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Torino, centocinquanta anni fa…

Il massiccio carretto, carico all’inverosimile di lunghe tavole rozzamente squadrate, avanza lento e pesante nella quiete della via ancora addormentata e le sue alte ruote, fasciate di ferro, rotolano sull’acciottolato allargando nell’aria echi che si fondono con quelli diffusi dai rintocchi delle campane di un vicina chiesa. A oriente, i primi raggi di sole annunciano lo splendore dell’aurora e il cielo, uno specchio inzuppato nell’indaco,  si incendia. Nella luce crescente, Torino esprime inquieti segni di risveglio e vaghi rumori cominciano a percorrere la città sabauda. E’ domenica 17 marzo 1861, un giorno che segnerà profondamente la storia politica dell’Italia che verrà.

Due giovani sono appoggiati alla ringhiera di un panciuto balconcino esposto al primo piano di un vetusto palazzotto. Tacciono e sono immobili, come i personaggi di un dipinto. I loro sguardi vagano sul lungo viale sottostante, praticamente deserto, che si perde nel verde lontano di un vasto parco. Indossano entrambi un’uniforme militare, ma appaiono vagamente anacronistici, quasi irreali in un mondo che ha deciso in fretta e furia di mandare in naftalina quella  giubba a camiciotto di stoffa rossa infilata su un paio di pantaloni grigi, rigati da una banda purpurea: la divisa dei garibaldini. Nessuno dei due, però, sembra darsene peso. Il più alto, portamento marziale, viso aperto e risoluto, si fregia dei gradi di ufficiale; l’altro, un giovanotto bruno e riccioluto, dall’aspetto più ordinario, chiaramente un subordinato, si è distratto a guardare le evoluzioni spericolate di un piccione. Ma un chiacchiericcio lo riscuote. Sotto di loro sta passando una famigliola, marito, moglie e quattro tra maschietti e femminucce, avvolti nei loro panni di povera eleganza festiva. L’uomo precede di qualche passo il resto dei congiunti, tira rade boccate da una corta pipa di bosso e non presta attenzione alle domande eccitate con cui i figlioli tempestano la mamma, una donna piccola e bionda infagottata in una veste nera, che risponde distrattamente, i pensieri rivolti chiaramente ad altro. Quando i suoni si affievoliscono in lontananza, il più giovane dei due rompe il silenzio e si rivolge al compagno in tono rispettoso:

“Signor  tenente, ma oggi che cosa succederà veramente? E’ vero che faranno l’Italia?”

L’altro gli lancia una rapida occhiata, fissa per un momento la strada, poi riporta lo sguardo sull’autore della domanda:

“Marcoré, ma è mai possibile che tu non abbia capito ancora niente? Eppure mi sembra di avertene già parlato due o tre volte, o no?”

“Signor tenente, io mi sforzo di capire quello che mi dite, ma non ho la vostra cultura, che siete pure conte ed anzi non vi ringrazierò mai abbastanza di avermi fatto l’onore di nominarmi vostro attendente. Però, una cosa me la ricordo, quella di Roma che deve diventare a tutti i costi la capitale d’Italia.”

“Lascia stare Roma, per adesso, ne parleremo semmai dopo. E va bene, ti spiego ancora una volta che cosa c’è in ballo questa domenica 17 marzo, ma sarà l’ultima. Dunque, ascolta e cerca di seguirmi. A mezzogiorno in punto, secondo il cerimoniale previsto, il re Vittorio Emanuele II, di fronte ai rappresentanti del Senato e della Camera dei deputati, riuniti nell’aula di Palazzo Madama, proclamerà ufficialmente la nascita del Regno d’Italia, assumendone il titolo di re per sé e per i suoi discendenti. Attualmente quella che noi chiamiamo Italia è divisa in sette Stati e il nostro sovrano, d’accordo con i liberi rappresentanti delle popolazioni liberate, ha ritenuto giunto il momento di cominciare a dare alla nostra terra la dignità di una vera nazione, unita nel desiderio di diventare sempre più forte. Per fare l’Italia come la pensi tu, manca invece ancora molto. Innanzitutto, bisogna che le terre che compongono lo Stato pontificio vengano annesse all’Italia e che Roma soprattutto sia strappata al dominio del papa perché possa diventare la tanto sognata capitale del nuovo regno; poi occorre liberare altre terre italiane che ancora soffrono l’occupazione straniera: il Veneto, la Venezia Giulia, il Trentino, l’Alto Adige…insomma un bel po’ di lavoro da compiere. E non sarà facile, credimi. Hai capito qualcosa, adesso?”

“Signor  tenente, voi vi siete spiegato benissimo e finalmente ho capito. Qui non resta che rimboccarsi le maniche, andarsene un po’ in giro a menare mazzate agli austriaci che ancora non si decidono ad andarsene dai nostri territori, convincere il papa che Roma ci serve altrimenti la nuova Italia non ha una capitale all’altezza e il gioco è fatto. Ho reso l’idea?”

“Marcoré, tu di idee ne rendi molte…peccato che nessuno te le accetti! Cribbio, come corri! Tric trac, un colpo di bacchetta magica e l’Italia diventa libera e unita da un giorno all’altro, dalle Alpi alla Sicilia. Gli austriaci raccolgono in fretta e furia i loro quattro stracci e se ne tornano a Vienna, il papa si ritira in qualche  eremo sperduto e nel giro di un paio di mesi la nostra bella penisola ritorna ai suoi legittimi proprietari, cioè a noi italiani. Beata ingenuità! Se fosse così facile risolvere in un colpo  tutti i problemi grossi che assillano questa Italia ancora a metà  nata dalle rivoluzioni, non ci preoccuperemmo certo della crisi economica che rischia di gettare all’aria tutto quello di buono fatto fino a questo momento nel campo del lavoro e della produzione agricola ed artigianale; non ci daremmo pensiero delle condizioni misere in cui vivono operai e contadini,  quasi privi di diritti sociali  e costretti a subire un’assistenza sanitaria che ne uccide dieci e ne salva due; non ci lasceremmo scoraggiare  dalla diffusione dell’analfabetismo che tocca punte altissime specialmente dalle tue parti, Marcoré,  e mi dispiace dirlo. Senti, ma tu lo sai che cos’è l’analfabetismo?”

