La prima impressione, entrando nella mansarda della loro bella ed accogliente casa nel Moscardo, è di profondo stupore: Josette e Gina, la moglie e la figlia di Amato Matiz - colui che per la gente vicina e lontana della Carnia è sempre stato, e sempre sarà, soltanto Pakai - sono riuscite a stipare quello che una volta era il vecchio “salâr” di una miriade di oggetti, testimonianze e ricordi del loro indimenticabile congiunto. Le due donne più importanti della vita di Pakai hanno trasformato il locale, con pazienza e fantasia, in un piccolo museo rigurgitante di roba, eppure così ordinato e così ben strutturato da permettere un’agevole visione di tutto il materiale esposto sulle pareti, sulle mensole, sui panchetti, sopra un divano antico, nelle vetrinette…insomma dovunque fosse disponibile lo spazio adatto, pur lasciando al visitatore piena facoltà di muoversi in piena libertà in mezzo al mare di fotografie, attestati, strumenti musicali, articoli di stampa, manufatti dozzinali o di squisita fattura, dischi, musicassette, quadretti e tanto altro presente nella stanza. Tutti quegli oggetti rappresentano un frammento della vita artistica di Amato e dei suoi carissimi amici, quasi dei fratelli, che con lui hanno scritto una pagina importante, e purtroppo assai breve, nel panorama musicale del folklore locale e nazionale, una pagina intessuta di allegria, di simpatia, di gioia di vivere e di suonare. Amato, la più grande fisarmonica friulana di sempre, il mitico Genesio Puntel col suo inarrivabile contrabbasso, l’insostituibile Paolo Morocutti, il virtuoso della chitarra, e Stefano Paletti, l’espressiva voce solista dalle limpide sonorità, sono andati per il mondo a regalare emozioni avvolte in un involucro scanzonato, frizzante, effervescente, una sorta di marchio di fabbrica del “Trio”, il frutto di una filosofia e di uno stile che affondavano robustissime radici nella musica folkloristica del passato, plasmata ed elaborata con sapiente sensibilità artistica nel gusto nuovo dei tempi nostri. Non inganni il modo di fare musica di Pakai e dei suoi, facile e disimpegnato solo in apparenza: in realtà i nostri “musicanti” (detto nel senso più nobile del termine) curavano accuratamente ogni particolare delle loro “performances”. E se accadeva, durante le esibizioni, che si divertissero ad improvvisare con variazioni estemporanee sul tema musicale di base, ciò era dovuto alle loro straordinarie doti di artisti eclettici e completi, la cui tecnica rifletteva i benefici del costante lavoro basato sulla serietà, sulla passione e sull’entusiasmo. Tutto ciò è ravvisabile nell’ascolto di uno qualsiasi dei loro brani: tre strumenti che si fondono in un amalgama perfetto, tre voci che dialogano, si intrecciano, si rincorrono in un equilibrio armonico pieno, intenso, ricco di atmosfere che giungono direttamente al cuore.
Siamo dunque qui, fermi al centro di quello straordinario “luogo della memoria”, e sotto i nostri occhi sfila un caleidoscopio di immagini, in una successione rapida di pensieri e di sentimenti. Da quelle foto, da quegli oggetti, scaturisce incredibilmente una sottile magia, una lieve suggestione che avvolge, che trasporta, che forza delicatamente la coscienza fino a calarla in una dimensione fantastica, in cui il mondo di Pakai sembra lentamente riprendere vita attraverso il materializzarsi dei tantissimi avvenimenti raccontati da quell’ingente quantità di reperti esposti alla riverente ammirazione del pubblico. C’è da stupirsi, perciò, se improvvisamente nell’aria immobile di arcana attesa si immagina salire cristallina la voce di una fisarmonica? I tasti percorsi da mani invisibili sprigionano faville di note ora gioiose e trascinanti, ora tristi e malinconiche e struggenti, ma sempre nobilitate dal tocco inconfondibile del genio musicale di Pakai, e la musica si spande intorno, fluttua attraverso i lucernari spalancati, vola a posarsi sui prati e sui boschi circostanti, ascende alle cime dei monti e si affida al vento che la porterà negli spazi infiniti per riconsegnarla, perché no!, al suo interprete. Lasciamoci governare da queste innocenti illusioni e saliamo sul treno delle rivisitazioni: ogni “pezzo” della collezione rappresenterà una stazione in cui sostare per sentirsi raccontare una tappa della meravigliosa avventura umana ed artistica vissuta da Pakai, da Genesio, da Paolo e da Stefano, i quattro moschettieri del pentagramma che seppero elevare a dignità d’arte un genere di musica, quello popolare, prima di loro considerato figlio di un dio minore nell’universo della melodia.
Partiamo allora dalla nascita del “Trio”, ma prima voglio precisare che la scelta degli argomenti in trattazione dipenderà dagli agganci che la narrazione ci fornirà di volta in volta, dal momento che la nostra scorribanda nei tredici anni di attività del complesso seguirà percorsi dettati dalla casualità, assolutamente affrancati dalle rigide regole della cronologia. Avverto, inoltre, il grato obbligo di ringraziare le persone che si sono cortesemente prestate ad aiutarmi nella raccolta delle informazioni che sfruttato per tratteggiare, con sincera umiltà, la straordinaria esperienza umana e professionale vissuta dal Trio Pakai : innanzitutto la signore Josette e Gina, sempre estremamente disponibili e cortesi; poi Genesio e Paolo, comprensivi e pazienti oltre qualsiasi aspettativa di fronte alla mia capillare…spremitura della loro memoria; ed infine Celestino Vezzi, autore del bel libro intitolato “Pakai, un om e la sô armoniche”, rivelatosi a più riprese una preziosa fonte di notizie e curiosità.
