così dicendo, guidò con rispettosa sollecitudine il suo ospite verso il retro del palazzo e lo affidò alle cure di un servo e di due fanciulle, immediatamente materializzatisi ad uno schiocco delle sue mani. Dopo circa un’ora di abluzioni e cambio d’abiti, il duca fu accompagnato in quella che era la camera a lui riservata. Era una stanza vasta e alla prima occhiata estremamente confortevole. Al centro della parete di fronte alla porta troneggiava un monumentale letto con due spessi materassi e cuscini di piume di cigno. I tappeti erano di lana e c’erano così tante candele da farla sembrare una cappella. Era molto calda e piacevole dopo quel duro viaggio. Ai piedi del letto si trovava una cassapanca e un grosso comò era accostato al muro opposto. Sulle pareti c’erano due affreschi: uno rappresentava la tentazione di Cristo e alla luce delle candele i suoi colori brillanti davano l’impressione che il diavolo si torcesse ai piedi del Salvatore; l’altro era più tranquillizzante e raffigurava una dama occupata a tessere un arazzo davanti a una finestra affacciata su un mare azzurro. Il duca era sbalordito dall’eleganza raffinata e sobria che si respirava in quella stanza e nel resto del palazzo. Più tardi seppe che anche i suoi accompagnatori, ciascuno in base all’importanza del ceto sociale, avevano trovato analoghe, confortevoli sistemazioni. Scese la sera ed un ossequioso cavaliere del palazzo venne ad avvertire il duca Arnolfo che era atteso per cena, precedendolo a destinazione attraverso un lungo corridoio dai pannelli di legno che li condusse in un grande salone con le finestre dai vetri piombati, a rombi multicolori. Il conte Jacopo lo stava attendendo sulla porta del salone e appena lo scorse da lontano si mosse per andargli incontro, accogliendolo con un bel sorriso: “Siate il benvenuto nella nostra modesta magione, egregio duca. Venite, vi stavamo aspettando.” Il locale era sfarzosamente illuminato da torce e candele, oltre che dal fuoco che ardeva nel grande camino. Le ombre degli oggetti e delle persone si proiettavano danzando sugli arazzi alle pareti, conferivano alla scena alcunché di irreale. Gli arredi mettevano in mostra la ricchezza della famiglia Bagliani: tappeti di gran pregio, sedie imbottite dall’alto schienale, cassepanche chiuse da robusti lucchetti e scudi araldici disposti sulla cappa del monumentale camino in cui servi avevano acceso robusti fuochi in attesa di farvi arrostire pezzi di carne.. La grande tavola di quercia, posta su una predella, era apparecchiata per la cena ed illuminata da candelieri d’argento che facevano scintillare stoviglie, bicchiere e caraffe di cristallo. Il banchetto fu veramente regale. Dopo aver consumato una zuppa di cereali densa e cremosa, ricca di ingredienti di vario genere, i commensali si videro servire grandi vassoi ricolmi di succulenti pezzi di pasticcio di maiale, bordati da insalata di crescione con aglio, rosmarino, salvia, prezzemolo e cipolle. Seguirono delicati bocconi di agnello alla brace, tenero e saporito, insaporito da erbe aromatiche e da spezie che accompagnavano praticamente ogni piatto, allo scopo di rendere più gustosa e digeribile una cucina che tanto digeribile non era, almeno tra le classi elevate. Arrivarono anche tranci di cacciagione cotta nel vino rosso, con succo di limone e pepe nero, corredati da sottili pagnotte di farina di castagne impastata con acqua e uovo che sostituivano il pane, una specie di antenata della polenta (diciamo “antenata” perché a quei tempi il mais era ancora di là dal giungere sulle tavole europee e la polenta, come la conosciamo noi, non esisteva). I grandi tocchi di bue, infilzati sugli spiedi roteanti lentamente nel camino che fiammeggiava sul fondo del salone, sprigionavano continuamente rivoli di grasso che colavano nel fuoco con penetranti sfrigolii, mentre un gruppetto di famigli immergeva rametti di rosmarino in larghe ciotole piene di una mistura di aglio, olio ed erbe aromatiche e li passava, grondanti di quel sughetto, sui pezzi di