Overblog Tutti i blog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

Pubblicità

L'alluvione che distrusse Timau

L’alluvione che distrusse Timau

 

 

Il cielo era un tappeto nero solcato da nembi fuggitivi. I rami quasi spogli degli alberi si agitavano scomposti, scossi dalla violenza del vento che saliva dal fiume. Alle spalle della chiesetta di Santa Gertrude, svettante al di sopra della manciata di casupole abitate dai minatori che le si stringevano da presso,  dilagava la pianura trapuntata da piccoli boschi,  campi ed estesi pascoli, adesso aridi. Un buio profondo confondeva, sfrangiava, nascondeva masse e profili. Le ultime foglie, malinconici resti di un autunno che si avviava a cedere il passo all’inverno, si staccavano roteando dai rami degli alberi e turbinavano vorticosamente nell’aria fredda e umida che trasportava i clamori di un temporale in arrivo, i cui echi si facevano sempre più distinti nel rumoreggiare lontano del tuono. Pochi minuti dopo il nubifragio aveva raggiunto il piccolo villaggio. Immense nuvole tempestose si accumularono sulle modeste abitazioni. Un tuono esplose con fragore. Le prime raffiche umide di pioggia iniziarono a flagellare a breve intermittenza le modeste costruzioni che lo formavano, facendo sbattere qualche scuro malconcio e frustando la banderuola metallica che ruotava sulla cima del campanile. Tra la massa scura, aggrovigliata e bassa in cui si erano coagulate le nuvole, serpeggiavano lampi accecanti, cui facevano seguito tuoni che sembravano squarciare il cielo. Adesso diluviava. La pioggia, che scendeva a scrosci, era tanto fitta da stendere una cortina che impediva di vedere a pochi metri di distanza. Il suo martellante crepitio sovrastava il tambureggiante sottofondo dei tuoni. Ma, ad un tratto, un rombo ancora più possente e pauroso percorse l’aria. Avanzando inarrestabile nella pianura, travolgendo ogni ostacolo, un’onda torbida e limacciosa si avventò con fragore sull’indifeso villaggio, accompagnata da torrenziali rovesci d’acqua, da terribili tuoni e da fulmini che continuavano a saettare nel cielo turbinoso. Una casupola sul margine del bosco più vicino, colpita dal fulmine, principiò a bruciare, ma ben presto le fiamme furono spente dalla tempesta che infuriava inesorabile, sostituite da folate di fumo nero che si srotolavano nell’aria mefitica. La fiumana di fango, di detriti, di alberi maciullati, di sassi,  sconvolse la vallata con la forza di  un enorme maglio ciclopico. Aggredì con furia  le povere casette, le percosse, le sradicò dal terreno, schiantò alberi in apparenza solidissimi, trasformò la terra in un mare di melma vischiosa. Trascinando tetti e steccati, cumuli di detriti confusi e irriconoscibili, la terrificante massa d’acqua attraversò l’agglomerato di povere case ed infine esaurì la sua corsa andando a riversarsi nelle acque del fiume che ruggiva ad un centinaio di metri di distanza, già gonfio per la pioggia caduta nei giorni precedenti. Gli abitanti del minuscolo villaggio, forse miracolosamente ispirati da Santa Gertrude stessa, erano precipitosamente fuggiti al primo rincrudelirsi del temporale, arraffando in fretta e furia le poche cose che potevano trasportare e rifugiandosi oltre il ponte, sulle pendici del Gamspitz. Al primo baluginare di un’alba livida, gli echi dell’uragano andavano ormai spegnendosi e su tutto incombeva un cielo tetro e mutevole, che ad oriente appariva appena velato di nuvole, mentre sul fronte opposto era ancora deturpato da chiazze di nuvoloni bluastri, trafitti da lampi che serpeggiavano sopra le montagne e si scaricavano sulle grandi foreste che le rivestivano. La terra era molle, qua e là infiltrata dall’acqua discesa dal Lavareit e costellata di pozze e ristagni. Col progredire della luce, agli occhi atterriti dei superstiti la desolazione apparve in tutta la sua gravità. La piena devastante si era lasciata alle spalle una distesa grigia e piatta, dalla quale spuntavano qua e là il tronco scorticato di un albero, i resti di una palizzata, lo scheletro di una casuccia. Il villaggio era sparito, spazzato via dalla ferocia degli elementi. La chiesetta ancora si manteneva in piedi, ma profonde ferite l’avevano segnata: parte del muro posteriore non esisteva più, una larga sezione del tetto era precipitata sul pavimento davanti all’altare e l’interno era pesantemente invaso da ghiaia, fanghiglia e rimasugli di vegetazione.