Il “Trio Pakai” vede ufficialmente la luce sul finire dell’anno 1972, ma Amato e Genesio avevano iniziato assieme la loro carriera di musicisti ben prima di quella data. Benché li dividessero ben sette anni d’età (Pakai, più giovane, era nato nel 1931), i due sono inseparabili: certo, li unisce strettamente un vincolo forte di amicizia, ma è soprattutto la passione per la musica che ne cementa l’intesa. Sotto questo aspetto, i due erano in sostanza degli autodidatti, oltre che dei formidabili orecchianti: Pakai si ingegnava già da ragazzino a cavare suoni dalla fisarmonica, accompagnando talvolta le esibizioni del vecchio Garibaldi e di Sandrìn, due autentici “padroni” del violino, i quali non tralasciavano occasione per incoraggiare la predisposizione musicale del loro precoce partner; Genesio aveva appreso i primi rudimenti del contrabbasso da suo padre, per poi approfondirne la conoscenza durante il periodo della naja, quando suonava nella fanfara militare (giacché siamo in argomento, anticipiamo che Paolo era andato da giovanissimo ad imparare musica dal maestro Vincenzo Deasini, per poi proseguire da solo nell’apprendimento della chitarra). Torniamo a Genesio e ad Amato e alle loro “uscite”. Partecipano a qualche sagra, a qualche festa privata, ma obiettivamente è poca roba, giusto l’occasione per fare un po’ di baldoria con gli amici, accompagnati dalla trascinante voce della fisarmonica e dal baritonale accordo del contrabbasso. Le esigenze economiche, però, che sono solite infischiarsi delle inclinazioni e dei desideri dell’uomo, mettono Pakai di fronte alla triste necessità di preparare la magra valigia dell’emigrante e di andare a cercare fortuna all’estero, lasciando della “Piccola Patria” quintali di rimpianti e nostalgia (chi sa se, anni dopo, egli ha composto “Anin varin fortune” avendo in mente proprio quei duri periodi trascorsi in terra straniera…). Nel 1949 lo troviamo in Francia dove lavora prima come camionista, poi addirittura come minatore. Amato resta nei territori d’oltralpe per un paio d’anni, poi si sposta in Lussemburgo, indi torna alle sue terre. Il 16 aprile 1955, nella parrocchiale di Cleulis, il suo paese natale, conduce all’altare la sua amata Josette. Il Nostro ha ventiquattro anni e una gran voglia di piantare definitivamente le tende nei cari luoghi che l’hanno visto nascere e crescere, ma quelle benedette necessità di bilancio domestico premono con immutata impellenza alla porta della sua famiglia, che nel giugno del 1956 si è ingrandita con il graditissimo arrivo di Gina, e così Pakai riparte per il Lussemburgo. A complicare maggiormente la situazione, in quel periodo Amato si ammala piuttosto seriamente e questa dura tegola lo costringe a ritornare con una certa urgenza a casa. Ma non basta: a causa delle sue condizioni di salute, egli è impossibilitato a svolgere ogni attività che comporti impegno fisico, compreso l’uso della sua adorata fisarmonica. Come Dio vuole, anche queste nuvole nere si diradano e Pakai risale lentamente la china della guarigione, fino a riguadagnare in pieno il suo vigore e le sue capacità. Quei due anni scarsi di forzata inattività, comunque, gli sono serviti per riflettere su come impostare il suo futuro.
“Basta con le trasferte all’estero – sembra dirsi – devo trovarmi un lavoro qui a casa, tra la mia gente e i miei monti, dov’é la mia vera vita!” Detto fatto, l’intraprendente giovanotto allestisce un servizio di autopubblica che agisce a Cleulis e nei paesi limitrofi. I risultati sembrano dargli ragione, il suo taxi lavora con soddisfacente frequenza e Pakai ormai libero dall’incubo dell’emigrazione, può finalmente dare concretezza al secondo scopo della sua esistenza, dopo la preoccupazione per il benessere della sua famiglia: suonare, suonare e suonare ogni qualvolta sia possibile, liberando la voglia di amicizia e di sana compagnia sul filo del divertimento e della giocondità.
A raccogliere il suo “richiamo della foresta”, accorre naturalmente l’amico del cuore, il compaesano Genesio. Ecco allora ricomporsi la coppia artistica tanto richiesta nelle sagre paesane, nelle feste private e nelle manifestazioni folkloristiche che si svolgono un po’ per ogni dove. In questo periodo, Amato e Genesio letteralmente imperversano, diventando un ghiotto intermezzo in numerosissimi spettacoli organizzati al di qua e al di là del confine. A loro si è frattanto unito Elvio Di Ronco, un chitarrista di Rivo. Si forma un trio che già nel nome tradisce l’inesauribile vena goliardica di Pakai e di Genesio: il nuovo complesso, infatti, si chiama “Das Trepolacs”, nome volutamente storpiato e dalla provenienza incerta, forse mutuato dal toponimo di una località austriaca visitata dai due compagnoni in occasione di alcune loro precedenti esibizioni. Ma il bello sta nel fatto che a chi chiedeva se quel nome significasse qualcosa, Pakai & Company rispondevano che derivava dalle loro origini di figli di polacchi!
E magari qualcuno ci cascava pure….
Il Trio dei…polacchi riscuote un buon successo ed è ovunque apprezzato. Dei tre musicisti carnici colpiscono soprattutto il calore umano e la grande capacità di trasmettere l’essenza musicale della loro terra attraverso le loro interpretazioni. Amato, Genesio ed Elvio portano brio e buonumore ovunque vadano; ci si accorge di loro anche fuori dal Friuli (nel 1966, ad esempio, vanno a suonare a Venezia, nell’ambito di una mostra dell’artigianato carnico) ed addirittura ottengono ospitalità sul secondo canale della Rai. Ma questo legame artistico è destinato a sciogliersi, a causa degli impegni di lavoro di Elvio che gli concedono sempre meno spazio da dedicare alle serate trascorse all’insegna del fare musica. I “Trepolacs” rimangono in due e dovrà trascorrere un anno prima che compaia all’orizzonte Paolo Morocutti, originario di Treppo Carnico, colui che entrerà nella leggenda del Trio Pakai, accanto ad Amato, a Genesio e più tardi a Stefano.
Il lettore più attento (sempre che questa modesta cronaca interessi a qualcuno…) non avrà dimenticato che all’inizio abbiamo indicato nel 1972 la data di nascita del Trio Pakai. E’ quindi giunto il momento di entrare nel vivo del racconto e concentrarci sull’esaltante cavalcata artistica di cui il Trio si rese protagonista nei tredici anni della sua esistenza.