“Certo che lo so, che vi credete. Ecco, l’alfabenetismo, no, l’albenefatismo è quella cosa…signor tenente, non lo so che cos’è quella roba là, perdonatemi.”

“Non preoccuparti, caro mio, in fondo non conoscendo il significato della parola una risposta me l’hai data lo stesso.”

“Grazie, signor tenente, voi siete sempre tanto buono. Ma me la spiegate ancora una cosa?”

“Va bene, ma falla breve, perché vedo che le strade cominciano a riempirsi di gente e non voglio arrivare a Palazzo Madama in piena ressa.”

“Sarò corto corto, state tranquillo. A me è rimasta sempre in mente questa storia di Roma che deve diventare la capitale d’Italia e sono perfettamente d’accordo. Quante volte l’ho sentita ripetere dal nostro generale, laggiù in Sicilia, a Napoli, a Teano. Signor tenente, ve lo ricordate quel giorno a Teano? Che emozione vedere il re e Garibaldi, l’uno di fronte all’altro, parlarsi fitto fitto delle loro cose. Io ero troppo lontano per sentire, ma poi, da un amico che mi ha raggiunto poco tempo dopo e che in quel giorno si trovava a portata d’orecchio, ho saputo che il nostro generale aveva salutato Sua Maestà chiamandolo re d’Italia e la cosa mi ha messo i brividi addosso. Ma allora, mi sono detto, i nostri sacrifici non sono stati inutili, i pericoli corsi in battaglia hanno avuto un significato, i fratelli lasciati indietro sul campo non ci hanno rimesso la vita correndo dietro alle favole. Noi avevamo permesso al nostro generale di offrire in regalo a Vittorio Emanuele il Regno d’Italia. Ah, Teano! Signor tenente, e chi se lo dimentica più quel due novembre. Sembra lontano un secolo e invece sono passati appena pochi mesi.”

La lunga tirata del piccolo attendente viene interrotta dal suo superiore che, con un sorrisino appena ironico, lo corregge:

“Sì, il due novembre, il giorno dei morti! Marcoré, era il 26 ottobre. Ma forse hai ragione tu, sembrano davvero avvenimenti tanto lontano nel tempo. Garibaldi si è ritirato a Caprera, il nostro esercito meridionale è stato sciolto, quasi tutti i nostri compagni di allora sono passati nell’esercito regolare ed anzi guardano alla vecchia e gloriosa camicia rossa con fastidio ed addirittura disprezzo, come se fosse diventato un indumento di cui vergognarsi. Mah, cosa non si farebbe pur di  continuare a galleggiare! Oggi, però, non voglio amareggiarmi. Ci conviene, perciò, avviarci. Su, scendiamo, vieni con me.”

“Dove andiamo adesso, signor tenente?”

“A piazza Castello, dove si trova Palazzo Madama.”

“Ma sarà prudente? Voi stesso, un attimo fa, avete detto che è pericoloso andarsene in giro vestiti da garibaldini!”

L’ufficiale lo guarda nuovamente e stavolta nei suoi occhi si accende una scintilla di bonario rimprovero:

“Marcoré, certe volte penso che quel colpo preso sul Volturno ti abbia procurato dei danni al cervello, oltre che al resto . Hai dimenticato in quale situazione ci troviamo?”

“Giusto, signor tenente, non ci pensavo proprio! Ma che volete, é tutto così reale che mi sembra proprio di viverci in mezzo. Sì, avete ragione, andiamo, altrimenti ci tocca farci largo a spintoni. Si fa per dire, naturalmente…”

E, sorridendo, i due scendono in strada. Il sole, intanto, sta salendo lentamente e strappa scintillii alle cime innevate delle Alpi che popolano la linea dell’orizzonte. Elettrizzati per la radiosa mattinata regalata da una precoce primavera, i torinesi si apprestano a godersi l’eccezionale avvenimento che di lì a poco andrà in scena. Il viale che si allunga davanti ai due giovani é già pieno di gente diretta verso il centro città. Lì l’aria è pulita, piena di un buon odore fresco di terra e di foglie che fa pensare alle passeggiate in campagna e sui visi delle persone si legge chiaro il piacere di respirarla. Operai, piccoli impiegati, minorenni in divisa sabauda, qualche austero maestro riconoscibile dalla borsa sotto il braccio, frotte di dimessi popolani che per una volta nella loro vita si sentono protagonisti di qualcosa di indimenticabile, un gruppetto di giovani ufficiali che procedono  fieri ed impettiti, pavoneggiandosi nelle loro belle divise attillate, perfette, senza la minima grinza: tutti tradiscono nei nesti e negli sguardi un’eccitata attesa di novità. Il largo viale dà l’idea di non riuscire  quasi più a contenere tutto quel gioioso corteo ansioso di raggiungere al più presto il luogo dell’appuntamento. Ogni tanto una carrozza chiede imperiosamente il passo  ed allora ecco che quella disordinata muraglia umana si apre come il mar Rosso davanti a Mosè, per poi ricompattarsi subito dopo il transito del veicolo. Cinque o sei garrule “caterinette”, le infaticabili sartine in grado di realizzare in breve tempo costumi molto elaborati, seguono con discrezione tre dame eleganti ed altere che hanno stranamente scelto di recarsi a piedi in piazza Castello, del resto, abbastanza vicina, stando ben attente a non sfiorare la plebe che incrociano. Le ragazze osservano tutti i loro movimenti e, dai commenti che si scambiano bisbigliando, si intuisce che stanno giudicando la fattura dei vestiti esibiti. In effetti, la varietà e la ricchezza degli abiti indossate dalle signore alla moda é qualcosa da lasciare ammirati ed increduli. In un tripudio di pizzi, velluti, volant, sottane arrotondate in una linea a cupola, crinoline rigide, cerchi e sottogonne, le vezzose madame camminano ingabbiate in gabbie fatte di stecche di balena che strozza loro il respiro, ma che permette di esibire un vitino largo meno di mezzo metro. Non bisogna poi tralasciare accessori irrinunciabili quali il ventaglio, meglio se dipinto a mano, l’ombrellino parasole di pizzo e i gioielli: coralli, spille in filigrana, cammei appesi a nastrini di velluto, fili di perle a filo lungo e multiplo  e così via.