arrosto. Giunta al giusto grado di cottura, la carne fu disposta sopra ragguardevoli taglieri e distribuita sulla tavola, più tardi invasa da formaggi seguiti da focacce di datteri e miele e pere bagnate nel vino speziato. I paggi riempivano in continuazione le coppe agli ospiti che dal canto loro gustavano beatamente tutte quelle prelibatezze. La cena terminò, tra la crescente euforia degli ospiti che sotto l’influenza di cibi e bevande lasciavano libera tutta la loro soddisfazione. Ad un discreto cenno d’intesa del padrone di casa, il duca Arnolfo si alzò da tavola e i due nobili uscirono dal salone del banchetto, praticamente inosservati, per ritirarsi a parlare in santa pace in un salottino sul retro della magione. Prima di lasciare la sala, il duca si chinò a sussurrare qualcosa all’orecchio del compagno e, avutone un cenno di assenso, mi lanciò un’occhiata espressiva in seguito alla quale mi alzai e li seguii, assistendo al loro successivo colloquio che trascrissi quasi integralmente, nel caso l’imperatore ne esigesse un rendiconto più che accurato. A tarda sera, finalmente i due nobiluomini si separarono. Lentamente, l’allegria aveva lasciato il campo al silenzio. Il palazzo ora stava immergendosi nel sonno. Gli ospiti, satolli e soddisfatti, riposavano. La notte avvolse uomini e cose nel suo lieve sudario e li trasportò verso il mattino seguente. Il duca Arnolfo aveva espresso il desiderio di visitare la città, prima di ripartire verso le sue terre, e naturalmente il suo anfitrione si era affrettato a dare disposizioni perché l’indomani, a metà mattinata, tutto fosse pronto per la visita ai tanti tesori di Martano (e le tante brutture, si trovò amaramente a riflettere il conte Bagliani, ripromettendosi ancora una volta di riprendere i lavori di bonifica di certi quartieri decisamente inabitabili). La mattina dopo, mi svegliai mentre una striscia di luce grigio-perla stava appena rischiarando i lontani profili delle colline. Il sole era ancora nascosto sotto la linea dell’orizzonte, ma il chiarore dell’alba aveva già pervaso tutto il cielo, venato di rade nuvole leggere. L’aurora arrivò rapida e furtiva e dipinse di delicate sfumature di rosa e grigio le nuvolette che fluttuavano pigramente sopra il fiume. Poi affiorò il sole, illuminò la massa scura dei tetti e la sua luce cambiò il mondo sul quale si stava allargando. Ben presto avrebbe invaso piazze, strade e vicoli, scacciando le ombre fredde della notte e regalando l’effimera impressione che la città fosse lucida e splendente come una ceramica preziosa appena uscita dal forno. Casa Bagliani, intanto, riprendeva vita. La servitù, rapida ed efficiente, aveva già messo mano al disbrigo delle consuete mansioni giornaliere, in questa occasione più impegnative del solito, e i rumori del nuovo giorno si allargavano nell’aria come onde d’acqua concentriche. Le tavole per la colazione furono approntate, il duca e il suo seguito vi fecero ampiamente onore. Giunse alfine il momento di uscire nel sole abbacinante, incontro alla conoscenza di Martano. Stavolta il duca di Sassonia aveva preferito farsi accompagnare da un seguito estremamente ridotto. L’aveva deciso, innanzitutto, per un riguardo nei confronti del conte, il padrone di casa che certamente non avrebbe gradito passeggiare nella sua città scortato, seppure discretamente, da soldati stranieri; in secondo luogo, aveva capito che certe forme di esibizionismo irritavano il Bagliani, schivo e riservato al limite dello scontroso. Il nostro gruppo, nondimeno, era pur sempre uno spettacolo da ammirare: due carrozze eleganti in testa - la prima, di proprietà del conte, trasportava ovviamente il nostro anfitrione, il suo amministratore nonché uomo di fiducia, il duca Arnolfo e la mia modesta persona – mentre nella seconda avevano trovato posto due dame, i loro paggetti e il capo degli armigeri del conte Jacopo, una cui modesta rappresentanza viaggiava a cavallo ai due lati dei veicoli. Attraversammo lentamente un dedalo di viuzze poco frequentate, indi sbucammo in una