Siamo nel giugno del 1972. Amato, Genesio e Paolo raggiungono Radio Capodistria con la Corale di Arta Terme, per eseguire insieme il “Valzer popolare”, tema che avrebbe costituito la colonna sonora di un filmato d’intonazione turistica girato a Cabia e a San Pietro di Zuglio. Ad un certo punto, il tecnico del suono chiede di conoscere il nome del complesso. Disorientamento generale, i tre si guardano in faccia interdetti: come ci chiamiamo? Ma l’imbarazzo dura poco perché, dopo una veloce consultazione, il nome del gruppo è bello che coniato: il TRIO PAKAI! Paolo Morocutti ha descritto molto bene questo momento importantissimo della vita del Trio e sarà meglio lasciare la parola direttamente a lui:
“ Una domenica pomeriggio sono entrato nell’osteria di Amato per passare come al solito un momento in compagnia. Trovo Genesio e Amato che mi dicono: “Domani verresti con noi a fare una capatina a Capodistria?”. Non immaginavo di cosa si trattasse, avevo impegni di lavoro, ero stato colto un po’ di sorpresa…”Va bene, va bene andiamo.” Così l’indomani siamo partiti. Alle cinque del mattino ero nell’osteria dove Amato e Genesio facevano uno spuntino a base di salsiccia. Avevo però il problema del passaporto. “Già tutto risolto” mi rassicura Amato.
Infatti abbiamo preso la strada dell’Austria impiegando sette ore per arrivare, suonava mezzogiorno che siamo scesi dalla macchina. Non sapevo di preciso cosa andavo a fare. Davanti allo studio ci hanno chiesto “Avete gli strumenti?” In quel momento ho capito che dovevamo registrare. Non avevamo mai suonato assieme, non esisteva un programma, prove inesistenti. Ci hanno divisi e abbiamo cominciato con non poca preoccupazione. Ma la grinta di Amato ci ha coinvolti e abbiamo fatto un figurone. A quel punto bisognava dare i dati del complesso e così di getto è nato il nome del Trio Pakai. Proprio nello studio di Capodistria è avvenuta la svolta della mia vita, posso dire che in questi ultimi quindi anni mi sono pienamente realizzato; nemmeno programmando si riuscirebbe a passare nello stesso modo questi anni di vita.”
Ecco, questo era il Trio Pakai, questi erano i musicisti che lo incarnavano, questo era Pakai, l’anima e il motore della formazione musicale che lascerà una luminosa traccia indelebile, e tuttora insuperata, nella storia del folklore carnico.
L’esperienza di Capodistria costituisce il trampolino di lancio del Trio verso la notorietà, quella vera e consolidata negli anni. Negli studi di Radio Capodistria, infatti, Pakai e soci incidono anche il loro primo disco a 45 giri, comprendente i brani “Valzer popolare”, “Slovenska Polka”, “La Stajare” e “Mont da Sudri”. L’evento ha qualcosa di straordinario e colpisce profondamente, per adesso soprattutto in Carnia, la fantasia degli ammiratori dei bravissimi artisti. Pensate: bastava inserire l’apposita monetina in una di quelle scintillanti macchine musicali gonfie di dischi, i famosi juke-box che strillavano canzoni e motivi strumentali a comando, per godersi a piacimento gli exploits sonori dei propri beniamini! E il Trio Pakai, in una ideale classifica di ascolto, avrebbe stracciato qualsiasi concorrente…
L’accenno al disco ci fornisce l’appiglio per illustrare la produzione discografica del Trio Pakai, così come uscita dalle sale di registrazione. Il complesso musicale, con Stefano, ha inciso nella sua carriera cinque 45 giri, quattro long-playng e quattro musicassette: tutti pezzi in essi contenuti sono stati scritti, musicati e arrangiati dai componenti del Trio. Noi ci limiteremo a citare soltanto i titoli inclusi nei 4 LP, perché sono approssimativamente gli stessi che compaiono nelle altre incisioni.
Nel 1976, poco prima che il terremoto devastasse il Friuli, viene lanciata sul mercato discografico, a cura della Casa “Anin varin fortune” di Nimis, la prima raccolta intitolata, ironia della sorte, proprio “Allegro Friuli”. Ne fanno parte: Fieste, Valzer popolare, La sunade di Santul Viti, Sul puint di Braulins, Mont da Sûdri, Come une volte, Slovenska polka, Allegro Friuli, Al tramont, La stajare, Fantasia slovena, Valzer di Pakai, Gioventût, Shueplatten. Il secondo LP, parimenti prodotto dalla Casa discografica di Nimis, esce nel 1977, sull’onda del grande successo ottenuto dal primo che risulta largamente venduto nonostante la gente avesse altro per la testa. La musica del Trio Pakai, evidentemente, costituisce un lenimento alle ferite fisiche e morali di un popolo in ginocchio e trasmette un messaggio di speranza e di fiducia nel futuro che illustra al di là di mille parole quanto i suoi componenti sappiano toccare le corde del cuore di chi ascolta. Si trovano in questa seconda raccolta: Cence pinsîrs, Serenade dal pastôr, Anin varin fortune, Primavera in Carnia, La vous da mée valade, Gnocis, L’emigrant, La pesarina, Ricuars, La polke da mée int, Sul puint di Braulins e Sâgre in paîs. Il terzo 33 giri viene inciso nel 1979, sempre a Nimis e sempre sotto al competente guida tecnica di Eddy Croatto, ed esce con una copertina che è tutto un programma: sullo sfondo delle alte cime carniche un placido sanbernardo, che poi è il cane di Pakai, posa accosciato al centro di un prato, con una fisarmonica appesa al collo al posto della tradizionale botticella piena d’alcol! Questo LP propone: Fantastico Gaithal, Di matine, In chê dì da las mês nocios, Baronadis, Lignan, Ajar di fieste, Sere d’estât, Clâr di lune, Barbe Giuan, Amico valzer. L’ultimo LP, dal titolo “Gotis di ligrie”, viene prodotto nel 1982, questa volta negli studi d’incisione della Casa discografica “Promodisc” di Tarcento, e contiene: La paesane, Ce biele lune, Ligrie, L’âgo di Ludario, Ricuart di Parigi, Ultime serenade, Melodia slovena, Quatri rôsis, Storie di paîs, Cîl turchin.