Marcoré si è fermato sotto un platano ancora implume e si guarda intorno a bocca aperta, conquistato da quello spettacolo di chiassosa ed austera umanità appartenente a tutti i ceti. Il suo ex-tenente gli tocca un braccio senza parlare e gli fa cenno di seguirlo. Il giovanotto si riscuote e si affretta a raggiungere la sua guida, già avviatasi. Allunga il passo, affianca il suo vecchio superiore gerarchico e riprende tranquillamente il discorso dal punto in cui l’aveva mentalmente interrotto:

“Signor tenente, c’è ancora qualcosa che non mi è molto chiara. Garibaldi è venuto in Sicilia a liberarci dai Borboni che veramente ci avevano ridotti in condizioni pietose e va bene. Noi dell’isola vi abbiamo accolto con entusiasmo e generosità, lasciatemelo dire, la spedizione è stata un trionfo, l’Italia meridionale è praticamente stata strappata ai suoi  dominatori e alla fine tutti noi che avevamo combattuto agli ordini del Generale abbiamo conosciuto momenti di commozione e di orgoglio straordinari. Avevamo liberato un regno intero! Ci eravamo scontrati con i proprietari di possedimenti enormi perché i contadini potessero diventare i padroni delle terre che i Borboni gli avevano negato, come avevate promesso mettendo piede in Sicilia. Signor tenente, ricordate che Garibaldi formò addirittura un governo provvisorio che aveva abolito la tassa sul macinato, si era impegnato a far dividere fra i combattenti parte dei beni comunali, aveva concesso un sussidio alle famiglie bisognose di Palermo? Tutto bello, anzi bellissimo. Ma allora perché a Bronte il generale Nino Bixio fece arrestare quasi trecento contadini che si erano ribellati ai possidenti che non volevano rispettare gli ordini di Garibaldi e addirittura ne fece fucilare cinque? Che forma di giustizia è questa?”

L’ufficiale si è fermato e fissa stupito quel suo giovane accompagnatore. Marcoré si è trasfigurato, lo sguardo è fermo e determinato, parla addirittura con una certa proprietà di linguaggio. Per un momento, il tenente ha la sensazione che il suo ex-attendente abbia sollevato un velo sul suo reale carattere, facendone intravedere insospettate capacità  di analisi applicata ad avvenimenti che normalmente sono base di discussione soltanto tra i cosiddetti esperti. E, stavolta, c’è del rispetto nella sua replica:

“Accidenti, amico mio, meno male che dovevi essere “corto corto”! E come ti sei espresso bene, stavolta! Tu sei una vera miniera di sorprese, credimi. Vediamo, mi parlavi di Bronte. Sì, riconosco che tu qualche ragione possa averla, ma forse non sai che quella volta si mise di mezzo il console inglese di Catania che rimase inorridito alla notizia che i tuoi contadini avevano ammazzato una quindicina di quei latifondisti e pretese dal governo provvisorio immediati  provvedimenti punitivi nei confronti dei colpevoli. Seguì una repressione durissima sugli abitanti del paesello siciliano, colpevoli di essersi armati contro i notabili locali, e ne seguì una punizione esemplare.  Devi anche tenere presente che in quell’occasione Bixio non se la sentì di usare la mano leggera, per timore di scontentare i signori e veder ritirare il loro appoggio a Garibaldi, cosa che avrebbe probabilmente fatto fallire la spedizione. Che vuoi farci, sono le esigenze della sporca politica nazionale ed internazionale che ogni tanto costringono a compiere azioni di cui ci sotto sotto ci vergogniamo, ma alle quali non possiamo sottrarci.”

“D’accordo, signor tenente, quella volta sono stati gli inglesi e i giochi di interessi militari e politici. E sono stati sempre gli inglesi ad istituire la leva obbligatoria, che praticamente è una tassa sulla povertà? Non so se ne siete al corrente, ma una legge stabilisce attualmente in Sicilia che i figli dei contadini, in grado di lavorare e guadagnare un pezzo di pane per sé e per la loro famiglia,devono invece fare i militari per quattro anni. I familiari li accompagnano al distretto vestiti a lutto, come se li portassero al cimitero. Ci sono addirittura corrotti funzionari del nuovo Stato che sui certificati cambiano sesso a certi giovanotti e li fanno diventare delle femminucce, così scampano la leva. E le migliaia di telai distrutti a Palermo perché si voleva che le stoffe fossero tessute qui da voi, in Alta Italia? E i poveracci innocenti fucilati dai piemontesi perché accusati di essere diventati briganti,  mentre tutti sanno che del brigantaggio fanno parte anche sbandati  del nostro caro esercito garibaldino, che Dio li strafulmini?  Ma già, «Calati juncu, ca passa la china» come diciamo noi, e buonanotte.”

Marcoré si è interrotto di botto.  Ha notato che il suo vecchio superiore lo sta osservando sbalordito, incapace di ribattere, profondamente impressionato da quella veemente esposizione. Questa volta il tenente ne è sicuro: davanti a lui si trova un uomo deluso, combattuto, diffidente, un uomo che teme di dover ammettere che non è cambiato nulla, passando da un’Amministrazione all’altra, e che la maggioranza dei suoi conterranei dovrà continuare a percorrere la strada della vita come i proverbiali vasi di coccio costretti a viaggiare in compagnia dei vasi di ferro. Il soldato, a quel punto, teme di essere andato troppo oltre e sta per giustificarsi, imbarazzato, ma il tenente lo precede:

“Marcoré, io non so più come giudicarti, te lo giuro. Non credevo assolutamente che tu potessi coltivare pensieri tanto concreti ed interessanti. Tu hai citato un proverbio della tua terra che significa, più o meno, che di fronte alla violenza i deboli devono piegarsi e non opporre resistenza e la cosa mi ha riportato alla mente il mio vecchio professore di latino che, col suo vocione tonante e uno sguardo feroce, ti avrebbe cicchettato: Siate pertinente, usate l’alma lingua e dite almeno Flectar non frangar , perbacco!”