delle due piazze più grandi della città, ma non la più vasta, come ci spiegò la nostra cortese guida che non perdeva occasione di dimostrare alta considerazione nei confronti dell’emissario dell’imperatore tedesco, sempre con estremo garbo e belle maniere. Magari quella piazza non era la più vasta della città, a detta del conte, ma si estendeva ugualmente su un’area piuttosto ampia. La costeggiava un fiume torbido e puzzolente, che la gente, proveniente in massima parte dalla campagna, attraversava per mezzo di un largo ponte vigilato da guardie armate. I visitatori si riversavano nella piazza e qui potevano osservare l’avanzato stato dei lavori di una nuova chiesa in piena costruzione. Le linee principali dell’erigendo edificio erano chiaramente individuabili e lasciavano intravedere il disegno di una bella chiesa, con la sua grandiosa facciata adorna di marmi e mosaici, le sue guglie svettanti sul perimetro del tetto a terrazzo ed il possente ed alto campanile che le si addossava su un lato. In quel momento, ad un angolo del muro laterale erano appoggiati due accattoni che agitavano le ciotole sotto il naso dei pellegrini, facendovi tintinnare qualche moneta di rame. A qualche metro di distanza, un macellaio era impegnato, all’esterno della sua bottega invasa da ronzanti sciami di mosche, in una crudele attività purtroppo largamente diffusa: legato un bue ad un paletto, si apprestava a bastonarlo, in maniera che si infuriasse e la sua carne risultasse più ricca di sangue e di proprietà nutritive, una volta macellata. Risate, schiamazzi, imprecazioni ed incoraggiamenti pressanti scaturirono all’improvviso da uno spiazzo che si apriva ad una trentina di passi sul retro della chiesa. Un’umanità composita, che si accalcava attorno alla recinzione della piccola radura, incoraggiava ad alta voce due poveri galli che stavano combattendo tra loro, scambiandosi vigorosi colpi di becco e di speroni. Le monete delle scommesse cadevano nel paniere del giudice e, alla fine della lotta, gli urli di delusione degli scommettitori perdenti si incrociavano con le esclamazioni soddisfatte dei vincitori. Camminando e guardandoci attorno, tra gli inchini con i quali i cittadini ossequiosi omaggiavano il conte Bagliani e i suoi ospiti, svoltammo, a breve distanza dalla chiesa, in via Larga, un’arteria chiassosa, fiancheggiata da bancarelle sui due lati e affollata di ricchi cittadini dalle calzemaglie sgargianti e dalle lunghe vesti di seta, che cercavano di tenere sollevate perché non venissero a contatto con il sudiciume del selciato. Le bancarelle esponevano principalmente tessuti: cuscini di velluto orlati di ricami di seta, abiti di damasco rosso, arazzi colorati, tendaggi e lenzuola per il letto. Dopo averci raccontato un paio di aneddoti concernenti la storia di una torre molto alta, che a metà circa della facciata anteriore presentava uno strano disegno che richiamava alla mente una fluente chioma femminile (e per questo la torre, antichissima, era stata nel corso dei tempi denominata “torre di Berenice”), il conte ci propose di trasferirci nella Piazza Grande, come veniva familiarmente chiamata mentre il suo vero nome rispondeva a quello di Piazza dei Saraceni, per via di un complesso marmoreo, piuttosto male in arnese, che rappresentava due mori in atto di cadere sotto i colpi di un baldanzoso paladino. Risalimmo in carrozza e poco dopo ci trovammo di fronte ad uno degli spettacoli più caotici che io ricordi, frutto della fantasia e dello spirito di iniziativa esclusivamente italiani. Era giorno di mercato e l’immensa piazza rigurgitava di persone e di animali fin nei suoi più reconditi recessi: sembrava la folle realizzazione del sogno di un amante del caos più sfrenato. I richiami dei venditori, che tentavano di attirare l’attenzione dei clienti magnificando la loro merce a voce altissima senza mai tirare il fiato, andavano a fondersi con mille e mille altri rumori che aggredivano con estremo fastidio orecchie e cervelli della incredibile folla che si pigiava nella