Quei tre buontemponi in camicia bianca e fiocco di pompon che sbuca dal colletto, gilet nero ricamato con motivi floreali, pantaloni neri alla zuava sopra morbidi calzettoni bianchi, sono i “portatori sani” di robuste dosi di allegria e di buonumore che nasce dalle loro esibizioni non di rado insaporite dall’esilarante contorno di trovate umoristiche, a volte ricercate ma più spesso casuali. Ricordate le elaborate scene di Pakai ogni volta che si apprestava ad aprire la fisarmonica, le sue contorsioni dirette a mimare chi sa quale terribile sforzo, quel suo repentino sollevarla ed abbassarla mentre suonava, come se si trovasse fra le mani un giocattolino? E le piroette che Genesio faceva eseguire al suo contrabbasso per divertire gli spettatori? Una volta, a Rauscedo, si sfiorò quasi l’infortunio fisico, a causa di questa gag, cui Genesio ricorreva frequentemente. Dunque, erano lì sul palco che suonavano e Genesio ogni tanto dava un colpetto al contrabbasso e lo faceva roteare, per poi riafferrarlo destramente e continuare l’esecuzione del pezzo senza perdere il filo del discorso musicale. All’ennesimo “virtuosismo”, lo strumento ha uno scarto malandrino e sfugge alla presa dell’aspirante giocoliere, che incespica e perde l’equilibrio.Si innesca un irresistibile effetto-domino. Il contrabbasso rovina addosso a Pakai, questi cade e travolge Paolo al suo fianco: tutti lunghi distesi sul duro tavolato! Il ballo si blocca, mentre dalla pista decine di occhi sgranati per lo stupore fissano quel groviglio incredibile sul palco. E quei tre? In un istante sono in piedi, riprendono gli strumenti e ricominciano a suonare ridendo come matti, col chiaro intento di dare ad intendere che era stato tutto preordinato per regalare una razione extra di divertimento alla platea. Un’altra volta, nel pieno del concerto, Amato si accorge che Genesio sta suonando in “Fa”, mentre lui e Paolo suonavano in “La”. Senza smettere di far andare la fisarmonica, Pakai intima più volte sottovoce al suo compagno “Và in la, và in la”, riferendosi ovviamente alla nota musicale. Genesio non capisce e, ad ogni esortazione di Pakai, sposta il suo contrabbasso un po’ più in là. Risultato: spostamento dopo spostamento, suonatore e strumento finiscono giù dal palco. La musica si ferma e Genesio, inviperito, urla all’indirizzo di Amato che aveva le lacrime agli occhi per il gran ridere: “Ecco, adesso sarai contento, sono andato abbastanza in là?”.,
Sono soltanto due episodi, estratti a caso dagli scomparti della memoria, che sembrano i soliti aneddoti simpatici, utili tutt’al più per rafforzare l’immagine che Pakai, Genesio e Paolo si erano costruiti concerto dopo concerto: quella di consumati attori che recitavano uno spettacolo nello spettacolo; invece dimostrano, alla pari di tante e tante testimonianze del genere, quanto fosse forte l’intesa creatasi, anche sul piano umano, tra Pakai e gli altri del Trio, Stefano compreso. I loro rapporti vibravano di un legame di profondissima stima che era riuscita rapidamente a trasformare la comune passione per la musica in un collante capace di sublimare un sodalizio artistico al più alto livello di fraterna amicizia e affettuoso cameratismo. Non è, del resto, un caso che nel 1979 i quattro simpaticoni ricevano nientemeno che la Laurea honoris causa, loro concessa da un’improbabile “Confraternita delle Capelonghe” con la seguente motivazione: “per particolari meriti acquisiti nell’animazione del Villaggio Europa di Grado”. Bene, così a spanne, quanti lettori ricordano di complessi musicali ai cui componenti era stato conferito il dottorato in…briologia?
Recuperiamo il filo del discorso strettamente legato alle vicende del complesso e ripartiamo da Radio Capodistria, nell’anno 1972. Qui, come si ricorderà, il neonato Trio Pakai ha registrato il suo primo 45 giri, lasciando un ottima impressione nel direttore artistico dell’Ente, il maestro Silic, il quale rimane tanto colpito dalla bravura, dalla versatilità, dalla carica di simpatia sprigionate dai tre menestrelli del folklore carnico da procurare loro una partecipazione in una importante manifestazione musicale di Isola d’Istria. Ma è in Carnia, nelle loro terre, che Amato, Genesio e Paolo vogliono sfondare, smentendo per una volta il pessimistico assunto del famoso detto evangelico secondo il quale nessuno è profeta in patria. Al ritorno da Capodistria, i nostri valenti strumentisti vengono a saper che la “Excelsior”, la celebre Casa produttrice di fisarmoniche, intende “arruolare” il Trio Pakai nella sua scuderia. Ciò significa che finalmente l’abilità professionale di Amato, Genesio e Paolo ha davvero trovato la giusta consacrazione e, cosa ancora più importante, che da quel momento in avanti l’Excelsior si occuperà del percorso artistico della formazione, procurandole scritture e supportandola in ogni fase delle sue esibizioni in Italia e all’estero. Il terzetto è al settimo cielo e sull’onda dell’entusiasmo viene deciso di festeggiare degnamente l’incisione del primo disco. Luogo prescelto per la prevedibile baldoria il bar di Amato, l’esercizio aperto anni prima sulle “Muses” di Cleulis (per inciso, tre anni fa il bar ha cambiato gestione, dopo un lungo periodo di chiusura, ma continua ugualmente a fregiarsi dell’insegna “da Pakai”: potenza della suggestione di un nome mitico!). Quel bar, ai tempi del Trio, era poco per volta diventato il centro d’incontro di giovani melomani di belle speranze, che ogni domenica si ritrovavano fianco a fianco sulle panche di legno del suo arredamento ed improvvisavano suonate di vario genere, traendo accordi dagli strumenti di proprietà oppure chiesti addirittura in prestito al gestore dell’ambiente. E non è a dire che quell’usanza fosse coltivata soltanto da ragazzotti del luogo: al contrario, facevano tappa al bar Pakai studenti di musica provenienti da posti lontani, accompagnati dai loro insegnanti, alcuni anche dai nomi prestigiosi come il professor Dal Cont, illustre concertista e fisarmonicista che tuttora insegna musica e fisarmonica al Conservatorio di Udine.