“Signor tenente, che avrebbe detto il vostro professore di latino?”

“Lascia stare, è un motto che raccomanda di agire in modo accomodante, flessibile, senza rischiare di farsi male: più o meno, il concetto  che hai appena espresso  tu nel tuo dialetto. Però, una cosa me la devi spiegare. Come diavolo fai a sapere di governi provvisori, Bronte, leva obbligatoria, brogli, telai e compagnia bella? Da chi ne hai sentito parlare?”

“Signor  tenente, guardate che  ogni tanto butto anch’io un’occhiata su qualche giornale. Anzi, proprio l’altro giorno io e mio cugino Minichino stavamo appunto leggendo dell’inaugurazione di una ferrovia…”

“Marcoré, hai deciso di farmi arrabbiare? A parte il fatto che dove ci troviamo noi non arrivano giornali, mi sai dire che ve ne fareste eventualmente di un foglio di carta stampato tu e tuo cugino, due che non riuscirebbero a mettere insieme neppure mezzo alfabeto?”

Marcoré china imbarazzato il capo , poi solleva lentamente lo sguardo e si rinfranca vedendo che il suo accompagnatore lo sta guardando con un mezzo risolino sulle labbra. Risponde e si capisce che è tornato quello di sempre:

“Avete ragione, signor tenente, tutte queste cose le abbiamo sentite da un avvocato capitato da noi circa una settimana fa. Pensate che dalla sua città vicino Milano  era venuto anche lui con i “Mille”, giù in Sicilia. Magari l’avete anche conosciuto, ma in questo momento, mannaggia!, il nome non me lo ricordo. Per farla corta, un giorno abbiamo cominciato a parlare e ci ha raccontato com’è adesso la situazione laggiù. Vi confesso che ci sono rimasto proprio male, particolarmente quando siamo arrivati sul discorso della corruzione e dell’ingiustizia. Ma come! Persone di ogni età e condizione sociale, operai, contadini, laureati, si buttano senza pensarci in un’impresa straordinaria, la portano a termine contro ogni previsione, mettono addirittura in gioco la loro pelle pur di cambiare uno stato di cose insopportabile e poi si scopre che in fondo non è cambiato niente, che il forte comanda sempre, che i soldi fanno legge e che in nome dell’interesse personale si commettono le azioni più vergognose! Che schifo!”

Emessa  questa esclamazione di supremo disgusto, Marcoré gira il viso altrove, ma non così in fretta da riuscire a nascondere al tenente un sospetto luccichio negli occhi. L’ufficiale ne è toccato. Gli dà un colpetto leggero sulla spalla e tenta di placarlo:

“Dài, Marcoré, non serve rimuginarci troppo sopra. Noi abbiamo fatto quello in cui credevamo e tanto ci deve bastare per stare in pace con la nostra dignità di uomini e di italiani. Ciascuno ha una coscienza alla quale prima o poi dovrà rispondere, ricordatelo.”

“Sì, d’accordo, ma perché certa gente è disposta a vendersi persino l’anima pur di accumulare soldi che ha già in abbondanza? Perché sporcarsi le mani imbrogliando, giurando il falso, magari ammazzando, all’unico scopo di sentirsi più ricco e potente? Prendete l’avvocato. Il padre l’aveva lasciato padrone di mezzo paese, era una persona in vista, stimata, eppure ha trovato il modo di attaccare questione con suo cognato per la proprietà di una stalla in campagna e la storia è andata avanti più di due anni, tra litigi, ricorsi e spese dagli avvocati. Due persone con tanti soldi da potersi permettere di mangiare con le posate e i piatti d’oro che a momenti si sbranano per una stalla mezza scassata! E alla fine così è successo. Durante una lite più accesa delle solite, il cognato ha tirato fuori un coltello e l’avvocato non si è più dovuto preoccupare di eredità e di diritti legali. Suo cognato ha poi aggiustato la cosa con un paio di testimoni falsi e se l’è cavata con niente. Avete capito? Una tragedia enorme scatenata per il possesso di una stalla che scompariva di fronte al resto delle terre, dei palazzi e dei negozi che i due avevano! Vi sembra normale?”

“Marcoré, l’animo umano è stranissimo, ha delle reazioni che non si possono misurare con la logica delle persone che consideriamo corrette ed equilibrate. Da qualche parte ho letto che se la terra fosse fatta d’oro, gli uomini si ucciderebbero per una manciata di fango. E’ vero, purtroppo. L’avidità spesso porta a cancellare nell’individuo ogni forma di rettitudine e di onestà, lasciando che abbiano libero sfogo la prepotenza e il disprezzo per i diritti altrui. Sù, allunga il passo, fra poco siamo arrivati. Guarda, quello è il «Cambio», un ristorante diventato famoso a Torino grazie al fatto che Cavour va sempre a mangiare in quel posto. In una saletta interna, in fondo a destra, c’è il suo tavolo preferito e  lì il nostro geniale ministro progetta spesso le mosse che farà in politica. Il suo studio, invece, è al primo piano di quel grande palazzo di fronte…dove guardi, Marcoré, quel palazzo là, quello con la facciata in marmo…ecco, bravo, quello è Palazzo Carignano, dove è nato anche Sua Maestà Vittorio Emanuele. Come ti dicevo, in una delle sale di quel palazzo, Cavour ha impiantato il suo studio. Quante decisioni gravi e solenni sono state prese in quelle quattro mura! E quanti personaggi importanti hanno varcato la sua soglia. Mi torna adesso in mente un gustoso episodio che ho sentito raccontare di recente da un mio amico arrivato da poco tra noi. Il Regno d’Italia non era ancora nato, ma la diplomazia piemontese, diretta appunto da Cavour, lavorava attivamente per rendere effettivo il grande evento. Una mattina, alle sette precise, questo mio amico, che comandava il corpo di guardia istituito per proteggere il conte da eventuali malintenzionati, vede arrivare Giuseppe Verdi, che aveva appuntamento con Cavour precisamente a quell’ora tanto mattiniera. L’usciere, sollecitamente accorso, prega il grande musicista di pazientare qualche attimo: sua eccellenza, sussurra sussiegoso, sta intrattenendo un altro visitatore. Ed ecco: si apre la porta, il personaggio che aveva preceduto Verdi si congeda. Era Alessandro Manzoni! Cavour, Manzoni, Verdi che si stringono la mano alle sette del mattino per un fortunata combinazione. Ti rendi conto di quale straordinario terzetto stiamo parlando? Un compositore di fama mondiale e un insigne scrittore chiamati a tenere a battesimo il costituendo Regno d’Italia da un uomo politico che Metternich aveva definito il diplomatico più abile d’Europa! Ma c’è di più: quando Cavour, nel formare il suo governo,  si è trovato a dover nominare il ministro dell’Istruzione sai a chi ha chiesto di assumere l’importante incarico? A Francesco De Sanctis, il grande studioso e storico della letteratura! Marcoré, siamo di fronte ad alcune delle menti più elevate in campo intellettuale che il Regno possa vantare!”  