piazza. Acquirenti interessati, visitatori incuriositi, sfaccendati, armigeri, mendicanti, contadini, operai e manovali in cerca di un’occupazione purchessia, ladruncoli dalle dita più rapidi ed agili di una ricamatrice…un’umanità eterogenea, variegata che si spostava da un punto all’altro del piazzale seguendo la corrente, a ondate obbligate. Radunati in un grande spazio comune, gruppi di animali contribuivano, con i loro versi ora striduli ora profondi o lamentosi ad aumentare la confusione che imperava sovrana in quel frenetico angolo di mondo. Cavalli da tiro o da sella, asini e muli disputavano lo spazio a vitelli e maiali, a loro volta stretti da panciute stie dalle quali galline, oche e pulcini ingaggiavano una gara a chi strepitava di più con uccelli stupendi per forma e piumaggio, volteggianti in enormi voliere. In fondo alla piazza, all’ombra di uno snello porticato, un gruppo di musici cantava, accompagnandosi con liuti e tamburelli, ma le loro voci si perdevano nel muro sonoro che più assorbiva rumori e più si gonfiava, come una mostruosa bolla elastica nutrita di strepiti. Accorgendosi che gli ospiti stranieri mal tolleravano quell’insopportabile frastuono, il conte Jacopo propose di ritirarci nell’accogliente abbraccio di una locanda sita poco lontano dalla piazza. Senza porre indugi, ci avviammo alla volta della vistosa insegna che ritraeva un corpacciuto cuoco alle prese con uno spiedo e poco dopo facevamo il nostro ingresso nell’ampio cortile della locanda, ai cui muri era infissa torno torno una lunga fila di fiaccole per la notte. Alcuni avventori, seduti su una panca all’ombra di un pergolato, portavano ogni tanto alle labbra i boccali di vino ed ascoltavano ad occhi semichiusi il frastuono dei carri e le voci dei clienti che chiamavano i servi. Il leggero puzzo di letame proveniente dalle stalle allineate in fondo al cortile, fianco al fianco con rimesse, scuderie e magazzini, era sovrastato dai profumi fragranti provenienti dalla cucina con il tetto di paglia a punta. Una signora raffinata ed arrogante, dall’elegante vestito orlato di merletti e scintillante di gioie, arricciò il naso e si voltò a dire qualcosa al suo azzimato accompagnatore che scrollò filosoficamente le spalle e la guidò all’interno dello stanzone fresco ed illuminato. Un mendicante zoppo, sbucato fuori all’improvviso, entrò saltellando nel locale e andò a sedersi nell’angolo più buio. Entrammo anche noi ed occupammo un’intera tavolata. Un gruppo di mercanti, giunti non capii da dove, occupava un lungo tavolo accanto al nostro e li notai principalmente perché inalberavano sulla testa cappelli di castoro, nonostante la giornata fosse diventata piuttosto calda. Portavano catene d’argento sul petto, vistose fibbie sugli stivali impolverati e sgargianti pietre preziose al collo e ai polsi. Bevevano e mangiavano gagliardamente, ridacchiando sottovoce. La voce che il signore della città era entrato nella locanda si sparse fulminea ed un momento dopo il padrone, confuso ed emozionato, si piegava in un inchino dopo l’altro davanti al conte Jacopo, mentre chiamava a gran voce servi e lavoranti di ogni genere perché raccogliessero le richieste degli illustri ospiti. In un baleno, come per magia, la tavola fu disseminata di anfore, di brocche, di boccali colmi di vino, sidro e idromele, nonché di vassoi pieni di cibi appetitosi. Rinfrancati dalla frescura e dalla tranquillità del locale, e ancor più dalla bontà dei beveraggi, sottratti al chiasso sfrenato della piazza, facemmo ben presto la pace col mondo e l’ora di tornare a palazzo Bagliani per consumarvi il pranzo ci colse in piena allegria. Venire a Martano era stata un’esperienza bella e gratificante. Nel pomeriggio saremmo partiti per Perugia, ma chissà che un giorno il duca mio padrone non fosse stato incaricato ancora una volta di incontrarsi con il compito e signorile conte Jacopo…Le vie della diplomazia, come quella della Provvidenza, possono essere infinite! Rocco Tedino
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