Verso la fine dell’estate di quello stesso 1972, la Casa Excelsior organizza un’altra festa nel bar di Pakai, con lo scopo di far incontrare il fisarmonicista di Cleulis con Peppino Principe, all’epoca considerato il miglior suonatore di fisarmonica del mondo. L’incontro è naturalmente cordiale e l’atmosfera rilassata e conviviale crea immediatamente un clima di affabilità. In particolare, colpisce la grande semplicità di Peppino Principe il quale, con grande signorilità, manifesta fin da subito la sua sincera stima professionale per Amato. Partendo da queste premesse, è facile pronosticare che tra i due nascerà presto una schietta amicizia che sfocerà qualche mese appresso in un gesto di squisita delicatezza da parte di Principe: egli regalerà a Pakai la sua prima fisarmonica di marca Excelsior e Pakai la conserverà sempre come una reliquia.
Il Trio Pakai si avvia ormai a diventare la stella polare nel cielo del folk friulano e non meraviglia affatto che la sua presenza sia reclamata da importanti e prestigiosi palcoscenici. Sono gli anni in cui Amato e i suoi due sodali trascorrono, si può dire, più tempo in giro che a casa, con le famiglie. Praticamente, non fanno in tempo a rilassarsi dalle fatiche di una serata che subito un’altra reclama la loro partecipazione, con un ritmo di spostamenti che ha del frenetico. Registrare tutte le loro “uscite” sarebbe impossibile, ovviamente, ed allora ci limiteremo a citarne qualcuna scelta tra le più significative, in Italia e nel mondo, prendendo lo spunto dalle foto e dagli attestati di merito presenti nel museo.
La 6° Sagra della Quaglia, svoltasi nel settembre del 1972 a Santa Maria Nuova (Ancona), annovera il Trio Pakai tra i protagonisti di uno spettacolo di arte varia presentato da Pippo Baudo, che quell’anno aveva spopolato in TV con “Canzonissima”. Esattamente un anno dopo, troviamo i tre concertisti alla Parata Folkloristica Internazionale organizzata a Sacile in occasione della 700° “Sagra dei Osei (1274/1973)”. Nel 1975, il Trio interviene alla Rassegna del Folklore di Cima Sappada, ospiti di un complesso musicale del posto. Nello stesso anno suona al “Picchio Rosso” di Priola, all’interno di una serata dedicata all’ascolto delle canzoni di Wess, nell’occasione “orfano” di Dori Grezzi. Sempre nel 1975, Amato, Genesio e Paolo forniscono un saggio della loro valentìa artistica a Passariano, nella Villa Manin, invitati in qualità di ospiti d’onore ad un concerto di Peppino Principe: una bellissima foto li ritrae in primo piano avendo alle spalle schierati i “ballerini di Riviere” di Tarcento. L’esibizione fornita al castello di Villalta di Fagagna del 1976 è rimasta impressa perché ogni tanto qualche lieve scossa faceva riaffiorare l’incubo del recente terremoto ed anche per un gustoso fatterello accaduto durante la giornata. Il Trio era stato invitato a suonare in un matrimonio in cui gli intervenuti, dal primo all’ultimo, vestivano i costumi della tradizione friulana. Verso mezzogiorno, quando sembrava che tutti fossero in attesa di dare il via alla festa, Pakai, alquanto spazientito, si volge ad un signore attempato al suo fianco e gli fa: “Ma questi sposi quando arrivano?” L’ometto lo fissa sbigottito, poi risponde con voce bassa: “Gli sposi siamo noi”, indicando una donna decisamente più giovane accanto a lui. Credete che Pakai si mostrasse almeno un tantinello imbarazzato? Macché: una risata contagiosa, una pacca sulla spalla dello sconcertato sposino (il quale, come si seppe in seguito, era già al secondo matrimonio) e via con la musica. Nel giro di un minuto tutta la sala sgambettava allegramente sulle note indiavolate di una polka e l’imbarazzante intermezzo era già stato dimenticato.
Il 1977 si apre con la partecipazione del Trio al 5° Festival internazionale della canzone per bambini, superbamente allestito a Cividale del Friuli: anche qui Amato, Genesio, Paolo e Stefano allietano gli spettatori regalando il fresco sapore del folklore carnico. Nel maggio successivo sono a Villach, in Austria, nell’ambito della settimana gastronomica friulana e a metà estate li troviamo alla “Cà del liscio” di Ravenna, mentre fanno da spalla all’orchestra Casadei con l’altro gruppo folkloristico di Aviano. Nel mese di Novembre, il Trio é impegnato nel Festival della canzone friulana al Palasport di Udine. Nel bel mezzo della manifestazione, uno spirito burlone sale sul palco e lascia una bottiglia di vino accanto a Pakai. Poiché nessuno dei quattro si decideva a stapparla, dal pubblico comincia a salire qualche invito isolato che in breve tempo diventa un ordine collettivo: bevete, bevete! Si poteva restare insensibili all’appassionata supplica di un teatro intero? No, che non si poteva: perciò Amato e Genesio fanno spicciativamente fuori la bottiglia e tanti saluti. Nel maggio del 1979, il “Fogolar furlan” di Cremona conferisce al Trio Pakai il diploma d’onore quale ringraziamento per il costante interessamento a favore dell’Associazione friulana di Cremona. In quella occasione Paolo era assente, e così toccò a Stefano sostituirlo alla chitarra ed intanto cantare.
Questa scarna elencazione è propedeutica al resoconto, ridotto all’essenziale, dei viaggi all’estero affrontati dal Trio Pakai. Dopo aver detto che esso fece conoscere la sua musica a Parigi (per ben cinque volte), al Teatro del Parlamento di Bruxelles, nel Lussemburgo, a Berna, a Zurigo, a Basilea, a Ginevra, in Jugoslavia e in Germania, gettiamo un’occhiata più approfondita sulle tournées che Amato e i suoi collaboratori effettuarono oltre Atlantico.