Adesso il tenente assume un’aria sognante e si chiede a bassa voce:

“Chi sa se anche nel lontano futuro i governi del Regno sapranno giovarsi delle inimitabili capacità di animi altrettanto nobili e disinteressati!”

Ma il suo interrogativo, nonostante sia stato quasi mormorato a fior di labbra, è stato captato da Marcoré il quale, con la scaltrezza impastata di sano scetticismo che curiosamente alligna maggiormente nei ceti popolari, lo guarda con divertita condiscendenza, cosicché il suo mentore si affretta a cambiare discorso:    

“Oh, finalmente, eccoci arrivati a piazza Castello. Seguimi, troviamoci un posticino possibilmente tranquillo e riparato.”

“E’ una parola!” sospira Marcoré, rassegnato.

E difatti, l’aspirazione dell’ufficiale si dimostra immediatamente un pio desiderio. La pur vastissima piazza è un autentico formicaio umano. Una moltitudine chiassosa ed eterogenea di persone - migliaia di visi di bambini, operai, scolari, donne del popolo, venditori di tutto, militari, piccoli commercianti - copre ogni centimetro del selciato  e da essa salgono un  agitarsi continuo di teste e di mani, di nastri, di cappelli e  un mormorio fitto e festoso che mette allegria. Le guardie civiche hanno ricavato a fatica un corridoio nella calca e in quella specie di tunnel si infilano le carrozze che giungono senza soluzione di continuità, eruttando signore in abiti lussuosi e contegnosi personaggi in marsina e feluca, tutti vestiti di nero, la coccarda tricolore appuntata sul lato sinistro della giacca. A perdita d’occhio, bandiere tricolori di tutte le misure pavesano facciate di case, finestre, balconi, muri, alberi, pali, tutto ciò a cui si possa appendere un drappo. Torino è praticamente tappezzata dal tricolore.

I due visitatori si sono rifugiati nell’angolo di un porticato e si guardano attorno in silenzio, come sommersi dal frastuono che li circonda. Marcoré, però, è sempre curioso:

“Signor tenente, che cosa stiamo aspettando?”

“ Chi stiamo aspettando, Marcoré, chi: stiamo aspettando il re. Fra meno di un’ora, Sua Maestà giungerà nella sua carrozza, entrerà nell’aula di Palazzo Madama e pronuncerà, davanti al Parlamento subalpino, il suo discorso di proclamazione del Regno d’Italia, come ti ho già detto. Mi dispiace non poterti mostrare l’aula del Senato, è davvero una magnificenza, ma adesso non è certo possibile entrare.”

“Non fa niente, signor tenente. Piuttosto, potete dirmi perché la sede del Senato si chiama Palazzo Madama?”

“Prende il nome da una duchessa del secolo scorso che era soprannominata “Madama reale”, la madre del re Carlo Emanuele II di Savoia. E’ una costruzione enorme, come puoi vedere, ricchissima di opere d’arte e la sua facciata è stata ottenuta da un celebre architetto torinese formando un blocco unico di due torri e delle mura di una monumentale porta di origine romana. Praticamente attaccati a Palazzo Madama trovi il palazzo reale e la sua biblioteca. Appena più in là, lungo quel lato più corto della piazza, sorge il Teatro Regio. Davvero un gran bel complesso di magnificenze architettoniche.”

Il tenente ha appena finito di parlare che all’imbocco della piazza la folla comincia ad agitarsi, a scuotersi, a vibrare. E’ un’esplosione di ovazioni appassionate, di acclamazioni,  di grida entusiastiche  che osannano al re e a Verdi in un turbinio di applausi,  in un vociare assordante e quasi insostenibile.

Il sovrano, che ha preferito arrivare nell’aula di Palazzo Madama in carrozza   reale, piuttosto che raggiungerla dall’interno, come avrebbe potuto, si ferma per un attimo sul predellino della vettura, volge intorno un lieve sorriso, beandosi dell’entusiasmo popolare, poi si avvia, circondato dalla sua guardia e dai dignitari. Marcoré ha gli occhi lucidi:

“Signor tenente, non è cambiato affatto da quel giorno a Teano!”

“Marcoré, sono passati appena cinque mesi, mica un secolo!”

“Già, avete ragione. A proposito, mi pare di aver sentito gridare anche Viva Verdi, oltre che Viva il Re. Non ho capito bene che c’entra Vittorio Emanuele con quel musicista lombardo.”

“Marcoré, ma qualcosa la sai? Dì all’avvocato, quando lo rivedi, di insegnarti anche un po’ di cultura generale, oltre che parlarti di politica e di economia. Magari impari che Giuseppe  Verdi  è un musicista nato in Emilia Romagna, non a Milano.”

“Ma non è quello che ha scritto un’opera che parla di lombardi che vanno alla crociata e piangono la loro povera patria perduta?”