Nella notte tra il 28 e il 29 ottobre del 1729  un’enorme massa d’acqua e ghiaia, dello spessore di oltre due metri, era calata dalla falda “Ruvise Daua”, sul monte Lavareit, abbattendosi con tutta la sua immane potenza sulla manciata di casupole sorte intorno alla chiesetta di Santa Gertrude e ovunque distruggendo. Alle famiglie degli sventurati minatori non rimase altro da fare che racimolare le pochissime, povere cose strappate alla mostruosa ingordigia della piena e ricostruire il villaggio, che fu chiamato Timau Novo, ad un chilometro circa di distanza dal primo, nel luogo in cui già esisteva un’altra chiesetta che i nuovi arrivati si affrettarono a consacrare alla loro santa protettrice, Santa Gertrude. L’altra chiesa, mezza diroccata, fu invece abbandonata a se stessa, triste esempio di quanto possa essere crudele ed implacabile la natura quando si scatena.

Passarono ventitré anni, la vita era regolarmente ripresa nel nuovo villaggio, quand’ecco che un nuovo, terrificante flagello  si abbatte su Timau ed altre contrade della Carnia: una sterminata orda di bruchi devasta seminati, erbe e foglie della fertile conca, riducendo in condizioni miserande intere varietà di colture che per i timavesi rappresentavano un fondamentale mezzo di sostentamento. Sembrava che nulla potesse  arginare quella rapinosa marea di voraci insetti…e invece, un giorno accadde un fatto stranissimo. Alcuni pastori notarono che ai piedi dell’altare in parte franato della vecchia chiesetta di Santa Gertrude, quella crudelmente offesa dalle ingiurie degli elementi nell’ottobre del 1729, era “sbocciata” una polla d’acqua limpida e fresca. Ne attinsero, ne bevvero, ne versarono qualche goccia (o questa cadde accidentalmente, non è dato saperlo) sulle foglie incrostate di bruchi e, con somma meraviglia, si accorsero che gli animaletti, al contatto con quell’acqua, si ritraevano e tendevano ad allontanarsi. Incuriositi, gli uomini ripeterono l’esperimento, che  riuscì di nuovo. Allora si scatenò un’affannata caccia al recipiente: tutto ciò che poteva contenere liquidi fu riempito con l’acqua della sorgente portentosa, che servì ad irrorare ben bene quanto ancora esisteva nei campi e negli orti. Il risultato? In breve tempo dei bruchi non esisteva più traccia (il fenomeno è chiaramente descritto in una cronaca stilata da Niccolò Grassi, uno storico dell’epoca, che si trova nel libro “Il Tempio Ossario di Timau”, i cui autori sono Mauro Unfer e il sottoscritto). Profondamente grati alla Divina Provvidenza, i commossi timavesi si dedicarono allora a riportare all’antica agibilità la vecchia chiesetta abbandonata cinque lustri addietro. La ripulirono, la ristrutturarono e chiesero che fosse ribattezzata con il nome di Santuario del SS. Crocifisso che sembra fosse conservato nel sacro edificio sin dal 1527.

Quel manufatto ligneo, inoltre, si acquistò ben presto la fama di immagine miracolosa, chiamando alla sua venerazione folle sempre più consistenti di fedeli che approfittavano dell’occasione per bere l’acqua della fonte prodigiosa. Dopo alterne vicende, culminate nell’incendio del 1917 che lo distrusse quasi per intero, il Santuario del SS. Crocifisso venne ricostruito nel 1921 e nel triennio 1935/37 fu trasformato nel Tempio Ossario, dove riposano i resti di 1768  Caduti della 1ª guerra mondiale. Chiunque abbia interesse ad andare a visitarlo noterà, sotto il dipinto dedicato a Mosè, una fontanella dalla quale scende un filo di liquido cristallino e dal sapore appagante. E’ la famosa acqua che un giorno lontano servì a scacciare i bruchi. E tanta gente continua a berla, convinta che essa possieda virtù taumaturgiche. Suggestione? Realtà? Noi non ci sentiamo in grado di assumere  una posizione netta e decisa. Ognuno può spiegare a se stesso l’episodio dei bruchi in base alle sue convinzioni in materia di religione: chi crede nell’esistenza del soprannaturale avrà tutto il diritto di coltivare nella mente e nel cuore la certezza che quell’acqua sia miracolosa; altrettanto legittimo è, tuttavia, l’atteggiamento dello scettico, il quale nega decisamente qualsiasi influsso divino nella repentina scomparsa dei bruchi e propende piuttosto per la tesi che l’acqua contenga qualche componente che spinga quegli animaletti a fuggirne il contatto. Questioni di punti di vista, oseremmo dire. La fontanella magica, comunque, è sempre lì, nel Sacrario di Timau, a disposizione di chi voglia approfittarne. Magari per liberare qualche campo di cappucci dal famelico assalto di un esercito di bruchi. E non è una fiacca battuta conclusiva: a Timau, non tanti anni fa,  una signora è riuscita a salvare i suoi futuri ckraut grazie a due bottiglie di acqua prodigiosa aspersa su una massa di bruchi, che avevano infestato la sua coltivazione di cappucci.

 

Rocco Tedino  

Pubblicità
Torna alla home
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post