Si comincia nel 1974, in Canada. Gli ambasciatori musicali della Carnia volano alla volta dell’immenso Paese nordamericano dietro invito dell’Ente Friuli nel Mondo e fanno tappa iniziale a Montreal. Da qui raggiungono Ottawa per partecipare al 1° congresso dei “Fogolars furlan”, durante il quale Genesio incontra i parenti americani di Cleulis residenti a Filadelfia: affettuosi convenevoli reciproci e l’invito, naturalmente esteso all’intero gruppo e prontamente accettato, di esibirsi in un immediato futuro nella grande città della Pennsylvania. Da Ottawa il Trio si sposta a Windsor, cittadina canadese posta sulla sponda orientale del fiume Detroit. Sulla sponda opposta, invece, sorge la metropoli statunitense che porta lo stesso nome del fiume ed è lì che i nostri tre viaggiatori approdano per inaugurarvi il locale “Fogolar furlan”, alla presenza del sindaco e dell’ambasciatore italiano. Il giorno dopo partenza per Filadelfia. L’accoglienza è splendida e il Trio se la gode per tre o quattro giorni, dispensando musica ed emozioni ai commossi e nostalgici figli di Carnia infinitamente distanti dai loro amati luoghi natii. L’ultima applauditissima esibizione ha luogo a Toronto, all’Italo Canadian Club, gremito di friulani elettrizzati per l’arrivo dei tanto vantati musicisti loro corregionali. Pakai, Genesio e Stefano ricorrono a tutta la loro bravura e riescono a regalare ai presenti l’incommensurabile illusione di ritrovarsi per un lunghissimo, dolce momento nelle piazze dei loro paesi.
L’anno successivo, siamo quindi nel 1975, è la “Famee Furlane” a sollecitare la loro presenza a Montreal, in occasione di un dibattito intitolato “Friuli folklorame”, incentrato sui molteplici aspetti della realtà friulana, dagli usi ai costumi alla lingua. E naturalmente alla musica, di cui il Trio è interprete eccelso. La serata trascorre piacevolmente, immersa in un’atmosfera che esalta i buoni sentimenti ed invita al divertimento semplice e sano, cullato da un fiume di note che rievocano nei presenti paesaggi lontani e sensazioni credute ormai sopite. Tra i tanti ospiti interessanti, spiccano personalità della cultura come padre David Maria Turoldo, e rappresentanti di etnie ormai quasi rare, come gli indiani discendenti dalla vecchia tribù degli Uroni. Dopo Montreal, il Trio Pakai vola a deliziare con le sue esecuzioni i friulani residenti a Toronto, quindi rivolge…le vele verso i patrii lidi.
Il 1976 segna l’importantissimo ingresso nel gruppo di Stefano Paletti, conosciuto ed ascoltato durante una serata a Resia. Ci racconta i particolari dell’evento lo stesso Stefano:
“ Una sera il Trio Pakai suonava in una sagra a Resia. Era presente anche un mio amico emigrato a Parigi di nome Stefano, come me, che aveva passione per la fisarmonica. Durante una pausa aveva chiesto di poter eseguire un brano: io stavo ballando e questo Stefano, sapendo della mia passione per il canto, mi chiama sul palco. Non avevo molta voglia di salire sul palco, mi vergognavo anche, non che non mi avesse fatto piacere, ma nutrivo un po’ di riguardo. Paolo, che non era lontano, mi chiede: “Sei capace di cantare? E allora sali senza problemi!” E così è avvenuto. Sarà stata mezzanotte, mezzanotte e mezzo. Amato, che si stava dirigendo verso il chiosco, mi sente cantare e torna sui suoi passi. “Voglio accompagnarlo io”, dice. La musica che doveva finire all’una è proseguita fino oltre le quattro del mattino. Ci siamo incontrati quasi per caso, loro io li conoscevo già di fama, avevano inciso dischi, erano famosi, era un gruppo noto. Non avrei mai pensato di far parte, un giorno, di questo gruppo.
Due mesi dopo Amato e Paolo sono venuti a cercarmi in casa: “Stefano, vuoi venire in Canada?” “Addirittura!”, ho esclamato. Insomma mi pareva una cosa impegnativa, abbiamo fatto qualche prova, abbiamo suonato insieme e così la mia avventura con il Trio Pakai è iniziata in Canada.”
Tutto esatto. Era successo che il comitato organizzatore dei festeggiamenti di fine anno del “Fogolar furlan” di Toronto aveva invitato il Trio Pakai a ritornare in Canada, per allietare con la sua musica la notte di San Silvestro.
“Non avreste, per caso, da portare con voi anche un cantante?” chiedono a Paolo gli amici canadesi. Paolo ci pensa un po’ su, poi ricorda quel giovanotto di Resia che ha una gran bella voce.
“Proviamo a convincerlo a venire con noi a Toronto?”, si interrogano lui e Amato. Per saperlo non c’è che un modo: andare a chiederglielo direttamente a casa. Detto fatto, Pakai e Paolo partono per Resia, bussano alla porta di Stefano e si trovano ad affrontare le apprensioni di un’allarmata signora, la mamma del futuro cantante, che chiede preoccupata: “Mio figlio non c’é. Siete venuti a portarlo fuori?”. Tacitati gli ingiustificati timori della signora, i due rintracciano Stefano e riescono a convincerlo ad aggregarsi al Trio. Da quel momento il gruppo, fino ad allora esclusivamente strumentale, acquista l’elemento mancante, cioè un solista canoro, che rafforzerà l’immagine vincente della formazione sul piano della completezza artistica. Con la sua voce piena ed armoniosa, Stefano saprà rivestire di suggestivi suoni le soavi impressioni ricavate dai loro inarrivabili strumenti da Amato, Genesio e Paolo, arricchendo il Trio di un prezioso valore aggiunto.
Anno 1979 e quarta trasferta in Canada. Questa volta il Trio, con Stefano, si reca a Vancouver, per suonare al congresso dei “Fogolars” che si teneva con cadenza biennale. Terminato il congresso, i quattro infaticabili amici si imbarcano in un’avventura che si adatta perfettamente all’aspetto del loro carattere sempre aperto alle novità: per cinque giorni scorrazzano su e giù per le Montagne Rocciose in compagnia di undici pullman di friulani elettrizzati ed euforici. E non avevano neanche il fastidio di procurarsi vitto e alloggio, perché ad ogni sosta trovavano una comunità friulana che li colmava di attenzioni e di coccole…
Prima di rientrare in Italia, il Trio porta il saluto della Patria lontana ai corregionali di Toronto, mietendo la consueta messe di caloroso successo.
Il Trio Pakai ritornerà altre due volte in Canada, nel 1989 e nel 1991, ma Amato non sarà con loro: un destino crudele l’ha strappato qualche anno prima ai suoi cari, ai suoi fraterni amici, alla sterminata massa di ammiratori che hanno imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo ascoltando la sua caratteristica musica.