“Marcoré, mi arrendo! Sei riuscito a mescolare in maniera indecente due opere liriche, entrambe belle e significative, e a confondere i loro cori. Chissà se succederà a qualcun altro, in futuro, magari a qualche uomo politico… Vediamo di districare le tue scarsissime cognizioni. L’opera in cui compaiono i lombardi si intitola appunto «I lombardi alla prima crociata» mentre quella in cui si alza l’accorato coro dei miseri schiavi ebrei che rivolgono un dolente pensiero alla patria lontana e perduta  si intitola «Nabucco». In quanto a Viva Verdi, devi sapere che i patrioti del nord Italia, soprattutto milanesi, proprio dopo l’esecuzione della prima del «Nabucco», avvenuta alla Scala nel 1842, cominciarono a scrivere sui muri W Verdi perché con le lettere del cognome del musicista formavano il nome del re. Hai capito? No, credo di no. Va bene, cerco di spiegarmi meglio. Il termine «Verdi», cioè il cognome di Giuseppe, contiene cinque lettere: la V, la E, la R, la D, la I. Se tu parti da ciascuna di quelle lettere puoi formare la frase « Vittorio Emanuele Re d’Italia». Mettici un Viva davanti e il gioco è fatto. Hai capito, adesso?”

Marcoré annuisce e sorride soddisfatto. Sta per replicare, allorché dall’interno del Senato erompe un coro di voci argentine, presto sovrastato da tonalità più profonde e robuste. I due si immobilizzano, poi lentamente si fissano, increduli e profondamente emozionati. Marcoré, stranamente, è il primo a riprendersi:

“Signor tenente – alita a fatica – stanno cantando «Fratelli d’Italia»!”

“Sì, Marcoré, stanno cantando quello che è più di un inno ispirato ai valori rinascimentali  o che chiama alla guerra di liberazione dallo straniero: è piuttosto qualcosa che rappresenta  la speranza di veder sorgere un domani in cui sia possibile salutare la nascita dell’Italia come una nazione forte, unita e indipendente. Ti giuro, ogni volta che ascolto quelle parole il sangue mi si rimescola.”

“Me ne sono accorto, signor tenente, e sono contento che una volta tanto siamo d’accordo su qualcosa, perché anch’io la penso come voi. Anche a me l’inno scritto da Mameli, questo lo so, eh!, dà sensazioni bellissime, come pure la bandiera di tre colori sotto la quale abbiamo marciato tante volte. Sentite che bello, che poesia! Però qualche volta mi chiedo se negli anni che verranno gli italiani canteranno ancora l’inno di Mameli, se la bandiera resterà sempre quella, se  qualcuno si ricorderà di noi che abbiamo combattuto per conquistarci una patria in cui vivere da padroni e non da servi. Mah, vi confesso che su questo punto sono piuttosto dubbioso.”

“No, Marcoré, qui ti sbagli!” Il tono del tenente non ammette repliche. “Io sono sicuro, assolutamente sicuro che gli italiani terranno sempre cari sia l’inno che soprattutto il tricolore. Che diamine, non stiamo mica parlando di uno straccetto qualsiasi o di una canzonetta che si sente cantare dalle mondine nelle risaie. Guarda, voglio spingermi oltre. Io ti dico che fra cento anni…no, addirittura fra centocinquanta anni, gli italiani, finalmente liberi ed uniti chi sa da quanto tempo, continueranno ad intonare con fierezza l’inno di Mameli in ogni occasione importante e a scoprirsi deferenti il capo davanti al bianco, al rosso e al verde della nostra amata bandiera. Ne sono sicuro come se lo vedessi in questo momento.”

Marcoré non sembra molto convinto. Corruga la fronte nello sforzo di afferrare una nozione chiaramente ostica, poi si arrende:

“Signor tenente, voi avete detto centocinquanta anni a partire da oggi: allora, quale anno sarà?”

“Il 2011, Marcoré. Qualcosa mi dice che nel  2011, fra centocinquanta anni esatti da oggi, l’Italia festeggerà la ricorrenza dell’eccezionale avvenimento al quale stiamo assistendo e lo farà in un’atmosfera di compattezza, di solidarietà e di amor di patria che saranno d’esempio al mondo intero. Con la mente vedo uomini, donne e ragazzi venerare i simboli che testimoniano il sacrificio di coloro che combatterono e magari morirono per fare grande l’Italia, odo risuonare canti patriottici, leggo negli occhi di tutti la fierezza di sentirsi italiani legati da un’unica legge e un unico giuramento, fratelli in una terra libera e pronta ad aiutarsi dal nord al sud…”

Il tenente si è arrestato. Stavolta è Marcoré a guardarlo con un risolino ironico appeso all’angolo delle labbra e la circostanza ha dell’inverosimile.

“Che cos’hai da guardare?” Il tono dell’ufficiale è seccato, arcigno.

“Signor  tenente,   perdonatemi, ma mi siete sembrato convinto di quello che avete detto e la cosa, con tutto il rispetto, mi fa un po’ sorridere. Davvero voi credete che l’Italia, una volta unita completamente, camminerà mano nella mano, tutti fratelli, tutti pronti ad aiutarsi, tutti disposti a rispettarsi e a stimarsi? Secondo me, voi vi illudete di brutto, e perdonate la mia franchezza. Scusate, ma avete già dimenticato che quando siete arrivati giù in Sicilia voi settentrionali, che pure venivate a liberarci dai Borboni, ci guardavate come se fossimo animali rari e non capivate niente del nostro modo di pensare e di vivere, frutto di migliaia e migliaia di anni di studi e conoscenze da parte di personalità che non avrebbero avuto nulla da invidiare ai vostri più grandi studiosi? E non credo che le cose vadano meglio, mettiamo tra piemontesi e napoletani, oppure tra calabresi e lombardi. Ognuno di noi difende la propria terra d’origine e la considera superiore a quella di chiunque altro. No, ho paura che anche in futuro la situazione non migliorerà di molto. Voi avete dipinto un quadro bellissimo,  sognando un’Italia praticamente perfetta fra centocinquanta anni. Per un momento solo, immaginate di ritornare qui a Torino il 17 marzo del 2011 e di trovarvi di fronte ad un’Italia libera, sì,  dagli stranieri, una penisola unita sotto la guida del re, ma abitata da una popolazione che non riesce a superare certe ridicole divisioni di territorio e di tradizioni, creando miti falsi ed inventati.  Come vi sentireste ascoltando un sacco di persone che minacciano un giorno sì e l’altro pure di creare un loro Stato indipendente dalla nazione italiana perché sono stanche di lavorare per tutti e farsi sfruttare dai furbi scansafatiche, magari meridionali, che non hanno alcuna voglia di sudare? E come reagireste,  se vi capitasse di scoprire, Dio non voglia!, che quei rivoluzionari arrabbiati considerano l’inno di Mameli una ridicola marcetta e vorrebbero veder ficcare il tricolore in un certo accessorio della casa, con decenza parlando?”

Il povero soldatino smette immediatamente di parlare e compie praticamente un mezzo salto indietro, spaventato dall’espressione bellicosa  comparsa negli occhi del suo superiore che lo sta fissando corrucciato. Poi questi  parla e lo fa con una voce che sembra provenire direttamente dai ghiacciai alpini:

“Marcoré, non devi neanche pensarla, una porcheria simile! Sarebbe inconcepibile, sarebbe una barbarie intollerabile. Ma ti rendi conto di quanti uomini, donne ed anche ragazzi, hanno offerto se stessi purché quella bandiera vivesse e continuasse a sventolare sulle libere terre della Patria, finalmente unificata? E riesci ad immaginare quanta altra gente dovrà morire, prima di riuscire a cacciare gli austriaci e tutti gli altri stranieri che in questo momento passeggiano nelle strade di troppe nostre città occupate? No, quello che hai detto è mostruoso, non posso accettarlo neanche come ipotesi di discussione. Noi abbiamo fatto la nostra parte e prima di noi l’hanno fatta i combattenti, i pensatori, i politici che amavano l’Italia. Dopo di noi, altri arriveranno  a raccogliere la nostra eredità morale e così, di sacrificio in sacrificio, la missione di libertà sarà compiuta. No, l’inno, la bandiera riceveranno sempre e solo manifestazioni di affetto e di rispetto.”

Marcoré ha seguito quella tirata piena di intensità con attenzione, ma senza interrompere, nonostante una o due obiezioni gli siano salite alle labbra. Ha intuito che l’argomento sta particolarmente a cuore al suo comandante e non vuole angustiarlo ulteriormente. La prudenza gli suggerisce  di soprassedere e così si affretta a cambiare direzione.

“Signor tenente, i senatori presenti oggi nell’aula faranno parte a vita del Senato, oppure dovranno lasciare il loro posto, prima o poi?”

“No, la loro carica è a vita. Essi sono stati nominati dal re, che proprio un mese fa circa ha scelto 128 nuovi senatori, tra piemontesi, lombardi, emiliani, romagnoli, toscani, marchigiani, umbri, napoletani e siciliani, che hanno portato a 219 il numero complessivo dei membri del Senato”.

“Certo che fare il senatore non deve essere poi tanto male - commenta Marcoré con un sorrisino furbesco – si conosce tanta gente, si stringono amicizie, si possono organizzare affari…”

“Ricominci a fare lo scettico, eh? Potrò mai convincerti che a questo mondo esiste un mucchio di gente onesta e generosa che si dà da fare per riuscire  utile al prossimo e non è spinta dal miraggio di guadagni personali? Perché non possiamo credere che i senatori operano nell’esclusivo interesse del popolo, senza squallidi scopi reconditi?”

“Signor tenente, voi parlate molto bene e certe volte io faccio fatica a seguirvi, però una cosa la so: l’uomo è per natura avido e se la sua posizione sociale gli può permettere di allungare le mani su benefici di qualche tipo, non esita a sfruttare la situazione. A me lo venite a dire, a me che sono cresciuto sotto la prepotenza dei potenti!”

“D’accordo, caro il mio filosofo, l’uomo può farsi trascinare dall’avidità fino a macchiarsi di gesti riprovevoli, però io non vedo tra i rappresentanti politici di tale livello individui disposti a vendere la propria dignità per soldi o maggiori onori. No, decisamente mi rifiuto di prendere in considerazione una cosa del genere.”

Marcoré non sa resistere alla tentazione. Con una faccia da schiaffi da esposizione, lancia una piccola provocazione, a costo di attirarsi l’ira del suo compagno:

“Signor  tenente, voi credete che anche i senatori del 2011 lavoreranno per il bene del popolo e non per le loro convenienze personali?”

L’ufficiale lo guarda storto. Ha naturalmente capito dove vuole andare a parare il suo giovane amico, ma non può liquidare su due piedi il quesito, dopo aver tanto pontificato sul brillante  futuro che attende un’Italia più vecchia di un secolo e mezzo. Perciò sospira e attacca:

“Marcoré, io non so se fra centocinquanta anni ci sarà ancora un Senato e se un re  continuerà a regnare. Mi auguro di tutto cuore che sia così, perché la Casa Savoia si è sempre comportata bene e i suoi sovrani hanno dimostrato di voler fare seriamente il bene dell’Italia. Ma ammettiamo, tanto per parlare, che gli italiani del 2011 siano governati da un gruppo di persone o da un capo che non sia più il re, magari eletto dal popolo. Bene, io sono convinto che sostanzialmente  il quadro sociale non cambierà molto, per la semplice ragione che, re o non re, Senato o non Senato, gli uomini politici del futuro avranno la grandissima fortuna di poter prendere decisioni gravi ed importanti guidati dall’esempio dei grandi statisti che li hanno preceduti. Ma ti rendi conto quale inestimabile aiuto potranno fornire ai governanti del 2011 i comportamenti pubblici e privati di giganti della dottrina etica quali Mazzini,  Cavour,  Garibaldi…sì, del nostro generale Garibaldi!  Lo sai che cosa ha portato con sé, dopo Teano, quando si è ritirato nella sua isola di Caprera? Poche centinaia di lire, un sacco di legumi e un sacco di sementi. Ed aveva appena  regalato un regno ad un re!