Ed anche in occasione della tournée in Sud Africa, effettuata nel 1984, Pakai è costretto a dichiarare forfait a causa delle sue cagionevoli condizioni di salute. Il Trio era stato invitato a Johannesburg dal “Fogolar furlan” del posto ed aveva accettato l’invito, confermando la presenza di tutti e quattro, nella fiduciosa convinzione che le notevoli doti di recupero di Amato avrebbero ancora una volta avuto la meglio sulle insidie della malattia, così come era successo l’anno prima. Ma stavolta le speranze vanno deluse e Amato deve malinconicamente accontentarsi di accompagnare i suoi amici solo fino alla stazione di Carnia, da dove li vede partire con le lacrime agli occhi. Lo sostituisce per l’occasione Ezio Teon, un bravo fisarmonicista della zona. Giunto a Johannesburg, il Trio diventa l’attrazione di una serata di gala organizzata all’Hotel Cortina dagli entusiasti friulani residenti nella capitale del Transvaal. Fra gli ospiti di riguardo, c’è anche l’ambasciatore italiano, nativo di Napoli, ed in suo onore Stefano, Genesio, Paolo e Ezio eseguono la canzone partenopea sicuramente più famosa al mondo: «‘O sole mio». Un tripudio di applausi saluta l’esecuzione di un pezzo non certamente inserito nel repertorio usuale del complesso (più avanti, comunque, scopriremo che il Trio Pakai non era nuovo a “pensate” del genere). Da Johannesburg a Città del Capo con visita ad una grande cimitero della seconda guerra mondiale, poi nella tenuta agricola di Milrast, dove sono stati anche Gianni Agnelli ed il ministro Altissimo (ci sono le firme sul registro degli ospiti) e dove Paolo trova un enologo di Portogruaro che va regolarmente in ferie a Treppo Carnico, il suo paese. Seguono altre esibizioni a Durbhan e Ugomaz, poi di nuovo a Johannesburg, dove si tolgono la curiosità di visitare le miniere d’oro, scendendo a oltre 1400 metri di profondità. Un concerto d’addio e poi il Trio riparte per l’Italia.
Un’ultima cosa, a proposito delle tournées effettuate all’estero: ma come si facevano capire, Pakai e gli altri, quando accadeva che dovessero comunicare con persone che non comprendevano l’italiano? Genesio ha rivelato un sapido retroscena che svela in gran parte l’arcano:
“Per il mondo non sempre ci si capiva con la lingua e spesso per il mangiare era un problema, in quanto ci portavano cose diverse di ciò che pensavamo di aver richiesto.
“Sono stanco di mangiare porcherie!” ho detto un bel giorno.
“Ci penso io” dice Amato.
Così una volta in Canada si è fatto portare una bistecca con un’abbondante fornitura di patate fritte. Proprio un bel pasto all’italiana. Poi ha preso la Polaroid (che aveva sempre con sé) ed ha fotografato per bene il piatto.
“Ecco fatto! D’ora in poi non moriremo più di fame! Mangeremo sempre all’italiana ovunque andremo”.
E così è avvenuto. Infatti ovunque andassimo faceva vedere la fotografia e ci portavano quanto in esso ritratto.”
Non c’è niente da fare, la nostra ingegnosità italiana aiuta sempre (o quasi…).
Dicevamo che in Sud Africa il Trio aveva proposto una riuscita versione di «’O sole mio». Ebbene, non era la prima volta che gli artisti nati in Alta Carnia si cimentavano con il dialetto napoletano. Era già successo in Austria, a Hermagor. I quattro erano andati nella ridente località carinziana ad assistere allo svolgimento di un concorso di musica folkloristica che si teneva nella Sala dei Convegni del municipio. Siamo in un cittadina a pochi chilometri dall’Italia, da Timau e Cleulis, perciò è logico che la loro presenza non passi inosservata: di qui l’invito a suonare qualcosa al termine del concorso, giusto quattro note in allegria tra amici. Senza alcuna preparazione, Amato and friends si esibiscono due pezzi, vanno dagli organizzatori per accomiatarsi, ma si sentono dire, con loro grande sorpresa, che si sono classificati al secondo posto nella gara musicale! A questo punto, nel rispetto del cerimoniale, dovranno essere eseguiti altri due motivi. Veloce consultazione e Stefano, d’accordo con Paolo, decide di cantare anche «‘O sole mio». E’ l’apoteosi, scroscia un subisso di applausi da parte degli spettatori tutti in piedi. Ma non è tutto: al termine della manifestazione, mentre i complessi partecipanti si avviano verso l’uscita, gli spettatori iniziano a gran voce a reclamare la presenza sul palco degli “italienish”. I quali non si fanno pregare e, da soli, intrattengono l’uditorio per una mezz’ora almeno, guadagnandosi bordate di battimani da inorgoglire chiunque.
E quella volta che i giapponesi volevano sentire “Funiculì funiculà”? Nel 1984, prima di partire per il Sud Africa, i componenti del Trio Pakai erano stati contattati dal direttore dell’Ente Friuli nel mondo: se la sentivano di recarsi a Osaka, in Giappone, ed esibirsi 4 ore al giorno, per 16 giorni, in un supermercato della città che esponeva prodotti friulani? “Se ne può discutere”, risponde Pakai, e qualche giorno dopo i quattro musicanti incontrano all’aeroporto di Ronchi dei Legionari un emissario giapponese, con il quale stipulano un contratto verbale di massima. Trascorre un mese ed arriva la piccola delusione: niente da fare, tutto cancellato, gli organizzatori della manifestazione non avevano trovato l’accordo con la Cooperativa fornitrice dei prodotti friulani. A Osaka, tuttavia, avevano ascoltato alcune incisioni del Trio, portate dall’emissario arrivato a Ronchi, e ne erano rimasti entusiasti. Sarebbe possibile –chiedono i giapponesi- avere altri dischi o cassette del Trio Pakai, magari comprendenti anche “Funiculì funiculà”? Non sappiamo se il loro desiderio sia stato esaudito, ma ne dubitiamo fortemente.