Marcoré, io invidio gli italiani del futuro. Vivranno in una società giusta e rispettosa dei diritti di tutti, una società in cui i magistrati vigileranno attentamente  sul rispetto della legge, giudicando serenamente e con obiettività, senza essere condizionati nella loro opera dal potente di turno che ritenesse di poter sfuggire alle sue responsabilità  sfruttando impropriamente il potere di cui è stato investito.  Sarà una società sana, ricca di valori fondamentali come il senso del decoro e la moralità dei costumi che certamente non saranno mai traditi, soprattutto da chi è chiamato a dare l’esempio. Grazie agli enormi progressi che ha certamente fatto in tutti i campi della conoscenza, da quella scientifica a quella economica, l’Italia potrà assicurare ai suoi figli una vita tranquilla e serena, libera da preoccupazioni troppo gravi. Ma ci pensi? Le fabbriche gireranno a pieno regime, garantendo pane  e lavoro a tutti; le scuole formeranno classi di giovani preparati e bravi, pronti a dare il loro contributo allo sviluppo della nazione e quelli meno dotati arrancheranno sempre in fondo alle graduatorie perché sono convinto che nell’Italia del duemila e rotti le raccomandazioni avranno già fatto definitivamente il loro tempo; la gente potrà godere di cure mediche efficaci e tempestive che dottori bravissimi impartiranno anche ai cittadini più poveri, perché sicuramente la salute della popolazione sarà al primo posto nelle preoccupazioni dei capi... e i trasporti, Marcoré, i trasporti! Chissà con quali macchine straordinarie si sposteranno i nostri discendenti! I treni, certamente, ma che razza di treni saranno? Veloci, comodi, puliti, veri gioielli della tecnica che traverseranno l’Italia in tutti i sensi, trasportando a prezzi accessibili ad ogni tasca folle di viaggiatori diretti in ogni località, senza mai ritardare o bloccarsi per ragioni che i cittadini non capirebbero affatto. E magari completeranno i loro percorsi in tempi brevissimi, altro che le nostre scassate ed asmatiche locomotive! Ah, Marcoré, l’Italia del 2011…Marcoré, ma cosa diavolo stai facendo?”

Questa brusca variazione di stile, intervenuta a troncare l’esaltata allocuzione del tenente, si deve al fatto che Marcoré si è allungato su un sedile di pietra scovato nel porticato e adesso  sta guardando l’ufficiale da sotto in su, le mani incrociate dietro la nuca:

“Signor tenente, a me dispiace dirvi certe cose, ma non posso farne a meno, proprio per il rispetto che porto alla vostra persona e alla vostra intelligenza. Poco fa, avete affermato di essere sicuro che gli italiani, una volta conquistata l’indipendenza, diventeranno di colpo tutti fratelli, rispettosi gli uni degli altri, pronti a soccorrersi e ad aiutarsi generosamente in caso di bisogno, al di là delle differenze di provenienza e di tradizioni culturali e io vi ho fatto notare che voi per primi, i nordici scesi in  Sicilia con Garibaldi, avete spesso storto il naso davanti al nostro sistema di vita, criticandoci e prendendoci in giro; adesso vi siete trasformato in uno di quegli indovini che vengono a Palermo, alla festa di Santa Rosalia, e sognate un’Italia uscita da un miracolo: lavoro a sufficienza, giustizia e uguaglianza per tutti, nessuna raccomandazione, assistenza completa e continua ai cittadini in ogni settore…insomma, un vero paradiso sociale! Beh, per quanto mi sforzi di immaginare le cose dal vostro punto di vista, non riesco proprio a convincermene. Secondo me, gli italiani uniti del 2011 tireranno la carretta esattamente come gli italiani divisi di oggi, sforzandosi di arrivare a sera con qualcosa nella pancia e la speranza che i loro figli abbiano un’esistenza migliore della loro. I ricchi e i potenti comanderanno allora come comandano adesso e lasceranno che del rispetto delle regole morali, penali e civili si preoccupi  chi non può permettersi di violarle senza conseguenze, perché nella società conta meno di un seme di zucca. Penso, inoltre…”

Ma Marcoré non fa in tempo a spiegare che cosa pensa: un clamore altissimo, un frastuono di acclamazioni che inneggiano al re e al Regno erompono dai finestroni di Palazzo Madama e si fondono con le grida di giubilo che salgono dalla piazza. Centinaia di tricolori garriscono al vento leggero sceso dalle Alpi e nella loro danza leggiadra sembrano volersi unire ai festeggiamenti.  Il tenente si stacca dal muro e lancia un’occhiata a Marcoré che lo guarda con espressione interrogativa:

“Il Regno d’Italia è nato. Ora ce ne possiamo andare.”

Vanno. Escono dalla piazza ed imboccano un lungo viale che forse li porterà in periferia. Ad ogni passo si imbattono in torinesi decisi a spremere da quella indimenticabile giornata ogni stilla di divertimento. Al tavolo di una bettola, quattro o cinque avventori stanno dando fondo ad una panciuta brocca di vino. Poco più in là, seduta sul bordo del marciapiede, una venditrice di viole e margheritine ha appoggiato accanto a sé il cesto con la mercanzia e si sta arrotolando una sigaretta. File di carrozze convergono verso Piazza Castello per riportare alle loro abitazioni gentiluomini e nobildonne, ansiosi di prepararsi per partecipare al grandioso ballo che si svolgerà in serata nella cornice incomparabile del Valentino.

Vanno. Sono stati due tra i mille e mille protagonisti di un’impresa incredibile, quella di strappare palmo a palmo, con tenacia ed infinita risolutezza, terre italiane dalle rapinose grinfie di tracotanti invasori e adesso il loro compito è terminato.

Vanno. Poi,  in una lenta dissolvenza, le loro sagome sfumano nell’aria e non si vedono più. Le ha inghiottite il silenzio infinito in cui non esistono né suoni, né dimensioni.

 

 

Rocco Tedino

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