Abbiamo già detto che i membri del Trio Pakai amavano trasformarsi in estemporanei attori brillanti, ricorrendo spesso a trovate umoristiche che avevano lo scopo di divertire gli spettatori. C’è stata un’occasione, tuttavia, in cui essi hanno recitato da veri attori, in una vera pellicola cinematografica.. E’ successo nel 1980, durante la lavorazione del film “Maria Zef” di Vittorio Cottafavi, recitato interamente in friulano. Il Trio è incaricato di scriverne la colonna sonora. Nasce “Cuatri rôsis”, una bella canzone che i quattro eseguono in una scena del film, seduti davanti ad un “fogolar” che troneggia al centro di una tipica cucina carnica ricostruita sul set di Pavia di Udine. Nella loro breve apparizione, Amato e gli altri hanno un’aria seria e compunta, ma volete sapere quante ne combinarono a riflettori spenti? Ce lo raccontano Paolo e Genesio:
“Nel filmato non è emersa la nostra allegria, il nostro brio. Il copione prevedeva di cantare solo un pezzo della canzone “Quatri rôsis”; noi l’abbiamo musicata e alla fine l’abbiamo proposta intera. Terminate le riprese, è stata organizzata una festicciola. Genesio aveva il compito di mescere il vino: ha preso una grossa damigiana e l’ha portata nel cortile dove avevamo registrato alcune scene. Così è iniziata la festa. Le riprese erano finite alle undici del mattino, alle otto di sera eravamo ancora lì. Siamo giunti a casa alle undici di notte. (…) Per tagliare il formaggio non c’era neppure un coltello e allora Amato ha sistemato per bene la forma su un ceppo e, con un’accetta recuperata nelle vicinanze, l’ha tagliata in quattro parti. Quelli di Trieste non si trattenevano dalle risate, abbiamo suonato a lungo per la troupe del film. Ci hanno poi portato a Pavia di Udine e anche lì abbiamo fatto commedia.”
Nel quadriennio 1982-1985, le partecipazioni del Trio cominciano a privilegiare più la qualità che la quantità, quasi che un oscuro presagio pervadesse confusamente le coscienze di Pakai e dei suoi soci. Alla fine del 1982, la formazione musicale compare, insieme con l’Onoranda Compagnia dei Cantori di Cercivento, nel breve filmato “ Il Nadalìn”, un documentario girato dalla sede RAI regionale sulle tradizioni carniche nel periodo invernale.
Nel giugno del 1983 Amato è colpito da una paresi che lo confina a letto per un lungo periodo e gli impedisce di prendere in mano la fisarmonica. Seguono mesi terribili, penosi, di scoramento totale. I suoi fraterni amici tentano di mascherare in tutte le maniere la loro afflizione e fanno sentire come meglio non si potrebbe la loro affettuosa vicinanza al caro compagno in angustie fisiche e morali: si affannano a fingere che in fondo non è successo nulla di irrimediabile, che si tratta soltanto di un momento transitorio di difficoltà, che presto Amato tornerà alla sua vita di sempre, gagliardo ed infaticabile come non mai….insomma, non tralasciano nulla per donare un po’ di sollievo al loro valoroso condottiero ancora una volta bersagliato dalla sfortuna. Se Pakai, però, deve soggiacere alla triste condizione di infermo, non per questo il mito del Trio si appanna. Prova ne sia il prestigioso riconoscimento del “Moret d’aur” assegnato in dicembre al formidabile complesso dalla stampa friulana perché esso rappresenta la “genuina espressione del folklore carnico”. Amato non si dà per vinto, non vuole cedere alla malattia, soprattutto non intende rinunciare per sempre a sentire sotto il tocco delle dita i tasti della sua adorata fisarmonica. Lotta, si allena con caparbietà al limite dell’autolesionismo, profonde tutte le sue energie nello sforzo di riacquistare un minimo di manualità e così nel 1985 sembra che il miracolo, o perlomeno un mezzo miracolo, si sia verificato. Nel mese maggio interviene con il suo Trio alla trasmissione “Caric e briscule”, condotta su Telefriuli da Dario Zampa.
Nello stesso periodo suona al Mulin di Marchet, nell’ambito di una manifestazione patrocinata da Radio Onde Furlane. A giugno, nel cinema Daniel di Paluzza, i giovani del gruppo “Chei di chenti” consegnano ai quattro artefici del Trio Pakai un pubblico riconoscimento per la loro encomiabile carriera. Certo, in queste esecuzioni si nota che Amato non é al meglio della sua forma, ma la luce della fierezza e della soddisfazione che traspare dai suoi occhi relegano in un angolino buio e lontano tutte le riserve che si potrebbero avanzare sulla bontà artistica delle prove fornite. Il 5 agosto Pakai partecipa alla tradizionale sagra dei “cjarsons” di Cleulis, il 31 agosto improvvisa con Genesio un duetto nel suo bar: la speranza in una prodigiosa ripresa fisica comincia a balenare…ma l’inflessibile ruota del destino ha già iniziato il suo ultimo giro.
Il 20 settembre 1985 Amato Matiz, il grande ed indimenticabile Pakai, prende la sua fisarmonica e se ne va a rallegrare le giornate fatte d’eternità delle folte schiere di friulani che lo accolgono a braccia ed ali aperte in un mondo certamente migliore del nostro.
Genesio, Paolo e Stefano, orfani del loro faro, tenteranno in seguito di mantenere vivo un gruppo musicale ormai circonfuso in un alone di leggenda, ma si renderanno ben presto conto che senza Pakai il Trio non è la stessa cosa. Manca quel pizzico di polvere magica che rendeva speciale ogni serata, ogni incisione, ogni esibizione.
Parafrasando Orwell, possiamo concludere affermando che tutti i rappresentanti del Trio Pakai furono uguali, ma che Pakai fu più uguale degli altri.
La nostra modesta fatica termina qui. Abbiamo sbirciato nei tredici anni d’oro del Trio Pakai e ne abbiamo fissato le tappe principali sulla carta. Nel farlo, ci siamo lasciati portare dal flusso della narrazione senza rispettare la progressione temporale degli avvenimenti citati, saltabeccando da un anno all’altro, anticipando alcune situazioni e riportandoci su altre toccate in precedenza e temporaneamente accantonate, per svilupparle con maggiore approfondimento. Forse il paragone potrebbe suonare irriverente, ma in qualche modo ci siamo uniformati a quegli schiribizzi di sana “pazzia” che coglievano ogni tanto Pakai e gli altri esecutori del Trio, quando estraevano dai loro strumenti musica in libertà, seguendo l’estro del momento in maniera soggettiva, sciolta e gioiosa, da artisti veri e felici di esserlo.
Rocco Tedino